L'ABITAZIONE ROMANA




In età romana, come pure nel medioevo, si costruiva in un modo diverso rispetto a come si costruisce oggi. In generale i confini catastali rimanevano fissi all’interno della città e le nuove costruzioni nascevano sopra quelle più vecchie, senza che i detriti venissero portati via. Per questo molti mosaici delle nuove costruzioni venivano stesi sopra i più antichi. Durante i secoli il processo si ripeté e una sezione verticale delle antiche case romane può rivelare diversi strati di mosaici che datano dal I secolo a.c. al III o IV d.c.
Per questo le abitazioni romane della Capitale si trovano per sei e pure dodici metri sotto terra al piano stradale.

Roma si presentava come una città verde, la vegetazione tra giardini pubblici e privati, boschi sacri e giardini imperiali, copriva ben un terzo della città. All'epoca i colori preminenti delle abitazioni era il rosso dei mattoni di cui erano fatte le insule, nonchè il rosso dei tetti di tegole romane. Al contrario delle tegole etrusche più giallognole, l'argilla usata e quindi mattoni e tegole, erano rossi.
Però verso il centro predominava il bianco del travertino e dei marmi di cui erano fatte le domus, i templi e le costruzioni governative. Inoltre i tetti dei templi e anche delle terme erano spesso rivestite di rame che si ossidava in un bel verde.
C'erano poi i portici e le colonne che sorreggevano le statue anch'esse in marmo bianco, talvolta alternate a marmi colorati, ma il bianco predominava. Le statue poi non erano mai bianche ma o di bronzo dorato o di marmo pitturato a colori realistici e vivaci.

Le abitazioni romane erano: le Domus, le Insule, gli Horti, le Ville Urbane, le Ville Suburbane e le Ville Rustiche.

Il problema nella Roma Imperiale ha due fattori: un'enorme popolazione, fra il milione e l milione e mezzo da alloggiare, e la necessità, in mancanza di adeguati mezzi di trasporto, di restare in uno spazio limitato. Dal III° secolo in poi, quando Roma diventa una grande città, esiste un'unica soluzione: guadagnare in altezza con edifici ad appartamenti sovrapposti, le insulae. Gli edifici costruiti a Roma, pubblici i privati che siano, erano detti "aedificia". L'aggiunta del termine "privata" indica chiaramente una costruzione privata, che si distinguono in due tipologie: domus e insulae.

"Sarebbe difficile contare il numero di domus, insulae e templi che andarono distrutti", scrisse Tacito a proposito del grande incendio del 64. Le domus sono le case private, le ville, in genere abitate da una sola famiglia, con personale di servizio. Le domus di Roma, invece orizzontali, hanno due modelli: o lo schema etrusco-romano ad atrio (stanze attorno ad un atrium, un unico accesso dall'esterno, spesso fiancheggiato da botteghe), come la Casa di Livia sul Palatino; oppure lo schema ad atrio e peristilio, ellenistico-romano, con un lussuoso colonnato, balconi e verande, come dietro i templi B e C di largo Argentina.

Queste domus inoltre avevano varie dimensioni. Nei quartieri centrali, Palatino, Foro, Campidoglio, Velabro, Argiletum, dato il numero dei monumenti pubblici, la densità della popolazione e la scarsità di terreno portavano a dimensioni ridotte. Il reperimento delle case del periodo repubblicano sul Palatino, al di sotto del Palazzo dei Flavi, ce ne dà una prova. Tutte queste case furono smembrate e sfigurate durante la costruzione dei Palazzi Imperiali.

LARARIO

La tecnica edilizia

I Romani erano bravissimi costruttori, a parte gli speculatori sugli edifici altrui, e su questa tecnica esistevano diversi trattati, come nel De Architectura, dove Vitruvio spiega la tecnica di costruzione di un solaio:
"Se il pavimento poggia direttamente sulla terra, il suolo deve essere esaminato, ad accertare che sia dappertutto solido, e quindi sopra questo sarà steso uno strato di pietrame. Ma se in qualche parte questo risulta soffice, dovrà essere prima solidificato."

Il solaio veniva quindi realizzato utilizzando legno di quercia; sopra questo si stendeva della felce o della paglia in modo da evitare che la calce venisse a contatto col legno.
"Quindi, sopra questo disporre la base, composta di pietre di dimensione non inferiore a quelle che possano essere contenute in una mano. Dopo che la base è stesa, su questa viene posato il pavimento; mescolare pietre frantumate nella proporzione, se queste sono nuove, di tre parti per una parte di calce; se queste provengono da vecchio materiale riutilizzato, si utilizzeranno cinque parti di pietrame con due parti di calce. Successivamente si disponga la mistura di pietra frantumata e calce e, con l'aiuto di numerosi uomini, si batta ripetutamente e lungamente con spatole di legno per solidificarlo, e dovrà avere uno spessore di non meno di tre quarti di piede quando sarà terminato.
Su questo si dispone il nucleo, consistente di tegole e ceramiche frantumate e calce nella proporzione di tre parti ad una, formando uno strato di non meno di sei pollici. Sopra il nucleo, il pavimento, sia che sia fatto in pavimenta sectilia sia che sia fatto con tessere, dovrebbe essere steso accuratamente, utilizzando regolo e livella.


ALCUNI ESEMPI DI MOBILI ROMANI
Se consiste di sectilia, allora ovali, o triangoli, o quadrati, o esagoni, non devono essere attaccati su differenti livelli, ma devono essere tutti collegati insieme sullo stesso piano.
Se questo è realizzato in tessere, tutti gli spigoli devono essere a livello.
L'opera testacea spicata Tiburtina, richiede un'attenta rifinitura, senza che siano lasciati vuoti o creste. Quando la lucidatura sia finita, intendendo il processo di levigatura e pulizia, setacciare polvere di marmo sopra questo, e stendere uno strato di calce e sabbia."



Una curiosità: i Romani avevano già all'epoca l'abitudine di imbrattare case e negozi, anche se con iscrizioni più tranquille di oggi.

Degli esempi:
  • "Vibius Restitutus hic solus dormivit et Urbanam suam desiderabat" (Vibio Restituto dormì qui da solo e desiderava la sua Urbana)
  • "Quisquis amat valeat, pereat qui nescit amare, bis tanto pereat, quisquis amare vetat" (salute a chiunque ama, perisca chi non sa amare, e altrettanto perisca chiunque vieti di amare)
  • "Proeliare Gangens Caesar te spectat" (combatti Gangens, Cesare ti osserva)
  • e spiritosamente:
  • "Admiror, pariens, te non cecidisse ruinis, qui tot scriptorum taedia sustineas." (Vi ammiro mura, che non cadeste in rovina, sostenendo tante scritte noiose)


IL RISCALDAMENTO

Le case romane avevano vetri alle finestre solo se ricche, perchè i vetri costavano molto, anche se meno di quelli soffiati, e venivano usati per suppelletili o pasta vitrea per mosaici. Sulle finestre si utilizzavano altrimenti tele o pelli, o tende finissime, a seconda della possibilità e della stagione, che lasciavano passare o meno il vento e la pioggia, o battenti in legno che riparavano dal freddo o dal calore ma con poca luce.

Sul piano terra delle domus o delle insule se di lusso, veniva costruito un secondo pavimento, sostenuto da pile di mattoni. Si creava, così, un'intercapedine vuota, comunicante con una caldaia esterna, che, nella stagione invernale, riscaldava il pavimento e gli ambienti. Naturalmente non erano utilizzabili per i piani alti. I camini non si usavano, si usavano invece bracieri portatili o montati su ruote.



GLI IMPIANTI IDRAULICI

I Romani furono maestri nella meccanica e nell'energia idraulica. La costruzione degli acquedotti sono ancora oggi una delle meraviglie del mondo antico. L'acqua era proprietà statale ma dietro concessione dell'imperatore o pagando una tassa, si otteneva l'allaccio.

Era consentito allacciarsi per l'acqua nelle coltivazioni agricole, anche se di solito adoperavano canali scavati con bacini e chiuse. L'irrigazione dei campi i Romani l'avevano imparata dagli Etruschi che erano maestri in merito, infatti spesso di vedono nel Lazio e in Toscana muri etruschi di contenimento a blocchi giganteschi di tufo, restaurati con muri a sacco prettamente romani. Ma i più ricchi godevano per le loro ville allacci "particolari" agli acquedotti.

Quattordici acquedotti portavano all'Urbe un miliardo di litri d'acqua al giorno, che servivano 247 vasche di decantazione, le grandiose terme, numerose fontane ornamentali, e molte case private. Il primo acquedotto fu realizzato da Appio Claudio nel 312 a.C., cui ne seguirono circa uno ogni 60 anni a causa dell'aumento della popolazione.

Per l'inclinazione delle tubature usavano i coròbate, una specie di livella con fili pendenti di piombo di cui si misurava il piano e una vaschetta superiore che non doveva debordare. Gli ingegneri, una volta disegnata la pianta e il percorso dell'acquedotto, misuravano ogni dieci metri il terreno con salite e discese, interrando o alzando su archi le tubature che dalla sorgente a Roma dovevano avere un'inclinazione leggerissima e costante, di pochissimi cm per km, cosa che ancor oggi sarebbe complicato fare.

Nelle insule povere però l'acqua non arrivava e ci si serviva dei portatori d'acqua (aquarii) così necessari che la legge della successione stabiliva che, con i portieri (ostiarii) e gli spazzini (zetarii), passassero di proprietà assieme all'edificio, a onere dei proprietari, gli acquarii, affinchè non mancasse acqua, controllo e pulizia delle strade.

Un esempio di cisterna è conservato a Pompei: detto il "Castellum aquæ" era un grosso serbatoio d’acqua posto sul punto più alto della città, collegato all’acquedotto. L’ingresso era chiuso con una porta massiccia. Il serbatoio all’interno è diviso in tre scomparti: uno per le fontane, uno per gli edifici pubblici ed uno per le abitazioni private. In caso di mancanza d’acqua, si interrompevano automaticamente le forniture alle case ed alle terme, mentre restavano in funzione quelle per le fontane pubbliche.



LA CLOACA MASSIMA

Fu la più antica delle fogne romane, costruita dagli Etruschi nel VI sec. a.c. e continuamente estesa sotto la Repubblica e l'Impero.

Agrippa fece riversare nel sistema fognario anche l'acqua in eccesso degli acquedotti e lo rese così spazioso che poteva essere percorso in barca. Le insule più povere, che non possedevano tubature, pagando una somma molto modesta, usavano le latrine pubbliche.

Nelle parti più periferiche però esistevano anche i pozzi neri come tutt'oggi nelle nostre campagne. Ma c'era anche l'uso di rovesciare il vaso da notte dalla finestra, anche se la legge puniva severamente questa scorrettezza, e le strade erano guardate giorno e notte dai vigilantes, i vigili urbani di ieri. Cloaca Massima.

Questa enorme fognatura aveva inizio alla base dell'Esqulino, entrava nel Foro romano, si accostava al Campidoglio per raccoglierne gli scolo e, attraverso il Foro Boario, si gettava nel Tevere, dove si vede tuttora lo sbocco a valle dell'antico Ponte Emilio, o Ponte Rotto. Notevolissima opera di ingegneria, fu dapprima un canale scoperto e solo in seguito coperto a volta con poderosi archi costruiti a blocchi di pietra calcarea.

Esistevano anche le latrine pubbliche, seppur destinate ai meno abbienti, locali arredati con ricercatezza. Vi era un emiciclo o un rettangolo attorno al quale scorreva acqua in canali davanti a cui stavano una ventina di sedili in marmo forniti di fori su cui si incastrava, tra due braccioli a forma di delfini, la tavoletta che si poteva portare da casa. L'ambiente era riscaldato e ornato di statue.



L'ILLUMINAZIONE

Naturalmente in città non esisteva, tanto è vero che di notte si girava con le facies, le torce, a parte la luce che proveniva dalle taberne aperte fino a notte inoltrata, cioè le taverne e i postriboli. Giovenale scrisse che era da pazzi uscire di notte senza far testamento, soprattutto per l'usanza di vuotare gli orinali per strada.

Nelle case e negli edifici pubblici la luce era fornita dalla luce che entrava dal soffitto aperto (compluvium) dell'atrio e illuminava di riflesso le stanze adiacenti. All'interno quando scendeva il sole si usavano torce e candele. Le torce erano di grasso e pece, e le candele di sego o di cera, a seconda della ricchezza della casa. Naturalmente c'erano applique alla parete e lampadari porta candele, in bronzo o in terracotta.

Le domus naturalmente avevano il meglio, cioè lastre trasparenti alle finestre, di talco, di mica o di vetro, che era il più costoso. Ma anche gli edifici pubblici ne avevano, terme comprese. I poveri non potevano permettersele e usavano tende di pelle sottile che lasciavano intravedere un po' di chiarore.


  1. Lucerna ad olio di terracotta
  2. Lucerna ad olio di bronzo
  3. Lucerna di bronzo a tre beccucci con sostegno
  4. Lucerna ad olio di bronzo con elementi decorativi
  5. Lanterna di bronzo
  6. Sostegno mobile di bronzo per lucerne
  7. Sostegno mobile di bronzo per lucerne
  8. Porta lucerne di bronzo a quattro bracci
  9. Bracere di bronzo con treppiede



LE TERME

Ne usufruivano poveri e ricchi. Di varia grandezza c'erano ovunque, nelle case e quelle pubbliche in ogni città. Erano di mattoni o di pietra, rivestite o meno di pietra pregiata o marmi. Contrariamente a ciò che si crede in genere avevano i vetri sulle grandi finestre. A seconda dei tempi furono suddivise o no in femminili e maschili, cosa inconcepibile per oggi che i Romani si bagnassero insieme uomini e donne, visto che il bagnarsi si faceva in bikini o nudi. Le terme erano pure dotate di una piscina scoperta (natatio) e un vasto ambiente adibito a spogliatoio e sala per detergersi (destrictarium), e pure di una palestra. In genere nella stessa città esistevano terme separate o congiunte per uomini e donne, secondo i gusti, come ad esempio a Pompei.

Dall’ingresso si accedeva alla palestra, per poi passare allo spogliatoio (apodyterium) con la piscina per il bagno freddo, poi al tepidario (tepidarium) ed infine al caldario (calidarium). Per chi voleva c'era anche la sauna, molto calda e asciutta (laconicum).

I primi bagni pubblici (balnea) vennero costruiti tardi, nel II secolo a.c. In epoca imperiale il numero dei bagni si moltiplicò rapidamente. Marziale ne cita alcuni, frequentati da un'ambigua clientela di persone parassite e viziose: i Bagni di Fortunato, quelli di Grillo, quelli Lupo.
I bagni furono luoghi frequentatissimi e di grande rumore, come appare nel resoconto di Seneca in una lettera inviata a Lucilio: "Ed eccomi nel bel mezzo del più orrendo casino. Sono sistemato proprio al di sopra di uno stabilimento balneare e lascio alla tua immaginazione figurarsi ciò che l'umanità riesce a fare, in quanto ad esasperanti rumori….".

Per quanto lussuosi e frequentati fossero questi bagni vennero presto soppiantati nel favore pubblico da stabilimenti concepiti in modo più grandioso e con una struttura più complessa, destinate a divenire la passeggiata favorita e il luogo di svago per eccellenza del popolo romano. Tanto successo si spiega con molte ragioni: la grandiosità, l'ammirevole funzionalità dei locali, la fastosità delle decorazioni, ed il numero eccezionale di divertimenti che potevano offrire.

Le dimensioni sempre crescenti permettevano di accogliere un numero sempre maggiore di clienti: in seicento potevano contemporaneamente bagnarsi nelle Terme di Caracalla, in tremila in quelle di Diocleziano. Tra le strutture presenti all'interno un piccolo stadio, una palestra, biblioteche, sale di conversazione, auditori letterari o musicali, un teatro. Vi si tenevano esposizioni diverse, vi si trovavano negozi di vario tipo e ristoranti.

Come i portici le terme furono i grandi musei di Roma durante il periodo dell'Impero. Dalle Terme di Traiano ci giungono il Lacoonte di Agessandro, Atenodoro e Polidoro di Rodi, la Venere Callipigia, e il Plutone con Cerbero del Museo Capitolino. L'entrata alle terme era a pagamento, al contrario che per i portici. La tariffa comunque era molto bassa, un quarto di asse per gli uomini, un po' più alta per le donne, mentre i ragazzi entravano gratuitamente. Diversi imperatori però le resero gratuite. Le terme furono il centro di passeggio di tutta la popolazione romana fino alla caduta dell'Impero.



LA SPAZZATURA

Ebbene si, i romani si occupavano della spazzatura:

In aperta campagna, a circa un Km dall'abitato di Corticelle, frazione di Dello (Bs), effettuando scavi nel santuario cattolico di Corticelle, ci si è accorti che sorgeva su una casa romana appartenente un piccolo pagus (villaggio) dell’anno 100 d.c. qui sono affiorati due piccoli manufatti in laterizio e pietra, perfettamente conservati, pieni di cocci d’anfora e vasetti, un porta rifiuti degli antichi romani.
"Era una struttura adibita alla raccolta della spazzatura - ha confermato l’archeologo - che troviamo nelle ville romane, e risale molto probabilmente al I sec. d.c.".


LA DOMUS

Era la casa signorile, strutturata generalmente su un piano, senza finestre nè balconi all'esterno e con tutte le finestre all'interno. Qualche rara e piccola finestra si poteva trovare nella parte alta della casa. Insomma occhi indiscreti e ladri venivano tenuti lontani.

L'entrata si trovava generalmente su uno dei due lati più corti. Le stanze potevano essere pavimentate con tecniche di diverso pregio: piastrelle di terracotta, cocciopesto, mosaici, in genere in bianco e nero ma pure colorati o con inserti in pasta vitrea, e pavimenti in marmo tagliato, i sectilia. Le più raffinate usavano anche mosaici in pasta vitrea. Le pareti e a volte anche il soffitto erano decorate con affreschi.
Al tempo di Costantino si contano nell'Urbe ben 1790 domus, non è poco, considerando che praticamente erano ville con giardini e parchi.
L'entrata, fauces, era costituita da un portone a due battenti con applicazioni di bronzo, mantenuti lucidissime dagli schiavi, sia decorativi che utili per segnalare la propria presenza all'esterno. Roma ne è tutt'oggi piena, almeno entro le mura, due teste di leone che reggono anelli mobili con cui colpire una mezza sfera inserita nella porta, o teste di sileno, o teste di donna egizia, o una mano che stringe una sfera, o una testa di lupo, o solo due anelli mobili. All'epoca ci si sbizzarriva ancora di più: teste di orso, ariete, toro, o demoni vari per tener lontani ladri e sventure.

Il portone introduceva nell' atrium, di forma quadrata con al centro l'impluvium, una vasca per la raccolta dell'acqua piovana proveniente dall'apertura del tetto cumpluvium. L'atrium, atrio, era affrescato in tinte vivaci, illuminati dall'apertura sul tetto.

Cosa interessante, da questa apertura sporgevano dei doccioni, si, come quelli medievali, di terracotta a foggia di animali anche mitici, come teste di grifoni, o lupi, serpenti, arpie ecc. che facevano sgorgare l'acqua piovana nell'impluvium, una vasca di marmo scavata in terra che convoglia l'acqua in una cisterna sotterranea. Accanto ha un pozzo, di marmo o di pietra, da cui si può attingere quest'acqua per i fabbisogni della casa. Insomma una riserva d'acqua e una piccola piscina ornamentale, a volte con mosaico sul fondo.

A volte l'impluvium era tetrastilo, cioè con 4 colonne per sorreggere il tetto, ma soprattutto ornamentali. Un tipo particolare di tetrastilo era il cosiddetto rodio, dove il colonnato su uno dei lati, il più esposto al sole, era più alto degli altri tre per avere una parte della casa sempre illuminata dal sole, anche nel periodo invernale. Queste colonne venivano talvolta scolpite, o erano scanalate da una certa altezza, oppure venivano dipinte, a seconda del pregio del marmo. Un marmo colorato certamente non veniva coperto, ma un marmo volgare spesso si.

Il tetto era romano, cioè con coppo e tavellone, e con il columen sul culmine del tetto, il tutto in argilla cotta, molto simili a quelli etruschi, da cui sicuramente appresero l'arte, ma quelli romani sono meno spessi, perchè in genere usavano un'argilla più raffinata e quindi più compatta. Naturalmente coppi e tavelloni poggiavano su un tetto di legno con travi e travicelli. I romani usavano, almeno nelle ville, controsoffittare il tetto di legno con piastre di legno dipinte, in genere con rosoni di vario tipo, insomma sarebbe stato difficile distinguere un soffitto decorato romano da uno medievale, perchè il soffitto a cassettoni è di origine romana.


 - LUGLIO 23, 2012
Il più antico tetto di legno scoperto a Ercolano

"Per quasi due millenni, le assi di legno sono rimaste indisturbate, e in gran parte intatte, sotto strati di materiale vulcanico indurito.
Ora, dopo tre anni di duro lavoro, gli archeologi a Ercolano non solo hanno scavato e preservato i pezzi, ma li hanno riassemblati come erano in origine, completando la prima ricostruzione completa di un tetto di legno romano
".

Dotata di decine di stanze, la Casa del Rilievo di Telefo era una “tenuta romana di alto livello”, ha detto Andrew Wallace-Hadrill, direttore dell’Herculaneum Conservation Project (HCP). Si pensa che fosse stata costruita per Marcus Nonius Balbus, il governatore romano di Creta e parte dell’odierna Libia, la cui ostentata tomba è stata trovata nelle vicinanze.

La parte più riccamente decorata della grande dimora era una torre di tre piani. Al piano superiore vi era una sala da pranzo con pavimento e pareti di marmo colorato, un controsoffitto e una terrazza panoramica. Offriva a ospiti e proprietari una vista mozzafiato sul golfo di Napoli.
E ora sta fornendo agli archeologi una delle loro scoperte più emozionanti: un tetto di legno. “Non è la prima volta che si trovano pezzi di tetti del mondo classico”, ha detto Wallace-Hadrill. “Ma è incredibilmente raro”. Quello che i suoi archeologi hanno scoperto, tuttavia, è molto di più – circa 250 pezzi, che sono riusciti a mettere insieme. -

Attorno all'atrium si aprivano le camere da letto, i cubicoli, affrescati ma senza finestre. Poi le scale che dall'atrium salivano ai piani superiori, alloggio della servitù o delle altre donne della famiglia. Accanto all'atrio c'era il lararium, un tempietto decorato con pitture o mosaico, con le statuette dei Larii e dei Penati, e talvolta anche di altre divinità. Le statuette erano in marmo, in bronzo, in terracotta o in cera. Qui il pater familias, perchè solo a lui spetta, ogni giorno fa delle offerte che possono, in genere vino, o miele, o una focaccina, e forse anche petali di fiori, poi brucia degli incensi mormorando una breve invocazione. Dopo di lui lo schiavo ripulisce il tutto perchè l'operazione andrà ripetuta ogni giorno.

Superando la vasca dell'impluvium si giungeva alla porta di fronte, in genere a soffietto, già, i Romani avevano inventato le porte a soffietto, spesso coperte da tende lussuose, di damasco, di seta o di lana operata. Dietro la porta si apriva il tablinium, come dire lo studio del padrone, dove riceveva i clienti, clientes, o trattava gli affari. Nel tablinius c'era un grande tavolo, in legno o in pietra, lavorato o tornito, con una sedia per il dominus e sgabelli per gli ospiti delle trattative.

Oltre questa stanza, anch'esso separato da una tenda con o senza porta, sul retro della casa, all'aperto c'era l'hortus, giardino e orto domestico. Era circondato da un colonnato coperto sotto alle cui pareti spiccavano gli affreschi, ed era rigoglioso di alberi e piante. le piante erano il rosmarino, il bosso, l'alloro, il mirto, il finocchio selvatico, l'oleandro, l'acanto, la salvia e pure l'edera, ma non messi a caso, bensì studiati per avere zone di sempreverdi e zone di decidue, con alcune dedicate all'orto stagionale.

Non mancavano poi gli alberi di cipresso, platano o meli, peri e fichi. Usatissime le siepi per le separazioni tra le zone e pure le piante sagomate con varie forme, pure di animali, a costituire quello che oggi i francesi chiamano il giardino francese, e che in realtà, come il giardino all'italiana, deriva dal giardino romano.

Tra le colonne del peristilio ondeggiavano al vento gli oscillum, dischi di terracotta o di marmo con incise figure mitologiche, e non mancavano i giochi d'acqua e le vasche.
Alcune statue in bronzo o marmo sputavano acqua dentro vasche di marmo con un simpatico gorgoglio e balenio di luci. Al centro del giardino in genere troneggiava la statua e la fontana più bella.
Le domus avevano spesso anche il balneum, le terme private con spogliatoio, calidarium, piscina d'acqua calda, tepidarium, piscina d'acqua tiepida e frigidarium, piscina d'acqua fredda.

Attorno al peristilium si sviluppavano delle stanze private. Alcune con una seconda uscita di servizio detta posticum su un vicolo che dava sul peristilio per il passaggio della servitù e dei rifornimenti. Un po' come le vecchie ville che si trovano a Roma, con l'ingresso principale e sontuoso e l'ingresso di servizio che è piccolo e a una sola anta, di solito sul giardino retrostante.

L'ingresso principale con porta a cardini e due battenti aveva ai lati la stanza del portiere e del suo assistente, e le taberne di proprietà del padrone che comunicavano con l'interno.
Con lo sviluppo degli ambienti posteriori della casa, l'atrio rimase un'anticamera grandiosa e sontuosamente arredata dove erano conservate le immagini degli antenati.

Le domus avevano almeno un bagno, ma di solito più di uno, con vasche molto simili alle moderne. L'idraulica era molto sviluppata, tubi di piombo portavano l'acqua dagli acquedotti e dai canali e infissi e rubinetti erano di bronzo artisticamente lavorati. Doccioni e grondaie di piombo facevano defluire l'acqua dal tetto.

In alcune ville c'erano anche la bibliotheca per i libri, la pinacotheca per l'esposizione delle opere d'arte, e la diaeta per intrattenere gli ospiti (da cui il termine dieta, perchè si offrivano solo stuzzichini), ed il solarium a volte coperto, la parte più alta della casa, il terrazzo su cui mettere al sole cose da essiccare, o se coperto, dove prendere il fresco. Talvolta aveva un pergolato e vasi ornati di piante, con tavolinetti e sedie per rilassarsi un po' e guardare la via dall'alto.

A Pompei sono state scoperte domus a due piani con ingresso indipendente per il piano superiore, insomma era stato costruito un piano sopraelevato per darlo a parenti ma pure per affittarlo, e il ricavato del piano superiore di una domus non doveva essere da poco.



I MOBILI

Il mobilio era ridotto all'essenziale, e lo splendore della casa derivava dai marmi e dal loro pregio, dagli affreschi alle pareti, dai mosaici policromi, dalle statue e dai giardini.

Però dei mobili c'erano e stupisce vederli, o almeno vedere i mobili in legno carbonizzato rimasti soprattutto a Ercolano ma pure a Pompei, perchè non sono molto diversi dai nostri classici, nel senso che tutto il mondo si è ispirato ai mobili romani.

Per esempio i tavolinetti tondi, in legno, con tre gambi a foggia di zampe di leoni, o di cavallo, o di capra, oppure quadrati, con tavola in legno o in marmo, ma c'erano anche i tavoli pieghevoli, o le consolles, cioè tavoli semicircolari appoggiati a una parete. Non mancavano panche in pietra sostenute da grifi o sfingi, o mobili simili ai vecchi canterani a quattro sportelli, con tanto di cerniere. Una curiosità: nel medioevo la cerniera scomparirà, sostituita da due anelli intersecati, per ricomparire nel 16° sec. Altra particolarità: i romani usavano i piani impiallacciati e a tarsie per formare disegni diversi. Anche questo è stato copiato successivamente. Un mobile inedito fu l'armadio, mai usato nò dai Greci nè dagli Etruschi, insomma inventato dai Romani. ma non ci si riponevano vestiti bensì oggetti fragili o preziosi o particolari, come oggetti in vetro, o argenteria, o camai o bilance.
Il vestiario si riponeva in grandi scrigni di legno, le arcae vestiariae, cassapanche con coperchio apribile dall'alto.

Ma facevano parte dell'arredamento anche i cuscini e le tende, che talvolta erano stese pure attorno al peristilio per tenerlo in ombra. Talvolta coprivano le porte o le sostituivano. Ma erano usati anche gli arazzi appesi alle pareti, nonchè i tappeti in terra, naturalmente di provenienza orientale.


  1. Tavolo di marmo per l'atrium
  2. Forziere
  3. Tabernacolo per gli dei domestici (lararium)
  4. Tavolo di marmo e bronzo
  5. Tavolino di legno
  6. Tavolino di bronzo con piano di marmo
  7. Divano di legno e pelle
  8. Panchina con gambe di bronzo
  9. Sgabello di legno
  10. Sgabello pieghevole con gambe di bronzo
  11. Paravento a traliccio
  12. Lanterna portatile di terracotta
  13. Fornello portatile di bronzo
  14. Armadio di legno a due ante
  15. Letto
  16. Culla
  17. Sedia di bronzo imbottita
  18. Vaso da notte
  19. Specchio da tavolo di bronzo
  20. Puntaspilli d'avorio
  21. Vasetto d'avorio per cosmetici
  22. Tavola
  23. Recipiente per tenere l'acqua in fresco


LA CUCINA

La cucina era un ambiente di scarso rilievo e di modeste dimensioni, dove su un bancone di laterizio si preparavano le pietanze, cucinando in piccoli forni o sopra ai bracieri, non era usato il camino. In qualche cucina se ne usava uno molto piccolo e basso, per il pane e la pizza.

Il bancone per cucinare era in laterizio, con mattoni e muro a sacco, con aperture sottostanti dove porre il legno o il carbone, un poi come si usa ancor oggi in tante campagne. Oppure si stendeva la brace sul piano in laterizio e sopra vi si poggiavano i treppiedi di varia grandezza e numero a seconda della vivande da cucinare, sopra ai treppiedi si poggiavano pentole e padelle. Sotto al piano in laterizio si aprivano arcate dove si riponeva la legna tagliata, le fascine e la paglia.
Sul muro diverse
mensole porta oggetti di legno e qualche piccolo stipo.

Alla parete un travetto di legno permetteva di appendere le padelle, in bronzo o ferro, mentre le pentole stavano sulle mensole. Esistevano anche teglie con fogge diverse, anche a forma di pesce, di coniglio o di uccello. A volte questi utensili erano lavorati sul manico, con fusioni saldate o trafori.

I Romani accendevano il fuoco con un pezzo di ferro fatto a piccolo ferro di cavallo che impugnavano da un lato percuotendo un pezzo di quarzo. Le scintille venivano a cadere sui fomes, i funghi che crescono alla base degli alberi, appositamente essiccati ed approntati. Poi si trasmetteva alla paglia e finalmente alle fascine e ai legni.



STANZA DA PRANZO

In fondo all'atrio solitamente si trovava il tablinum, ossia una stanza nella quale si ricevevano gli ospiti, affacciata con un lato sul peristilium, un giardino circondato da un colonnato sotto il quale c'erano le porte delle camere da letto (cubicula), ed al triclinium, la sala da pranzo.

In quest'ultima erano presenti dei letti in legno con decorazioni in bronzo, madreperla, pasta vitrea o argento, sui quali si mangiava distesi attingendo il cibo che era posato nei piatti su un tavolo centrale. Il tavolo era in pietra o marmo con zampi o animali di bronzo o pietra.
Non mancavano diversi tavolinetti con brocche e suppellettili e mobiletti tipo canterano bassi a quattro sportelli, e pure credenzine con un'alzata, cornici lavorate e due colonnine di legno scolpito, a volte con inserti di marmo, per contenere stoviglie e tovaglioli.

Nella stanza da pranzo i tavoli (mensae) potevano essere più di uno, ripiani di marmo poggiati su un piede di bronzo, o tavolini tondi in legno o bronzo con tre o quattro zampe. Le sedie erano di vari tipi tipi, come la sella, senza schienale, o la cathedra, sedia con schienale e braccioli, o la longa, sedia con un sedile lungo. I resti di cathedre con spalliera inclinata sono stati ritrovati nella sala di ricevimento del palazzo di Augusto. Però le sedie erano rare perchè i Romani sedevano di solito su dei banchi (scamna) o su sgabelli senza spalliera (subsellia) che portavano con sè. Tappeti, pellicce di animali, coperte, trapunte completavano l'arredamento, stesi sul letto o sulle sellae, oltre a tende di seta o damascate.



CAMERA DA LETTO

Nella camera da letto c'erano lettini ad una piazza (lectuli), perchè molte coppie vivevano in camere separate, o per i figli; vi erano poi quelli a due piazze per gli sposi che desideravano condividere il giaciglio (lectus genialis). I letti erano di solito a tre spalliere, e potevano essere in bronzo, più spesso in legno lavorato, con modanature, inserti in bronzo dorato o madreperla o pasta vitrea e zampi di animale, o in legni pregiati esotici che lucidati assumevano colorazioni diverse (lecti pavonini). Il letto all'epoca non era comodissimo, come usava del resto nelle nostre campagne fino alla prima metà del'900.

Su un telaio di legno poggiavano cinghie incrociate con sopra un materasso e un guanciale, con un'imbottitura di lana o piume di cigno, in altri casi di paglia. A Ercolano è stato trovato in una domus un materasso imbottito di foglie, forse per un'azione antiparassitaria. Il materasso veniva rivestito da due coperte, una per poggiarsi e l’altro per coprirsi. In epoca imperiale c'era il lenzuolo di cotone o lino sopra il materasso. Per ultimo un copriletto policromo e damascato, spesso a stisce, con azzurro rosso e giallo come colori predominanti.

Altri mobili della casa la cassapanca in legno con rivestimenti in bronzo o cuoio per le vesti e la biancheria. Esistevano anche gli armadi, non copiati da altri, perchè sono stati i Romani ad inventarli per primi, alti e con due sportelli in genere in legno traforato. Non si usavano per riporre biancheria o abiti ma per proteggere o contenere oggetti preziosi, o delicati, o di utilità. Poi stipi tipo credenze, tavoli e tavolinetti, tutto in legno lavorato, talvolta coi piani in marmi pregiati.

Sono state ritrovate anche delle cassaforti, casse voluminose di bronzo pesante con borchie, chiavi e chiavistelli, perchè già i Romani ne usavano per le porte di casa e per i negozi. Se ne sono scoperti di vari tipi durante gli scavi archeologici a Pompei ed altrove, con una tecnica ingegnosa, con chiavi maschio e chiavi femmine la cui mandata si serviva di molle. Possedevano anche congegni segreti, con cassetti invisibili o leve da spingere, o con doppifondi, come le scatole cinesi.
Non a caso i Romani per indicare la necessità di custodire un segreto dicevano: “sub clavi esse”, cioè essere sotto chiave. Proprio Giovenale, lamentandosi del caos cittadino, racconta che per guardarsi dai furti le porte erano chiuse con chiavi e chiavistelli e le finestre fermate la notte col catenaccio e quelle a piano terra erano munite di inferriate. Per cui una cassaforte era una precauzione in più.



LA VILLA SUBURBANA

Era lontana dalla città, in campagna o al mare, oppure in centri meno affannosi di Roma, infatti molti Romani avevano casa a Pompei, come luogo di villeggiatura, o lungo la costa tirrenica, o in campagna.

Manteneva la stessa struttura della domus cittadina, ma usufruendo di maggior terreno aveva giardini veramente sontuosi.
Ecco la descrizione che Plinio il giovane fa della sua villa di Laurento sulla costa del Lazio:
davanti alla domus “una piccola veranda, riparata da vetrate e da grondaie sporgenti... una bella sala da pranzo quasi lambita dalle ultime creste delle onde... un atrio da cui si scorgevano in lontananza boschi e montagne”; oltre a due salotti, una biblioteca semicircolare, con finestre assolate, una stanza da letto e parecchi locali per i domestici. Nell'ala di fronte vi era un altro salotto, un'altra sala da pranzo e poi un bagno, costituito da spogliatoio, frigidarium, tepidarium e calidarium. Sul terreno della villa una vasta piscina, uno spiazzo per il gioco della palla, un magazzino, un giardino, uno studio privato, una sala per i banchetti e una torre-osservatorio con due appartamenti e una sala da pranzo.

Diversa era la Villa Rustica, vera e propria casa colonica, anche se talvolta la villa era contemporaneamente per l'otium e la produzione agricola e pastorale.




L'INSULA

La maggioranza del popolo romano alloggiava in grandi casamenti a più piani che sorgevano nei quartieri popolari, dato l'alto costo del terreno, insomma nei palazzi. Le insulae erano sorte nel IV sec. a.C. con l'aumento della popolazione. Nel periodo imperiale queste costruzioni raggiungevano il settimo piano, spesso preda di incendi e continui crolli per cui Augusto proibì di elevare sopra i 20 m. Al piano terra si trovavano le tabernae, sopra gli appartamenti, spesso subaffittati.

In genere le insule appartenevano a un ricco proprietario che incaricava un "curatore di affari", un locatore che gli pagava una determinata cifra e riscuoteva poi gli affitti per proprio conto caricandosi della manutenzione e dei problemi relativi all'insula. Sembra che il proprietario si contentasse di una cifra equivalente all'affitto dei negozi e del primo piano, il piano nobile, il più lussuoso, lasciando il resto degli affitti all'incaricato.

Dal che derivava che si sfruttasse al massimo l'insula e i suoi abitanti con poca cura della manutenzione. L'incasso degli affitti era semestrale e gli sfratti immediati, per cui molta gente si trovava per strada all'improvviso.

Le pareti delle insule erano di mattoni crudi, con finestre e solai di legno. A causa di questo, oltre alle lampade e alle stufe per illuminare e riscaldare, queste case spesso prendevano fuoco, mietendo molte vittime. Sotto l'impero il legno fu sostituito con la pietra proprio per evitare gli incendi, oltre che per abbellire la città.

Molte insule avevano negozi a pianterreno, alcuni i balconi al secondo piano, in genere in legno ma anche in pietra, sostenuti oltre che dai travi, da ferri forgiati e lavorati in varie fogge. Non disponendo di un giardino nelle insule si ponevano piante e fiori alle finestre, sui balconi e pure sui tetti. Seneca scrisse: "Certi larghi tetti avevano persino arboscelli e alberi da frutto e viti e piante fronzute piantate in casse di terra”.
Alcune insule erano congiunte in alto a quelle di fronte con passaggi ad arco, che scavalcavano la strada e contenevano altre camere da affittare, oppure semplicemente ingrandivano un'abitazione.

Queste insulae riempivano la Nova via, il Clivus Victoriae sul Palatino e la Suburra, un quartiere rumoroso e pieno di postriboli, fra il Viminale e l'Esquilino. Qui abitavano i venditori dell'Emporium, i macellai del Macellum, i pescivendoli del Forum Piscatorium, i boari del Forum Boarium, i venditori di erbaggi del Forum Holitorium, gli operai delle fabbriche romane, i commessi e i piccolissimi impiegati.

Ma non dimentichiamo che Giulio Cesare, pur di famiglia nobile, era nato e vissuto per molti anni alla Suburra.

Mentre nelle insule più lussuose, il pianterreno era signorile e di un singolo locatario, nelle insule popolari il pianterreno era occupato da magazzini e botteghe, le tabernae, in cui gli inquilini lavoravano e vivevano, con una scala di legno che univa la bottega al piano di sopra. Solo le domus e le case signorili al pianterreno delle insulae avevano acqua corrente e bagni, dietro pagamento di un allacciamento privato.

Nei caseggiati poveri poteva esserci un recipiente apposito, se il proprietario aveva dato il consenso, collocato nel vano della scala, il dolium, dove gli inquilini svuotavano i loro vasi. Da Vespasiano in poi i commercianti di concimi acquistarono il diritto di svuotarli periodicamente.

Le insule al centro dell'urbe avevano un cortile con un giardino e una fontana per gli inquilini. Le persone più abbienti abitavano ai primi piani, i più cari, mentre le altre stavano ai piani più alti, scomodi per le lunghe scalinate e più pericolose per gli incendi. Avevano aperture verso l'esterno e, se costituita da una serie di edifici disposti a quadrilatero, si rivolgeva verso un cortile centrale, con porte, finestre e scale verso l'esterno e l'interno.

Il mobilio della casa plebea era semplice quanto quello della domus, variava solo la qualità: le cassepanche per conservare vestiti e oggetti, letti in legno o in mattoni e legno, spesso incassati nei muri, con cinghie incrociate su cui poggiavano materasso e guanciale, imbottiti di fieno e foglie di canna. C'era una coperta per sotto e una per sopra, e una trapunta per l'inverno. Altre volte, invece, ad adornarla c’erano una cassa per i denari e stoffe, una sedia e un vaso da notte. Per il resto della casa qualche sgabello e un tavolo, talvolta anche armadi. Le stanze da letto, con imposte cieche o spesso senza finestre, non erano decorate.




LE PICCOLE INSULE

Non si viveva solo nelle insulae, costruite quasi tutte durante l'Impero, ma la maggior parte del Popolo viveva in case con due o più raramente tre piani, destinando il piano terra generalmente, come nelle insule, alla conduzione di una o più attività commerciali, e gli altri ad abitazioni di una o due famiglie. Naturalmente più la zona era centrale più le insule erano alte perchè il terreno più caro. Il Palatino, il quartiere più lussuoso, aveva palazzi a cinque piani.



LA VILLA URBANA

Era la casa di campagna per il riposo o la villeggiatura, più sontuosa della domus, con numerosi porticati e file di colonne per le passeggiate al coperto. Dotata di triclini per l'estate, aperti, e per l'inverno, al chiuso, e di camere per il riposo diurno, cubicula diurna. C'era anche una stanza da studio, una piscina per il nuoto e un bagno fornito di calidarium, tepidarium e frigidarium come le grandi terme pubbliche. La villa era circondata da un terreno in parte ad orto e in parte a giardino, con fiori, piante rare, fontane, giochi d'acqua e statue.

L'atrio era normalmente quadrato e al suo centro si trovava l'impluvium dove erano raccolte le acque piovane da un apertura del tetto, compluvium, inclinata verso l'interno. Quest'acqua era poi convogliata in una cisterna sotterranea.
Nella parete dell'atrio direttamente di fronte all'ingresso si apriva una grande stanza, il tablinum, lo studio del padrone dove si conservavano gli archivi di famiglia. Aveva gli angoli delle pareti foggiate a pilastri e un'ampia finestra sul peristilium per luce e aria.

Ai lati dell'atrio si aprivano le alae, in genere stanze da letto. Attraverso un corridoio chiamato andron, dall'atrio si raggiungeva al peristilium, un giardino circondato su ogni lato da un portico, generalmente a due piani, sostenuto da colonne: con statue, fontane e ornamenti marmorei.

Qui si apriva l'exhedra, l'esedra, grande stanza aperta affrescata per ricevimenti e cene; poi c'era l'oecus, il triclinio più grande per i banchetti con gli ospiti di riguardo. Anche i cubicola padronali davano sul peristilio, più ampi e luminosi di quelli delle ali e pure decorati: il mosaico sul pavimento era bianco e nero, le pitture alle pareti diverse da quelle del resto della casa (a volte a sfondo sessuale per gli sposi) e il soffitto sopra il letto sempre a volta. La sala da pranzo, triclinum, era una stanza che dava sul peristilio con triclinii (tori o triclinia) con tre persone su ognuno.

Ad esempio la Villa dei Gordiani occupava grandi spazi nell'attuale quartiere prenestino, sulla via Preneste, sembra fosse dotata di grandi strutture abitative, 200 colonne, diverse basiliche, cisterne per l’acqua e terme private.



GLI HORTI

Erano abitazioni con enormi giardini e pure campi coltivati, costruite però entro la cerchia delle mura, ma in zone periferiche. Erano un luogo di piacere, in cui vivere isolati e nella tranquillità, ma senza allontanarsi troppo dalla città.

Il primo fu Lucullo, che odiava il chiasso e la calca, e quando i suoi ospiti videro le meraviglie della sua villa, anche se in zona periferica, cominciarono ad imitarlo.

La villa disponeva di boschetti, giardini con sentieri, vasi, fini separazioni in legno lavorato, disegni al suolo con sassi di fiume o mosaici, fontane innalzate o scavate a terra con pesci colorati, con zampilli incrociati e giochi d'acqua, siepi variamente tagliate ed elaborate, piante ed alberi esotici mescolati in modo da creare diverse sfumature e diversi colori, ruscelli, erbe profumate, orti e campi.

Tra il verde si trovavano spesso padiglioni per gli ospiti, lunghi porticati o passaggi sotterranei (come ancora se ne conservano sul Palatino) per passeggiare al riparo dal sole, terme con palestra, mosaici e vasche nonchè bagni, tempietti dedicati alle divinità, con statue e bassorilievi.

Sull'esempio di Lucullo, che si fece costruire gli Horti sul Pincio, seguì Sallustio, con gli splendidi Horti Sallustiani, tra il Quirinale, il Viminale e il Campo Marzio, in un terreno già appartenuto a Cesare. Creò i giardini più grandi e ricchi di Roma.

In epoca romana il settore orientale dell'Esquilino era caratterizzato da una successione di Horti, enormi ville dentro parchi monumentali, di proprietà delle più importanti famiglie romane, successivamente di proprietà imperiale.

La zona era adatta perchè queste residenze necessitavano di molta acqua, per i giardini e le fontane, e all'Esquilino arrivavano ben otto acquedotti. Queste residenze erano così belle che Lucrezio le chiamò "le tranquille dimore degli Dei".

Dei primi realizzati sull'Esquilino, gli Horti di Mecenate, rimane solo l'Auditorium di Mecenate su Via Merulana. Degli Horti Lamiani sappiamo che alcune sale erano rivestite da lamine di bronzo dorato con incastonate gemme di agata, ambra, cristallo di rocca, granati, e c'erano pavimenti fatti con marmi costosissimi, come l'alabastro.

Da qui proviene la statua bellissima della Venere esquilina. Una curiosità: sembra che in alcune fontane con pericolo di stagnazione si ponessero nell'acqua pepite d'argento che scongiuravano le muffe.

Nel XVII secolo sull'area degli Horti Lamiani fu costruita Villa Palombara, poi demolita per far posto a Piazza Vittorio. Degli Horti si scorgono ancora le mura romane con le insegne di Gaio Mario.

C'erano poi gli Horti Liciniani, nella zona nord-orientale dell'Esquilino, di proprietà dell'imperatore Licinio Gallieno: lo stesso dell'arco di Gallieno lì accanto. Da qui fu recuperato il grande mosaico pavimentale con scene di caccia nel sottopassaggio ferroviario vicino alla chiesa di Santa Sabina.

Era in ottimo stato di conservazione, ma è stato asportato solo per 3/5 perché il resto è rimasto sotto i binari ferroviari, che non potevano essere interrotti. Rimasto per decenni nei magazzini, è stato "riscoperto" da non molto e dal 1997 è esposto nella Centrale Montemartini.

Degli Horti liciniani resta il tempio di Minerva Medica, struttura a pianta dodecagonale con nicchie semicircolari sui lati, numerose finestre e una copertura a cupola di 25 metri di diametro; era rivestito di marmi, stucchi e mosaici.

LA VILLA RUSTICA

LA VILLA RUSTICA

Nei possedimenti di campagna i ricchi Romani avevano una fattoria con due cortili, cohortes, uno interno e l'altro esterno, con le vasche per abbeverare gli animali, lavare la lana, macerare il cuoio ed altri usi.
Intorno ad ogni cortile le stanze degli schiavi, una grande cucina e le stalle per buoi. Rivolti a nord, perché fossero freschi e asciutti, c'erano i granai, le stanze in cui era conservata la frutta e la cantina, cella vinaria. Annessa alla villa c'era l'aia, con i capanni per gli attrezzi.




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3 comment:

Anonimo ha detto...

mi sa tanto che erano più civili di oggi, bel sito, complimenti.

Anonimo ha detto...

Ottimo lavoro, soprattutto per la mole! Unica pecca: sintassi ed ortografia! Da rivedere e correggere...

Anonimo ha detto...

Siete bravi e il vostro lavoro è più che meritorio.
Non fate conto delle critiche troppo particolareggiate...
Sono uno scrittore di saggi e romanzi storici (il mio ultimo lavoro si intitola DIS MANIBVS, MEMORANDA Edizioni, Massa, 2014) e questo sito mi è stato d'aiuto più d'una volta.

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