I PORTICI DI ROMA





Il sistema del portico, passaggio colonnato e coperto che costeggiava una via, si sviluppò durante l'Impero, soprattutto nel principato di Augusto. Tutti i portici costruiti in questo periodo furono eretti nel Campo di Marte, eccetto il Portico di Livia sull'Esquilino. Naturalmente tutti i fori avevano poi i loro portici.

Durante i lavori per una fognatura lungo l'adiacente vicus Iugarius, tra l'area di S. Omobono e il Campidoglio, sono apparsi resti delle mura repubblicane, e tracce di una porta, certamente la porta Carmentalis, che sappiamo localizzata in questa zona.



PORTICO DI OTTAVIO

Il Portico dì Ottavio, nel Campo di Marte, fu costruito da M.Ottavio dopo una vittoria navale su Perseo, re di Macedonia.

Durante i lavori per una fognatura lungo l'adiacente vicus Iugarius, tra l'area di S. Omobono e il Campidoglio, sono apparsi resti delle mura repubblicane, e tracce di una porta, certamente la porta Carmentalis, che sappiamo localizzata in questa zona.



PORTICO TRIONFALE

Il portichetto repubblicano in peperino e travertino, ampi tratti del quale sono visibili accanto alle pendici del Campidoglio, non era altro probabilmente che una via coperta che collegava la zona del Portico di Ottavia con la Porta Carmentalis, e va forse identificata con la Porticus Triumphalis, percorsa dalle pompe trionfali, che, com'è noto da vari scrittori antichi, avevano inizio dal vicino Circo Flaminio.



PORTICO DI METELLO

Il Portico di Metello venne costruito nel 146 da Cecilio Metello dopo la vittoria campagna macedone.



PORTICO MINUCIA

Il porticus Minucia era una struttura quadrangolare che racchiudeva i templi dell'area sacra di Largo Argentina a Roma, situati nel campo Marzio. Ben due portici si chiamarono così. Il primo è il Porticus Minucia Vetus, costruito nel 107 a.c. da Marco Minucio Rufo, discendente di Minucio Augurino titolare della colonna Minucia, in seguito al suo trionfo sulla popolazione trace degli Scurdisci.

Il secondo era il Porticus Minucia Frumentaria, dove si facevano le elargizioni di frumento alla popolazione, in realtà un raddoppiamento della Vetus, effettuato probabilmante all'epoca di Claudio, nella I metà del I secolo d.c. In quell'epoca il portico arrivò a comprendere al suo interno anche il tempio delle Ninfe, in via delle Botteghe Oscure, e divenne il centro amministrativo di controllo e distribuzione di grano alla plebe.

Grazie a un frammento della Forma Urbis severiana si sono potuti identificare con certezza i resti ad est di Largo Argentina con il Porticus Minucia. La pavimentazione del portico Vetus venne estesa a tutta l'area, confermando la datazione dei quattro templi del Largo Argentina, essendo le fondazioni di tre di essi al di sotto (quindi più antichi) e uno solo (il tempio B) successivo. Inoltre una menzione nel calendario di Preneste di un tempio dei Lari Permarini posto nella Porticus Minucia, ha permesso di identificare con sicurezza almeno uno dei quattro templi (il tempio D).



PORTICO DI OTTAVIA

Il Portico di Ottavia nella parte meridionale del Campo di Marte, tra il Circo Flaminio e il Teatro di Marcello, fu fatto costruire nel 32 a.c da Augusto sul luogo in cui fece abbattere il Portico di Metello per dedicarlo alla sorella Ottavia. Il portico conteneva una biblioteca e una sala di riunione.

Nello stesso periodo al portico si aggiunsero i due templi di Giove di Giunone. Il complesso divenne di 130 m di lunghezza e 110 di larghezza e comprendeva due parti: uno spiazzo in cui si trovavano i due templi ed il portico che ne costituiva la delimitazione in conci rivestiti di marmo prezioso, adorno di una duplice fila di colonne. Oltre ai due templi vi si trovava una biblioteca e una sala curia, di solito usta per le riunioni del Senato.

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PORTICO MAXIMO

Tra il Teatro di Pompeo ed il Circo di Flaminio, si scopre il Portico Maximæ, di cui si indovina il tetto blu di fianco al Teatro di Pompeo e che copre una buona parte della via pubblica.

PORTICO DI VIPSANIA

Erano dei portici fatti edificare dalla sorella di Marco Vipsanio Agrippa, Polla, e poi terminati da Augusto. Si trovavano nella VII regio augustea alle pendici del Pincio, lungo le arcate dell'Acqua Virgo.

Si estendeva lungo il lato est della via Lata, che occupava la parte occidentale dell'Agrippae Campus. Il suo giardino era ricco di allori, e accoglieva distaccamenti dell'esercito illirico lì accampati dal 69 dc. Nel Portico di Vipsania si trovava esposta al pubblico la monumentale carta del mondo eseguita per volontà di Agrippa.

Come costruzione somigliava alla Saepta posta sul lato esterno della via Lata, un po 'più a sud, ma subì diverse modifiche più tardi, infatti parte dei resti risalgono al periodo dei Flavi. Durante il II sec. gli spazi tra le colonne, intercolumni, furono chiusi con muri di mattoni a vista. Nel IV secolo il suo nome fu corrotto in porticus Gypsiani.

In vari punti dell'area si sono rinvenuti parti delle arcate semicircolari, con pilastri in travertino e lesene, con capitelli dorici, una pavimentazione in travertino e colonne di cipollino con capitelli corinzi. Probabilmente si tratta dei resti scoperti durante la costruzione della Galleria Sciarra.



PORTICO DELLA SAEPTA JULIA

I Saepta Iulia (o Julia), noti in seguito come Septa, erano un edificio costruito nel Campo Marzio e citato nell'epigramma 21 di Marziale. Erano posti fra via del Seminario, via di S. Ignazio, Corso Vittorio Emanuele, via dei Cestari e via della Minerva.

Gaio Giulio Cesare aveva intenzione di costruire i Saepta come recinto elettorale al Campo Marzio, in sostituzione del più antico Ovile; sarebbe dovuto essere in marmo e circondato da un portico lungo un miglio. Non si sa se fu Cesare a iniziare i lavori, si sa invece che fu Marco Vipsanio Agrippa a completare e a dedicare i Saepta nel 26 a.c., con il denaro proveniente dalle campagne militari in Illirico. Dopo un incendio, Domiziano li restaurò (80).

Agrippa volle che il complesso prendesse il nome di Iulia in onore della gens Iulia cui appartenevano sia Cesare che Augusto; malgrado ciò, il complesso veniva comunemente chiamato Saepta, anche se le denominazioni alternative di porticus saeptorum e saepta Agrippiniana, sono attestate, come pure la conservazione dell'uso del nome di ovile.
Nel Saepta Julia si tenevano rappresentazioni teatrali, audizioni, mostre, combattimenti di gladiatori. Questi portici in genere occupavano uno spazio rettangolare, chiuso da una o più file di arcate; al centro vi erano giardini con cascate, statue, spesso anche templi. Per le opere d'arte esposte al pubblico spesso erano veri e propri musei.



PORTICO ABSIDATO

Il Porticus absidatus era un portico di Roma ricordato nei Cataloghi regionari dell'epoca di Costantino. La sua individuazione non è certa, ma si è supposto che fosse la grande esedra a ferro di cavallo alle spalle del muro perimetrale del Foro Transitorio, collocata in posizione concava rispetto al foro stesso, dotata di un lungo e ombroso colonnato.



PORTICUS AEMILIA

La Porticus Aemilia era un portico commerciale di Roma antica utilizzato come magazzino e situato all'Emporium, il porto fluviale cittadino a sud dell'Aventino, un vasto complesso di magazzini demaniali che dà l'idea dell'imponenza dei commerci che Roma gestiva nel Mediterraneo.
I suoi resti si trovano oggi tra via Beniamino Franklin e via Marmorata. Alcuni muri superstiti, in opera incerta di tufo, sono tutt'ora visibili in via Branca, in via Rubattino e in via Florio.

La porticus venne edificata nel 193 a.c. dai consoli Lucio Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo della Gens Aemilia, gaià costruttrice della bellissima Basilica Aemilia, e venne completata nel 174 a.c. L'edificio era molto grande, lungo ben 487 m, largo 60 e suddiviso in più ambienti da 294 pilastri, che creavano sette file (nel senso della profondità) e 50 navate, ciascuna coperta da un serie di volticelle sovrapposte e larghe 8,30 m, per una superficie coperta di 25000 mq.

L'edificio era in strettissima relazione col porto dell'Urbe, distante circa 90 m dal fiume e qui venivano immagazzinate le merci scaricate dalle imbarcazioni che rifornivano tutta la città. A livello architettonico la tipologia di edifici utilitari rientrava in un campo molto ambito dagli architetti romani poiché potevano largamente sperimentare i materiali da costruzione scoprendone nuove applicazioni. In epoca traianea o più tarda altri edifici si interposero tra il fiume e la porticus.

L'edificio si estendeva tra l'odierna via Marmorata e via B. Franklin, digradando verso il fiume in quattro "navate" longitudinali, così che ognuna di esse potesse prendere luce da aperture poste al di sopra del corpo antistante. Nulla resta dei moli e delle scale verso il fiume di età repubblicana, imputabili, secondo Livio, agli stessi censori impegnati nei restauri del 174 e radicalmente trasformati in età traianea.

Gli ambienti visibili sull'argine del fiume, alte circa 4 m, costituivano l'argine e il corpo più avanzato della città annonaria, l' Emporium vero e proprio. In seguito tutta la pianura del Testaccio, man mano che crescevano i bisogni della città, si andò riempiendo di magazzini annonari.

Quando, a partire dai Gracchi, ebbero inizio le distribuzioni gratuite di grano ed altri generi alimentari alla popolazione, fu necessario costruire altri magazzini: sorsero così gli Horrea Sempronia, Galbana, Lolliana, Seiana, Aniciana, dai nomi dei consoli in carica al momento della costruzione o dal nome dei proprietari o del costruttore.

Tra questi si ricordano gli Horrea Galbana (o Sulpicia), sorti sulla proprietà della famiglia dei Sulpici. L'edificio, costruito interamente in reticolato di tufo, era organizzato intorno a tre grandi cortili rettangolari e porticati alle spalle della Porticus Aemilia, allungandosi fino a via Galvani. L'edificio fu restaurato dall'imperatore Galba ma la fase originaria può essere datata intorno al 100 a.c., come testimonia il sepolcro del console Sergio Sulpicio Galba.



PORTICO DI CAIO E LUCIO CESARI

I resti dell'Arco di Gaio e Lucio Cesari si trovano nel Foro Romano, a Roma. Si trattava di un piccolo portico che metteva in comunicazione il tempio del Divo Giulio con la basilica Emilia. L'arco venne eretto da Augusto per necessità propagandistiche e dinastiche, in quanto era dedicato ai due nipoti del principe Gaio e Lucio Cesare, che avrebbero docuto succedergli, ma entrambi morirono prematuramente. L'arco, che è andato perduto in epoca imprecisata, si trovava posto simmetricamente all'Arco di Augusto.



PORTICO DI LIVIA

Il portico di Livia, porticus Liviae, era un portico edificato da Augusto in onore della moglie Livia Drusilla. Nel 15 a.c. Augusto diede inizio alla costruzione del portico sulla casa di Publio Vedio Pollione, un ricco liberto suo consigliere di cui aveva ereditato i beni. I lavori terminarono nel 7 a.c., quando il complesso fu dedicato da Livia e dal figlio Tiberio in occasione del trionfo di questi.

Il portico era situato sul versante settentrionale del colle Oppio, a sud del clivus Suburanus, nella zona compresa tra questa strada e le posteriori terme di Traiano. Il portico era rettangolare, lungo 115 m e largo 75 m, con un muro esterno e una doppia fila di colonne all'interno. Ciascuno dei lati lunghi aveva tre nicchie, una quadrata le altre due semicircolari; un'abside semicircolare si apriva sul lato meridionale, mentre l'ingresso era sul lato settentrionale, dove una scalinata larga 20 m portava al clivo Suburano. Al centro era eretta una struttura, identificabile con una fontana o, forse, con l'altare della Concordia eretto da Livia.

Il portico era magnifico e popolare, il più importante della città dopo quelli del Campo Marzio. Era ancora menzionato nella Notitia (Regio III). Nel 1984 degli scavi hanno riportato alla luce resti del piano di calpestio pre- e post-intervento augusteo: il portico era ancora in uso nel V sec., mentre nel VI sec. fu usato per le sepolture.



PORTICO DEGLI DEI CONSENTI

Il Portico degli Dei Consenti (Porticus deorum consentium) è un portico situato nel Foro Romano, nei pressi del Tabularium.

Varrone ricorda come nel Foro erano erette 12 statue di Dei consentes, sei Dei e sei Dee, versione romana dei dodekatheon ("dodici dei") greci, ma anche degli Dei consentes etruschi. Gli Dei erano Giove-Giunone, Nettuno-Minerva, Apollo-Diana, Marte-Venere, Vulcano-Vesta, Mercurio-Cerere.

Nel 1834 venne scoperto alle pendici del Campidoglio, vicino al tempio di Saturno, un edificio di otto vani con pareti in mattoni disposti lungo due lati, a angolo ottuso, preceduto dai resti di un portico colonnato. Il colonnato venne rialzato e restaurato nel 1858, sostituendo le colonne mancanti con fusti di travertino. Probabilmente in sei di questi ambienti erano ospitate le statue degli Dei a coppia.

Un'iscrizione sull'architrave, con la dedica agli Dei Consenti dal praefectus urbi Vettio Agorio Pretestato in occasione del restauro del 367 d.c., l'ultimo intervento pubblico in Roma riguardante il culto pagano, riporta:

"Deorum consentium sacrosancta simulacra cum omni loci totius adornatione cultu in formam antiquam restituto
Vettius Praetextatus, vir clarissimus, praefectus urbi reposuit
curante Longeio vir clarissimus, consulari"

Il portico venne costruito probabilmente nel III o II sec. a.c., ma la sua forma attuale risale probabilmene ad una ricostruzione dell'epoca flavia. Con il restauro del 367 si era voluto lasciare una testimonianza in favore del paganesimo in un'epoca in cui il Cristianesimo era ormai dominante.
E' costituito da due ali di colonne in stile corinzio congiungentisi ad angolo ottuso che sorreggono un architrave. Le colonne di cipollino hanno le baccellature riempite con bastoncini, le liste tra le baccellature sono ornate similmente. I capitelli hanno trofei sui lati: l'esemplare meglio conservato si trova nel Tabulario Capitolino. Almeno le taverne, l'architrave e i capitelli appartengono allo stadio dell'epoca flavia, nonostante l'iscrizione del IV sec.

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PORTICO DI POMPEO

I resti del teatro di Pompeo e del grande portico retrostante la scena sono quasi completamente scomparsi sotto le costruzioni che già in epoca medievale li utilizzarono come fondazione. Pompeo, avvalendosi della carica di console, costruì nel 55 a.c su un altopodio, un tempio dedicato a Venere Vincitrice e nell'area antistante una gradinata a forma di esedra dal diametro di 150 m. Questa cavea era delimitata da una scena monumentale lunga 90 m decorata con nicchie e absidi.

Secondo la tradizione, Pompeo fece anche costruire un doppio portico di 180 x 35 m, ornato di sculture e marmi preziosi, affinché vi si potessero rifugiare gli spettatori in caso di pioggia o vi trovassero sollievo fra il verde dei giardini. Il Portico di Pompeo fu il più importante di quelli esistenti in età repubblicana, in grado di rivaleggiare per lusso con i fastosi portici orientali. L'edificio era di forma rettangolare con al centro un vasto spiazzo aperto, abbellito da alberi, circondato da un colonnato. Ogni portico aveva ore di particolare affluenza: nel pomeriggio era preferito il Portico di Vipsania nel Campo di Marte, ma se era troppo caldo era preferibile il Portico di Pompeo per la freschezza delle fontane.

Il complesso monumentale fu più volte restaurato e mantenuto costantemente agibile. Tra gli ambienti del portico vi era una sala adibita a "curia" dove si poteva riunire il senato di Roma e dove, all'inizio di marzo del 44 a.c, i settanta congiurati uccisero Cesare.


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