FESTA DI FORS FORTUNA (24 Giugno)





 « ...nam si a me regnum Fortuna atque opes eripere quivit, at virtutem non quiit. »
« ...di regno e di ricchezze la Fortuna poté privarmi, non del mio valore »
(Accio 170-84, Telefo, framm. 625)

Fortuna era una antica divinità italica, più tardi identificata con la greca Dea Tiche, il cui culto era praticato anche presso i Romani. Servio Tullio, (... – Roma, 539 a.c.) il sesto re di Roma, che le era particolarmente devoto, dedicò alla Dea ben 26 templi nell'Urbe, ciascuno dedicato ad una sua particolare valenza.

Il 24 giugno si svolgeva la festa in onore di Fors Fortuna. Fors non era il Dio maschile equivalente alla Dea Fortuna, come alcuni hanno interpretato, anche perchè molte fonti latine attestano sulla riva destra del Tevere il culto della Dea Fortuna, la forte, "Fors, huius aedes Transtiberim est", che veniva praticato in due templi a lei dedicati. Ne sono noti però altri tre templi: uno a Pietra Papa, uno al complesso arvalico della Magliana e uno agli Orti di Cesare. Un santuario di Fors Fortuna era inoltre posto al primo miglio della via Campana.


DEA FORTUNA
La Dea Fortuna aveva diverse valenze:
- la Fortuna Primigenia o Pubblica veniva festeggiata il 5 aprile e il 25 maggio;
- la Fortuna virilis festeggiata l’11 giugno in un tempio al Foro Boario;
- la Fortuna Muliebris venne eretto sulla Via Latina nel 487 a.c., quando Coriolano, persuaso dalle sue donne, si ritirò dalla battaglia contro Roma;
- la Fortuna Huiusce Diei, la fortuna del presente;
- la Fortuna Redux, per il ritiro di Augusto sano e salvo con le sue truppe dalle province il 19 a.c., che divenne così la Fortuna che riporta in patria i reduci dei combattimenti;
- la Fortuna Dubia, soprattutto quando è dubbio l'esito di una battaglia;
- la Fortuna Stata, cioè costante, quella che non tradisce la sua protezione;
- la Fortuna Averrunca, colei che allontana le sciagure; 
- la Fortuna Comes, colei che accompagna nel viaggio allontanandone i pericoli. 

A Preneste, presso il grande tempio della Fortuna Primigenia, come testimonia Cicerone, la Dea era rappresentata nell’atto di allattare Giove e a Giunone bambini; quindi Dea Grande Madre che divenne però, una volta spodestata, figlia dello stesso Giove. 

Ella era festeggiata l’11 e il 12 aprile e nel suo tempio i pronunciavano vaticini (le sortes Praenestinae). I suoi attributi erano il timone, il globo, la ruota, la cornucopia, talvolta il caduceo.

Il 24 giugno, giorno del solstizio d'estate, però in particolare si festeggiava la Grande Dea, la Fors Fortuna, la Dea forte, madre di tutti ma soprattutto della povera gente, che si recava nei templi a invocare la Dea come oggi si prega la Madonna.

La Dea Forte alla cui potenza nessuno poteva opporsi, veniva festeggiata tutta la notte bevendo e divertendosi, soprattutto sul Tevere con barche inghirlandate di fiori, dove durante la notte ci si poteva appartare, sulle coste del Tevere a fare l'amore sotto gli alberi.

Il solstizio d'estate segna l’inizio del periodo estivo nel nostro emisfero, quello settentrionale, determinando il giorno di più lunga durata durante l'intero anno solare. L'estate qui iniziata durerà fino al 23 settembre, data dell’equinozio d’autunno, che per l'appunto segnerà l'inizio dell'autunno.

Secondo Vittorio Lanternari (Antropologia religiosa, Etnologia, storia, folklore, Edizioni Dedalo, Bari, 1997), ma pure secondo tanti altri,  questi festeggiamenti sarebbero poi passati alla festa cristiana di S.Giovanni, visto che la Dea era patrona dei culti agrari e quindi della raccolta del grano che si svolgeva in questi giorni, cioè alla fine di giugno.

Nel rito più arcaico, essendo la Dea simbolo della Natura e quindi della proliferazione, durante la notte si accendevano i falò nella campagna e a quella suggestiva luce le sacerdotesse si accoppiavano, imitate dalle coppiette dei contadini. Era una generale esplosione di sesso, incentivata dalla lauta cena e dal buon vino, accompagnati da musica e danze. 

In molti luoghi d'Europa e altrove si festeggiava il culto più antico della terra, quello del Solstizio d'Estate, quando i contadini raccolgono il frutto del loro lavoro e festeggiano l'estate che muore nei campi dorati dalle spighe recise che giacciono in terra sotto il sole cocente.


Gli accoppiamenti duravano tutta la notte e la campagna, che ormai aveva mietuto i suoi campi, si illuminava di fuochi scoppiettanti senza pericolo. Tutto ciò decadde quando venne tolta l'autonomia femminile, cioè già in epoca romana repubblicana, ma nelle campagne perdurò nei secoli, con grande scorno della chiesa cristiana che sessuofoba e misogina, cercò di evitare il rito in tutti i modi, fino a ricorrere alla condanna di stregoneria e a porre le disgraziate sui roghi.

Infatti in diversi paesi, soprattutto del Lazio, quella festa diventò la festa dei roghi delle streghe, con fantocci di paglia che venivano e vengono ancora bruciati nelle campagne. La Chiesa cattolica cambiò la festa trasformandola in quella di S. Giovanni, che si trasformò infatti nella Notte delle Streghe.



Durante la notte tra il 23 e 24 giugno, giorno in cui si festeggia San Giovanni Battista, si credeva, o almeno la chiesa aveva fatto credere, che le streghe si dessero appuntamento nei pressi della basilica di San Giovanni a Roma per un grande Sabba e andassero in giro per la città a catturare le anime. Le streghe venivano chiamate a raccolta dai fantasmi di Erodiade e Salomè, ormai anime dannate per aver causato la decapitazione di san Giovanni, il precursore del Cristo.

Così la festa orgiastica divenne festa puritana e punitiva nei confronti del sesso e soprattutto delle donne, torturate e bruciate vive, soprattutto nel 1500 con l'inizio della Santa Inquisizione che di santo non aveva nulla.


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