PETRONIUS ARBITER




Nome originale: Gaius Petronius Arbiter
Nascita: 14 d.c.
Morte: Cuma, 66 d.c.















"Non bisogna fidarsi troppo dei piani prestabiliti, perché la fortuna segue una sua logica, che è ben lungi dal coincidere con la nostra" (Petronio)
Gaius Petronius, nato non si sa quando, morto nel 66 d.c, fu scrittore e poeta latino di raffinata eleganza ed ironia, che molto ha aiutato a capire dei veri valori e dei falsi moralismi del suo tempo. Sembra fosse un uomo molto ricco, e nel suo famoso romanzo più di una volta l'arbiter elegantiarum utilizza la cifra di trenta milioni di sesterzi per indicare un patrimonio cospicuo, e può darsi che facesse un implicito riferimento a se stesso.

Non sappiamo se Tacito conoscesse direttamente il romanzo; se lo conosceva, forse ne ha tenuto conto nella sua descrizione di Petronio, ma non sarebbe stao appropriato nè decoroso citare nella sua severa opera storica un testo così eccentrico e scandaloso. Certe descrizioni dell'ambiente del Satyricon potrebbero alludere all’ambiente neroniano, e il gusto di Petronio per la vita dei bassi fondi può avere una complicità con i gusti dell’imperatore.

Anche se non s’interessò di politica e non aspirò ad onori, Petronio un uomo di potere, infatti fu proconsole in Bitinia e "consul suffectus" nel 62; ma ciò che lo faceva apprezzare da Nerone era la sua raffinatezza, il gusto estetico. Viveva a corte da gran signore, dormiva di giorno e dedicava la notte ai piaceri e al raro lavoro, che del resto non amava, amando invece il lusso e l’eleganza, ma anche i vizi.



IL CARATTERE


Gli studiosi sono oggi concordi nel datare il Satyricon al I secolo d.c. e di attrubuirne la paternità a Petronio, colui che Tacito citò negli Annales come "Petronius elegantiae arbiter", uomo colto, raffinato, piacevole, spiritoso e gaudente che proprio grazie a queste sue doti fu uno dei pochi intimi di Nerone. Abbiamo di lui notizie da Tacito, nei suoi Annali parla di tal Caius Petronius, ma non lo cita come autore del Satyricon:

"Soleva egli trascorrere il giorno dormendo, la notte negli affari o negli svaghi; la vita sfaccendata gli aveva dato fama, come ad altri l'acquista un'operosità solerte; e lo si giudicava non un gaudente e uno scialacquatore, come la maggior parte di coloro che dilapidano il loro patrimonio, ma un uomo di lusso raffinato. Le sue parole e le sue azioni, quanto più erano libere da convenzioni e ostentavano una certa sprezzatura, tanto maggior simpatia acquistavano con la loro parvenza di naturalezza. Come proconsole in Bitinia tuttavia, e poi come console, egli seppe mostrarsi energico e all'altezza dei suoi compiti. Tornato poi alle sue viziose abitudini (o erano forse simulazione di vizi?) venne accolto tra i pochi intimi di Nerone, come maestro di raffinatezze, nulla stimando Nerone divertente o voluttoso, nello sfarzo della sua corte, se non avesse prima ottenuto l'approvazione di Petronio. Di qui l'odio di Tigellino, che in Petronio vedeva un rivale a lui anteposto per la consumata esperienza dei piaceri. Egli si volge quindi a eccitare la crudeltà del principe, di fronte alla quale ogni altra passione cedeva; accusa Petronio di amicizia con Scevino, dopo aver indotto con denaro un servo a denunciarlo, e avergli tolto ogni mezzo di difesa col trarre in arresto la maggior parte dei suoi schiavi"

Ne lasciò anche la descrizione della sua morte:
"In quei giorni Nerone si era spinto in Campania, e Petronio, spintosi fino a Cuma, venne qui trattenuto. Egli non sopportò di restare oltre sospeso tra la speranza e il timore; non volle tuttavia rinunciare precipitosamente alla vita; si tagliò le vene e poi le fasciò, come il capriccio gli suggeriva, aprendosele poi nuovamente e intrattenendo gli amici su temi non certo severi o tali che potessero acquistargli fama di rigida fermezza. A sua volta li ascoltava dire non teorie sull'immortalità dell'anima o massime di filosofi, ma poesie leggere e versi d'amore. Quanto agli schiavi, ad alcuni fece distribuire doni, ad altri frustate. Andò a pranzo e si assopì, volendo che la sua morte, pur imposta, avesse l'apparenza di un fortuito trapasso. Al testamento non aggiunse, come la maggior parte dei condannati, codicilli adulatori per Nerone o Tigellino e alcun altro potente; fece invece una particolareggiata narrazione delle scandalose nefandezze del principe, citando i nomi dei suoi amanti, delle sue donnacce e la singolarità delle sue perversioni: poi, sigillatolo, lo inviò a Nerone. Spezzò quindi il sigillo, per evitare che servisse a rovinare altre persone."

Poche altre notizie aveva dato in precedenza Plinio il Vecchio, per il quale "il consolare Tito Petronio, in punto di morte, per odio di Nerone spezzò una tazza marina che gli era costata 300.000 sesterzi, per evitare che la ereditasse la mensa imperiale», mentre Plutarco riferisce da Tacito la notizia del testamento di Petronio indirizzato a Nerone, nel quale rinfacciava "ai dissoluti e agli scialacquatori grettezza e sudiciume, come Tito Petronio fece con Nerone".
La discordanza dei praenomen, Gaius (C.) in Tacito e Titus in Plinio e Plutarco, a favore del Titus, ritenendo il Gaius un errore di amanuense. Il Rose, in particolare, ritiene di identificare nello scrittore il Titus Petronius Niger che fu console suffetto nell'anno, ma non si può escludere che il suo nome fosse Gaius Titus Petronius.
Né Tacito, però, né Plinio e Plutarco identificano il personaggio condannato da Nerone con l'autore del Satyricon: lo supposero però l'umanista Giuseppe Giusto Scaligero verso il 1570 e il tipografo e libraio di Orléans Mamert Patisson nel 1575, perchè l'Arbiter citato come autore del libro richiama l'arbiter elegantiae di Petronio, e perchè l'autore aveva consuetudine con la Campania, così ben descritta nel libro, essendo morto nella sua villa che possedeva a Cuma, e perchè alcuni personaggi citati, come il cantante Apellete, il citareda Menecrate e il gladiatore Petraite, sono personaggi realmente vissuti nella prima metà del I sec.; e perchè l'epoca descritta richiama proprio il I sec. d.c.



SATYRICON

Il libro Satyricon, a cui si ispirò il bellissimo film di Fellini, è un poema narrativo di un’opera in prosa ben più vasta. Ci è pervenuto per intero il libro XV e parti dei libri XIV e XVI. La prima ristampa integrale pervenutaci di tutti i frammenti del Satyricon è del 1669. Sappiamo però che parti dell’opera erano conosciute nel 1420 grazie al lavoro di Poggio Bracciolini, che ne aveva rinvenuto varie parti sparse per l’Europa. Nel 1423 Bracciolini ritrovò a Colonia l’episodio centrale dell’opera, la famosa Cena Trimalchionis, il XV libro di Petronio Arbitro.

Il protagonista del romanzo è Encolpio, che in prima persona racconta le avventure di un viaggio fatto nel sud del territorio italico assieme all’amante Gitone e al giovane Ascilto.
Tra le molte vicende, i tre amici vengono invitati a un banchetto a casa del liberto arricchito Trimalcione, dove troveranno altri personaggi dello stesso rango sociale e della stessa rozzezza del padrone di casa.

Ed ecco il suo incipit:

"Ma sono di questo genere, proprio, per me, quelle Furie che agitano quelli che declamano, quando proclamano: "Queste mie ferite le ho subite per la libertà della repubblica, questo mio occhio l'ho perduto per voi. Datemi una guida, che mi guidi dai miei figli, che ci ho i tendini tagliati, che non mi tengono su il corpo". Che sono cose che si potrebbero sopportare, se ci potessero aprire una via, per quelli che si avviano verso l'eloquenza. Ma con dei contenuti tanto sballati, con delle frasi che fanno tanto chiasso per così niente, ci guadagnano soltanto questo, quelli, che ci arrivano nei tribunali, che si trovano come sbarcati sopra un altro pianeta."

E degli estratti dalla Cena Trimalchionis:

"Noi eravamo ormai giunti al triclinio, nella cui anticamera un cassiere ritirava i conti. E, cosa che mi lasciò particolarmente sorpreso, agli stipiti del triclinio erano affissi fasci con scuri, che terminavano in fondo con una specie di rostro navale in bronzo, su cui stava scritto:
"A C. Pompeo Trimalcione, seviro augustale, Cinnamo tesoriere"
Con sopra la medesima dedica, pendeva dal soffitto anche una lampada a due becchi, e all'uno e all'altro stipite erano infisse due tavole, di cui l'una, se ben ricordo, aveva questa scritta:
"L'antivigilia e la vigilia di gennaio il nostro C. è fuori a cena"
l'altra tavola illustrava il corso della luna e delle immagini dei sette pianeti; e come fossero i giorni, se buoni o se cattivi, e c'era una borchia distintiva ad indicarlo.
Pieni di tali meraviglie, ci disponiamo a entrare nel triclinio.

Così finalmente ci mettemmo a tavola, con valletti di Alessandria che versavano acqua ghiaccia sulle mani, e altri che li rimpiazzavano ai piedi e con estrema precisione toglievano le pipite.
E neppure questo servizio così ingrato li faceva star zitti, ma in quel mentre cantavano.
Io volli provare se tutta la servitù cantava e chiesi allora da bere.
Lì pronto mi secondò un valletto con un gorgheggio non meno stridulo, e così ogni altro a pregarlo di qualcosa.
Sembrava un coro di pantomima, non il triclinio di un padre di famiglia.
Fu servito comunque un antipasto di gran classe, che tutti ormai erano a tavola, all'infuori di lui, Trimalcione, al quale in nuova usanza era riservato il primo posto.
Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinello in corinzio con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere nell'altra.
Ricoprivano l'asinello due piatti, su cui in margine stava scritto il nome di Trimalcione e il peso dell'argento. E vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri cosparsi di miele e papavero.
E c'erano dei salsicciotti a sfrigolare su una graticola d'argento, e sotto la graticola susine di Siria con chicchi di melagrana.

Si era alle prese con tali delizie, quando lui, Trimalcione, giunse lì trasportato a suon di musica, e, come lo ebbero deposto tra guanciali minuscoli, chi fu colto alla sprovvista non si tenne dal ridere.
Da un mantello scarlatto lasciava infatti sbucare la testa rapata, e intorno al collo, rinfagottato dall'abito, si era messo un tovagliolo con liste di porpora e frange spenzolanti qua e là.
Aveva poi nel dito mignolo della mano sinistra un grosso anello placcato d'oro, e nell'ultima, falange del dito seguente un anello più piccolo, d'oro massiccio, avrei detto, ma certo con sopra saldate come delle stelle in ferro. E, per non far mostra di quei preziosi soltanto, mise a nudo il braccio destro, che era adorno di un'armilla d'oro e di un cerchio d'avorio con una lamina luccicante all'intorno.

Quindi, scandagliati i denti con uno stecchino d'argento, "Amici," disse "ancora non mi era a grado venire nel triclinio, ma, per non farvi in mia assenza aspettar troppo, sacrificai tutto quanto mi piace. Permetterete comunque che si finisca la partita".

Lo seguiva un valletto con una scacchiera di terebinto e dadi di cristallo, e notai in proposito un particolare estremamente raffinato, che invece di pedine bianche e nere si usavano monete d'oro e d'argento.

Intanto, mentre lui tra una mossa e l'altra dava fondo al vocabolario dei carrettieri, dinanzi a noi, che eravamo ancora all'antipasto, fu collocato un vassoio con sopra una cesta, in cui c'era una gallina di legno con l'ali aperte a cerchio, come stanno di abitudine quando covano.
Si accostano suubito due schiavi, che in un concerto assordante prendono a frugare tra la paglia e tiratene fuori uova di pavone su uova, le dividono tra i convitati.

A questo colpo di scena, Trimalcione volge il capo, e "Amici," dice, "uova di pavone ho fatto mettere sotto la gallina. Ma ho paura, per bacco, che ci sia già la famiglia! Ad ogni modo, proviamo se sono ancora da bere. Si, si possono bere."

Riceviamo dei cucchiaini da mezza libra almeno e rompiamo quelle uova rivestite di pasta frolla. Io però fui a un pelo dal gettar via la mia porzione, ché in effetto mi pareva ci fosse già il pulcino.
Ma poi, quanto sento da un commensale di vecchia data "Qui dev'esserci qualcosa di buono", frugo con la mano dentro il guscio e trovo immerso nel tuorlo pepato un beccafico bello grasso.

Già Trimalcione, interrotta la partita, si era fatto anche lui servir di tutto, invitandoci a gran voce, se qualcuno ne aveva voglia, a prendere di nuovo vin melato, allorché parte dall'orchestra un segnale e il coro cantando toglie via sul momento gli antipasti.
Nella confusione che segue un piatto viene a cadere e un valletto lo raccoglie da terra, ma se ne accorge Trimalcione, che fa prendere a schiaffi il valletto e gli fa gettare giù il piatto un'altra volta.

Giunge pronto un cameriere e si mette a spazzare il piatto d'argento con le altre immondizie.
Entrano poi subito due Etiopi ben chiomati con certi otri minuscoli, sul tipo di quelli che servono nell'anfiteatro a innaffiare l'arena, e ci versano vino sulle mani. Che d'acqua nessuno ne offriva.

Complimentato per tanto buon gusto, "Marte" risponde il padrone "vuole tutti alla pari. Per questo ho disposto che a ciascuno fosse riservato un tavolo personale. E così anche gli schiavi puzzoni ci terranno meno caldo con il loro pigia pigia."
Arrivano all'istante delle anfore di cristallo accuratamente sigillate, che portano attaccate al collo etichette con la scritta: "Falerno Opimiano di cent'anni"

Mentre noi ci leggiamo tali scritte, Trimalcione batte le mani l'una con l'altra, e "Ahi," esclama "dunque il vino vive più a lungo dell'ometto! Ma allora facciamo le spugne. È vita il vino. E questo che offro è Opimiano garantito. Ieri non ne ho servito di così buono, e sì che le persone a cena erano di molto più riguardo."
Mentre noi dunque si beve, tutti in estasi in mezzo a quel lusso, arriva uno schiavo con uno scheletro d'argento, articolato in modo che le sue giunture e vertebre erano disnodate e flessibili in ogni senso.
Come lo getta sulla tavola una prima e una seconda volta, e la catena guizzante assume pose diverse, Trimalcione commenta:
"Ahi, che miseri siamo, che nulla a pesarlo è l'ometto! Così saremo tutti quel giorno che l'Orco ci involi. Perciò viva la vita, finché si può star bene"

Agli applausi tenne dietro una portata non grandiosa certo come ce l'aspettavamo, ma il suo aspetto bizzarro attirò l'attenzione generale.
Si trattava di un'alzata rotonda, che aveva disposti in giro i dodici segni, su ciascuno dei quali l'imbanditore aveva collocato quel cibo che meglio si adattava al soggetto: sull'Ariete ceci arietini, sul Toro un pezzo di manzo, sui Gemelli testicoli e rognoni, sul Cancro una corona, sul Leone un fico d'Africa, sulla Vergine una vulvetta, sulla Libra una bilancia, con una focaccia al cacio in un piatto e una al miele nell'altro, sullo Scorpione un pesciolino di mare, sul Sagittario un occhiofisso, sul Capricorno un'aragosta, sull'Acquario un'oca, sui Pesci un par di triglie.
Nel mezzo poi una zolla strappata con l'erba sosteneva un favo.
Un valletto egizio faceva girare del pane in una teglia d'argento... ed anche lui con voce cavernosa storpiò un'aria del mimo "Il mercante di silfio".
Poiché noi ci accostavamo un po' ingrugniti a cibi così ordinari, "Vi prego," fece Trimalcione "pranziamo: qui c'è il sugo del pranzo."

Appena questo disse, ecco quattro valletti accorrere danzando a suon di musica e togliere il coperchio dell'alzata. Ciò fatto, vediamo lì dentro capponi e pancette, e in mezzo, a far da Pegaso, una lepre fornita d'ali. E notammo ancora agli angoli dell'alzata quattro figure di Marsia, dai cui otricelli scorreva una salsa pepata, con sotto dei pesci che nuotavano in una specie di euripo.
Tutti applaudiamo a incominciare dai servi e ridendo muoviamo all'assalto di quella roba prelibata. Non men lieto anche lui per la bella sorpresa, "Scalca" dice Trimalcione.
Avanza immediatamente un trinciante, che fa a pezzi le vivande con una pantomima a suon di musica, da sembrare un essedario (gladiatore) quando si batte accompagnato dall'organo.

Tuttavia Trimalcione martella con voce cadenzata: "Scalca, Scalca". Io, preso dal sospetto che quella parola così ripetuta voglia essere una facezia, non mi perito di proporre un simile quesito al commensale che ho dietro.
E questi, che aveva già assistito tante volte a giochetti del genere, "Vedi" dice "quel tale che scalca le vivande? Scalca si chiama. Così lui ogni volta che dice " Scalca " con un'unica parola e chiama e ordina".

Non c'era più niente che avesse sapore, ma, giratomi verso di lui, per raccogliere tutte le informazioni che potevo, incomincio col prendere le cose alla lontana, informandomi chi sia quella donna ch'è sempre di corsa su e giù, "La moglie di Trimalcione," risponde, "si chiama Fortu nata, una che i soldi li misura a staia. E adesso adesso cos'era? Con rispetto parlando, un pezzo di pane dalle sue mani non lo avresti accettato. Ma oggi senza perché e percome è salita ai sette cieli ed è il factotum di Trimalcione. Alle corte, se a mezzo il mezzodì gli dicesse che fa buio, lui ci crede. Che lui quanto ha non lo sa, straricco com'è, ma questa lupastra è la prima a veder tutto e quando meno te l'aspetti. Astemia, sobria, di buoni principi: tutt'oro quel che vedi. Però una linguaccia, una gazza quando è a letto. Chi ama, ama; chi non ama, non ama. E lui, Trimalcione, ha terreni che ci spaziano i nibbi e soldi che ci crescono i soldi. Vi è più argenteria nel casotto del suo portinaio che un altro non ne ha con tutto un patrimonio. E non hai da pensare che lui acquisti qualcosa. Tutto gli nasce in casa: lana, limoni, pepe. A cercar latte di gallina, lo troveresti. Alle corte, la lana gli riusciva poco buona: lui comperò dei montoni a Taranto e li mise in culo al gregge. Per avere il miele attico in casa, si fece venire le api da Atene, che intanto anche quelle nazionali un pochetto miglioreranno a stare con le grecule. Ecco, proprio in questi giorni ha scritto in India, che gli spediscano il seme dei funghi. In quanto alle mule, non ce n'è una che non sia nata da un onagro. Vedi che abbondanza di cuscini: non uno che non abbia l'imbottitura o di porpora o di scarlatto. Il colmo della beatitudine! "
Interruppe Trimalcione quelle chiacchiere così piacevoli, che già la portata era stata tolta e i commensali tutti allegri avevano preso a bere e a conversare ad alta voce.
Egli dunque, poggiato sul gomito, "A questo vino - disse - voi bisogna che gli facciate onore. I pesci bisogna che nuotino. Sentiamo un po', credete che a tavola io mi accontenti di quel che avete visto sul coperchio dell'alzata? Anche mentre si é a tavola bisogna far della cultura. Il cielo qui presente, in cui abitano i dodici Dei, si trasforma in altrettante figure. Ed ecco diventa Ariete. Perciò chi nasce sotto quel segno ha molte pecore, molta lana, in più una testa dura, una faccia di bronzo, le corna sempre ritte. Nascono in gran copia sotto quel segno i maestri di scuola e i loro montoncelli".

Applaudiamo l'astrologo per la gentile allusione. E lui continua: "Poi tutto il cielo diventa Torello. Perciò nascono allora gli scontrosi, e i bifolchi, e quelli che bastano a sé. Sotto i Gemelli poi sono le bighe a nascere, e i buoi, e i coglioni, e quelli che tengono il piede in due staffe. Sotto il Cancro ci sono nato io. Ragion per cui mi reggo su molti piedi e molto posseggo per terra e per mare, ché al granchio quadra qui come là. Ed è per questa ragione che da tempo lì sopra non ci faccio metter niente, per non aver pesi sulla mia genesi. Sotto il Leone nascono i mangioni e i prepotenti; sotto la Vergine le femminucce, e gli schiavi che scappano, e quelli che finiscono in ceppi; sotto la Libra i beccai, e i profumieri, e quanti vendono a peso; sotto lo Scorpione gli avvelenatori e i sicari; sotto il Sagittario gli occhitorti, che guardano la verdura, ma pescano il lardo; sotto il Capricorno i poveretti, cui per i guai loro vengono le corna; sotto l'Acquario i tavernieri e gli zucconi; sotto i Pesci i cuochi e i retori".

"Perfetto!" esclamiamo a una voce, e, alzate le mani al soffitto, giuriamo che Ipparco ed Arato non erano personaggi da paragonare con lui, finché non intervennero i servi a distendere sui letti dei copriletti ricamati, in cui c'erano reti e vedette alla posta con spiedi e tutta l'attrezzatura per la caccia.

Né ancora capivamo dove si andasse a parare, quando fuori dal triclinio si levò un gran baccano, ed ecco che cani della Laconia incominciarono a correre per ogni verso senza risparmiare neppure la tavola. Li seguiva un'alzata, dov'era deposto un cinghiale di prima grandezza e con tanto di berretto, dalle cui zanne pendevano due canestrini intrecciati di palme, uno pieno di datteri freschi, l'altro di datteri secchi.

Intorno poi dei cinghialetti di pasta dura, come appesi alle mammelle, stavano ad indicare che si trattava di una femmina. E questi, a differenza del resto, servirono da apoforeti. Intanto, a trinciare il cinghiale, non si presentò quello Scalca che prima aveva fatto a pezzi i capponi, ma un gigante dalla gran barba, avvolto di fasce le gambe e coperto di un mantelletto multicolore, che, impugnato il coltello da caccia, lo immerse con forza nel fianco del cinghiale, dalla cui ferita uscì un volo di tordi. C'erano lì pronti con le canne gli uccellatori e li catturarono sul momento mentre svolazzavano per il triclinio.

Poi, dopo aver fatto consegnare a ciascuno il suo, aggiunse Trimalcione: "E adesso guardate quel porco selvatico che ghiande delicate si mangiava". Immediatamente i valletti si accostarono ai canestrini che pendevano dalle zanne e divisero in parti uguali tra i convitati datteri secchi e datteri freschi.

Io frattanto, ritirato in me stesso, mi stillavo il cervello, perché mai il cinghiale fosse entrato col berretto.
Poi che dunque ebbi dato fondo a tutte le babbole possibili, ardii di proporre al mio consigliere l'atroce quesito. Ma quello: "Eh via, anche il tuo schiavo potrebbe spiegartelo, ché non è certo un indovinello, ma una cosa che balza agli occhi. Ieri questo cinghiale fu chiamato in causa che la cena era alla fine e i commensali lo misero in libertà: naturalmente oggi è come liberto che torna in tavola".

Maledissi la mia balordaggine e non chiesi più nulla, per non dar l'impressione ch'io non avessi mai pranzato con gente di riguardo.
Mentre noi così parlavamo, un valletto affascinante, redimito di pampini e di edere, che ora si dava a conoscere come Bromio, ora come Lieo e come Evio, portava in giro dell'uva in un cestello e tirava fuori poesie del suo signore con la voce più stridula del mondo.

A quel suono Trimalcione si volse: "Dioniso," disse "va libero!". Tolse il valletto il berretto al cinghiale e se lo mise in testa. Allora Trimalcione fece ancora una giunta: "Non potete negare" disse "ch'io ho il padre Libero". Applaudiamo alla battuta di Trimalcione e baciamo di tutto cuore il valletto che fa il giro.

Dopo questa portata Trimalcione si alzò per andare sul vaso. Noi, conquistata, senza il tiranno, la libertà, ci mettiamo a far parlare i commensali. Dama dunque per primo, chiesto qualche boccale, "Il giorno" disse"va via come niente. Mentre ti volti, fa notte. Allora non c'è niente di meglio che andar diritto dal letto alla tavola. E abbiamo avuto un bel freddo. A mala pena mi ha scaldato il bagno. Però una bevanda calda ti veste a dovere. Io ne ho infilato una serie e sono proprio sbronzo. Il vino mi ha dato alla testa."

Frullavano fole del genere, quando rientrò Trimalcione, che, asciugatosi la fronte, si lavò le mani con olio profumato. Poi, dopo un attimo di sospensione, "Amici," disse "vogliate scusarmi, ma già da molti giorni ho il ventre che non va. Né i medici ci si raccapezzano. Tuttavia mi ha fatto bene la scorza di melagrana e la resina all'aceto. Ma adesso, spero, saprà darsi di nuovo un contegno. Se no, mi viene un brontolio intorno allo stomaco, che pare un toro. Pertanto, se qualcuno di voi avrà da fare un bisogno, non c'è da vergognarsi. Nessuno di noi è nato d'un pezzo. A mio parere, non esiste una tortura come trattenersi. È la sola cosa che neanche Giove ha il potere di proibire. Eh, tu ridi, Fortunata, che di notte così spesso non mi lasci prender sonno! Ad ogni modo, qui nel triclinio io non proibisco a nessuno di fare i suoi comodi, che anche i medici proibiscono di trattenersi. E, se vi viene da fare qualcosa di più, fuori c'è tutto pronto: acqua, pitali, amminicoli vari. Credete a me, se il meteorismo raggiunge il cervello, produce flussioni anche nel resto del corpo. So di molti che ci son morti, a non voler guardare le cose in faccia."

Lo ringraziamo per la sua liberalità e comprensione, e poi subito freniamo il riso bevendo a piccoli sorsi. Né ancora sapevamo, dopo tante meraviglie, che noi, come dicono, si era solo a metà strada. E infatti, con le mense ripulite a suon di musica, vennero condotti nel triclinio tre maiali bianchi, adorni di cavezze e sonagliere, il primo dei quali, a detta del presentatore, era di due anni, di tre il secondo, ma già di sei il terzo.

Io pensavo che fossero arrivati i saltimbanchi, e che adesso quei maiali, come avviene negli spettacoli per la strada, avrebbero fatto qualcosa di eccezionale. Ma Trimalcione, rotti gli indugi, "Quale di questi" disse "volete che all'istante vi facciano da cena? Che un pollo alla Penteo e altri cosi del genere i contadini li fanno, ma i miei cuochi anche i vitelli cotti in pentola sanno fare."

E subito manda a chiamare il cuoco, e, senza attendere la nostra scelta, dà ordine che si ammazzi il più anziano. Poi, ad alta voce: "Di che decuria sei?"
Come quello gli risponde che è della quarantesima, "D'acquisto," continua, "o nato in casa?" "Né l'uno né l'altro" dice il cuoco, "ma a te lasciato in testamento da Pansa"
"E allora sta' attento" lui conchiude "a servir bene. Se no, ti faccio spedire nella decuria dei lacchè". E il cuoco, mogio mogio davanti a tanta potenza, se ne andava in cucina tirato dall'arrosto.

A noi invece Trimalcione si rivolge con uno sguardo affettuoso, e "Il vino" disse "se non va, lo cambio, ma voi bisogna che gli facciate onore. Grazie al cielo, io non compro, ma attualmente quanto interessa la mangiatoia me lo produce un podere in campagna, che io ancora non conosco. Mi dicono che sia lì al confine tra Terracinesi e Tarentini. E adesso ho in mente con un po' di terra di collegarmi alla Sicilia, che, se mi vien voglia d'andare in Africa, possa navigare sul mio.".

Ancora non aveva tutto effuso, che un'alzata con un maiale gigantesco si insediò sulla tavola. Noi ci mettemmo a far le meraviglie per la sveltezza, ché nemmeno un pollo, giuravamo, si sarebbe potuto cucinare così in fretta, tanto più che nella fattispecie quel maiale ci sembrava molto più grosso del cinghiale di poco prima.

Ma Trimalcione, dopo che l'ebbe esaminato ben bene, "Come? Come?" sbottò. "Questo porco non è stato sventrato? Proprio no, per dio! Qui, qui il cuoco nel mezzo."
Il cuoco con aria afflitta si ferma davanti alla tavola ed ammette che di sventrarlo lui se n'è dimenticato.
"Come dimenticato?" Trimalcione esclama. "Pare quasi che non ci abbia messo pepe e comino. Spogliarlo!"
Non si perde un momento: il cuoco viene spogliato e se ne sta lì contrito in mezzo a due aguzzini, però tutti incominciano a intercedere e dire: "Son cose che càpitano. Ti preghiamo, lascialo andare! Se gli càpita di nuovo, più nessuno di noi pregherà per lui"

Io invece, di una severità veramente spietata, non riesco a trattenermi, ma, chinato all'orecchio di Agamennone, "Proprio un bel fannullone" gli sussurro "ha da essere questo schiavo. Chi andava a dimenticarsi di sventrare un maiale? No, per dio, non gli perdonerei, avesse avuto l'amnesia con un pesce"

Ma non Trimalcione, che, spianato il volto a un sorriso, "Avanti" disse, "poiché hai la memoria così corta, sventralo davanti a noi"
Ricuperata la tunica, il cuoco afferra un coltello e con mano guardinga incide qua e là il ventre del maiale, Sul momento dai tagli che via via si allargano sotto la spinta del ripieno traboccano salsicciotti e ventresche.

Allo scatto del congegno la servitù proruppe in un applauso e gridò tutta insieme « Viva Gaio! », Ed anche il cuoco si ebbe un invito a bere, con in più una corona d'argento, e la coppa gliela servirono su un vassoio corinzio, che, mentre Agamennone lo esaminava più da presso, Trimalcione fece: "Il solo sono che ho del corinzio autentico".

Mi aspettavo di sentirlo affermare con la solita sicumera che i vasi glieli portavano da Corinto. Ma lui meglio ancora: "E forse ti chiedi," disse "come mai sono il solo a possedere del corinzio autentico. Semplice: è che il bronzista da cui compro si chiama Corinto. E che significa corinzio se non che uno che si serve da Corinto? Ma, perché non pensiate ch'io sia un sprovveduto, lo so arcibene com'è nato la prima volta il corinzio. Quando fu preso Ilio, Annibale, tipo scaltro e sfuggente come un'anguilla, accumulò sopra un unico rogo tutte le statue, di bronzo o d'oro o d'argento che fossero, e poi ci appiccò il fuoco. E quelle, nell'insieme formarono una lega. Allora gli artigiani pescarono dall'ammasso e ne fecero scodelle e piatti e statuette. Così nacque il corinzio, un insieme di tutto, ma né questo né quello. Lasciatemelo dire, però: io per me preferisco il vetro, almeno non puzza. Che se non fosse fragile, io per me lo preferirei all'oro. Così invece vale niente."


"Per l'argenteria ci ho una vera passione. Posseggo dei calici da tredici litri, su per giù un centinaio, con Cassandra che ha ucciso i figli suoi e i bimbi morti per terra che li diresti vivi. Posseggo una tazza, che Rummio lasciò al mio patrono, dove Dedalo rinchiude Niobe nel cavallo di Troia. Quanto agli scontri di Ermerote e Petraite, li tengo sui bicchieri. Tutta roba massiccia, che il mio capire di queste cose non lo venderei a nessun prezzo".

Mentre ci dava queste informazioni, un valletto lasciò cadere un calice. Volgendosi a guardarlo, "Svelto" disse Trimalcione "prenditi a botte da te, ché non fai niente sul serio".
Ed ecco subito il valletto implorarlo a testa bassa. Ma quello: "Che hai da pregarmi?" aggiunse "Come se io volessi il tuo danno. Il mio è un consiglio, che tu ti convinca da te a far le cose sul serio".
Ma alla fine scongiurato da noi fece grazia al valletto. Quello prosciolto andò correndo intorno alla tavola...
E "Fuori l'acqua, dentro il vino!" gridò.
La battuta scherzosa fu accolta con favore, specie poi da Agamennone, che sapeva a quale titolo si era invitati di nuovo a cena. Da parte sua Trimalcione, complimentato a quel modo, si fece più allegro nel bere, e, mezzo brillo ormai, "Di voi nessuno" chiese "prega la mia Fortunata perché balli? Credete a me, nessuno guida meglio il cordace".
Ed eccolo lì con le mani levate sulla fronte che rifaceva Siro il pantomimo, mentre tutta la servitù ripeteva in coro "Madeia Perimadeia"

Ma finalmente arrivarono i saltimbanchi. Un omaccione senza un filo di spirito, piantatosi lì con una scala, ordinò a un ragazzotto di ballarci sopra certe ariette gradino per gradino fino in cima, poi di saltare attraverso dei cerchi di fuoco e di reggere un'anfora coi denti. Estasiato appariva solo Trimalcione, il quale diceva che era un mestiere da fame, ma che per lui a questo mondo erano due gli spettacoli dove si divertiva, saltimbanchi e suonatori di corno, mentre il resto, animali, concerti, erano sciocchezze belle e buone.
"Effettivamente" continuò "avevo anche ingaggiato una compagnia di comici, ma preferii che facessero l'Atellana e al mio flautista diedi l'ordine di suonare in latino".

"Quale pensiamo sia mestiere più difficile? Io per me penso il medico e il bancario: il medico, che sa cosa gli ometti hanno dentro i precordi e quand'è che viene la febbre, anche se io con loro ci ho il dente avvelenato, perché non fanno che prescrivermi carne d'anitra: il bancario, che attraverso l'argento vede il bronzo. Quanto poi agli animali che non parlano, i più attivi sono i buoi e le pecore: i buoi, grazie ai quali manduchiamo il nostro pane, le pecore, ché loro con la lana ci fanno andare in gran pompa. E, azione riprovevole!, uno si mangia la pecora e si fa il vestito. Quanto poi alle api, io per me penso siano bestie divine, che il loro vomito è miele, anche se, com'è fama, lo ricavano da Giove. Pungono, sì, ma per questo, che dovunque c'è del dolce lì finisci col trovare anche dell'amaro".

E già rubava il mestiere anche ai filosofi, quando incominciarono a girare in un'urna dei biglietti da lotteria, con un valletto preposto a questo ufficio che dava lettura degli apoforeti. "Argento mortale": portarono una mortadella con sopra un acetabolo.
"Capezzale": portarono un pezzo di capicollo.
"Insipienza e contumelia": fu offerto del biscotto insipido e un corpo contundente con una mela.
"Nespole e persica": si ebbe uno staffile e una daga persiana.
"Passeri e ammazzamosche": uva passa e miele attico.
"Per la tavola e per il foro": si ebbe un tortino e una tavoletta.
"Canale e pedale": portarono una lepre e una suola.
"Murena e lettera": si ebbe un murice con una rana e una cappa.
Ridemmo a lungo. Ce n'erano mille di questo tipo, ma ormai mi sono scappati di mente.

Entrò lì subito la compagnia e fece strepitare l'aste sugli scudi. Trimalcione, anche lui dello spettacolo, si assise su un cuscino, e, poiché gli Omeristi, per fare al solito cosa insolita, discorrevano tra loro in versi greci, lui, con voce squillante, leggeva il copione in latino.

Quindi, ottenuto il silenzio, "Sapete" disse "che storia rappresentano? Diomede e Ganimede erano fratelli. Sorella di questi due era Elena. Agamennone la rapì e a Diana offrì in cambio una cerva. E così adesso Omero racconta in che modo Troiani e Parentini si facciano guerra tra loro. Ma lui vinse, si capisce, e diede in moglie ad Achille Ifigenia sua figlia. Questo il motivo per cui Aiace impazzisce. E ne darà qui subito la dimostrazione."

Appena Trimalcione così disse, gli Omeristi lanciarono un grido, e, mentre la servitù si sparpagliava ai suoi posti, venne introdotto su un vassoio di duecento libbre un vitello lesso, con in più tanto d'elmo.
Seguì sùbito Aiace, che, impugnata la spada, come in via di ammattire, procedette al massacro, e, dopo aver duellato ora di punta ora di taglio, raccolse infilzandoli i pezzi del vitello e li distribuì tra noi che assistevamo ammirati.

Ma non ci fu dato di ammirare a lungo tanta eleganza di finte, ché all'improvviso i cassettoni incominciarono a cigolare e tutto il triclinio ne tremò. Sconcertato io balzai in piedi, nel timore che per il tetto calasse giù un saltimbanco. Né con minor meraviglia alzarono il volto gli altri commensali, chiedendosi che razza di novità si annunziasse dal cielo. Ed ecco, dischiusisi i cassettoni, discenderne tutto a un tratto un gran cerchio, staccato evidentemente da una grossa botte, da cui pendevano per tutta la circonferenza corone d'oro con ampolle d'unguento.

Mentre venivamo invitati a ritirare questi apoforeti, volti gli occhi alla tavola, vi era già stata deposta un'alzata con sopra delle focacce, il cui centro era occupato da un Priapo cotto al forno, che secondo l'usanza reggeva nel grembo assai vasto frutti d'ogni genere e grappoli d'uva. Ingordamente allungammo le mani a quel trionfo, ed ecco lì una nuova sortita di scherzi rianimare la festa.

Che tutte le focacce e tutti i frutti anche al minimo tocco incominciarono ad effondere croco, e l'umore pungente ne sprizzava sino a noi. Immaginando allora che una portata imbibita di un ingrediente così tipico del culto fosso sacra, ci alzammo decisi e "Salute ad Augusto, padre della patria!" esclamammo.

Ma poiché certuni pur dopo quell'atto di devozione continuavano a far man bassa dei frutti, anche noi ce ne riempimmo le salviette, ed io specialmente, che dei doni ammucchiati in seno a Gitone non mi pareva ce ne fosse mai abbastanza.

Frattanto, in veste candida e succinta, entrarono tre valletti, due dei quali collocarono sulla tavola i Lari con tanto di medaglie, mentre l'altro, portando in giro una tazza di vino, "Propizi gli Dei! » invocava, e diceva che uno si chiamava Affarone, l'altro Contentone, il terzo Guadagnone. Ed anche noi, quando giunse l'immagine al vero di lui, Trimalcione, poiché tutti la baciavano, ebbimo ritegno di trascurarla.

Trimalcione, dopo aver fatto, per non essere da meno, l'imitazione dei trombettieri, si rivolse all'amor suo, che egli chiamava Creso. Il ragazzino cisposo, coi denti tutti cariati, stava però infagottando in una fascia verdeporro una cagnetta nera e grassa da non dire, che non ne poteva più, ma lui teneva sul letto un pane da mezza libbra e la ingozzava di forza.

Tócco da tali premure, ordinò Trimalcione che si conducesse Cucciolo, "il presidio della casa e della famiglia". Fu condotto sull'istante, tenuto alla catena, un cane di grossa taglia, che, appena il portinaio con un calcio gli fece "A cuccia!", si accovacciò davanti alla tavola.

Allora Trimalcione, gettandogli un pezzo di pane bianco, "Nessuno" disse "in casa mia mi ama di più". Stizzito il ragazzino che lui lodasse Cucciolo a quel modo, mise a terra la cagnetta, aizzandola a far baruffa. Cucciolo, comportandosi ovviamente da quel cane che era, riempi il triclinio di latrati assordanti e per poco non fece a pezzi la Gemma di Creso.

Né lo scompiglio si limitò alla baruffa, che un candelabro ancora, rovesciatosi sulla tavola, fracassò per un verso tutti i vasi di cristallo e spruzzò per l'altro d'olio bollente un certo numero di commensali, Trimalcione, per non aver l'aria di preoccuparsi del disastro, diede un bacio al ragazzino, invitandolo a salirgli sul dorso.

Senza farselo ripetere, quello gli montò a cavalcioni, e, picchiandolo fitto fitto sulle spalle a piene mani, tra le risa gridava: "Cucù, quante sono?". Calmatosi così dopo un poco, Trimalcione ordinò di preparare un gavettone, per distribuire da bere a tutti gli schiavi accoccolati ai nostri piedi, con una clausola però: "Se qualcuno" disse "non vorrà accettare, innaffiagli la testa. Di giorno serietà, ma adesso allegria!".

A questa gentilezza tennero dietro gli stuzzichini, di cui, potete credermi, basta il ricordo a disgustarmi. Immaginate che in luogo dei tordi portarono in giro delle galline di allevamento, una per ciascuno, e delle uova di papera incappucciate, con Trimalcione quanto mai intestardito a farcene mangiare, ché quelle, diceva, erano galline senza ossa.

Intanto un littore bussò alla porta del triclinio, e, vestito di un abito bianco, con intorno una gran folla, entrò un nuovo crapulone. Impressionato dal fare maestoso, io pensai fosse arrivato il pretore. Per questo feci il tentativo di alzarmi e di mettere in terra i piedi nudi.

Rise Agamennone a vedermi così agitato, e "Calmati" disse "scioccone. È Abinna, seviro e insieme marmista, che, a quanto pare, fa delle tombe magnifiche".
Rinfrancato da queste parole, mi misi di nuovo comodo e seguii a bocca aperta l'ingresso di Abinna, Quello invero, già alticcio, si appoggiava con le mani alle spalle della moglie, e, carico di parecchie corone, con l'unguento che gli colava per la fronte sugli occhi, andò a sistemarsi al posto d'onore, e ordinò sull'istante vino e acqua calda.

Compiaciuto che ci fosse allegria, Trimalcione ordinò anche lui un calice più grande e volle sapere dall'altro che accoglienza aveva avuto,
"C'era di tutto" quello rispose, "all'infuori di te, ché la pupilla dei miei occhi era qui. Ma, giurabbacco, è andata bene. Scissa offriva un ricco novendiale per un poverino, suo schiavo, che egli aveva affrancato in punto di morte. E con gli esattori, immagino, avrà da farci una bella giunta, che il morto glielo valutano cinquantamila sesterzi. Ma comunque è andata egregiamente, anche se si era costretti ogni mezzo bicchiere a versarlo sulle ossicella di quello là."

"Insomma," saltò su Trimalcione, "che vi han dato per cena?"
"Vedo di dirtelo" quello rispose, "se ci riesco, che ho una memoria io, da dimenticarmi tante volte del mio nome. Ad ogni modo, come primo ci hanno servito un porco coronato di ventresche, con intorno dei sanguinacci, e delle rigaglie cucinate a puntino, e, già già, delle bietole, e del pane integrale autentico, che io preferisco a quello bianco, perché dà forza e quando faccio i miei bisogni non ho da piangere. La portata seguente era una focaccia al cacio fredda, con sopra versato caldo del miele spagnolo di qualità. Di focaccia così me ne mangiai più che un pezzetto, di miele poi mi riempii da scoppiare. Il contorno era di ceci e lupini, con noci a volontà e una mela a testa. Io due però me ne son prese - guarda, le ho qui avvolte nel tovagliolo - che se non porto qualcosa in regalo al mio schiavetto, mi sento le mie. Ha ragione la mia signora di farmi segno. Ci avevano messo davanti un pezzo di carne d'orso, che quella sconsiderata di Scintilla, per averne assaggiato un boccone, poco ci mancò non rimettesse l'anima, mentre io ne mangiai più di una libbra, che il sapore era proprio di cinghiale.
E poi, mi chiedo, se l'orso si mangia l'ometto, non ha tanto più ragione l'ometto di mangiarsi l'orso? Alla fine ci hanno servito formaggio fresco e mostarda e una lumaca per uno e listerelle di trippa e fegatini al tegamino e uova incappucciate e rape e senape e una scodella scacazzata, basta, basta! Ma no, che fecero ancora girare dentro un bacino delle olive in salamoia, con certi maleducati che arrivarono a pescarne tre manciate. Quanto al prosciutto, lo mettemmo in libertà.
"

"Ma di' un po', Gaio, ti prego, come mai Fortunata non è qui a tavola?"
"Sai lei com'è" esclamò Trimalcione, "che, se non ha riposto l'argenteria, se non ha diviso quel che resta tra i ragazzi, non mette dentro una goccia d'acqua!"
"D'accordo" rispose Abinna, "ma, se lei non viene qui a tavola, io levo le chiappe" E già faceva l'atto di alzarsi, senonché, trasmesso un segnale, tutta la servitù chiamò quattro e più volte Fortunata.
Così ella giunse con la veste tenuta su da una cintura giallina, che di sotto le spuntava la tunica color ciliegia e gli anelli le si vedevano alle caviglie e gli scarpini bianchi trapunti d'oro. Asciugandosi allora le mani in un fazzoletto che aveva al collo, va a prendere posto sul letto dove si trova Scintilla, la moglie di Abinna, e, nell'atto di baciarla, con quella che batte le mani, "Si riesce" dice "a vederti?"
Giunse così il momento che Fortunata si sfilò dalle braccia cicciose i braccialetti e li porse a Scintilla da ammirare. Infine anche gli anelli si tolse e la reticella d'oro, oro di coppella, diceva.
Notò Trimalcione la cosa, e, fattosi portare lì tutto, "Vedete" disse "i lacci delle donne! È così che ci pelano, babbioni che siamo. Sei libbre e mezzo dev'essere. Però anch'io ci ho un braccialetto di dieci fatto coi millesimi di Mercurio".

Alla fine poi, perché non sembrassero frottole, ordinò di portare lì una bilancia e di farla girare a controllo del peso. Né più riservata fu Scintilla, che si sciolse dal collo un medaglioncino d'oro, che lei chiamava Contentone.
Quindi mise in mostra due orecchini e a sua volta li passò a Fortunata da esaminare, "Grazie al mio signore" aggiunse "nessuno ne ha di più belli".
"Sfido" disse Abinna, "mi hai lasciato pulito, per farti comprare la pallina di vetro. Certo, se avessi una figlia, le taglierei le orecchie. Non esistessero donne, la roba sarebbe a niente. Così invece si piscia caldo e si beve freddo".

Intanto le donne a sentirsi punzecchiare ridevano tra loro e già un po' brille si scambiavano baci, una cianciando della sua serietà di madre di famiglia, l'altra dei capricci del marito e della sua leggerezza.
Mentre stavano così appiccicate, Abinna si alzò quatto quatto, e, afferrati i piedi di Fortunata, glieli tirò sul letto. "Ohi, ohi!" quella gridò, che la tunica le era salita fin sopra le ginocchia. Riaggiustatasi allora tra le braccia di Scintilla, nascose nel fazzoletto la faccia tanto più involgarita dal rossore.

Dal momento che Trimalcione, concessa una tregua, aveva dato poi ordine che si servissero i nuovi piatti, tolsero gli schiavi tutte le mense e ne portarono altre, e intanto spargevano della segatura tinta di croco e cinabro, non che, cosa prima mai vista, della mica ridotta in polvere.
E sùbito Trimalcione: "Certo" disse "avrei potuto accontentarmi di questo servizio, ché i piatti nuovi li avete. Ma, se qualcosa di buono c'è, lo si porti".
Intanto un valletto di Alessandria, che mesceva acqua calda, prese ad imitare i rosignoli, con Trimalcione che a tratti gridava "Cambiare!".
Ed ecco un altro numero. Lo schiavo accoccolato ai piedi di Abinna, per ordine, credo, del padrone, attaccò all'improvviso con voce squillante:
"Frattanto in mezzo al mare già Enea con la flotta era giunto".

Mai suono più stridulo colpì i miei orecchi, ché, a parte gli errori, come i barbari fanno, nel pronunziare o le lunghe o le brevi, quello ci mischiava dei versi di Atellana, tanto che allora per la prima volta anche Virgilio mi sembrò uno strazio.
Tuttavia, quando a un certo punto, sfinito, la smise, Abinna aggiunse il suo commento, e "Non è che abbia studiato," diceva "ma io lo mandavo in giro dai ciarlatani, che si facesse un'istruzione. Ed oggi non ha il compagno, mulattieri o ciarlatani che gli salti di imitare. Ha un'intelligenza da far paura: lui è sarto, lui è cuoco, lui è pasticciere, uno rotto a tutti i mestieri. Ha però due difetti, che, se non li avesse, tutti i numeri avrebbe: è circonciso e russa. Quanto al fatto che è strabico, non me ne importa: guarda come Venere. Proprio per questo non sta mai zitto, che ha l'occhio sempre in movimento. Lo acquistai per trecento, denari".
Né ci sarebbe stata una fine a tanti strazi, se non avessero servito il dessert, tordi di siligine imbottiti di uva passa e di noci, cui tennero dietro anche mele cotogne trapunte di spini, così da sembrar ricci. E sin qui poteva andare, ma una portata di gran lunga più grottesca ci diede il senso che meglio se mai era morire di fame.
Che, come servirono in tavola, così almeno ci parve, un'oca di allevamento con intorno pesci e uccelli di ogni genere, disse Trimalcione "Quanto vedete qui in tavola, è fatto di un'unica sostanza".
Io naturalmente, sapientone come al solito, capii subito di cosa si trattava, e, volgendomi ad Agamennone, "Scommetto" dissi - che è tutto di... o se mai di mota. A Roma, di Carnevale, ne ho viste di cene così per immagine".

Non avevo ancora finito di parlare, quando Trimalcione riprese: "Ch'io non abbia più a crescere, di soldi, non di grasso, se tutta questa roba il mio cuoco non l'ha fatta col maiale. Un uomo più prezioso non è possibile trovarlo. Basta dirglielo: di una vulva ti fa un pesce, di un pezzo di lardo un colombo, di un prosciutto una tortora, di uno zampone una gallina. E per questo con la mia inventiva gli ho messo un gran bel nome, ché si chiama Dedalo. E, poiché ha tanta disposizione, gli ho portato in dono da Roma dei coltelli di ferro norico".
E sùbito ordinò che li tirassero fuori e dopo averli esaminati se li guardava ammirato. E anche a noi diede licenza di provarne il filo sulla guancia.

All'improvviso entrarono due schiavi, con l'aria di aver fatto baruffa alla fontana, che in collo almeno ci avevano ancora le brocche. Messosi allora in mezzo a giudicare della contesa, Trimalcione pronunziò il verdetto, ma nessuno dei due lo accettò, che anzi si diedero l'un l'altro coi bastoni sulle brocche.
Sconcertati per quel loro fare tracotante da ubriachi, eravamo lì con gli occhi fissi a guardarli battagliare, quando vedemmo da quei vasi panciuti sfuggire ostriche e pettini, che un valletto raccolse in un piatto e portò in giro.

Alla pari con tanta raffinatezza fu il cuoco ingegnoso, ché ci servì delle chiocciole su una graticola d'argento e intanto cantava con voce tremula e cavernosa.
C'è da vergognarsi a riferire quanto segue, ché, cosa inaudita, valletti ben chiomati recarono in un catino d'argento olio profumato, con cui unsero i piedi dei commensali, dopo di aver loro avvinto gambe e talloni di coroncine.

Poi sempre di quell'olio un po' ne versarono nel vaso del vino e nella lucerna.
Già smaniava Fortunata di mettersi a ballare, già batteva le mani Scintilla più spesso che non parlasse, allorché Trimalcione: "Vi dò il permesso," disse, "Filargiro e Carione, se anche tu sei un Verde arrabbiato, e dillo pure a Menofila, la tua compagna, che venga qui a prender Posto".

Figurarsi! Per poco non finimmo buttati giù dai letti, tanto la servitù invase tutto il triclinio. Ricordo che dietro me trovai sistemato il cuoco, quello che col maiale aveva fatto l'oca, tutto puzzolente di salamoia e di intingoli. Né si accontentò di aver trovato posto, ma sùbito prese a imitare Efeso, l'attore tragico, e a sfidar di tanto in tanto il padrone a scommettere con lui: "Al Circo nei prossimi giochi, tu fossi dei Verdi, vittoria!".

Commosso da quell'assalto, "Amici," disse Trimalcione, "gli schiavi pure sono uomini e hanno bevuto lo stesso latte degli altri, anche se un triste destino pesa loro sulle spalle. Ad ogni modo, mi venga un colpo, se presto non respireranno l'aria della libertà. Alle corte, nel mio testamento li affranco tutti. A Filargiro anche un fondo gli lascio e la sua donna, a Carione pure una casa d'affitto e il cinque per cento e un letto bell'e pronto. Quanto a Fortunata, la faccio mia erede e la raccomando a tutti gli amici miei. E, se do pubblicità a tutto questo, è perché sin da ora mi si ami in famiglia come defunto".

Avevano tutti incominciato a render grazie alla benevolenza del padrone, quand'egli lasciati gli scherzi si fece portare una copia del testamento e lo lesse per intero da cima a fondo con la servitù che singhiozzava.
Volgendosi poi ad Abilma, "Di' un po'" fece "mio buon amico, me la stai costruendo la tomba nel modo che ti ho ordinato? Ti prego, ve’di che ai piedi della mia statua tu ci dipinga la cagnetta, e corone, e profumi, e tutti gli scontri di Petraite, che a me tocchi, grazie a te, di esser vivo anche dopo morto. E che poi ci siano cento piedi in larghezza, duecento piedi in larghezza."



LA NOVELLA DELLA MATRONA EFESINA

Fu già in Efeso una matrona in tanta fama di pudicizia, che eziandio dalle terre vicine tirava le femmine a vederla per maraviglia. Ora essendole morto il marito, non contenta di seguitar, com'era in costume generalmente, il funerale di lui co' capelli scarmigliati, e di darsi corampopulo nel nudo petto, accompagnò il corpo altresì dentro del monumento; ed, essendo posto sotterra, si mise a guardarlo piangendo dì e notte continuo.

Macerandosi adunque così, e deliberata di voler morire di fame, non fu mai potuta da ciò rivolgere nè da' genitori, nè da' parenti; ed essendovisi messo da ultimo eziandio il maestrato, n'andarono con la repulsa. Onde compianta da tutti per donna di esempio miracoloso, era già venuta al quinto dì, senza romper digiuno.

Stava allato seduta alla addolorata donna una fante sua fedelissima, la quale prestavate eziandio le sue lagrime, ed ogni volta che la lucerna posta nel monumento fosse venuta meno, rifornivala d'olio. Adunque in tutta la città non si parlava che pure di questo fatto, protestando tutti gli ordini delle persone unico al mondo essere quello specchio di pudicizia e d'amore che così risplendeva.
In questo mezzo tempo il governatore della provincia avea fatto impendere alle forche alquanti ladroni lunghesso quel luoghicciuolo medesimo, nel quale stava la donna piangendo sul morto. Ora era stato ordinato la notte appresso un soldato a guardia di quelle forche; non forse alcuno ne levasse i corpi per loro dar sepoltura. Costui avendo posto mente al lume, che in uno de' monumenti splendea più chiaro, et udito il nicchiarsi che facea la donna piangendo; come porta il vezzo degli uomini, entrò in desiderio di sapere quello che fosse ciò, e chi sel facesse.

Si mise giù pertanto nel monimento; e veduta la donna bellissima, al primo, a vedere un mostro od una larva d'inferno, turbato si resse; appresso, come gli venne veduto il cadavere posto, e ragguardate le lagrime e la faccia di lei solcata dalle ugne, indovinando la donna dal dolore del morto essere spasimata, le arrecò laggiù quel po' di cenetta che avea; e piangendo lei, la cominciò confortare: Non volesse menar più in lungo quell'inulil dolore, nè trassinar il petto con un gemito, che a nulla le gioverebbe; tutti gli uomini convenir venire a questo, come anche al medesimo domicilio; e di questa fatta altri conforti, da ricondurne a sanità gli animi esulcerati.

Ma la donna trafitta da quella ignota consolazione, rimise mano a fendersi il petto più duramente, e svellendosi i capelli, li pose addosso al cadavere. Ma non per questo si partì il soldato: anzi coi conforti medesimi si provò di condurre a mangiare la fanticella: finchè essa certamente da lui vinta all'odore del vino, ed alla pietosa profferta, cominciò a stender la mano.

Così dal cibo e dalla bevanda rifocillata, mise mano ad espugnare l'ostinato proponimento della padrona; ed, Or che ti farà, disse, che disfatta dal digiuno tu muoia? che viva ti seppellisca? che prima del destinato tempo ne mandi l'anima non condannata? O credi tu che la cenere e' morti seppelliti facciano di ciò gran caso? o speri forse, in dispetto dei fati, il morto tornare a vita? o non vuoi tu anzi riscossa da questo errore donnesco, goderti il ben della luce? quanto gli dei tel consentano? ma esso cadavere di questo morto ti dee confortare d'aver cara la vita.

Non è al mondo persona che indispettisca, perchè di mangiare e di vivere gli sia fatta forza. Per qneste parole la donna attenuata per l'inedia di tanti giorni, si lasciò piegare dal duro proposto; e non meno cupidamente che la convertita fante l'avesse fatto, mangiò quanto potè capirvene. Del resto, sapete voi forza di tentazione che soglia avere negli uomini la sazietà? Colle lusingbe medesime, onde il soldato recato avea la padrona a consentire di vivere, con le medesime ebbe altresì espugnata la sua pudicizia.

Il soldato, che era giovine, non parve alla casta donna una befana nè mal parlante; mettendoglielo in amore la fante, la quale seguì dicendole: O! repugnerai tu ancora ad un amore che ti solletica? e non ti sovviene anche il luogo, nel quale tu sei? Che bado io più? nè in questa parte eziandio gli si rendette la donna più malagevole: e il soldato vincitore come dell'una cosa così dell'altra la tirò ad esser contenta.

Giacquero adunque insieme; e non pur quella notte delle sponsalizie, ma e il dì seguente ed il terzo; avendo chinse le porte del monimento, per far credere a' conoscenti e agli strani, se alcuno ne fosse colà venuto, la castissima moglie essere spirata sopra il cadavere del morto marito. Adunqne il soldato assai contento sì della bella donna, e sì del segreto del loro amore, tutto quel po' di bene che gli dava la sua possibilità, compratolo, di presente portavalo nel monumento.
Ma i genitori di uno degl'impiccati, veduto che la guardia era fatta loro più al largo, di notte ferma nel dispiccarono e gli diedero sepoltura. Mentre adunque il soldato cattivello se la piglia un po' consolata, l'altro dì vede da una delle forche spiccato il corpo. Il perchè aspettandosi la morte, raccontò ogni cosa alla donna; protestandole, che egli non aspetterebbe la sentenza del giudice, ma colla spada sarebbesi imposta la pena della sua scioperaggine: solamente ella gli desse al morire la mano, e concedesse il fatal monumento a comune all'amico e al marito.

La donna, non meno pietosa che casta; Cessi Iddio, rispose, che io nel medesimo tempo voglia essere spettatrice di due morti di due persone che di tutte ho carissime: io patirò meglio d'impendere un morto, che un vivo ammazzare. Così detto, l'aiutò levare dall'arca il cadavere del marito e impendere alla croce rimasa vota. Il soldato non si lasciò scappare l'argomento della savissima donna: di che il dì appresso la gente uscita di sè diceva: Or come dee essere stato, che il morto è risalito sopra le forche? La commedia fu risa da' navichieri; arrossando non poco Trifena, che si lasciò amorosamente cadere sul collo di Gitone.

Non rise già Lica; ma crollando per ira il capo, rispose: Se il governatore avesse voluto esser giusto, egli era da far riporre nel monimento il cadavere del marito, ed in costui scambio cacciar sulle forche la donna.



LEZIONE DI MARIO RAPISARDI su Petronius 1880

Con buona pace dei moralisti laureati, a me pare che una delle più notevoli figure di tutta la storia letteraria di Roma sia appunto questa di Petronio, uomo di corrotti costumi, che ebbe, oltre l'arguto ingegno e la maestria non comune nell'arte dello scrivere, il coraggio di mostrarsi tale negli scritti quale fu nella vita: virtù difficile a rinvenire in qualunque tempo e fra ogni gente, difficilissima in tempi di corruzione e di servitù.
Perciocchè gli uomini hanno spesso tal naturale e tal arte, che quanto più sono abietti e codardi, e tanto più vogliono parer nobili e generosi: crescendo sempre l'ipocrisia in ragion diretta della viltà.
Laonde io credo che Seneca sia meno stimabile di Petronio, perchè, vissuti entrambi alla stessa corte, che fu quella pestilentissima di Nerone, il primo, reggendo senza scrupoli il sacco alle dissolutezze del principe e insozzandosi in ogni ragione di turpitudini, affettò e predicò negli scritti quella morale che egli conosceva soltanto di nome; quando l'altro,uomo e scrittore di un pezzo, non solo intimamente e palesemente si piacque di quella vita, ma la ritrasse nei più vivaci colori dell'arte, e visse e morì sempre eguale a se stesso.
Questo coraggio della propria vita e della propria morte a me sembra l'unica cosa di romano che restasse a quei tempi di nessuna virtù; e per questo non dubiterei di proporre Petronio sì come esempio a parecchi schizzinosi omiciattoli dei tempi nostri, ai quali non rimanendo lor altro della virtù che una screpolata vernice, di questa si pompeggiano in guisa da tenersi in diritto di gridare allo scandalo e di scalmanarsi, ogni qual volta il vizio si presenti ai loro occhi pudibondi senza la famosa foglia di fico, e si esprima così senza riguardi e circonlocuzioni di sorta nel dire, come senza maschere o ipocrisie codarde nell'operare.
Questo dico soltanto riguardo il vivere, poichè, quanto al morire, non è questo certamente il caso di fare discorsi, essendo ognuno oggimai così tenace alla vita, come che essa abbia poco o nulla di pregevole in sè e di benefico ad altri, che il volerli persuadere a spregiarla e guardar serenamente la morte e tanto o poco meno disagevole quanto il farli diventar nobili o virtuosi: che equivarrebbe a mutar l'asino in aquila e il coniglio in leone.

II.

Dell' uomo ci tratteggiò maestrevolmente il ritratto Cornelio Tacito in due paragrafi del sedicesimo libro degli Annali, in cui non sappiamo se più si debba ammirare la coscienza dello storico o il magistero dell'artista:
"Petronio, egli scrive, il giorno dormiva e la notte trattava le faccende e i piaceri. Come agli altri l'industria, a lui dava nome la trascuranza; fondeva sua facultade non in pappare e scialacquare, come i più, ma in morbidezze d'ingegno. Quanto più suoi fatti e detti pareano liberi e naturali, tanto più, come non affettati, piacevano. Vice console di Bitinia, e poi consolo, riuscì destro e intendente. Ridato ai vizi, o lor somiglianze, diventò dei più intimi. Fu fatto maestro delle delizie; niuna ne gustava Nerone in tanta dovizia, che Petronio non fosse arbitro. Onde nacque invidia in Tigellino, ch'ei seco competesse, e dei piaceri fosse miglior maestro. Adoperando adunque la crudeltà, più possente nel principe d'ogni altro appetito, corrompe uno schiavo a rapportare che Petronio era tutto di Scevino; non gli è dato difesa: la famiglia quasi tutta rapita in prigione.
Cesare per sorte era venuto in Terra di Lavoro, e Petronio giunto a Cuma, vi fu ritenuto: ma non corse a torsi la vita: fecesi tagliare le vene, poi legare, per scioglierle a sua posta: e disse agli amici parole non gravi, nè da riportarne lode di costante. E fecesi leggere non l'immortalità dell'anima, non precetti di sapienti, ma versi piacevoli. Ad alcuni schiavi donò, altri fece bastonare; andò fuori, dormì, acciò la morte, benchè forzata, paresse naturale.
Non, come molti che morieno, adulò nel testamento Nerone o Tigellino o altro potente; ma al principe mandò scritte le sue ribalderie con tutte le sue disoneste fogge, sotto nome di sbarbati e di femine; e le sigillò, e ruppe l'anello, perchè non fosse adoperato in danno d'altri".
Quello che a me pare sopra tutto notevole in queste parole dello storico è la serenità veramente epicurea ch'esso attribuisce all'animo di Petronio in maggior conto di Socrate : il quale, benchè non perdesse fino agli ultimi istanti la signoria dell'animo e la facoltà di filosofare tranquillamente, pur non potè fare che non dissertasse intorno all'anima immortale, quasi l'idea di una vita avvenire in certo modo lo consolasse, rendendogli men doloroso l'abbandono della presente.
Ma Petronio, fermo com'era nella convinzione di morir tutto con il corpo, non pur non si dolse di dovere staccarsi per sempre dalle dolcezze del vivere, che era stato per lui un continuo variar di voluttà, ma attese fino all'ultimo alle consuete occupazioni; e piuttosto che badaluccarsi, con più o meno auree filastrocche, intorno a soggetti metafisici, pensò a dilettarsi scherzosamente coi soliti amici, non dando alla morte maggior importanza che al sonno.
Questa non ordinaria serenità egli dovette in primo luogo al suo temperamento e in secondo alla sua filosofica educazione: poichè l'abito del filosofare, quantunque assiduo, non può mai produrre consimili effetti, quando l'animo non sia naturato a quella fortezza, ch'è necessaria a tradurli con severità nella pratica difficilissima della vita.

III.

I Romani, uomini pratici sopra tutti, e più dediti al culto dei campi, al maneggio degli affari, e delle armi, che alla educazione dello spirito e alla contemplazione della Natura, come furono i Greci, non ebbero da prima in nessun grado la filosofia, parendo loro inutilissima di tutte e quasi effetto di vera follia qualunque filosofica disciplina.
Il vecchio Catone, che è da considerare come il tipo dei Romani del primo stampo, inflessibile e crudele nella vita pubblica non meno che nella privata, osteggiatore dei nobili introduttori di morbidezze, nemico acerrimo dei Greci, segnatamente artisti e filosofi che erano per lo più schiavi o liberti, e che egli però doppiamente aborriva, teneva in sommo dispregio con l'arte la filosofia; odiava Socrate qual sofista pericoloso, agitatore del popolo e sovvertitore dello Stato; faceva bandir Carneade; rimproverava a Fulvio Nobiliore l'essersi fatto accompagnare in Etolia da Quinto Ennio; l'arte oratoria e la storia soltanto come utili alla Repubblica; e quando ristava dal guerreggiare e dal contendere, davasi passionatamente all'agricoltura, trafficava bestie e schiavi a un modo; uomo divino proclamando colui che lasci in rendita ai figliuoli quanto egli ha ricevuto in capitale.

Ma quando insieme con la mollezza del vivere orientale s'introdussero in Roma le arti, e lo spirito greco, innestato nel tronco latino, per opera segnatamente degli Scipioni, incominciò a fruttificare, anche la filosofia, temperata da Panezio, si fece strada e acquistò favore. La scuola stoica e la epicurea si disputarono di buon'ora il dominio del pensiero latino; parendo alla prima che a via di rigide astensioni e di magnanime intolleranze con massime virtuose e con nobili esempi si potesse ricondurre un popolo alla antica grandezza; e cercando l'altra nelle serene contemplazioni della Natura e nell'equanime apprezzamento delle cose quella padronanza e libertà, che non poteva più altrove esercitarsi che nello spirito.

Lo stoicismo però, sebbene più conforme alla tempra del carattere e all'indolele dell'ingegno romano, andò sempre più perdendo terreno, a misura che si mutavano gli antichi ideali; mentre l'epicureismo, non tanto considerato qual metodo scientifico e nel suo vero concetto morale, quanto come abito e sistema di vivere, si andava un dì più che l'altro adattando agli animi dei Romani dell' impero, che dopo tanta storia di guerre e di carneficine sentivano prepotente il bisogno di riposare.

Lucrezio aveva accolto la filosofia di Epicuro come grido titanico di riscossa intellettuale e morale; ne aveva presentito l'importanza scientifica che le dovevano riconoscere i futuri; ed erasi avventato ai gioghi del pensiero con orgogliosa fermezza di filosofo e con sacro furor di poeta: la terribilità della sua battaglia e delle sue armi, che è quanto dire del suo concetto e del suo stile, non possono disconoscere che gl'inetti; e qualcuno l'ha in questi di sconosciuta con prosopopea ridicola di sopracciò. Ma Lucrezio è una eccezione nella storia dell'epicureismo romano.
Gli altri non seppero assumere dell'amabile filosofo di Gargettos che la pratica e il sistema di vivere: si tennero studiosamente lontano dalla cosa pubblica, ad esempio di Attico; e, fraintendendo spesso e volentieri le parole e i precetti di quella scuola, di altro non si diedero cura che di rivolgere tutto a proprio vantaggio e delizia, senza badare affatto alla custodia della propria dignità; piegandosi dolcemente a destra e a manca, e sorridendo con certa malizia di tutto, a somiglianza di Flacco.
Al quale, più che ad altri si avvicina Petronio nello scettico apprezzamento della vita, nella spensieratezza e nel tranquillo dominio delle impressioni. Se non che, il primo si compiace spesso di punzecchiare con certi risentimenti postumi di censore; mentre il secondo, senza preoccuparsi gran fatto degli intendimenti morali, compiacendosi anzi del grottesco e deforme e caricandone bizzarramente le tinte, si ride, come ''Catullo, del borbottare noioso dei vecchi moralisti:
A che, o Catoni, con cipiglio austero
state a guardarmi, e condannate in atto
di non volgar semplicità? Pur gode
grazia non triste un favellar sincero;
e ciò, che il popol fa, candidamente
narra la lingua. Or chi l'amplesso ignora
e le grazie di Venere? Chi vieta
di crogiolarsi in tiepido lettuccio?
Esso padre del ver detto Epicuro
ne prescrisse l'amore, e con l'amore
tutta, dicea, l'umana vita ha fine.
L'amore, l'arte, la natura gl'ispirano i sentimenti più vivi e le pagine più belle delle sue scritture.
Una bella donna così e descritta: "Non è parola che possa comprendere la sua beltà: checchè ne dicessi, sarebbe meno del vero. Le chiome naturalmente ricciute le si spargevano per tutte le spalle; piccolissima la fronte, in cui si vedevano le radici dei capelli che si piegavano indietro; i sopraccigli, correnti fino al contorno superiore delle guance, si univano dall'altro lato quasi al confine delle luci; un tantino piegata; e la boccuccia quale immaginò Prassitele che l'avesse Diana; il mento, il collo, la mano, i piedi intraveduti fra i sottili legacci d'oro, vincevano in candore il marmo di Paro".

E sfida Giove a abbracciare questa vera Diana in versi graziosissimi non indegni di Mosco:
Messi da banda i fulmini, o Giove, e come mai in tra i Celesti favola silenzioso stai? Or da la fronte torbida alzar dovresti, o Nume, le corna; or la canizie velar di cignee piume. Questa e la vera Danae: sol, la carezza un poco; e per le membra scorrere sentirai vampe e foco.
Ma la bellezza egli non soffre scompagnata da gentilezza e arguzia, perchè motti, lepor, facezie, riso vincono la beltà d'ingenuo viso; e quando trova questa mirabile armonia tra la bellezza delle membra e dell'animo egli è capace d'amare come Tibullo. Dell'incuria in che eran cadute le arti a quel tempo, assegna le ragioni e si lagna con parole, che potrebbero anche oggi sembrare opportune:

"La cupidigia di guadagno è cagione di tali cangiamenti; ai tempi antichi, piacendo ancora la virtù nuda, le arti belle vigevano, ed era una somma gara tra gli uomini, perchè non rimanesse lungamente occulto ciò che potesse giovare all'immortalità. Così Democrito espresse i succhi di tutte le erbe, e per conoscere la virtù delle pietre e delle piante consumò fra le esperienze la vita. Eudosso invecchiò in cima a un monte altissimo per sorprendere i moti del cielo e degli astri; e Crisippo, per riuscire alla scoperta del vero, l'animo purgò con l'elleboro. Ma per volgermi agli scultori, Lisippo morì nella miseria per attendere ai contorni di una sola statua; e Mirone, che quasi l'anima degli uomini e delle bestie chiudeva nel bronzo, non trovò erede. Noi però immersi nel vino e tra le baldracche, neppure le arti inventate osiamo conoscere, ma, accusando l'antichità, i vizi soltanto insegniamo e impariamo".
Fine conoscitore di bellezze poetiche e poeta non comune egli stesso, mette in canzonella quel brulicume di poetonzoli, invasori come ai dì nostri dei campi dell'arte, i quali « appena sanno di quanti piedi si compone un verso, e legare in un giro di parole un pensierino gentile, cre-dono aver già toccato il cocuzzolo di Elicona ».
Flagella chi volendo, come Lucano, comporre una epopea, tesse invece una cronica in versi: descrive la distruzione di Troja, osando venire in lizza con Virgilio nello episodio famoso di Laocoonte, e non dubita di offrirci un saggio di poesia epica nel poemetto sulla «Guerra civile».
Degli Dei si burla non rare volte; e anziche trattarli, come Epicuro, da esseri eterni, spensieratissimi di ogni cosa umana, li stima generati dalla paura:

"Primo il timor creò nel mondo i Numi quando i fulmini del cielo ardui cadeano e n'erano le mura ampie concusse e di fiamme il percorso Ato splendea."

L'oro reputava più potente di Giove e della fortuna:
Naviga il ricco ognor con fausto vento e tempra la fortuna a suo talento.
Denaro in mano, e ciò che brami ottieni: Giove possiede chi gli scrigni ha pieni.
L'ambizione di gloria più difficile a saziare che la fame:

Ciò che ne sfama, provvida dispensa la Natura; l'ambizion di gloria non ha freno e misura.
L'amicizia celebrata dagli Epicurei altro non gli sembra che un tornaconto:
In fin che giova l'amicizia dura.

La vita è una commedia:
quasi tutto il mondo la fa da istrione.

La varietà dei piaceri può renderla meno uggiosa:
Non sempre il capo spargere vo' de lo stesso unguento; nè ognor del vin medesimo lo stomaco e contento.

Amar come legittimo censo la moglie dei; ma il mio censo legittimo non sempre amar vorrei.
Lo spettacolo della Natura lo esalta: egli rinfresca l'anima avvizzita fra le voluttà; ed egli la descrive spesso amorosamente, la ritrae con colori, che non hanno da invidiare nulla a Teocrito'' e a Publio Virgilio Marone:

Già l'ombre ardenti avea rotte l'autunno e con tiepide briglie si volgea Febo a l'inverno; a scuotere le chiome già cominciava il platano, e la vite arricchìa d'uva il palmite compiuto: quanto l'anno promise, offriasi al guardo
Celebra in versi di sovrana bellezza la solitudine campestre e la pace domestica; pennelleggia il tugurio di Enotea con sentimento che sembra strano in un uomo abituato a viver fra le agiatezze:
D'indaco avorio intarsiato d'oro
o di calcato marmo
non raggiava la terra,
nei dorai suoi delusa; anzi un buon gruzzo
v'era di Cere riserbata, imposto
a un graticcio di vimini; e boccali
nuovi di conio, fatti
da mota dozzinal, con facil arte.
Quinci una pila d'acqua dolce e corbe
di vinchi appese a duro tronco, e un orcio
sudicio di Lieo. Di vuota paglia
mescolata con fango eran le mura
da più cavicchi sforacchiate; a un verde
giunco attata pendea la gracil canna.
Altre provviste ancor l'umil casuccia
serbava appese al travicel fumoso:
pendean sorbe mature in odorate
corone accolte e vecchia santoreggia
ed uva dai racemoli appassiti.
Tale in Attica un dì l'ospite casa
d'Ecate fu, che poi di culto degna
a lo stupor dei secoli trasmise
l'inclita Musa del Battiade antico.
Nè meno leggiadra è la pittura di un solitario luogo campestre conveniente alla pace e ai piacevoli furti d'amore:
Spargean l'insigne platano e l'alloro
redimito di bacche e il fluessuoso
cipresso e il tonso pino
da le tremule vette
l'estive ombre d'intorno.
Un fiumicel tra loro
scherzava con l'erranti acque spumoso,
e con la linfa querula
i lapilli mordeva. Era quel loco
fatto all'amore; il rosignol silvestre
e la rondine urbana in tra le erbette
e le viole tenere
a lor opere intesi ivan cantando.
IV.
Da tal uomo e da tali sentimenti non poteva uscire un'opera diversa dal Satyricon, specie di romanzo, che prende quel titolo non tanto dalla mordacità satirica quanto dalla varietà della composizione e delle forme; e che per la ricchezza immaginosa delle scene, per la verità dei caratteri, per la freschezza e vivacità dello stile non ha degni riscontri in tutta la letteratura latina.
Chi lo legga senza preconcetti non dura gran fatica ad accorgersi che Petronio non si propone un fine principalmente morale. Egli vuole anzi tutto divertirsi a dipingere quella società corrotta, in cui vive, senza pretenzioni, senza sussiego, senza darsi l'aria di miglior uomo che tutti gli altri, non declamando nè dissertando quasi mai nel tono di Giovenale o di Orazio; lasciando alle anime timorate la piena libertà di arricciare il naso, tirandosi indietro da quelle sozzure o di andarvi a mezza gamba col santo pretesto di cercarvi la perla recondita della moralità.

Petronio è un viveur e un artista, un vero precursore del Boccaccio: studia gli altri e sè stesso, e trovando tanti strappi nel povero manto della virtù, non si piglia la pena di ricucirlo, anzi guarda maliziosamente a traverso di quelli per il gusto di vederne ignuda la carne.

Se il mondo è fracido e sente di carogna, che colpa ci ha lui? Se è così, vuol dire che non può essere diversamente. E però non si meraviglia, non si adira, non impreca al destino, ne implora gli Dei; non ispera il meglio e non s'impaura di peggio: lascia che vada l'acqua a la china; è nato a quel tempo, fra tanta corruttela, e si ingegna a starci il meno male che sia possibile.

La Natura e la Storia procedono indipendenti dalle umane velleità: ed egli si rassegna scetticamente alle loro leggi, non senza ridersi degli uomini che si credono ad esse superiori. Chi sono i principali attori di quella cornmedia, che rappresentavano allora i Romani sulla scena del mondo?

A un imperatore ghiotto, crudele, imbecille è successo un altro a cui i fumi del potere hanno fatto perder la testa: prodigo, ladro, lussurioso, ammazzatore di amici e di mogli, incestuoso e matricida, sprezzatore di numi e superstizioso, trovatore di tormenti e strimpellatore di cetera; distruttore di uomini e di città e artefice di statue e di pitture: padrone e tiranno del mondo e schiavo di femmine e di sè stesso.

Ed ecco Petronio vi crea Trimalcione, Lica, Eumolpione; tre personaggi veri, vivi, parlanti, da cui senti spirare come un alito funesto, che ti rammenta Claudio e Nerone. C'è in Roma una libertà che soggioga e quasi affascina l'imperatore; e Petronio tira in iscena la Fortunata, schiava prima, poi moglie e signora di Trimalcione, a cui "se ella di notte dicesse ch'è mezzodì, egli tosto lo crederebbe. Secca, sobria, ma linguacciuta; ganza da mercato; ama chi ama, chi non ama non ama".

C'è Seneca, mezzano in corte, usuraio in casa, pedante in iscuola, virtuoso nei libri; e Petronio ce ne dà una immagine in Agamennone, uomo divenuto ricchissimo a forza di concussioni e di usure; cortigiano accorto e volpino, parlatore instancabile, raspatore di milioni.

Ci sono le cacciatrici di eredità, ed eccoci Filomena, che, giovane, lavora da sè, vecchia fa lavorare due giovanetti suoi figliuoli, prostituendoli a Eumolpione. I dissoluti hanno il loro ritratto in Ascilto, le donne galanti in Circe, i mezzani in Corace.

Criside è il tipo della servetta capricciosa, Doride e Scintilla delle mogli vane, ciarliere, bracone; Lucurgo, del patrizio grullo; Gitone, del bardassa; Prosetenide, delle incantatrici; Filerone, dei male arricchiti; Trifena, delle mantenute. Poi vengono i parassiti, i cinedi, gli istrioni, gli schiavi; i magistrati come Abinna, i legulei come Filero: tutta la società romana di allora, fiacca, spensierata, briaca; stanca di piaceri, non sazia, come Messalina; e in mezzo ad essa Petronio, sotto la veste di Encolpo, avventuriere instancabile, sitibondo di piaceri, artista di voluttà, avvolto in cento intrighi, insudiciato da molte sozzure, nemico di pedanti e di sacerdoti, amatore di arte e di donne belle, disposto a ridere degli altri e di sè.

Queste figure che non sono precisamente il tale o il tal altro, ma ti fanno pensare a molti personaggi di quella età perhè sono riuscite artisticamente vere, vengono a raggrupparsi in una scena capitale del romanzo, nella cena di Trimalcione, in un'orgia che ti richiama il convito descritto da Tacito nel quindicesimo degli Annali, ordinato da Tigellino, coronato da un mostruoso sacrifizio dell'imperatore, seguito dall'incendio famoso di Roma.

Tutti sanno la sontuosità delle cene di Lucullo, di Apicio, di Antonio, di Caligola che scialacquò il tributo di tre provincie in un convito; di Vitellio che gittò ventimila scudi in un cibreo; di Eliogabalo che ne spendeva fino a settantacinquemila in un pasto; ma nessuno può farsi un'idea della dissolutezza di Roma imperiale senza assistere con Petronio al banchetto di Trimalcione, dove tu non sai se più devi ammirare la magnificenza delle sale, delle tavole e dei serviti, la ricchezza dei vasellami e la ricercatezza delle vivande e dei vini, o piuttosto la somma perizia dello scrittore che ti fa rivivere in quella società, che da vita a si diverse figure, ti divaga con tanti aneddoti, ti introduce nel secreto di tante anime; che ora ti mette addosso le fiamme della libidine, ora i brividi del ribrezzo; ora ti fa tenere i fianchi dal ridere, ora ti rivolta lo stomaco con la più schifosa volgarità.

Quando le epe son più che satolle e i gorgozzuli ben bene annaffiati, i commensali danno la stura alla maldicenza, alle novelle, alle facezie: ne dicono e ne fanno di tutti i colori, fino a gettar sul letto la padrona di casa. Agamennone comincia a dir la sua:
"Un povero e un ricco erano nemici."
"Che cosa è un povero?" interrompe Trimalcione. Questi, che sin dal principio ha dato il permesso e l'esempio di dar libero sfogo a qualsiasi bisogno corporale, "perchè non v'è maggior tormento che il contenersi", comincia a sfoggiare il suo sapere: parla di tutto: di astrologia, di arti, di lettere, e perfino di morale; ma il suo forte e la storia:
"Quando fu presa Troia, quel gran furbo e scellerato di Annibale ammucchiò sopra un rogo tutte le statue di bronzo, d'argento e d'oro, e vi appiccò il fuoco. Da tal miscuglio si compose un sol metallo, dal quale i fabbri tolsero a formare vasi, catini, statuette".

E poco dopo: "Diomede e Ganimede erano due fratelli; Elena era loro ancella. Agamennone la rapì, e pose in cambio la serva di Diana. Or qui dice Omero che, pugnando tra loro i Troiani e i Parentini, Agamennone vinse, e diede la sua figlia Ifigenia in moglie ad Achille, per la qual cosa Ajace impazzò".

Mentre fanno baldoria un littore picchia all'uscio, ed entra uno vestito di bianco, accompagnato da moltissima gente. E' forse il pretore? No, è Abinna, scultore di marmi sepolcrali. Trimalcione si fa portare il testamento, lo legge da cima a fondo in mezzo ai sospiri della famiglia; raccomanda pietosamente ad Abinna il suo sepolcro: gli detta l'epitaffio, e rompe in amarissimo pianto.

E' un tratto degno di Shakespeare. Tutta la famiglia empie la casa di lamenti, come si trovasse presente al funerale; ma Trimalcione si fa coraggio e soggiunge: "Poichè sappiamo di dover morire, perchè dunque non ci affrettiamo a godere?". E' la frase fondamentale di tutto il Satyricon: il grido supremo di una società che si sfascia.



ALTRE CITAZIONI

"Che possono le leggi, là dove solo il denaro ha potere,
o dove la povertà non ha mezzi per vincere?
Persino quei filosofi, che passano i giorni gravati dalla cinica bisaccia,
finiscono anch'essi col vendere a fior di quattrini i loro assiomi.
Pertanto anche un procedimento legale è merce da mettere a mercato,
e anche il cavaliere che siede in giudizio non sdegna di farsi comperare."

"Che cosa possono farci le leggi, dove il denaro è sovrano,
dove la povertà non può trionfarci mai?
I Cinici, persino, che vivono con il sacco in spalla,
tante volte, per i soldi, ci vendono il vero.
La giustizia è una merce, tutta esposta lì in piazza,
e il cavaliere che giudica dà la ragione a chi compera."

"Purtroppo è proprio così: se c'è uno, che, nemico di tutti i vizi, batte la strada giusta della vita, súbito si attira l'odio di chi non segue la stessa strada. Infatti, chi si sente il coraggio di approvare ciò, che egli stesso si guarda bene dal fare? In secondo luogo, chi si dedica esclusivamente a far quattrini, non è disposto ad ammettere che fra gli uomini vi sia attività di maggior pregio di quella, a cui egli si attiene. Quindi perseguita con tutti i mezzi i letterati, perché appaia che anch'essi, seppure stimati, sono sempre al di sotto di quelli che hanno denaro."

"Quando facevo il servizio militare in Asia, mi capitò di alloggiare a Pergamo presso una famiglia privata. Ci stavo volentieri non solo perché la casa era comoda e pulita ma soprattutto in grazia del figlio del mio ospite, un bellissimo ragazzo; sicché mi misi subito a escogitare il modo di farmene un amichetto senza dare sospetti al padre.
Pochi giorni dopo, offertasi l'occasione propizia, appena sentii russare il padre, cominciai a pregare il mio efebo di far la pace, di concedersi alla gioia, e tutte quelle parole che può suggerire un intenso desiderio. Ma lui, tutto corrucciato, non faceva che rispondermi:
- Dormi o lo dico a mio padre. -
Tuttavia non c'è nulla di così difficile che a forza d'insistere non si possa ottenere. E, mentre lui bada a ripetermi - Adesso sveglio mio padre - io scivolo nel suo letto e, dopo un po' di resistenza mal simulata, raggiungo il mio scopo. La mia perfidia non dovette dispiacergli molto perché, dopo essersi lamentato un bel pezzo, aggiunse:
- Tuttavia, vedrai che non sono come te. Se vuoi, fallo ancora. -
Allora, dimenticato ogni rancore, torno nelle grazie del ragazzo e, dopo aver approfittato della sua condiscendenza, mi abbandonai al sonno. Ma la replica non bastò al mio efebo nel pieno fiore di un'età ardente di desideri. Mi tolse dunque ai miei sogni e:
- Non desideri altro? – mi chiese.
Il dono non mi riusciva del tutto sgradito, sicché, alla meno peggio, tra un grande anfanare e sudare, gli diedi quello che desiderava e ricaddi sfinito nel sonno. Ma non era nemmeno trascorsa un'ora che quello mi dà un pizzicotto e riprende a dire:
- Perché non lo facciamo più? -
Allora nel sentirmi svegliare a ogni momento, vado su tutte le furie e gli restituisco tali e quali le sue parole:
- Dormi, o lo dico a tuo padre! -"

"Andate adesso, o mortali, e gonfiate pure i vostri petti di grandi progetti; andate avanti guardinghi e fate piani per mille anni su quelle ricchezze, che avete con la frode carpito ad altri. Se fai giusto conto della realtà delle cose, dovunque è naufragio. Ma colui che muore per la furia del mare, non ha l'estrema consolazione del sepolcro: come se ci fosse qualche differenza per chi è destinato a morire, se debba essere ucciso dal fuoco o dall'acqua o dagli anni! Qualunque cosa tu faccia, il risultato è sempre il medesimo. Ma le fiere strazieranno questo cadavere: come se il fuoco potesse riceverlo con maggiore cortesia! Anzi, questa pena riteniamo che sia la peggiore di tutte, tant'è vero che con essa siamo soliti inveire contro gli schiavi. E allora, che pazzia è mai la nostra, fare di tutto perché la sepoltura non lasci nessuna traccia di noi?"

"Del resto, una mente ben fondata evita gli ornamenti soltanto superficiali, e il cervello umano non può concepire, né mettere sulla carta qualche cosa di esteticamente valido, se non è, per così dire, inondato del largo fiume della cultura. Quindi si deve rifuggire con ogni cura da ogni elemento di uso comune nella scelta lessicale e bisogna andare a cogliere le parole, che non puzzano di volgarità e far proprio il motto di Orazio, il quale affermava di odiare il popolino ignorante e di scansarlo in ogni modo."


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