CRIPTA NEAPOLITANA



INGRESSO AL TUNNEL
"Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces."
"Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, e ora mi tiene Napoli; cantai i pascoli, i campi, i condottieri" 
(Virgilio)

A Napoli ci sono due parchi intitolati a Virglio Marone: il Parco Vergiliano a Piedigrotta, anche conosciuto come “Parco della Tomba di Virgilio”, e il Parco Virgiliano di Posillipo
Tra i due si apre la Crypta Neapolitana (o Grotta di Posillipo o Grotta di Virgilio): una galleria lunga circa 711 m scavata nel tufo della collina di Posillipo, tra Mergellina (salita della Grotta) e Fuorigrotta (via della Grotta Vecchia), a Napoli.


Parco di Piedigrotta

Il Parco Vergiliano a Piedigrotta, si trova ai piedi del costone di Posillipo e accoglie le spoglie di Virgilio, purtroppo disperse in epoca medievale, all’interno di un colombario romano. Quest'ultimo è situato nel punto più alto del parco vicino all’apertura della Crypta Neapolitana, una grotta lunga poco più di 700 metri scavata all’interno della collina di Posillipo e che aveva la funzione di collegare velocemente Neapolis a Pozzuoli. 

A Virgilio erano attribuiti grandi poteri magici e secondo una leggenda la galleria fu aperta dal poeta latino in una sola notte, ma in realtà oggi sappiamo che fu costruita in età romana dall’architetto Cocceio. 

SBOCCO DEL TUNNEL
È anche interessante aggiungere che sempre secondo le leggende Virgilio fece vari incantesimi a protezione di Napoli, al punto che in età medievale il poeta era considerato il patrono della città dai suoi abitanti.

La tradizione vuole che la galleria sia stata realizzata da Virgilio in una sola notte, con il ricorso alla sua potente arte magica. 

Contrariamente a ciò che si pensa, il Cristianesimo per quanto proclamata religione di stato, e per quanto la religione pagana fosse stata bandita pena la confisca dei beni e la morte, in gran segreto proseguiva vivissima, nelle campagne più liberamente, più in segreto nelle città.

In pratica il paganesimo sopravvisse fin circa il 1500, quando la Chiesa, per condannare il paganesimo residuo ideò la stregoneria e l'eresia e cominciò i processi della Santa Inquisizione, finendo col mettere a morte, torturare e ardere vivi un gran numero di persone. si che il panico e la follia dilagarono nell'evo buio.

La mente collettiva vacillò e gli stessi popolani furono presi dall'horror del diavolo e dei malefici, cominciando a denunciare spontaneamente tutti quelli che avevano un comportamento un po' strano, specie i malati di mente, o quelli che per qualche motivo avevano in odio per rancore o per invidia, o gli amanti respinti, o le donne che facevano intrugli di erboristeria, la spagiria, con cui curavano i familiari, anzichè ricorrere ai salassi e alla preghiera.

Fino ad allora la gente si era aggrappata, per far rivivere l'antica religione, alla devozione per tutti i monumenti e personaggi che era lecito visitare, visto che tutti i templi pagani erano stati distrutti, vale a dire le tombe di imperatori, di scrittori eminenti o personaggi famosi che fino ad allora la chiesa aveva tollerato. Nacquero infatti dei veri culti con pellegrinaggi alle ceneri di Giulio Cesare, alla tomba di Nerone, al mausoleo di Ottaviano, alla Colonna Traiana, alla Colonna Antonina, alla statua di Ottaviano e pure alla tomba di Publio Virgilio Marone.

"Ibant obscuri sola sub nocte per umbram...
quale per incertam Lunam sub luce maligna est iter in silvis
»
"Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria .... com'è il cammino per boschi sotto una luce maligna per l’incerta luna".(Virgilio)

La chiesa reagì come potè: fece aprire la famosa palla delle ceneri di Cesare dichiarandola vuota, fece spostare la tomba di Nerone fuori Roma,  piazzò statue cristiane sopra le due colonne, trasformò in chiese o in cappelle i templi rimasti, i residui delle terme, delle aree archeologiche e pure delle mura romane. Per Ottaviano dichiarò che era mezzo cristiano perchè aveva avuto la visione della Madonna.

PALAZZO IMPERIALE DI POSILLIPO
Parco di Posillipo

Dopo la battaglia di Azio (31 a.c.), l'equite e liberto Publio Vedio Pollione decise di trascorrere gli ultimi suoi giorni in quello splendido scorcio situato tra la Gaiola e la baia di Trentaremi, cioè il Pausilypon, Posillipo, “il sollievo dal dolore”. Accanto alla villa, fece costruire anche un teatro di 2000 posti, un odeon per piccoli spettacoli, un ninfeo e un complesso termale.

Le strutture dell'imponente Villa si estendono fin sotto la superficie del mare e sono dal 2002 tutelate dall'istituzione della limitrofa Area marina protetta Parco Sommerso di Gaiola che interessa tutto lo specchio acqueo ai piedi del promontorio di Trentaremi ed intorno alle Isole della Gaiola.

PARCO VIRGILIANO PIEDIGROTTA

IL TUNNEL

In realtà, come ci narra Strabone, il tunnell fu realizzato, intorno al 37 a.c., dal grande architetto romano Lucio Cocceio Aucto (L. Cocceio Aucto, liberto di Lucio Cocceio e di Caio Postumio Pollione, pure lui architetto), per volere di Marco Vipsanio Agrippa, il genero di Augusto, che ne volle la realizzazione per motivi militari, come il Portus Iulius e altre gallerie simili (Grotta di Cocceio e Crypta Romana).

Secondo un'altra leggenda invece, Cocceio avrebbe utilizzato centomila uomini per scavare la galleria in soli quindici giorni. Secondo Strabone, Cocceio avrebbe continuato la tradizione dei Cimmeri che, sulle rive del lago d’Averno, avrebbero abitato in case sotterranee dette argillae

Al celebre architetto Cocceio, si devono attribuire la non meno famosa, ma più angusta ed ormai rovinata Crypta Neapolitana che congiunge Neapolis con Puteoli, e pure il prolungamento della galleria d’Averno sotto il Monte di Cuma.

I Romani, per esigenze militari, viarie ed idrauliche, tanto più che la roccia era di tufo vulcanico di facile lavorazione, scavarono enormi gallerie, gigantesche cisterne, emissari e ipogei in zona, e di tutte le opere militari fatte eseguire da Agrippa durante il periodo delle guerre civili. la più famosa e imponente fu la Crypta sotterranea che, a traverso il Monte Grillo, metteva in comunicazione il Lago d’Averno con Cuma. 
  Certamente era importante collegare Cuma, fortificazione e punto di vedetta sul litorale domizio-flegreo, con il Portus Iulius, strategica infrastruttura militare sui bacini del lago d'Averno e del lago Lucrino, che canali artificiali progettati dallo stesso Cocceio collegavano tra loro e al golfo di Pozzuoli.

INGRESSO DELLA DISCESA DI COROGLIO
La Grotta di Cocceio, o Grotta della Pace, è l’opera più grandiosa di ingegneria militare e civile che i Romani abbiano compiuto come viabilità sotterranea. Perfettamente rettilinea e lunga circa un Km, larga da permettere il transito per opposte direzioni di due carri, con piano leggermente risalente verso occidente, veniva a sboccare da un lato su quella che fu posteriormente la Via Domiziana sull’estremo limite orientale dell’area della città, dall’altro sulle rive del Lago d’Averno. 

Nonostante la notevole lunghezza, era rischiarata di luce naturale in ogni suo punto, grazie a sei spiragli o pozzi di luce, aperti a luce verticale od obliqua, che illuminavano i tratti intermedi. 

Iniziandosi il cammino dall’ingresso occidentale verso Cuma, s’incontrano prima due spiragli obliqui per opposti direzioni che proiettano, a ventaglio, un lungo fascio di luce sulle pareti e sulla volta della galleria, con un fantastico effetto di luci e di ombre; poi un terzo spiraglio, aperto di lato sul fianco del monte (dove un altro braccio di galleria, ancora interrato, sembra risalire verso il sommo della collina); ed in seguito tre pozzi verticali, a taglio quadrato, svasati a campana in basso, rivestiti in alto di reticolato, che perforano tutta l’altezza della collina, venendo il maggiore di essi a raggiungere l’altezza di 30 e più metri. 

Ora l’ultimo tratto del percorso verso il Lago d’Averno appare ora buio, nonostante il taglio obliquo della volta della galleria che doveva diffondere la luce, a causa del bradisismo, e cioè dell’abbassamento del livello della grotta rispetto alle acque del lago e all’interramento prodotto dal deflusso delle acque alluvionali lungo il ripido pendio della collina, non più protetto dalla selva come all'epoca.

Solo un breve tratto della Crypta dal lato di Cuma, presenta una volta a tutto sesto in opus cementicia a scheggioni di tufo e cortina a reticolato, e da questo lato, sul fregio dell’arco, un’iscrizione commemorativa ricordava l’opera e il suo architetto. Tutto il resto della galleria è scavato nel banco tufaceo, con un'arte così precisa che rivela una tradizione secolare di tecniche e di maestranze.

Notevolissimi poi gli artifici impiegati per consentire l'illuminazione e l'aerazione dell'interno. Nella volta si aprono sei pozzi di luce: gli ultimi due verso Cuma erano tagliati obliquamente, un terzo lateralmente e gli altri verticalmente, il più alto dei quali giunge fino alla sommità del monte. Tagliati a quadrato ma svasati a campana verso la volta, i pozzi sono rivestiti in alto in opera reticolata. Giungendo dall'Averno, prima degli ultimi pozzi di luce si incontra a sinistra una diramazione della Crypta, mai scavata, che probabilmente risale sino alla vetta del monte.

A completamento del capolavoro c'è lo scavo di un acquedotto sotterraneo, che corre lungo il lato settentrionale della Crypta e che costituisce una galleria dentro un'altra galleria; munita anch’essa di nicchie e di pozzi di areazione di discesa, doveva servire a convogliare le acque potabili per i bisogni della flotta e del cantiere dell’antico Portus Julius.

Lo scopo militare di questa via sotterranea è evidente, se si considera che, essendo stato trasformato da Agrippa l’Averno in porto militare e in cantiere navale, la galleria agevolava le comunicazioni con Cuma, punto di vedetta e fortificazione di sommo valore strategico lungo tutto il litorale da Sinuessa a Miseno.

A differenza delle altre gallerie flegree, che al termine della battaglia di Azio persero di importanza strategica e caddero progressivamente in disuso, la Crypta Neapolitana continuò ad essere utilizzata come infrastruttura civile. Tuttavia, come risulta da una testimonianza di Seneca, era angusta, buia, polverosa e opprimente.




GLI SCAVI

La "Grotta di Cocceio" fu scavata negli ultimi tempi del regime borbonico come opera di bonifica della regione cumana ed è ancora percorribile, per quanto erosa e dallo scorrimento delle acque e dell’antico e nuovo traffico dei carri. Ma per sentirne tutta la profonda suggestione, gioverà rileggere le impressioni provate da un dotto napoletano, lo studioso Scherillo; che verso il 1844, quando era ancora interrata, la esplorò:

"Poche cose valgono ad eccitare quei sentimenti che io provai per la prima volta sotto le paurose volte di quell’antro. Imperocchè la sua lunghezza, l’altezza, quelle pareti levigate come il marmo, le grandi feritoie, cento nicchie sulla faccia a sinistra, come bocche di pozzi, uno stuolo incredibile di grandi pipistrelli che battevan l’ali strepitando dinanzi alla mia fiaccola, le tenebre dense e profonde, in mezzo a cui quella luce sembrava passare senza rischiararle….. le ombre fantastiche che proiettavano i sassi rotolati dalle feritoie e quelle nicchie; tutte queste cose insieme e la novità del luogo e del caso ti facevano trasognare, come se avessi lasciata la terra dei viventi…..".


OGGI

Oggi chiusa dopo i seri danni subiti nella seconda guerra mondiale per l’esplosione delle munizioni depositatevi, la crypta, già conosciuta, come "Grotta di Cocceio", attualmente non è visitabile, in quanto rischiosa la percorribilità.

La carrozzabile lungo la sponda occidentale del lago termina in un piazzale ove si apre l’ingresso (ora ostruito), della grotta di Cocceio, che aveva dalla parte del lago un vestibolo ornato di colonne e, data la sua disposizione in leggera salita, ben sei pozzi di luce, di cui i primi quattro verticali e gli altri due strombati, per superare la pendenza del monte di Cuma. La galleria sboccava in prossimità dell’Arco Felice, che peraltro fu aperto più tardi, nell’età di Domiziano


I DINTORNI

Uscendo su Cuma, dalla fine del I sec. d.c. ci si immetteva direttamente sulla Via Domitiana, ampi tratti della quale sono ancora visibili presso l'Arco Felice.

BUSTO DI VIRGILIO A PIEDIGROTTA
Tornati al viale d'accesso all'Averno, seguiamo la strada del lungo lago Lucrino fino all'incrocio con via Scalandrone. Qui sulla destra, sulle pendici del Monte della Ginestra, vi sono i resti di una villa romana, ormai sommersi da una fitta vegetazione. L'ambiente più grande, affrescato, è coperto da una volta a botte e presenta, nella parete di fondo, una grande nicchia centrale sormontata da tre nicchiette quadrate.

Tutta l'area che circonda il Lucrino è piena di resti romani di età tardo-repubblicana e imperiale ormai inaccessibili perché inglobate in proprietà private. Nel primo tratto di via Scalandrone ci sono sulla sinistra tre ambienti, tagliati dalla strada (sig!) ed in parte occultati dalla vegetazione.

Sul lato opposto, in proprietà Maddauno, sono conservati, poco al di sotto del piano stradale, due grandi vani affiancati, coperti da una volta a botte e una grande sala ottagonale del diametro di m. 12,, forse delle terme e oggi parte di una masseria.

Coperta da una cupola a ombrello in conglomerato cementizio, essa presenta, lungo il perimetro interno, otto lunette separate tra loro dai pennacchi della cupola.

La zona del Lucrino era collegata a quella della Sella di Baia da una galleria, probabilmente utilizzata come transito pedonale, il cui ingresso moderno si può intravedere lungo via Scalandrone, risalente all'età augustea, come dimostra un'iscrizione nella parete N databile al 30 dicembre del 10 d.c.


Le leggende

Dalla parte di Cuma vi è una grotta, che si dice di Pietro di Pace, che vogliono terminasse all’Averno, cavata per facilitare la Strada da Cuma ad Averno, in gran parte otturata dalla terra. Vicino al Lago suddetto vi è il Monte di Cristo.

Alla grotta di Cocceio è associata una leggenda popolare, riportata da storiografi cinquecenteschi che vorrebbe spiegarne l'origine e il nome, tutt'oggi in uso. Si vuole dunque che la crypta sia opera di un cavaliere spagnolo, Pietro di Pace, il quale fu convinto che all'interno del Monte Grillo era stato celato un tesoro; assistito da maghi e negromanti, egli avrebbe speso tutta la sua fortuna per consentire a scavatori di perforare il monte, senza risultato. 

Certe leggende miravano a trasformare tutto ciò che restava dei monumenti romani o diaboliche o di età molto più recenti, al punto che, abolite le scuole e quindi nella più totale ignoranza, gli abitanti del suolo italico nel medioevo ignoravano perfino che fosse esistito un impero romano.
Solo il Rinascimento riportò in parte in vita i resti dell'antico splendore mai superato fino ad oggi.





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