GEOLOGIA DI ROMA





E' vero, ed è bene che si sappia, che la conoscenza e lo studio degli ambienti e delle strutture geologiche è determinante per comprendere gli effetti degli eventi naturali sulla città che, al contrario di ciò che si crede. sono, se non prevedibili, almeno controllabili.

Ma è anche vero che la particolare storia geologica dell’area romana va studiata in quanto fu determinante per la storia sociale di Roma. Ognuno può osservare lo sviluppo di una civiltà, perchè questo fu Roma, prima ancora che una città, inserendo la griglia che più gli aggrada, e tutte le griglie possono essere utili: quella economica, religiosa, migratoria, floreale e faunistica, ma non si può prescindere da quella climatica e geologica che sono alla base della vivibilità del territorio.

I romani credevano che gli Dei avessero destinato Roma al suo compito di Caput Mundi ed Urbis Aeterna, e se il lavoro della natura è assegnato dagli Dei, in un certo senso era vero.




LA CAMPAGNA ROMANA

IMMAGINE INGRANDIBILE (FIG.1)
La storia della campagna romana  la fanno i resti fossili esposti oggi nel Museo di Paleontologia per offrire una panoramica degli ambienti che si sono susseguiti tra circa 5 milioni e 10.000 anni fa. Stupitevi pure perchè all'epoca la futura Roma era abitata da carnivori, elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi giganti e non, bisonti, uri e così via.

Si può osservare così il mutare degli antichi  ambienti terrestri nell’area geografica oggi occupata dalla media e bassa valle del Tevere e nel bacino di Roma a partire dal Pliocene superiore, quando il gioco della tettonica, ovvero il modo in cui le placche che compongono lo strato esterno della Terra interagiscono tra loro a mo' di fisarmonica, aveva portato il mare a ritirarsi e raggiungere le pendici della nuova catena appenninica, quando il clima era ancora caldo e umido, e ricche foreste si estendevano presso zone paludose abitate da tapiri ed elefanti primitivi.

Poi il mare si ritirò ancora scoprendo le terre, e vennero i fiumi, i vulcani, il Tevere cambiò il suo corso, nuovi mammiferi, giunti man mano dall’Asia, dall’Africa e dal subcontinente indiano popolarono questi territori a causa dell’evolversi del clima e del paesaggio fino a raggiungere la configurazione odierna (Figura 1 e 2).

FIG. 2

4 MILIONI d'anni fa

Quattro milioni di anni fa, nella Campagna Romana, si estendeva dunque un mare poco profondo, che lambiva le pendici della catena appenninica e da cui emergevano piccole isole allungate in direzione appenninica, che oggi, del tutto emerse, costituiscono i modesti rilievi del Monte Soratte e dei Cornicolani.

Il mare, tuttavia, era già in progressivo ritiro anche in conseguenza del sollevamento generale dell’area causato da movimenti tettonici. Come si vede, la zona in cui sorgerà Roma è ancora sott'acqua, mentre cominciano ad emergere le terre sabine. (Figura 2).

Così si può dire che la storia di Roma sia iniziata quattro milioni di anni fa. Passa il tempo e il paesaggio cambia: dove c’era il mare emergono terre fertili, solcate da corsi d’acqua, da foreste e da praterie. I dati che ci permettono di ricostruire la successione e la dinamica degli eventi sono registrati nelle rocce, nelle sequenze e successioni sedimentarie che affiorano in quest’area.

Figura 3

Nel corso del tempo nuovi strati si accumulavano gli uni sopra gli altri, così osservando gli strati possiamo leggere “notizie”, trovare informazioni che ci consentono di dedurre e ricostruire una “storia” a volte complessa, ma tale da permetterci di mettere in relazione con il tempo geologico eventi climatici, paleomagnetici, di deposizione di successioni sedimentarie, attività vulcanica, variazioni della flora e della fauna. E' lo stesso procedimento che si segue nell'archeologia, dove il recupero dei reperti avviene strato per strato, per definire gli stili e le epoche.

Il Pleistocene è la prima delle due epoche in cui è suddiviso il periodo Quaternario, il periodo geologico più recente, quello in cui viviamo. È compreso tra 2,58 milioni di anni fa e 11.700 anni fa. E' suddiviso in Pleistocene Inferiore, Medio e Superiore (figura 3).

Il Pleistocene inferiore e medio corrispondono al periodo del paleolitico inferiore (Homo habilis e Homo erectus), mentre il Pleistocene Superiore ai periodi del paleolitico medio e superiore (Homo neanderthalensis, Homo sapiens).



GLI DEI VOLLERO ROMA

Roma deve i suoi sette colli all’esistenza di modesti rilievi di prodotti vulcanici (cioè il tufo) affiancati da una vasta area pianeggiante, costituita da un deposito vulcanico di prodotti acidi emessi dal cratere durante eruzioni esplosive.

Il tutto con abbondanti acque sorgive, la vicinanza del Mar Tirreno che ne addolciva e ne addolcisce il clima, e la presenza di un’importante fiume come il Tevere, fiume navigabile fino al mare che costituiva una grande via di comunicazione per i commerci.

La natura vulcanica del suolo ha prodotto l’abbondanza di materie prime da costruzione nelle vicinanze della città, e pure sotto la città, almeno nei primi periodi, determinando fattori primari per la crescita, lo sviluppo e l’affermarsi dell'Urbe cara agli Dei.

RICOSTRUZIONE DI UN PAESAGGIO DI 3 MILIONI DI ANNI FA
ALLE PENDICI DEI CORNICOLANI (S. Maugeri) (FIG.5)

3 MILIONI DI ANNI FA

Tre milioni di anni fa sulle coste laziali si estendevano piccoli bacini lacustri dove il clima caldo e umido favoriva una vegetazione fitta di tipo subtropicale, con predominanza, tra gli alberi delle Taxodiacee tra cui le sequoie. Stupitevi pure: Nella zona della futura Roma svettavano le gigantesche sequoia.

Intanto la linea di costa, con la retrocessione del mare, era giunta a circa 240 metri di quota presso Palombara Sabina (Roma).

Nelle zone paludose a ridosso della costa (Figura 5), l’accumulo dei resti vegetali ha dato luogo a depositi di lignite nei quali sono stati trovati, due secoli fa, i resti di alcuni degli animali che popolavano il territorio, fra questi tapiri ormai estinti (Tapirus arvernensis) e proboscidati primitivi (Anancus arvernensis).

Stupitevi pure: nella zona della futura Roma c'erano gli elefanti, ma non quelli di oggi, perchè erano molto più grossi, si tratta dell'elefante antico, esattamente l'Elephans Primigenius. Se volete avere un'idea delle dimensioni ce n'è uno al museo dell'Aquila, o almeno c'era. Nel Lazio meridionale presso Anagni, sono stati rinvenuti mammuth meridionali, mastodonti, tigri dai denti a sciabola, iene, rinoceronti e grandi cervi.

ERA GLACIALE (figura 6)

2 MILIONI E MEZZO di anni fa

2,6-2,5 Milioni di anni fa avvenne un forte cambiamento del clima che interessò tutta la superficie terrestre, è l’inizio del periodo Quaternario, la cosiddetta “Era Glaciale” (fig. 6). Ciò comportò grossi cambiamenti sia nella flora che nella fauna, con l’arrivo di forme adattate a climi più freddi, più aridi e a spazi aperti, come il Mammuthus e i cavalli stenonoidi che, dall’Asia scendono piana piano a sud. Compaiono diverse specie di canidi, di felidi simili ai giaguari ed una iena, la Pachycrocuta brevirostris, di grande taglia, dal muso raccorciato e dalla dentatura in grado di spezzare ossa di grandi mammiferi.

Per l'uomo corrisponde alla preistoria in cui si sviluppò la prima tecnologia umana con l'introduzione dei primi strumenti in pietra da parte di diverse specie di ominidi, e infine con l'introduzione dell'agricoltura, con il passaggio al Mesolitico. Tra le epoche geologiche corrisponde a quella del Pleistocene (da 2,58 milioni a 10000 - 11000 anni fa).



COMPOSIZIONE DEL SUOLO ROMANO

Roma è costruita in buona parte su colline costituite da rocce di origine vulcanica - al di sotto delle quali sono presenti rocce compatte ghiaiose e argillose - e in parte su terreni poco compatti: ghiaie, sabbie e torbe di origine alluvionale, presenti nelle valli fluviali del Tevere e dell'Aniene.

Pleistocene Inferiore
- Sabbie grigie e sabbie gialle marine del Pleistocene Inferiore
- Sabbie Quarzose e Ghiaie del Pleistocene Inferiore
- Argille Marine del Pleistocene Inferiore
- Depositi Fluvio-Lacustri, Sabbie Ghiaiose e non.

Pleistocene  Medio  (fig.7)
- Argille, Sabbie e Ghiaie del Pleistocene Medio
- Piroclastiti, Lave e Tufi del Pleistocene Medio
- Formazione Fluvio-Palustre del Pleistocene Medio

Pleistocene Superiore- Formazioni Piroclastiche e Lavice del Pleistocene Superiore
- Complesso delle Pozzolane Inferiori ( Pozzolane Rosse, Lave, Pozzolane Nere ) del Pleistocene Medio-Superiore)

FIG. 7

 1 MILIONE E MEZZO di anni fa

Le antiche linee di costa ben preservate e osservabili lungo il margine occidentale del Pre-appennino Umbro-Sabino, vale a dire le dorsali montuose dei:

- Monti Amerini, rocce calcaree della successione pelasgica umbro-marchigiana
- Monti di Narni, monti umbri
- Monti Sabini, monti laziali
- Monti Lucretili, laziali, propaggini dei monti sabini
- Monti Cornicolani, modesti rilievi che sorgono nella valle del Tevere, 20 km a Nord Est di Roma,
indicano come sia ancora in atto il progressivo ritiro del mare, mentre l’alto strutturale di Monte Mario è in sollevamento  L’antico corso del Tevere passa a Ovest del M. Soratte e raggiunge la costa con un ampio delta nell’attuale area di Magliana-Ponte Galeria (Fig. 8).

(FIG. 8)
Il continuo alternarsi di fasi climatiche, umide ed aride, e una tendenza a un clima un po' più freddo, fecero sparire da un lato e mutare dall'altro i grandi mammiferi (Fig. 8) ovvero ricostruzione di un ipotetico paesaggio della valle del Tevere di circa 1,4-1,0 milioni di anni fa.

(FIG.9)
Territorio popolato da mammut dalle zanne moderatamente ricurve (Mammuthus meridionalis), equidi ad arti snelli (Equus altidens), cervidi di media taglia (Pseudodama eurygonos) e bisonti primitivi (Bison degiulii). (disegno di S. Maugeri)

Nella Campagna Romana, un dente di Mammuthus meridionalis è stato trovato nelle sabbie di origine marina affioranti a Monte Mario, e sono segnalati per la prima volta un bisonte primitivo di taglia piuttosto piccola (Bison degiulii) (Capena).

Sono stati ritrovati anche cavalli stenonoidi ad arti snelli (Equus altidens), rinoceronti (Stephanorhinus hundsheimensis) e grandi ippopotami (Hippopotamus antiquus) trovati, ad esempio, negli anni ’50 nelle ghiaie della cava Redicicoli (Roma).



OTTOCENTOMILA anni fa

Con la fine del Pleistocene Inferiore, inizia una nuova fase climatica: le oscillazioni glaciali/integlaciali si fanno più prolungate e intense, la ciclicità passa da circa 41.000 anni a circa 100-125.000 anni. 

Intorno agli 850.000 anni fa, la diminuzione delle temperature medie e l’aumento dell’aridità segnano un nuovo cambiamento delle faune a mammiferi, ma anche la paleogeografia dell’area della Campagna Romana subisce grandi cambiamenti.


FIG. 10

Si accentua il sollevamento dell’alto strutturale di Monte Mario e, probabilmente di Cesano, che fanno deviare verso Sud-Sud Est l’antico corso del Tevere. Il fiume con il nuovo percorso, riorganizza i reticoli fluviali dell’ampia fascia pedemontana, mentre più a Sud, la valle del Paleo-Sacco si apre dai Simbruini –Ernici verso Nord-Ovest. Già a partire da circa 0,8 milioni di anni, la progressiva messa in posto dell’apparato vulcanico dei Sabatini e, successivamente l’attività vulcanica del vulcano dei Colli Albani, determinano una variazione del corso del Tevere e del Sacco.






FINE DEL PLEISTOCENE

Con la fine del Pleistocene Inferiore appaiono nuovi mammiferi. Il clima, più fresco e arido specie nelle fasi glaciali, consente la diffusione fino all’attuale zona costiera di roditori boreali simili agli attuali lemming dell’artico (Dicrostonyx) e delle steppe (Prolagurus). 

Con il passaggio al Pleistocene Medio inferiore, fecero la loro comparsa nella Campagna Romana, tra gli altri, grandi carnivori:

- la iena macchiata (Crocuta crocuta), 
- i primi veri cinghiali (Sus scrofa priscus), 
- poderosi bufali dalle corna carenate (“Hemibos” galerianus), 
- argali (Ovis ammon antiqua) 
- cervidi di grande taglia, (Praemegaceros verticornis, Megaloceros savini) 
- daini di grande taglia dalle corna palmate (Dama clactoniana) 
- antenati del cervo nobile (Cervus elaphus acoronatus) 
- antenati del capriolo (Capreolus capreolus suessenbornensis). 
- il proboscidato Mammuthus trogontherii, abitatore di steppa-prateria
- il proboscidato Palaeoloxodon antiquus che raggiunse l’Europa meridionale e l’area mediterranea dall’Africa. E sarà proprio l’elefante antico, una della specie più diffuse nella nostra regione dove sopravviverà per oltre 700.000 anni, fino alle fasi fredde dell’ultimo glaciale.

Durante il paleolitico sono avvenute una serie di glaciazioni, in cui i ghiacci avevano coperto gran parte dell'Europa settentrionale e centrale, spingendosi fin quasi sulle coste del Mar Mediterraneo e provocando l'abbassamento del livello del mare di oltre 100 metri. Avvenivano quindi contatti tra gli abitanti della penisola iberica e di quella italica. Con la fine dell'ultima glaciazione, tra 15000 e 10000 anni fa, e il conseguente aumento delle temperature, i ghiacciai ripresero a sciogliersi, e il livello dei mari si rialzò nuovamente.



IL CAVALLO DEL MEDIO PLEISTOCENE

Una più precisa storia del cavallo è stata ottenuta da un gruppo internazionale di ricercatori grazie al sequenziamento del genoma di un equino vissuto circa 700.000 anni fa. Il risultato, che dimostra la possibilità di recuperare frazioni di genoma molto antico: si avvicina al limite teorico di sopravvivenza del DNA, che in ambienti molto freddi sarebbe attorno al milione di anni.

CAVALLO PLEISTOCENICO  (FIG.11)
Il genoma è estratto da un frammento osseo recuperato dal permafrost artico a Thistle Creek, nello Yukon, in Canada, attribuito a un cavallo vissuto nel Medio Pleistocene, Equus lambei (FIG.11). Dopo il sequenziamento, per la ricostruzione filogenetica i ricercatori hanno confrontato i dati ottenuti con quelli relativi a un cavallo del Tardo Pleistocene, risalente a circa 43.000 anni fa, di un cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii), che è considerato l'unico membro del genere Equus ancora veramente selvaggio, di cinque razze del cavallo domestico (Equus ferus caballus) e di un asino (Equus asinus). 

Le analisi hanno indicato che il lignaggio di Equus ha dato origine a tutti i cavalli contemporanei, alle zebre e agli asini fra i quattro e i 4,5 milioni di anni fa. La divergenza fra gli equini attuali e il cavallo di Przewalski è comparsa invece fra i 38.000 e i 72.000 anni fa, senza traccia di contaminazione fra i due. Secondo i ricercatori i genoma dei cavalli domestici sono stati sottoposti a una forte selezione positiva, dimostrata da cambiamenti troppo rapidi per essere avvenuti in natura.


RESTI DI ELEPHAS PRIMIGENIUS RINVENUTO VICINO AL COLOSSEO  (FIG 12)


L'ELEPHANS ANTICUS CHE VIVEVA A ROMA E' UN FOSSILE di 300mila anni fa

E' comparso sulla Terra 800.000 anni fa e si è estinto 37.500 anni fa. Il Palaeoloxodon antiquus, ben più grande dei pachidermi attuali, era fra le specie più diffuse in Europa meridionale. E' stato rinvenuto nel sito de La Polledrara di Cecanibbio, il giacimento paleontologico databile a 300mila anni fa scoperto nel 1984 a 20 chilometri da Roma, tra le vie Aurelia e Boccea, dove è stato riportato alla luce, nella campagna di scavo avviata nel 2011 dalla Soprintendenza ai beni archeologici di Roma un esemplare straordinario di "Elephas", completo e con tutte le ossa in connessione."

(FIG 13)
Il giacimento de La Polledrara, identificato nel 1984, rappresenta uno dei più ricchi depositi paleontologici esistenti. Il sito è ubicato sulle pendici periferiche dell'apparato vulcanico Sabatino, a circa 20 km a nord ovest da Roma ed alla quota di 83 m s.l.m.

Una struttura museale di 900 mq protegge un vasto settore del giacimento. All’interno il visitatore, attraverso una passerella sospesa, può visitare lo scavo archeologico che comprende sia un tratto dell’antico alveo fluviale sia l’area ad ambiente palustre, in cui si sono conservati numerosi reperti faunistici. L’alveo del corso d’acqua misura circa 35-40 m in larghezza e 1,5 in profondità.

La scoperta di numerosi resti fossili attribuibili per la maggior parte all’Elefante antico ed al Bue primigenio ha permesso di ipotizzare un’intensa presenza umana ed animale nell'ambiente palustre. In particolare, è stato portato alla luce lo scheletro di un elefante rimasto intrappolato nel fango, tra le cui vertebre è stato rinvenuto il cranio di un lupo.

(FIG. 14)

ROMA, CITTA' DEGLI ELEFANTI

C'era una volta, prima di Romolo e Saturno, un esercito di giganti... La capitale custodisce un sorprendente patrimonio di resti di pachidermi preistorici

Un gruppo di studenti osserva da una passerella sopraelevata l'area musealizzata de La Polledrara di Cecanibbio, ampia 900 metri quadrati, ricavata sull'alveo di un antico fiume risalente a 320 mila anni fa. Gli elefanti rinvenuti nel sito, a partire dal 1985, sono almeno 30. (fig. 15)

Quello di Rebibbia (FIG. 14) è l’unico superstite tra i numerosi giacimenti pleistocenici individuati tra Salaria e Tiburtina, lungo gli ultimi chilometri di corso prima che l’Aniene sfoci nel Tevere. Qui, alla fine dell’Ottocento, era ancora aperta campagna, terreno fertile per paleontologi che seppero trarre profitto dalle intense attività estrattive di tufo e pozzolana di origine vulcanica, sabbie e ghiaie depositate dal fiume.

(FIG. 15)
I siti di Sedia del Diavolo, presso l’attuale piazza Addis Abeba, di Monte delle Gioie, all’altezza di Ponte Salario, e di Saccopastore, appena prima di piazza Sempione, furono tuttavia sacrificati all’urbanizzazione selvaggia del Novecento. Sorte migliore è toccata a quei vasti campi attraversati, a ovest della metropoli, dalla via Aurelia e mantenuti ininterrottamente a uso agricolo: fino al 1978, quando la proprietà passò al Comune, appartennero al Pio Istituto del Santo Spirito, il quale alimentava gli ospedali romani con la produzione delle sue tenute, salvate per tale buona causa dalla cementificazione. 

In questa zona, dove sono ancora visibili i siti di Torre in Pietra e di La Polledrara di Cecanibbio, si concentra, insieme alla bassa valle dell’Aniene, la maggior parte dei 140 giacimenti con fossili di proboscidati tornati alla luce a Roma e nelle campagne circostanti. Un curioso primato che nessun’altra capitale europea può vantare.

La fotografia apparsa sui giornali italiani nel maggio del 1932: un cranio e una zanna di Elephas primigenius erano stati ritrovati a pochi metri dal Colosseo, durante i lavori di sbancamento della collina della Velia voluti da Mussolini per la realizzazione della via dell'Impero (oggi via dei Fori imperiali). Fotografia tratta dall'Archivio X ripartizione Comune di Roma (Fig. 12-13)

Gli antichi lo sapevano, che c’era un prima. Già Svetonio, narrando la vita di Augusto, ricorda la passione con cui l’imperatore raccoglieva grandi ossa fossili, attribuendole a favolosi giganti di età mitiche.

(FIG. 16)

ROMA E' SORTA TRA I VULCANI

In buona parte del territorio i terreni in affioramento sono di origine vulcanica e nella maggior parte dei casi hanno un'età medio pleistocenica (da 600.000 a 125.000 anni fa) in misura minore sono del pleistocene superiore (fino a 20.000 anni fa). Le vulcaniti sono state prodotte dalla attività del Vulcano Sabatino a NW e da quella del Vulcano Laziale a SE.


APPARATO VULCANICO SABATINO

L'apparato Sabatino (con attività eruttiva da circa 600.000 a 40.000 anni fa) non ha un cono alto bensì ha rilievi modesti e vaste depressioni per lo sprofondamento, dopo le copiose eruzione di flussi piroclastici), dagli ampi crateri detti "caldere".

Queste depressioni sono oggi occupate da laghi:
- Bracciano (lacus Sabatinus)
- Martignano originariamente chiamato Lago Alsietino (Lacus Alsietinus),
- Stracciacappe (lacus Papyrianus, prosciugato a partire dal 1828 da papa Leone XII
- Baccano, prosciugato nel 1715 dal principe Augusto Chigi
Oppure hanno lasciato ampie superfici pianeggianti con una modesta cinta di rilievi a forma circolare (la Caldara di Manziana, la Valle del Baccano ecc.) che talvolta ospitano acquitrini.
In associazione alle vulcaniti si trovano quindi anche sedimenti fluvio lacustri come il deposito di diatomite di Riano Flaminio (farina fossile dell'intervallo Mindel Riss circa 280.000 anni fa) dove si rinvengono fossili di pesci, gamberetti foglie ed altri frammenti vegetali ben conservati.


APPARATO VULCANICO DEI COLLI ALBANI o "VULCANO LAZIALE"

L'attività del vulcano inizia successivamente a quella sabatina (circa 500.000 anni fa) e si conclude circa 20.000 anni fa. 
Le ultime fasi eruttive di attività di questo vulcano:
- fase idromagmatica finale (da 200.000 anni fa) 
- fase dell'edificio dei Campi d'Annibale (a partire da circa 300.000 anni fa) con violentissime eruzioni freatomagmatiche (interazione tra acqua di falda e magma in risalita).


Apparato Vulcanico: 

il più antico Edificio dei Campi d'Annibale:
- Rocca di Papa 
- Monte Cavo 949 m 
- Colle Iano 
- Monte delle Faete
La caldera di Ariccia, 
L'Apparato di Nemi 
L''Apparato di Albano
- Castel Gandolfo
- Albano. 

Disseminati tutt'intorno all'apparato vulcanico vi sono numerosi altri centri d'emissione collegati alle fasi eruttive più antiche: 
- Fase dell'Edificio Tuscolano Artemisio in attività da 500.000 a 350.000 anni fa. Su questi piccoli coni vulcanici dal lato nord che si affaccia verso Roma sono sorti numerosi centri abitati come: 
- Frascati, 
- Monte Porzio Catone, 
- Colonna.

Ci sono gli studi sul Vulcano Laziale e sulle possibilità che la crisi idrica del lago di Albano (soggetto a un prelievo forsennato) possa scoprire sacche di anidride carbonica e monossido di carbonio, giacimento di gas in pressione ad alta temperatura (400°C) che venendo in contatto con il lago potrebbe portare a violente esplosioni con risalite di gas letali.

Si parla di un'esplosione avvenuta in età romana con conseguente effetto lahr: colata di fango che fuoriuscì dalla caldera e si riversò nella piana di Ciampino. Non è un caso che ai tempi dei romani era noto che non fosse cosa buona risiedere all'interno del cratere del lago di Albano.



LAVA LEUCITICA - LAPIS SPECULARIS

Diverse colate di lava leucititica tipiche del distretto laziale come la colata di Capo di Bove (lava leucititico-augitica) che da Santa maria delle Mole si è diffusa verso valle con una lunga lingua che arriva fin alle porte di Roma:
- Tor Marancia 
- San Sebastiano 
e sulla quale i romani costruirono la via Appia utilizzando blocchi di essa: "basolato romano". 
Dalla stessa lava in tempi successivi sono stati ricavati i sampietrini: blocchetti di lava di colore grigio molto scuro che sono ancora oggi utilizzati per pavimentare le strade del centro storico di Roma.

Ma c'è un altro tipo di Leucite che è stato ampiamente usato come vetro e specchio, e Plinio ne indica le principali cave di lapis nel bacino del Mediterraneo: Turchia, Tunisia, Cipro, Italia (vicino a Bologna e in Sicilia), Spagna (Spagna Citerior, nell’area che circonda la città di Segóbriga).

Diafano come il ghiaccio, trasparente come l’aria più pura, "lapis duritia marmoris, candidus atque translucens," per usare le parole di Plinio nella Naturalis Historia, il lapis specularis è un derivato del gesso, ha la caratteristica di sfogliarsi in strati abbastanza sottili da far passare la luce, con aspetto simile al vetro.

I Romani ne facevano ampio uso per le terme, le domus e per gli edifici pubblici in genere. A Ercolano e a Pompei è ancora possibile vedere delle finestre chiuse da lastre di leucocite. 



TUFO DI ALBANO

Successivamente all’attività centrale del vulcano dei Colli Albani, si è esplicata una attività cosidetta “eccentrica” cioè alimentata dallo stesso magma ma non collegata direttamente e/o indirettamente con il condotto vulcanico centrale. Questa attività eccentrica ha portato alla formazione di un tufo granulare, a grana da fine a grossolana di colore generalmente grigio. 

Il Tufo di Albano si presenta ben coerente lapideo ed è conosciuto come il tufo grigio da costruzione, comunemente chiamato “peperino”. Il peperino di Albano, (lapis albanus dei romani) presenta una varietà ricca di minerali frammenti di rocce sedimentarie immersi nelle ceneri della pasta di fondo. 

Esso è geneticamente connesso all’esplosione che ha dato origine all’attuale conca del lago di Albano. Le sue caratteristiche meccaniche sono relativamente elevate, fin dal tempo dei romani era apprezzata la proprietà di questi peperini che si scalpellano con facilità all’atto della estrazione mentre induriscono quando perdono l’acqua di cava.

Il peperino di Albano è particolarmente resistente se protetto dagli agenti esterni, impiegati all’esterno risultano gelivi e facilmente corrosi dalla salsedine. Il Tufo di Albano è stato impiegato in epoca romana come pietra decorativa.



ALTRE MODIFICHE DEL SUOLO ROMANO

1) INONDAZIONI
- Almeno 15 inondazioni nell'Evo a.c.
- Nell'Evo d.c., fino al 411 d.c., 31 inondazioni.
- Dal 411 al 1476 si ebbero 18 inondazioni.
- Dal 1467 al XIX secolo, si ebbero 17 inondazioni.

2) INCENDI
Nell’antichità gli incendi erano frequenti per l'alto uso del legno. Le macerie non venivano alienate, ma vi si costruiva sopra innalzando così il livello del terreno per proteggersi di più dalle acque ma anche perché costava meno.

3) RIFIUTI E MACERIE
Costava meno anche edificare sui rifiuti dovuti ad altre cause, crollo dei palazzi, anfore rotte, marmi spezzati, edifici ricostruiti ex novo. Il suolo di Roma antica giace dai 6 ai 12 m (ma pure 15) sotto il livello del manto stradale. Ne fanno fede:
- Il Monte dei Cocci a Testaccio,
- Il Monte Citorio, edificato su un sepolcro degli Antonini,
- Il Monte dei Cenci sui resti del teatro di Balbo,
- Il Monte Savello sopra il teatro di Marcello,
- Monte della Farina sulle rovine del teatro di Pompeo.

4) TERREMOTI
La sismicità di Roma anche scarsa nell'attività e modesta come intensità, risente a volte gli effetti dei movimenti sismici vicini, soprattutto quelli dell’Appennino centrale. L'attuale conformazione della catena appenninica è il risultato di un lungo e complesso processo geologico legato alla collisione fra la placca Africana e quella Euroasiatica. 
La zona è come se fosse stretta in una morsa, con una compressione prevalente nel Sud. L'area del Lazio, in particolare Roma, è chiusa fra queste due zone con una parte pianeggiante nella quale sono cresciuti gli apparati vulcanici, e una parte montana formata dal rilievo appenninico con rocce di natura sedimentaria.
Al contrario la zona dei Colli Albani da origine a terremoti frequenti ma difficilmente importanti.
I danni maggiori ovviamente si ritrovano in quelle aree poste sopra le alluvioni oloceniche, mentre le zone dove affiorano i prodotti vulcanici ne risentono pochissimo.

5) CAVITA' SOTTERRANEE
Cave: I romani scavavano sotto Roma per procurarsi i materiali dell'edilizia, ma anche successivamente ai romani. A causa delle caratteristiche necessarie per le malte e per i cementi, i terreni interessati dalle gallerie di cava sono
- per il 60% le Piroclastiti sabatine,
- per il 32% le Pozzolane rosse,
- per il 3% il Tufo litoide lionato,
- per il 3% l’unità di Valle Giulia (sabbie, travertini e ghiaie),
- per l’1% il Paleotevere 2 (ghiaie ed argille),
- per l’1% l’unità di Monte Mario (sabbie limose e sabbie). 

Le zone più a rischio sono:
- Cessati Spiriti
- Grottaperfetta
- via XX Settembre
- quartiere Tiburtino e Prenestino
- Tre Fontane
- Trionfale e Boccea
- Tuscolano
- zona di Vigna Pia

Un esempio per tutti il mausoleo de "il Monte del Grano".
In via Monte del Grano e nell’adiacente piazza dei Tribuni esiste una cava di pozzolana in sotterraneo. Tutta la zona è interessata da gallerie e cavità, completamente obsolete nonostante la presenza della camera funeraria detta Monte del Grano. L’intero complesso era decorato da blocchi di travertino utilizzati nel 1387 per produrre calce.. alcuni blocchi di travertino furono rinvenuti negli anni settanta durante la sistemazione della zona in giardino pubblico.

Cunicoli: Scavati dai romani per opere idrauliche, tipo acquedotti, condotte termali e fognature, posti in genere a meno di 5 m di profondità. A volte queste strutture venivano incontrate durante lo scavo di gallerie sepolcrali ed utilizzate per ricavarne loculi e per disperdere le acque infiltranti.

Catacombe: Catacombe (scavate ma a volte parti delle vecchie cave), colombari ed ipogei in genere
Le catacombe sono limitrofe alle grandi vie di comunicazione:
- Flaminia Salaria (antica e nuova), Nomentana
- Tiburtina. Labicana (Casilina), Latina
- Ardeatina Appia (Antica e Pignatelli), Ostiense
- Portuense, Aurelia antica, Cornelia



L'UOMO PREISTORICO TECNOLOGICO

Ci è sempre stato dipinto come un essere inferiore che per un milione di anni sa solo scheggiare pietre, ma non è così. L'uomo preistorico è addirittura tecnologico: l'otturazione dentaria più antica risale a 13mila anni fa e a farla fu un dentista del futuro suolo italico. Il più antico dente 'riparato' con un composto a base di bitume è stato, infatti, rinvenuto nel sito Riparo Fredian, vicino Lucca, e risale all'era Glaciale. I denti, due incisivi centrali superiori di una persona anziana del Paleolitico Superioire, presentano entrambi un foro centrale.

I segni sono simili a quelli dei denti risalenti a 14.000 anni fa trovati in un altro sito in Italia. Tuttavia gli ultimi due incisivi ritrovati, "presentano un'innovativa procedura. I fori contengono tracce di bitume, incorporate con fibre vegetali e peli, pensiamo che sia la prova di preistoriche otturazioni dentali". 
Come nella moderna odontoiatria, il dentista del paleolitico avrebbe forato e riempito i buchi per ridurre il dolore e tenere il cibo fuori dalla camera pulpare. "Il bitume, inoltre, insieme con alcune piante medicinali, potrebbe essere stato utilizzato come antisettico".



IL PALEOLITICO A ROMA

All’Acheuleano superiore appartengono numerosi siti esplorati poco a Nord di Roma lungo la via Aurelia: Malagrotta, Torre in Pietra (livello m), Castel di Guido; gli ultimi due insediamenti, topograficamente e cronologicamente poco distanti tra loro (intorno a 300.000 anni fa), sono presenti nell'esposizione.

Ai manufatti litici – le caratteristiche amigdale, choppers (strumenti su ciottolo) e strumenti su scheggia in calcare e selce – si affiancano, a Castel di Guido, bifacciali e altri strumenti in osso, che testimoniano l’utilizzazione di questo materiale, documentata anche in altri siti laziali. Da Castel di Guido provengono anche resti scheletrici degli uomini che frequentarono il sito. Questi sono riferibili a Homo erectus con alcuni caratteri evoluti in senso neandertaliano.

Il popolamento del Lazio è ben documentato anche da altri ritrovamenti di fossili nei quali è possibile seguire l’evoluzione del genere Homo. Ai Neandertaliani “arcaici” sono riconducibili i due celebri crani rinvenuti a Roma nella cava di Saccopastore (ca. 100.000 anni); le loro particolarità morfologiche li differenziano dai Neandertaliani “classici” di età würmiana ben rappresentati dal cranio, eccezionalmente conservato, rinvenuto sulla paleosuperficie della Grotta Guattari sigillata da un crollo intorno a 50.000 anni fa, una delle più note grotte del promontorio del Circeo.

All’uomo di Neandertal è associato il Musteriano, un complesso di industrie su scheggia del Paleolitico medio. Nella produzione litica si sviluppa la tecnica Levallois, che permetteva di predeterminare la forma delle schegge, e la realizzazione di strumenti tipologicamente meglio definiti tra i quali particolarmente frequenti sono i raschiatoi. Una facies del Musteriano, diffusa nel Lazio costiero e ben documentata nelle grotte del Monte Circeo, è il Pontiniano caratterizzato dall'utilizzazione, come materia prima, di ciottoli silicei di piccole dimensioni.

Le industrie litiche evidenziano l’abilità tecnica raggiunta nella produzione di lame per un migliore sfruttamento della materia prima e nella lavorazione di numerosi tipi di strumenti destinati a diverse attività (bulini, grattatoi, strumenti a dorso) mentre l’osso viene utilizzato per realizzare punteruoli, zagaglie, arponi ed aghi di accurata fattura. Il culto dei morti è testimoniato da sepolture con corredi costituiti da strumenti e, a volte, da oggetti di ornamento personale, che denotano l’esistenza di un mondo concettuale e simbolico e di un gusto estetico ben documentato anche dalla comparsa e dallo sviluppo delle manifestazioni artistiche.

MUSEO DEL PLEISTOCENE - CASAL DEI PAZZI (Roma)  (FIG. 17)

ELEFANTE A REBIBBIA

Aperto a Roma il nuovo Museo di Casal de’ Pazzi creato con i ritrovamenti risalenti all’era del Pleistocene. Un museo totalmente inedito per Roma, un nuovo allestimento che contiene e ordina i resti di 200mila anni fa, scoperti sul posto nel 1981, come zanna d’elefante rinvenuta durante i lavori di urbanizzazione della zona di Rebibbia.

Un’importante scoperta che diede il via ad un’indagine archeologica su un’area di oltre 1.200 mq e portò alla luce il tratto di un antico alveo fluviale. Nel giacimento vennero scoperti più di 2000 fossili animali , appartenenti a specie impensabili oggi nella campagna romana (l’elefante antico, l’uro, l’ippopotamo, il rinoceronte), ma anche un frammento di cranio e oltre 1.500 manufatti in selce che testimoniano la contemporanea presenza di uomini.

E’ il Lazio preistorico, quando tra le deserte estensioni della campagna romana si aggiravano rinoceronti, uri, mammut; e i primi uomini sopravvivevano cacciando e lavorando la selce sulle sponde del fiume.

(FIG. 18)




L'OLOCENE

L'Olocene è l'epoca geologica più recente, quella in cui ci troviamo e che ha avuto il suo inizio convenzionalmente circa 11700 anni fa.
È l'epoca del definitivo sviluppo dell'Homo sapiens, l'unico sopravvissuto del genere Homo, e destinato a diventare in breve tempo con la sottospecie Homo sapiens sapiens l'essere dominante del pianeta.

I cambiamenti climatici provocarono una serie di rapidi progressi nell'evoluzione umana che fecero passare i nostri antenati da un'economia di caccia e raccolta a quella stanziale di coltivazione e allevamento. I piccoli gruppi nomadi cominciarono ad utilizzare dapprima i ripari naturali come grotte o caverne, poi a costruirsi un riparo artificiale di rami e foglie, di pelli, poi di legno, fango e pietre fino ad arrivare alle successive case.



L'OLOCENE A ROMA

L'Olocene è un' Era Glaciale, Il riscaldamento dell'Olocene è pertanto un periodo interglaciale e non c'è ragione di credere che esso rappresenti la fine permanente dell'attuale era glaciale.
Da uno studio effettuato dall'Università di Brema risulta che nel periodo che va dal 60 a.c. al 200 d.c., la temperatura dell’aria e quella della superficie marina dell’Italia centro-meridionale non erano molto diverse da quelle attuali. Anzi, tra il 60 a.c. ed il 90 d.c. esse erano più alte di quelle di oggi. Dopo il 90 d.c. le temperature cominciarono a scendere raggiungendo, intorno al 200 d.c., valori simili a quelli piuttosto freddi del 1800.



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