IL POPOLO ROMANO



Publio Annio Floro

"Qualora si consideri il popolo romano quasi fosse un unico uomo e si esamini attentamente tutto il suo ciclo storico, come sia iniziato, come sia cresciuto, come sia giunto quasi ad una certa fioritura di gioventù, come poi sia per così dire invecchiata, si troveranno quattro gradi di sviluppo.
Il primo periodo sotto i re durò circa quattrocento anni, durante i quali il popolo romano combattè con i popoli confinanti nei dintorni della stessa città: questa sarà l'infanzia. Procedendo dai consoli Bruto e Collatino fino ai consoli Appio Claudio e Quinto Fulvio (il popolo) si estende per centocinquanta anni, durante i quali sottomise l'Italia:questo fu il periodo più intenso per gli uomini e per le armi, e perciò lo si potrebbe definire (la sua) adolescenza. In seguito fino a Cesare Augusto ci furono centocinquanta anni, durante i quali pacificò tutta la terra: qui c'è oramai proprio la gioventù dell'impero e quasi direi la robusta maturità. Da Cesare Augusto fino al nostro tempo ci sono stati non molto meno di duecento anni, durante i quali per l'inerzia dei Cesari il popolo quasi invecchiò e si indebolì, se non che sotto l'imperatore Traiano mosse i muscoli ed al di là della speranza di tutti la vecchiaia dell'impero rinvigorisce quasi che le fosse stata restituita la gioventù. "

Questa non disinteressata ovazione a Traiano non è veritiera, il popolo romano ottenne durante la repubblica, ma a costo di una guerra civile, la parità o quasi di diritti uguali tra patrizi e plebei, ed ebbe da Cesare Ottaviano un notevole riconoscimento dei diritti delle donne.
L'immagine sopra è il "Genio del popolo romano."



IL POTERE DEL POPOLO

Sicuramente ne aveva molto più di oggi, ed era più temuto di oggi dai governanti, e scendeva in piazza per farsi valere molto più di oggi.
Secondo la tradizione fu il primo re di Roma, Romolo, a dettare le prime leggi politiche militari e giuridiche. Ma la scelta dei re spettava al popolo romano e quando coi Tarquini fu violato questo diritto, il popolo cacciò la monarchia e fondò la Repubblica.
"Il popolo romano, cacciati i re, istituì il Consolato"
Il detto latino: "Vox populi vox Dei", cioà la voce di un popolo è la voce di un Dio. la dice lunga.

S.P.Q.R. senatus populusque romanus - il senato e il popolo romano
La scritta veniva blasonata negli stendardi delle legioni romane e scolpita su ogni nuovo monumento nell’antica Roma Repubblicana.

Ma a Roma il detentore della sovranità non era tanto il senato, quanto il populus Romanus Quiritium. Il senato aveva soltanto l’auctoritas, che si esercitava nel senatus consultum, cioè il diritto dei senatori di consigliare i magistrati nei provvedimenti da prendere e nelle proposte da fare al popolo.
Al popolo spettava invece decidere della guerra e della pace, e nell’appello tra la condanna a morte e la condanna a pene corporali. Era sempre il popolo a ratificare un patto di alleanza, la fine di una guerra o un trattato di pace, rendendo ciascuno di questi atti esecutivo o meno. Quindi il popolo aveva una sfera di competenze molto ampia con un sistema di governo di tipo democratico. Ma quel che più conta, il popolo poteva scegliere i magistrati e con ciò determinare la composizione del senato, giacché il senato era composto da ex-magistrati, in seguito anche da membri della bassa magistratura fino ai questori.


Le votazioni

In occasione delle elezioni il popolo si riuniva nella sede dell’esercito sul Campo Marzio, ma le donne non votavano. Come l’esercito, anche il corpo elettorale era diviso in centurie dette comitia centuriata. Ogni centuria disponeva di un voto, di modo che la I classe, costituita da coloro che potevano accedere al consolato, coi suoi 98 voti contro 95, aveva un vantaggio iniziale sulla massa dei votanti, rendendo spesso superflue le votazioni.


I Tribuni della plebe

Per l’elezione dei Tribuni la plebe, secondo le disposizioni della lex Publiha, promulgata nel 471 a.c. alla fine di una guerra civile, si recava suddivisa per rione, tribus, ai comitia tributa. Dapprima c'erano solo 4 rioni cittadini, in seguito anche 17 provinciali detti tribus rusticae, e infine, a partire dal 241 a.c., 35 tribù, ognuna con un voto. Il compito dei tribuni della plebe, che all’inizio erano 2, dal 241 in poi salirono a 5, poi a 10, per proteggere i plebei dagli arbitri dei magistrati.

Tale diritto, detto ius intercedendi o ius auxilii, non si estendeva naturalmente al campo di battaglia, dove l'obbedienza era basilare per la salvezza dello stato.


Plebiscita

Ma soprattutto il popolo aveva il diritto di veto, che permetteva di appellarsi contro le risoluzioni del senato e gli ordini dei magistrati, e d’imporre le risoluzioni del popolo, cioè i plebiscita attraverso assemblee popolari convocate in forza del ius agendi cum plebe. Diritto quasi mai esercitato oggi nel mondo civile.

Questo diritto si fondava sulla priorità della plebe, o, come dice la tradizione, su una ulteriore organizzazione della plebe a « stato dentro lo stato ». Il suo rapporto con le risoluzioni della totalità del popolo ossia con le leges rimase in discussione fino al 287, quando la lex Hortensia sancì la piena uguaglianza dei diritti tra patrizi e plebei.


Gli edili

Magistrati ausiliari dei tribuni erano gli aediles plebis, eletti anch’essi durante i comizi tributi, esercitavano la giurisdizione del mercato e, in forza del ius prensionis, cioè del diritto dei tribuni di arrestare i renitenti, anche il potere di polizia. Al loro fianco stavano gli aediles curules, nel cui ufficio, dal 338 in poi, si alternarono regolarmente plebei e patrizi.

Ai curules spettava di organizzare gli spettacoli in occasione delle feste. La giurisdizione superiore stava nelle mani del praetor urbanus. Dal 241 in poi al suo fianco stava un pretore, qui inter peregrinos ius dicit e al quale durante le campagne militari spettava di sostituire il console; a questo scopo gli vennero assegnati 6 littori. Gli edicta praetorum, pubblicati anno per anno, resero noti i princìpi legali seguiti.


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