BELLUM IUSTUM





BELLUM IUSTUM

Per i romani, come per tutti gli antichi e pure anche oggi, ogni cosa avveniva solo se voluta dagli dei che decidevano la vita e la morte, la salute e la malattia, la vittoria o la sconfitta. Per questo esistevano procedure e rituali sacri da rispettare nella guerra, "Duellum", nel termine molto arcaico, "Bellum" nel termine repubblicano-imperiale, secondo un procedimento giuridico-religioso. 

Non dimentichiamo che Bellona era l'antica Dea della guerra, Dea italica e sicuramente Grande Madre, ovvero uno dei tre aspetti di questa: nascita, crescita e morte. Come Dea della morte Bellona era preposta alla distruzione e quindi soprattutto alla guerra.



TITO LIVIO

Livio ci ha tramandato il formulario arcaico per la dichiarazione di guerra (I, 32), preceduta dall'invocazione agli Dei come testimoni e vendicatori delle eventuali violazioni e con la concessione di un intervallo di 33 giorni per la "restituzione" di ciò che era stato tolto ingiustamente e per la riparazione della trasgressione. Con l'andar del tempo ci fu una evoluzione dei riti e le varianti mirarono sempre ad eliminare quei rallentamenti che la pratica rituale imponeva e che rientrava invece nella sostanza dell'atto religioso, destinato a rendere possibile fino all'ultimo un ripensamento del nemico che impedisse la guerra e a far sì che si giungesse alle armi solo quando si erano espletate le vie della pace.

Tito Livio, la guerra contro gli Equi (V sec. a.c.):
«Il console Valerio, che aveva marciato col suo esercito contro gli Equi, non riuscendo a provocare il nemico a battaglia, s'accinse ad assalirne l'accampamento. Glielo impedì una spaventosa tempesta che si rovesciò dal cielo con grandine e tuoni. Il suo stupore crebbe poi quando, dato il segnale della ritirata, il tempo ritornò così calmo e sereno che, come se il campo fosse difeso da qualche divinità, gli parve un sacrilegio assediarlo di nuovo».

Il buon esito della guerra dipendeva certamente dai generali e dall'esercito, ma soprattutto dal bellum iustum (guerra legittima), da una condizione di necessità che giustificasse il ricorso alle armi. La guerra era accettata secondo una concezione sacrale del potere. Da questa premessa religiosa derivava la necessità di compiere alcuni riti indispensabili per accertarsi la protezione divina.

Anzi poichè la difesa di una città dipendeva dalla benevolenza degli Dei, i romani facevano talvolta la cerimonia dell'evocatio, per far uscire la divinità dalla città dei nemici e accoglierla a Roma. Il generale romano pronunciava alcune formule di rito, sacrificava un animale per esaminarne le viscere e cogliere i segni della divinità al fine di capire se l'invito era stato accolto. Perchè non solo i propri Dei erano rispettati ma pure quelli degli altri popoli, seppur spesso molto diversi da quelli romani, un rispetto che le religioni monoteiste ebbero praticamente mai.

L’agire bellico doveva dunque seguire le regole dello ius belli conosciute e custodite dai Feziali, un collegio sacerdotale il quale, accertato che Roma avesse ricevuto un'offesa, si recavano dal popolo nemico e dicevano solennemente:
«Noi siamo gli inviati ufficiali del popolo romano, ambasciatori secondo il diritto umano e divino»;
quindi ponevano le condizioni per riparare l'offesa. Quindi potevano ratificare il trattato di pace (stipulato nei particolari dall'autorità politica), pronunciando una formula di exsecratio, cioè di maledizione, che avrebbe dovuto attirare la punizione divina su chi non avesse rispettato i patti. Se l'offesa non era riparata o se Roma non si sentisse soddisfatta dall'offerta del nemico, allora era guerra.

Ma già nel 172 Livio (XIII, 47) riferisce, agli inizi della III guerra macedonica, che gli ambasciatori, tornati a Roma dalla Macedonia, si gloriavanoi di avere ingannato il re con una tregua e la speranza della pace, visto che il re era già preparato alla guerra, mentre i Romani non avevano preparato nulla, altrimenti questi avrebbe potuto occupare tutte le posizioni favorevoli, prima che l'esercito romano sbarcasse in Grecia. Con il tempo acquistato con la tregua la guerra sarebbe stata più equilibrata. La maggioranza del Senato approvò questo comportamento, mentre "i vecchi memori degli antichi costumi" dichiararono di non riconoscere in quella ambasceria la "Romanas arte": Livio dice che vinse quella parte del Senato che "preferiva l'utile all'onesto" e rimpiange la religio Romana, non ancora contaminata dalle astuzie puniche e greche.



CICERONE

Secondo Cicerone la “guerra giusta” riguardava i conflitti armati tra i Romani e gli altri popoli  nella normativa delle relazioni ‘internazionali’, essendo i Romani provvisti anche di un sistema giuridico sovranazionale.
Cicerone, per le molte pagine dedicate al tema della guerra, è non a torto considerato il teorico del bellum iustum, ma non ne fu l’ideatore del fondamento etico. Egli contrappone il bellum iustum al bellum iniustum e  In due passi del De re publica si parla esplicitamente di bellum iustum, disquisendo di questa componente del diritto in epoca regia.

"Mortuo rege Pompilio Tullum Hostilium populus regem interrege rogante comitiis curiatis creavit, isque de imperio suo exemplo Pompili populum consuluit curiatim. Cuius excellens in re militari gloria magnaeque extiterunt res bellicae, fecitque idem et saepsit de manibus comitium et curiam constituitque ius, quo bella indicerentur, quod per se iustissime inventum sanxit fetiali religione, ut omne bellum, quod denuntiatum indictumque non esset, id iniustum esse atque inpium iudicaretur"
Tullo Ostilio, succeduto al re Numa Pompilio, sovente impegnato in imprese belliche istituì con grande saggezza un sistema di regole (ius) per iniziare la guerra, fondato sui rituali dello ius fetiale. Pertanto, ogni guerra, intrapresa senza essere denuntiata e indicta, doveva ritenersi iniusta e inpia.

Ne consegue che l’ordinamento feziale era l'elemento fondante della dichiarazione di guerra, tanto è vero che i termini ‘iniustum’ e ‘inpium’ erano propri delle antiche formule feziali usate nella dichiarazione di guerra. L'individuazione del requisito del bellum iustum era dunque alla base delle azioni del "denuntiare" e dell’"indicere".

Nel III libro del De legibus, Cicerone espone una serie di prescrizioni sulle funzioni dei magistrati romani, tra cui quella di condurre legalmente guerre giuste (duella iusta iuste gerunto) seguendo le indicazioni decretali del Senato e le deliberazioni del popolo: "Imperia, potestates, legationes, quom senatus creverit populusve iusserit, ex urbe exeunto, duella iusta iuste gerunto, sociis parcunto, se et suos continento, populi sui gloriam augento, domum cum laude redento" (3.3.9).

Esistevano così le regole del bellum iustum, prescritte dall’ordinamento romano nel ruolo del Senato e del Comizio, e lo ius in bello, cioè i criteri di comportamento durante e dopo la battaglia. Le «guerre giuste» erano quindi in relazione all’attività dei magistrati (consoli) ed in sintonia con l’ordinamento giuridico (funzione del Senato e dell’Assemblea popolare) e con la volontà del popolo tutto.

Cicerone specifica che quando si lotta per la supremazia (bellum de imperio) e si cerca la gloria con la guerra, debbono verificarsi quelle circostanze indicate in precedenza come “giuste” per le guerre: Cum vero de imperio decertatur belloque quaeritur gloria, causas omnino subesse tamen oportet easdem, quas dixi paulo ante iustas causas esse bellorum (1.12.38).

Cicerone, pur dichiarando che la guerra era il mezzo per raggiungere la pace, sottolineava che la legittimità della guerra fosse sancita dal diritto feziale del popolo romano, per cui nessuna guerra era legittima se non condotta per chiedere riparazione, o precedentemente denunciata e dichiarata. Si aveva, quindi, bellum iustum rispettando le regole fissate dall’antico diritto dei feziali e cioè quando si agiva per res repetere ovvero quando la guerra fosse prima annunciata e poi dichiarata. Le «giuste cause» della guerra erano dunque quelle previste dal diritto.

Quindi sono «guerre ingiuste» quelle intraprese senza una “causa”; le guerre giuste sono soltanto quelle intraprese per vendicare un torto subìto (ulciscendi) ovvero per ricacciare indietro i nemici (propulsandorum hostium); e non si può avere «guerra giusta» qualora questa non sia stata annunziata, dichiarata e finalizzata alla riparazione.

La guerra giusta deve avere pertanto una giusta causa, per riparare delle offese, ad esempio per punire scorribande nelle terre romane, per aver maltrattato o ucciso legati o ambasciatori romani, per respingere i nemici, ma pure per minacce subite, quando un popolo straniero si sposta troppo verso i confini altrui, quando attacca un popolo alleato, o un popolo che gira in armi non lontano dai confini. Va da sè che ci vuole poco per ingigantire o semplicemente inventare una giusta causa.

E' evidente che Cicerone afferma un insieme di norme giuridiche più che un fatto etico, o almeno è etico ciò che è giuridico, ed è giuridico ciò che accontenta il popolo romano e gli Dei romani (nell'ordine scritto).

In quanto alle interpretazioni di Isidoro su Cicerone, spesso l’erudito cristiano stravolge a propri fini la segnalazione altrui. Come quando in un altro passo delle Etymologiae(18.1.7), per sostenere il proprio punto di vista sulla distinzione tra bellum e tumultus manipola il testo originale delle Filippiche (8.3) di Cicerone il quale si muove nell’ottica di una visione giuridica della guerra.

E anche se nelle guerre di espansione Roma spesso non rispettò le modalità proprie del bellum iustum, resta notevole che Cicerone ci abbia tramandato, come tutta la tradizione romana, un modello normativo cui rifarsi per il controllo della vis decertandi. Mentre la guerra era per i barbari non un diritto normato ma la dimostrazione del diritto del più forte, Roma pur riconoscendo la gloria del combattimento aveva come obiettivo il rispettarne certi confini. Cosa che non fecero nel medioevo e oltre, soprattutto nelle guerre di religione.



LA GIUSTIZIA CRISTIANA

S. Agostino

Per Lattanzio e Tertulliano, ambedue cristiani, non era lecito che i fedeli partecipassero alla guerra. Il salmo 19 della Vulgata, attribuito al re Davide, è conosciuto come Preghiera del re prima della battaglia ed inizia con la frase: Exaudiat te Dominus in die tribulationis (il Signore ti esaudisca nel giorno dell'angustia) e continua dicendo che mentre i nemici confidano nei carri e nei cavalli noi nel Signore Dio nostro invochiamo la vittoria. Insomma i cristiani avevano Dio dalla loro parte esattamente come l'avevano gli ebrei, non a caso il Dio ebraico è il Dio degli eserciti.

Sant'Agostino, uno dei padri della chiesa, fu uno dei primi ad affermare che i cristiani non dovrebbero essere pacifisti, nonostante il famoso passaggio, Matteo 05:39 , che dice "Ma io vi dico, non resistere a un persona malvagia! Se qualcuno ti percuote sulla guancia destra, offritegli anche l'altra guancia ".

Ma Agostino affermò che in questo passo il Cristo intendeva solo una personale posizione filosofica: "Ciò che qui è richiesto non è azione corporea, ma una disposizione interiore. La sede sacra della virtù è il cuore"
Aggiunse pure che l'inazione di fronte a un torto grave che potrebbe essere fermato solo con la violenza sarebbe un peccato. La difesa di sé o di altri potrebbe essere una necessità, soprattutto se autorizzato da un'autorità legittima: "L'uccisione che il comandamento proibisce non è stato rotto da coloro che hanno condotto guerre per l'autorità di Dio, o di coloro che hanno imposto la pena di morte ai criminali quando si rappresenta l'autorità dello Stato" Giustificando così in un colpo solo le guerre e le sentenze di morte del Papato.

Un cambiamento strutturale si registrò dunque con Sant’Agostino il quale, nel tentativo di giustificare la presenza della guerra nella cristianità, chiamò in causa la volontà divina, giustificando così la violazione, anche se la causa era ingiusta era Dio che lo voleva e pertanto la cosa debordava dallo Ius civile divenendo insindacabile all'uomo.

Agostino (Enarr. In Ps. 124,7) ricorda i doveri dei soldati cristiani: il potere politico è a volte buono e pio, a volte empio. Giuliano era un imperatore ateo, un apostata, un idolatra: eppure vi erano dei soldati cristiani nell'esercito dell'imperatore non cristiano. Costoro riconoscevano solo un imperatore celeste, dovunque si trattasse delle cose di Cristo, e quando l'imperatore ordinava loro di adorare gli idoli... allora anteponevano Dio all'imperatore. Quando però ordinava: in piedi per la battaglia, marciate contro il nemico, allora obbedivano prontamente. Distinguevano infatti nettamente fra il Signore dell'eternità e il signore del tempo, ma per volontà del Signore eterno erano sottomessi al signore temporale.

Naturalmente era buono il potere che riconosceva la religione cattolica, mentre era empio quello pagano, per cui era guerra giusta quella di Costantino, seppur assassino di suo figlio e di sua moglie, mentre Giuliano che voleva dare a ognuno il diritto di scegliersi la religione che desiderava era empio.

Mentre i razionalissimi romani, aiutati da un cospicuo retaggio di speculazione e filosofia greca, riflettevano sui limiti giuridici delle azioni, il cristianesimo squalificò totalmente l'intelligenza umana chiamando in causa una volontà divina che si manifestava solo al papa ignorando tutto il resto della popolazione (santi inclusi).
Gli uomini non potevano sapere, dovevano solo aspettare le decisioni di chi aveva il potere di stabilire ciò che era bene da ciò che era male, con la stessa incertezza, per il popolo, di quelle monarchie assolute del passato dove le cose si svolgevano a seconda degli umori e dei capricci del monarca, senza alcuna protezione legislativa dei più deboli.




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