GIOCHI ROMANI




I romani amavano moltissimo i giochi con le scommesse, come il gioco dei dadi, degli astragali, a testa e croce, e a morra, di regola vietati ai grandi, che erano consentiti loro soltanto in dicembre durante i Saturnali. Così il gioco d'azzardo era proibito e se veniva colto in fallo il giocatore pagava una multa di quattro volte la posta scommessa.

Invece le "sponsiones", (scommesse) erano consentite durante i Ludi circensi, sulle corse dei cavalli e sui gladiatori, il che aumentava alle stelle il piacere dello spettacolo. Un po' come si scommette oggi all'ippodromo. I romani erano fissati con le scommesse e scommettevano su tutto, spesso turlupinati da giocatori truffaldini che gironzolavano nelle terme per trovare il pollo da spennare.

Ben lo sa Marziale che avverte i bari:
Quae scit compositos manus improba mittere talos, 
si per me misit, nil nisi vota feret. 
(la mano disonesta che sa lanciare dadi truccati,
se lancia contro di me, deluderà le sue aspettative)


Naturalmente i giochi erano truccati e qualcuno ci cadeva sempre per questo i giochi che includevano scommesse erano proibiti e i vigilantes giracchiavano per le terme per arrestare il giocatore truffaldino e l'ingenuo truffato, che pagava una multa a sua volta.

LA TURRICOLA CON I DADI
Per evitare guai i giocatori si riunivano spesso nel retro delle thermopolie (fast food) o nel retro delle locande (cauponae), anche perchè, mentre i trasgressori venivano puniti con le ammende, non c'era punizione per chi li ospitasse.

In tutti questi giochi si scommettevano parecchi soldi, che a volte dilapidavano i beni del giocatore, ed ecco la ragione delle proibizioni.

Come si vede all'epoca si era sotto questo profilo più civili ed assennati di oggi, poichè comprendevano benissimo la malattia del gioco e cercavano di proteggere i giocatori nonchè le loro famiglie.

Inoltre i debiti di gioco non erano riconosciuti e se il giocatore debitore aveva già pagato poteva richiedere giudizialmente quanto aveva dato al giocatore creditore, il che frenava in parte i giocatori ( la nostra legge non prevede la restituzione di quanto spontaneamente pagato dal debitore al gioco.)

DADI ROMANI A 6 FACCE

I DADI

Erano detti aleae, e si giocavano lanciandone due o tre per volta.

DADO ROMANO A 20 FACCE
Sulle facce come oggi, erano segnati i punti da uno a sei, e le giocate erano associate nei risultati a nomi di eroi o di divinità, ad esempio vinceva in assoluto chi faceva il colpo di Venere se riusciva a mettere a segno un tot di lanci con tutti risultati diversi. Veniva detto "turricola" o anche "fritillus"il bossolo per lanciare dadi e astragali.

"Odio dover penetrare in questi piccoli dettagli, ma voglio che il mio studente sappia lanciare i dadi con facilità e calcolare la quantità di spinta che dovrebbe dare loro nel gettarli sul tavolo, e che sappia come fare per ottenere il numero di tre o indovinare il lato che è da evitare, e che siano abili e prudenti nei gioco dei ladruncoli; e che una pedina non può combattere due nemici .... "

(Ovidio, arte di amare, III)

FANCIULLA ROMANA GIOCA AGLI ASTRAGALI

GLI ASTRAGALI

Gli astragali, nome greco che in latino si traduceva con "talus" erano piccole ossa di ovini, articolati tra tibia e perone, usati per gioco come dadi, in effetti erano simili ai dadi anche essendo di forma stretta e lunga, invece di sei facce, avevano quattro facce: una liscia, una ruvida, una concava ed una convessa. Ad ogni faccia veniva assegnato un punteggio numerico (1, 3, 4, 6) in modo tale che le facce contrapposte dessero come risultato 7.

Marziale all'amico Paolo:
Paulum seposita severitate,
dum blanda vagus alea December
incertis sonat hinc et hinc fritillis
et ludit tropa nequiore talo,
nostris otia commoda Camenis. 
(Paolo deposta un poco la tua seriosità,
mentre Dicembre che si incapriccia del dado accattivante
riecheggia di qua e di là dei bossoli incerti
e impazza la tropa con l’astragalo più sregolato,
consacra gli ozi alle nostre Camene).

ASTRAGALE
In un disegno trovato a Ercolano una fanciulla, dopo aver gettato in aria i cinque astragali, ha voltato la mano destra e ne ha raccolto la ricaduta di tre sul dorso, mentre due stanno cadendo a terra, accanto a quelli persi da un tiro precedente. La mano è ancora stesa in avanti con il palmo verso terra e le dita tese ad impedire la caduta degli astragali. La ragazza accovacciata davanti a lei controlla il risultato.

Con gli astragali si compiva anche un altro gioco, quello di lanciarli in aria per poi riacchiapparli con le mani, oppure col solo dorso delle mani. Vinceva chi ne raccoglieva di più. Un gruppo di terracotta da Capua, databile 340-330 a.c., raffigura due fanciulle accovacciate, intente nel gioco con gli astragali che tengono in entrambe le mani: si usava lanciarli in aria per poi cercare di recuperarli al volo nel maggior numero possibile.

A differenza dei dadi, però, contava non tanto il punteggio ottenuto, ma le combinazioni che si ottenevano lanciando tre o quattro astragali, tra i vari segni incisi sulle facce rivolte verso l’alto: il “colpo di Afrodite” (Venere) era costituito da quattro facce diverse, mentre il “colpo del Cane” (quattro facce uguali, tutte col valore più basso) costituiva il risultato peggiore.

Gli astragali erano anche realizzati in bronzo pitturato nei quattro lati o in bronzo dorato, ma ne sono stati rinvenuti anche in avorio e in argento e in oro. Marziale (XIV, 14) in "tali eborei" (astragali d’avorio):
Cum steterit nullus vultu tibi talus eodem,
Munera me dices magna dedisse tibi.
(Se nessun astragalo avrà la stessa faccia,
dirai che io ti ho dato grandi doni).



TESSERAE LUSORIAE

Se ne sono trovate di epoca tardo-repubblicana ma ciò non toglie che possano essere proseguite nell'uso per tutto l'impero.

Sembra si trattasse di una specie di gioco dell'oca, perchè le tessere sembra si dovessero pescare magari da un bussolotto e seguire un percorso per giungere a una meta che dava la vittoria. Le tessere erano rettangolari con un dischetto ad una estremità che doveva servire come impugnatura, modanate e decorate, in osso o in legno, e forse anche in avorio,

Le tessere avevano dei numeri e delle scritte, tipo felix o infelix, o i nomi di alcune divinità, o insulti o apprezzamenti, ed alcune non avevano scritte, il che fa pensare che il giocatore potesse procedere o arrestarsi o tornare indietro di tot numeri a seconda della scritta, tipo incontri Marte ti arresti perchè c'è la guerra, oppure torni indietro perchè sei infelice, e le tessere senza scritta doveva significare pescata nulla.
Purtroppo non sono mai stati ritrovati i tavoli o le basi su cui dovevano scorrere le tessere.



NAVIA ET CAPITA

- gioco a "navia et capita" (nave o testa), il nostro testa o croce con cui si doveva indovinare se la moneta cadeva dalla parte della testa o della nave.

MONETA CON LA TESTA DELLA DEA ROMA
E LA PRUA DI UNA NAVE
Sembra si chiamasse così in onore della Dea Roma per la quale era stata coniata una particolare moneta che aveva la testa della Dea su un lato e sull'altra una prua di nave, a significare l'espansione di Roma grazie al nuovo armamento navale che le permise all'epoca di conquistare il Mediterraneo.

Per i romani, abituati a combattere via terra, l'armamento navale fu una novità che usarono però egregiamente superando tutti i concorrenti marittimi.



PAR ET DISPAR

- Era l'odierno gioco a "pari e dispari" con cui un giocatore teneva chiuso nelle mani un determinato numero di sassolini e l'altro doveva indovinare se erano di numero pari o dispari.


LA MICATIO

MICATIO

Era il gioco della morra, usatissimo dai romani, che consiste nell'indovinare la somma dei numeri che vengono mostrati con le dita dai giocatori. Simultaneamente i due giocatori tendono il braccio mostrando il pugno oppure stendendo un numero di dita a scelta, mentre gridano un numero da 2 a 10 (la morra). 

Il giocatore che indovina la somma conquista il punto e, nel caso di gioco a squadre, mantiene la mano e dovrà combattere con l'altro giocatore della squadra concorrente e così via. 

Se entrambi i giocatori indovinano la somma il gioco continua e nessuno guadagna il punto. Il gioco finisce quando si raggiunge il punteggio deciso a priori.

Cicerone, in un suo scritto, ci dice che "dignus est quicum in tenebris mices", ossia "è persona degna quella con cui puoi giocare alla morra al buio". In latino la morra era indicata come "micatio", dal verbo "micare", che per esteso era "micare digites", ossia protendere le dita nel gioco.

PEZZI DEL DOMINO ROMANO

IL DOMINO

I romani giocavano anche una specie di domino, in genere di legno, ma pure in avorio o in bronzo.
Lo giocavano tanto i bambini quanto gli adulti. Se ne sono trovati pochi pezzi ma è attestato da diverse fonti.

In realtà l'invenzione del domino deriva dall'antico Egitto, da cui passò in Grecia e quindi a Roma. Nell'Urbe arrivava e si diffondeva tutto di tutto, e ogni novità faceva scalpore.



LE NOCI

I giochi con le noci erano più giochi di abilità che di fortuna,  si facevano cumuli formati da tre noci come base con una sopra, e si doveva cercare di colpire il cumulo lanciando una quinta noce da una certa distanza (come il nostro gioco del tiro al barattolo).

Chi colpiva il cumulo vinceva le noci che aveva abbattuto.

In una variante si lanciavano alcune noci cercando di fare canestro in un vaso dal collo stretto, oppure in alcune buche sul terreno. Questo gioco era chiamato "tropa".

Il "Ludus castellorum" o le "ocellate", era un'altra variante del gioco delle noci. Consisteva nell'abbattere piccole piramidi di noci o altri semi di frutta, come si vede su un rilievo di epoca imperiale.

Ma vi erano delle varianti, come quella raffigurata sulla destra dello stesso rilievo: due ragazzini fanno scivolare la noce su un piano inclinato cercando di centrare un mucchietto di noci.

Ovidio descrive almeno sette modi di giocare alle noci. Uno nel disporre a terra tre noci a triangolo e nel farne cadere con delicatezza e precisione una quarta, che doveva rimanere in equilibrio su quelle di base.

MOSAICO DI PIAZZA ARMERINA

LA PALLA E IL VOLANO

Marziale distingue vari tipi di palla: follis, di pelle e vuota dentro, paganica ripiena di piume, e harpasta ripiena di sabbia. Famoso il mosaico di Piazza Armerina, in Sicilia, dove delle ragazze in bikini giocano con la palla lanciandosela tra di loro.

Ma le donne non si lanciavano solo la palla, ma anche volani che dovevano essere colti al volo, costituiti da un cerchio raggiato collegato al centro con uno stelo, il tutto in legno leggero. Con lo stelo si lanciava il volano che l'altra doveva afferrare sempre per il gambo.

Oppure si lanciavano un cerchietto servendosi di due bastoncini che l'altra doveva catturare con i suoi bastoncini e rilanciare. Oppure si lanciava la palla e l'altra la respingeva con un piccolo scudo di metallo verso la lanciatrice.


Pila trigonica

Sei giocatori raggruppati a due a due, in modo da formare tre squadre in un triangolo di due metri di lato, disegnato sul terreno aperto.

In ogni vertice del triangolo si posizionano due giocatori, uno davanti all’altro. Quelli che stanno davanti iniziano il gioco, mentre quelli che sono dietro aspettano il proprio turno. Il gioco consiste nel passarsi la palla provando a ingannare gli avversari che possono riceverla.

Se a un giocatore cade la palla, lo sostituisce il compagno di squadra. Il giocatore che subentra riprende a tirare la palla. Vince la copia di giocatori a cui cade la palla il minor numero di volte.


Trigon

C'era poi un particolare gioco della palla, detto il "trigon" (trigono), con tre soli giocatori, posti ai vertici di un triangolo tracciato al suolo, che si lanciavano la palla con delle piccole reti una piccola palla di crine.


Harpastum

Un altro gioco della palla era l'harpastum, che si giocava con due squadre. Il primo giocatore colpiva con la mano la palla, posizionandosi nel fondo davanti alla linea che delimita il campo, la palla doveva oltrepassare la linea centrale. I giocatori avversari dovevano rimandare la palla dall’altra parte, colpendola con la mano in modo che la palla passi sul suolo o in alto e cercando di oltrepassare la linea di fondo difesa dall’altra squadra.

I giocatori delle due squadre dovevano impedire che la palla oltrepassasse la linea di fondo, segnando ogni volta un punto. Vinceva la squadra che per prima arrivava a 10 punti.



NUMMUM LACTARE

La dotazione a ciascun giocatore poteva essere di due o più monete. Si tracciavano due linee parallele sul terreno separate tra loro di due passi, e i giocatori, a turno, lanciavano una moneta da una delle linee per avvicinare la moneta alla linea opposta, ma evitando di oltrepassarla pena la squalifica. 

I giocatori potevano usare il loro turno per cercare di smuovere le monete degli avversari, cercando di fargli superare la linea. Vinceva il giocatore che riusciva ad avvicinare maggiormente la sua moneta alla linea opposta senza superarla..

LUDUS LADRUNCULORUM

TABULAE LUSORIAE

Erano giochi da tavolo, sia per bambini che per adulti, visto che si trovavano spesso incise su pavimenti o sui gradini dei fori cittadini.

TABULAE LUSURIAE
 In genere le tabulae lusoriae, tavole da gioco, erano piani portatili in legno, semplici o intarsiate, o di marmo, bronzo, o pietre pregiate.

Diverse venivano incise o scolpite sui pavimenti o sui gradini dei tribunali dove coloro che assistevano, evidentemente annoiandosi ad ascoltare le cause, giocavano a filotto per passare il tempo.

Nelle case dei ricchi si usavano generalmente scacchiere, che potevano anche essere ricchissime e realizzate in materiali preziosi. Pompeo Magno fece sfilare nel corteo del suo trionfo sui pirati, con il resto del bottino, la preziosa scacchiera di 3 piedi x 4 (90 x 120 cm) le cui caselle erano ricavate con l'intarsio di due tipi di pietre preziose.

Le tabulae erano:
  • filotto
  • gioco delle fossette
  • i latruncoli o gioco dei legionari (ludus latrunculorum)
  • gioco delle dodici linee (duodecim scripta)
  • gioco "dei Reges", o della composizione delle lettere
  • duplum molendinam

Ludus ladrunculorum

Il gioco dei ladruncoli, o semplicemente Latrunculi (da cui il termine italiano di ladruncoli), o Latrones (ladro di strada), era praticato molto dai legionari, simile al gioco odierno della dama.

LADRUNCULI
In questo gioco la scacchiera era composta da caselle dello stesso colore, mentre le pedine erano di colore diverso; su ciascun campo poteva essere messa solo una pedina; le pedine si spostavano in linea retta nelle 4 direzioni con numero di passi a piacere. Insomma un gioco strategico il cui scopo era di circondare le pedine avversarie, perchè la pedina circondata dall'avversario metteva in pericolo se stessa e tutte le altre dello stesso colore.

L'avversario però, anche sacrificando qualcuna delle proprie pedine, poteva sfondare l'assedio riconquistando libertà di movimento sul retrofronte dell'avversario, con possibilità di graduale conquista della scacchiera.

"Trimalcione: Mi permettete, però, di finire il mio gioco.
Era seguito da uno schiavo con un asse di legno terebinto e dadi di pasta vitrea. E ho notato un particolare che rasentava il massimo della raffinatezza; come pedine in bianco e nero venivano servite monete in oro e argento. "(Piet. sab 33)


Gioco dei Reges

Il gioco dei Reges, (da regor reges = regola) raggruppava lettere anche senza senso determinato, con le stesse parole, di significato non chiaro, disposte su quattro righe e distinte in due campi, non sempre nello stesso ordine, ma in maniera tale che nella prima riga ci siano sempre dieci lettere, nella seconda e terza otto e nella quarta e ultima sette.

Un esemplare sta nei Musei Capitolini con sequenza di lettere ben calcolate nelle colonne: due E nella seconda, quattro G nella quarta, tre R e una S nell'ultima, e lettere che si alternano come R ed S nella quinta ed G ed E nell'ottava.


Duodecim Scripta

Su una tavola, in genere di marmo, erano scritte 2 parole, ognuna di 6 caratteri, disposte su 3 righe, per un totale di 36 lettere. Si usavano 3 dadi e 30 pedine, 15 bianche e 15 nere; ogni casella poteva contenere più di una pedina. Il giocatore poteva muovere da una a tre pedine:
  • una sommando il punteggio dei tre dadi;
  • due pedine utilizzando per una il punteggio di due dadi e il resto per la seconda;
  • tre pedine utilizzando il punteggio di ogni singolo dado.
Vinceva chi faceva uscire per primo dalla tavola le proprie pedine, seguendo un certo percorso, scegliendo la somma o la scomposizione dei numeri totalizzati con i dadi.


Duplum Molendinam

Il primo giocatore collocava una pedina sulla linea inferiore o all’incrocio delle linee del tavolo da gioco. Il secondo giocatore poneva poi la sua pedina cercando di evitare che l’avversario potesse allineare 4 pedine. Vinceva colui che riusciva per primo ad allineare 4 delle sue pedine in fila orizzontale, verticale o diagonale.

Occorreva una tavola lusoria e 12 pedine per ogni giocatori. In una variante però si assegnavano ai giocatori solo 9 pedine ad ognuno.



AES SIGNATUM (carte da gioco)

AES SIGNATUM
Esiste una nuova teoria che vuole che le carte da gioco derivino direttamente da lingotti romani conosciuti come aes signatum (minerale - rame o bronzo - contrassegnato, del peso di circa 1,5 kg).

Su questi lingotti di forma rettangolare vi erano, tra varie figure, un sole (o anche un'aquila), una spada, un bastone ed una coppa. 

Per cui gli assi e i relativi semi sarebbero direttamente ispirati ad antichissime monete romane chiamate Assi. 

Queste monete non sarebbero mai entrate nella ricostruzione storica in quanto praticamente sconosciute (se ne conoscono pochissimi esemplari).

L' Aes Signatum, come quello di fianco illustrato, apparve durante la Repubblica Romana dopo il 450 a.c. Era in bronzo. misurava 185,00 × 90,00 mm e pesava 1,662 g. (Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma). Probabilmente veniva usata anche o soprattutto dagli adulti.



1 comment:

peter mason on 28 giugno 2017 12:19 ha detto...

Interessantissimo!

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