ORAZIO FLACCO




Nome: Quintus Horatius Flaccus
Nascita: Venosa, 8 dicembre 65 a.c.
Morte: Roma, 27 novembre 8 a.c.
Mestiere: poeta/scrittore















"Nacqui l’8 dicembre del 65 a.c. presso Venosa sul Vulture, al confine con la Lucania."
narra di sè Orazio nelle Odi, (libro I II III), nelle Satire (libro I II IV) e nelle Epistule (libro I II), ma ce ne parla anche Svetonio, nella Vita di Orazio.

« O Sole che dai la vita, che con il carro lucente mostri e celi il giorno, e che vecchio e nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla più grande della città di Roma [...] o dei, date buoni costumi alla docile gioventù, o dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete, e donate al popolo di Romolo potenza, prole e ogni gloria. »
(Orazio, Carmen Saeculare )



LE ORIGINI

Quinto Orazio Flacco, Quintus Horatius Flaccus, nacque infatti a Venosa, l'8 dicembre del 65 a.c., da un fattore liberto che si trasferì poi a Roma per fare l'esattore delle aste pubbliche (coactor), lavoro non di prestigio ma redditizio. Pertanto Orazio, pur essendo di umili origini, potè seguire un regolare corso di studi a Roma, sotto l'insegnamento del grammatico Orbilio e poi ad Atene, dove studiò greco e filosofia.

La presunta casa di Orazio, (non si è certi dell'attribuzione, a Venosa provincia di Potenza, quindi in Basilicata, risale al II sec. d.c, con due stanze adiacenti individuate facenti parte di un complesso termale: una semicircolare allestita con arredi e supellettili di epoca romana ricostruiti con la tecnica dell'archeologia sperimentale e l'altra rettangolare senza copertura. All''esterno presenta una parete muraria in opus reticulatum e opus latericium.

Evidentemente suo padre teneva molto a lui, e infatti Orazio lo definì come il "migliore dei padri". Ad Atene entrò in contatto con la filosofia epicurea ma pur sentendosene attratto, non aderì alla scuola, forse perchè non in sintonia con la fiura dei suoi insegnanti. Apprezzò però moltissimo la cultura ateniese, di cui anche Roma riconobbe il valore, da cui la sua celebre frase:
"La Grecia conquistata il barbaro vincitore conquistò, e le arti portò nell'agreste Lazio."

Orazio era un acuto osservatore della vita e delle persone, non incline ad esaltarsi o illudersi, per cui una dottrina che rasentasse la fede l'avrebbe lasciato perplesso.
"Nessuna poesia scritta da bevitori d'acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato poeti tra i suoi Satiri e Fauni, le dolci Muse san sempre di vino al mattino."



L'ANTICESARISMO

"Nessun albero, prima della sacra vite, tu pianterai, o Varo, nei fertili dintorni di Tivoli e presso le mura di Catilo; giacché agli astemi la divinità presenta tutto difficile, né con altro mezzo, se non col vino, scompaiono le preoccupazioni che ci tormentano."


Orazio Odi

ODE VII - A LICINIO
Vivrai lieto, o Licinio,
Se al mare non adidi
Tropp'alto il legno celere,
E se gli opposti lidi
Non radi ognor fuggendo la procella.
Lui, che mediocritade aurata, e bella
Puote goder la misera,
E ingrata povertate
Non soffre, ed ei non abita
In reggie invidiate.
Più spesso i venti scuotono
Le quercie alte, e frondose,
E più funeste cadono
Le torri rovinose;
E il Dio percuote l'alta rupe, altera.
Un saldo petto ognora e teme e spera.
Da, e toglie il verno gelido
Il gran Padre celeste.
Non sempre, o amico, torbide
Le cose sono, e meste.
Talvolta al suon di cetera
Discioglie Clio la voce;
Spesso depone Apolline
Il dardo suo veloce.
Nelle sventure tue devi animoso
Restar; se il vento amico, e prosperoso
Ai voti tuoi propizio
Spirar vedi talora,
Tu dei le vele turgide
Ammainare allora.

Orazio odiò ogni forma di potere e di restrizione della libertà, rappresentato in quell'epoca dal dictator Cesare, per cui, quando questi venne assassinato e scoppiò la guerra civile, si arruolò ad Atene nell'esercito di Bruto, che era ai suoi occhi il liberatore dalla tirannide. Combatté pertanto come tribuno militare nella battaglia di Filippi nel 42 a.c., ma la battaglia venne perduta ad opera di Ottaviano e Orazio si salvò miracolosamente, come lui stesso racconta, gettando via lo scudo e dandosi alla fuga.


ODE I - Ad Asinio Pollione

L'aspra civile guerra
Da Metello destata, e le discordie,
Gli eccessi, l'empietadi,
Della sorte gli scherzi, e le amistadi
De' Principi nemici,
Ed il ferro bagnato
Di caldo sangue ancor non espiato,
Opera perigliosa,
Ora a cantare imprendi,
E muovi le tue piante
Sovra del fuoco ancora sfavillante.
La tragica Melpomene
Per poco lasci la dogliosa scena:
Poichè prudente avrai
Del regno proveduto ai tristi guai,
Calzar potrai 'l coturno,
Pollion, del Senatore,
E de' miseri rei fido tutore,
A cui già nel Dalmatico
Nobil trionfo altero
Diè gloria alta, e immortale
Un decoroso alloro trionfale.
Col minaccioso squillo
De' corni assordi le atterrite orecchie,
Già risuonar si sente
Delle trombe il metallo, ed il furente
Cavaliere atterrisce
De' ferri lo splendore,
Spirar sembrano i duci alto terrore
Di polve ricoperti;
Al tuo poter soccombe,
Sommesso il mondo intero,
Trattane l'alma di Catone altero.
L'aspra Saturnia Giuno,
E gli altri Numi all'Affricano amici,
Che dall'inulta terra
Partiro nella fiera, e cruda guerra;
Dei vincitori i figli
Vittime offriro irati
Ai mani di Giugurta invendicati.
Qual campo dal Latino
Sangue innondato l'empia
Guerra non fè palese;
E la ruina del Roman paese?
Qual mai vorago, o fiume
L'aspra guerra ignorò? Di stragi empiuto
Qual non fu Daunio mare?
Quale sponda di sangue rosseggiare
Non fu veduta? O Musa,
Lascia la nenia Cea
Ardita di trattar; nella Dircea
Oscura grotta, ombrosa,
Meco ti assidi amica,
E con più dolce lira
Gentili carmi a me, Calliope inspira.

Rimase molto colpito perciò quando Mecenate combattè per Cesare, sentendosi anche abbandonato, come denuncia in fondo nella sua poesia "A Mecenate".
Augusto però, seguendo le orme di Cesare, ebbe una certa clemenza ed emanò nel 41 un'amnistia per i suoi nemici, si che Orazio potè tornare in patria, ma comunque il podere di suo padre venne confiscato, per cui dovette lavorare per mantenersi.



L"AMICIZIA DI MECENATE

"Quando l'inverno stendera' la neve
sui colli albani,
il tuo poeta scendera' al mare,
stara' in riguardo rannicchiato a leggere;
solo coi primi zefiri e le rondini,
se lo permetterai,
verra' a trovarti, dolce amico mio."

Divenne così segretario di un questore (scriba quaestorius) e nel 38 venne presentato a Mecenate da Virgilio e Vario, probabilmente incontrati nelle scuole epicuree di Sirone, presso Napoli ed Ercolano. Nacque tra di loro una grande amicizia e probabilmente un amore, visto che Mecenate era un po' bisessuale, che Orazio non si sposò mai, e che ricevette in dono una villa da lui. Anche Orazio sembra avesse tendenze analoghe, un'unica donna, a suo dire venne per un certo tempo amata da lui, ma non si sa se sia vero, perchè l'omosessualità tra adulti a Roma era mal vista.

Ecco infatti una poesia dedicata a Mecenate che va in guerra, una poesia che parla certamente d'amore:

"Su un battello, amico mio, te ne andrai
fra le alte torri delle navi,
preparato ad affrontare per Cesare
qualsiasi rischio, Mecenate:
ed io? per me la vita, se ti salvi,
è gioia, se no solo un peso.
Vivrò come vuoi tu in questa pace,
che solo al tuo fianco m'è dolce,
o sosterrò il tuo travaglio con l'animo
che s'addice a uomini forti?
Sí, lo sosterrò, e tra i valichi alpini
e il Caucaso inospitale
ti seguirò o sino all'ultimo golfo
d'occidente con cuore ardito.
Ti domandi che aiuto possa darti,
gracile e incapace che sono:
al tuo fianco sentirò meno l'ansia,
che piú m'assale se tu manchi:
cosí l'uccello, quando lascia i piccoli
che alleva, teme con piú angoscia
l'insidia dei serpenti, anche se poi
dentro il nido non sa difenderli.
Volentieri servirò in questa e in ogni
guerra, sperando di piacerti,
non perché piú numerosi si pieghino
i giovenchi sotto il mio giogo,
o perché il mio gregge prima del caldo
migri dalla Puglia in Lucania,
o una villa bianca nell'alta Túscolo
s'appoggi alle mura di Circe.
Per tua bontà sono ricco abbastanza:
non cerco soldi da inumare
come l'avaro Cremete o da spendere
come un nipote scioperato."



IL CANTORE DI AUGUSTO

Si sa che Mecenate dopo nove mesi lo ammise nel suo circolo intellettuale, e da allora Orazio si dedicò interamente alla letteratura, senza mai sposarsi o fare figli.
Con la maturità comunque cambiò idea, o più probabilmente si "adattò", entrando far parte dei cantori di Augusto, che gli offrì un lusinghiero posto di segretario, ma che Orazio gentilmente rifiutò.
Augusto voleva il favore degli intellettuali, che vennero da lui stimati, ammirati, incitati e fatti oggetto di particolari benefici. La letteratura di tutto il periodo fiorisce intorno a Mecenate e a Messalla: essi non chiedono agli scrittori un atteggiamento adulatorio verso il princeps né l'abbassamento a un'arte mercenaria, bensì una letteratura pervasa di spirito patriottico, esaltante la grandezza di Roma e del nuovo assetto politico.


ODE II - A Sallustio Crispo

Crispo, che dell'oro chiuso
Sotto il suol, sei sprezzator,
Al metallo il sol buon uso
Dà il suo fulgido splendor.
Proculejo pel fraterno
Amor sempre viverà,
E la fama al ciel superno
Il suo nome innalzerà.
Avrai più potente impero
Le tue brame col domar,
Che se il Gado, e il Dauno fiero
Tu potessi assoggettar.
Sitibonda, e tormentosa
Cresce l'idrope, e il pallor,
Se non togliesi l'acquosa
Cruda causa del languor.
Benchè in soglio il fier Fraate
Nuovamente posto fu,
Non perciò fra le beate
Genti il pone alma Virtù;
Che confonde il menzognero
Volgo, e dona il degno allor,
E sicuro regno altero,
A colui, che sprezza l'or.

In pratica fu su questo che si allineò Orazio, ammesso alla corte di Augusto per grazia di Mecenate che di Augusto fu grande amico, ma non solo, perchè non disdegnò il panegirico di Augusto:
"la tua età ha riportato ai campi messi abbondanti e le Romane insegne, ai templi dei superbi Parti ritolte, ha collocato in Campidoglio; ha chiuso il tempo di Giano Quirino, libero dalle guerre; ha posto freno alla sregolatezza di costumi, uscita dalle vie dell'ordine; ha disperso infami colpe, e i costumi dei padri ha restaurato, grazie ai quali la gente latina e la potenza e la fama d'Italia crebbe e s'allargò e la maestà dell'impero fu estesa fino alle terre dove nasce il sole da quelle dove scende a riposare. Finché le sorti ha in mano Cesare, né furore civile né violenza scacceranno la pace, né l'ira infausta che le spade affila e le città fa misere e nemiche"


CARMEN SAECULARE

Nel 17 fu inoltre incaricato di scrivere il "Carmen saeculare" in onore di Apollo e Diana, da cantare appunto durante i "ludi saeculares": occasione, questa, particolarmente solenne, dato che quei ludi in quell'anno sancivano ufficialmente l'inizio della "Pax Augusta". Nel 20 iniziò a pubblicare le "Epistole"; nell’8 a.c. scrisse 4 libri di Odi.

Il Carmen saeculare è un inno in 19 strofe saffiche (la strofa saffica è composta da tre endecasillabi saffici minori e da un adonio di 5 sillabe), una forma metrica poi ripresa da Catullo, che non per nulla chiamò Lesbia la propria amata.

Composto per ordine di Augusto il carme fu cantato il 3 giugno del 17 a.c., sia sul Palatino che sul Campidoglio, da un coro di giovani fanciulle durante i Ludi saeculares, voluti dall'imperatore Augusto per celebrare la venuta dell'età dell'oro preannunciata dalla IV ecloga di Virgilio.

I Ludi saeculares, originariamente Ludi Tarentini, erano una celebrazione religiosa, con sacrifici e spettacoli teatrali, tenuti per tre giorni e tre notti che si celebravano tra la fine di un saeculum (secolo) e l'inizio del successivo. 
Un saeculum, la massima lunghezza possibile della vita umana, era considerato durare tra i 100 ed i 110 anni. La data del 17 si disse fosse stata richiesta da un oracolo dei Libri Sibillini, che imponeva la celebrazione dei Giochi ogni 110 anni, e da una nuova ricostruzione della storia repubblicana dei Giochi che ne colloca la prima celebrazione nel 456 a.c.

Lo stile del carme è aulico e solenne con un carattere rituale e religioso. Infatti sono frequenti le invocazioni ad Apollo, a Diana, al Sole, a Ilizia, alle Parche e alla Terra. Il componimento termina con il panegirico di Augusto considerato discendente della Dea Venere.

Nel carme Orazio si fa entusiasta partecipe dell'ideologia augustea e della grandezza di Roma caput mundi. Vi si esprime l'augurio che il potere di Roma non cessi mai ed un'invocazione agli Dei affinchè diano lunga prosperità ai romani. Nonostante il tono elegiaco il carme è semplice e scorrevole, mai stucchevole, perfetto nella costruzione della preghiera che diventa un inno a Roma e pure alla vita. Da questo carme fu tratto lo splendido Inno a Roma, musicato magistralmente da Giacomo Puccini.



O Febo, decoro luminoso del cielo,
e Diana, signora dei boschi, sempre
onorati e venerabili, esaudite le nostre preghiere
in questo tempo sacro,
nel quale i vaticini della Sibilla esortarono
le fanciulle elette e i casti fanciulli
a recitare un carme per gli dei, ai quali
furono graditi i sette colli.
O Sole che dai la vita, che con il carro lucente
mostri e celi il giorno, e che vecchio e
nuovo risorgi, possa tu mai vedere nulla
più grande della città di Roma.
Dolce schiudi secondo il rito i parti
maturi, o Ilitia, proteggi le madri,
o come gradisci essere chiamata,
Lucina o Genitale.
O dea, fa' crescere la gioventù e favorisci
i decreti del senato, e in più, con la legge sul matrimonio
e l'unione delle donne, la vita
per una nuova e fertile discedenza,
affinché al compiersi di centodieci anni
ritornino i canti e i giochi affollati
per tre giorni limpidi ed altrettante
tre notti piacevoli.
E voi, o Parche, sincere nel profetizzare
ciò che è deciso per sempre
aggiungete altri buoni destini
a quelli già compiuti.
La Terra fertile di frutti e di bestiame
regali a Cerere una corona di spighe;
le piogge salutari e le brezze del cielo
ne nutrano i prodotti.
Riposta l'arma, o Apollo, ascolta
sereno e tranquillo i fanciulli in preghiera;
o Luna, regina degli astri,
dà ascolto alle fanciulle.
Se Roma è opera vostra e gruppi di Troiani
hanno occupato la costa Etrusca,
salvaguardate gli ordini di emigrare
e di lasciare la propria città con un viaggio,
per il quale, senza inganno, il pio Enea,
superstite della patria, ha aperto ai rimanenti
un sicuro percorso attraverso Troia in fiamme
che gli avrebbe dato di più;
o dei, date buoni costumi alla docile gioventù,
o dei, concedete alla vecchiaia una placida quiete,
e donate al popolo di Romolo potenza, prole
e ogni gloria.
E che il sangue puro di Anchise e di Venere,
vittorioso su chi gli muove guerra e mite con il nemico
sconfitto, ottenga le cose che vi chiede
con tori bianchi.
Oramai per terra e per mare il persiano
teme la sua potente mano e le asce albane,
oramai gli Sciti e gli Indiani, recentemente superbi,
attendono la sentenza.
Che ormai la Fede, la Pace, l'Onore
e l'antica e perduta Virtù voglia tornare
e felice appaia l'abbondanza
con il suo corno ricolmo.
Febo, profeta ornato di un arco splendente,
seduto fra le nove Muse,
che con la sua arte risolleva
le stanche membra del corpo,
se guarda sereno gli altari Palatini
prolunga sempre di secolo in secolo
e in meglio il tempo della fortuna
dell'Impero Romano,
e Diana, che domina l'Aventino e l'Algido,
esaudisce quindici preghiere degli uomini
e porge orecchio benevolo
alle offerte dei fanciulli.
Torno a casa con la speranza viva e sicura
che Giove e tutti gli dei sentano queste cose,
e che il coro istruito canti le lodi
di Febo e di Diana.



IL CARATTERE

Acuto osservatore, finemente ironico e di grande semplicità, Orazio ha un carattere introverso e un po' malinconico, ma anche arguto e penetrante, timido e scostante, ma dopo gli slanci esacerbati della giovinezza sembra più consapevole, attento e nello stesso tempo piacevolmente ammorbidito.

Orazio è un realista e un epicureo per cui accetta e teme la morte come fine di tutto, non ha fede perchè ha una mente scientifica, e ne ricava uno struggente carpe diem:

"Minacciose all'orizzonte
si addensano le nuvole
e una bufera di neve
ci travolge;
dal nord il vento
urla tra gli alberi e sul mare.
Prendiamoci, amici miei,
ciò che dà la vita
e se reggono le forze con decoro,
sgombriamo la fronte
rannuvolata dall'età.
E tu versati un po' di vino
dell'anno in cui nacqui;
non dire altro:
forse, mutando la sorte,
un dio volgerà tutto al meglio.
Qui non rimane
che profumarci di essenze orientali
e con la musica
allontanare dal cuore
l'inquietudine del domani.
Sono parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
'Ragazzo invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assàraco,
solcata dalle acque rapide e gelide
del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile
le Parche t'impediranno il ritorno
e neppure tua madre,
azzurra di mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiú ogni dolore
dovrai consolare col vino,
col canto,
teneri conforti
all'angoscia che ci sfigura."

Ma in vecchiaia lo coglie anche una certa depressione che, comprende, non è dato da ciò che gli manca ma da ciò che ha dentro di sè, per cui è inutile fare viaggi per distrarsi, in quanto il nostro malessere ci accompagna ovunque:

"Perché se sono il senno e la ragione che ci liberano dall' affanno, - scriveva Orazio - e non un luogo da cui si possa dominare l' ampia distesa dei flutti, allora chi corre di là dal mare cambia solo di cielo, e non di animo. Uno smanioso torpore ci domina, cerchiamo la felicità sulle navi e sulle quadrighe: ma quello che cerchi è qui, ad Ulubre, se il tuo animo è tranquillo".


LO STILE

Poeta e scrittore, è dotato di eleganza stilistica e di fine ironia, epicureo nei semplici piaceri della vita, propositore di un'ars vivendi lontana dalla vita mondana e dagli inutili affanni.
Però Orazio un'ambizione ce l'ha, perchè attribuisce un valore sacrale alla poesia in quanto strumento di immortalità, e non ha tutti i torti, visto che lo leggiamo ancora due millenni dopo. Più che una speranza la sua è una consapevolezza del suo talento.

Nell’ottobre del 28 a.c. è dedicato ad Apollo un tempio sul Palatino ed Orazio rivolge al Dio una poesia, davanti alla folla radunata per l’inaugurazione, e nel volgere una preghiera si chide anzitutto si chiede quale preghiera possa rivolgere, egli poeta, al Dio della poesia. Inizia dunque a riflettere su ciò che egli non chiede, né chiederà mai, pensando a quanti si affaticano alla ricerca di un effimero godimento di ricchezze, mentre il vero poeta si accontenta di poche e povere erbe alla sua mensa, ma gode immensamente della sua poesia.

Questo è lo spirito ironico e arguto di Orazio, che usa prima uno stile accorato e intensamente descrittivo, per poi tornare a terra con una stoccata d'artista:

- "Beato chi, lontano dagli affari,
come gli uomini delle origini,
lavora coi buoi i campi paterni,
libero da speculazioni;
e non lo svegliano trombe di guerra,
non trema alla furia del mare,
evita il foro e i portoni arroganti
dei cittadini piú potenti.
Cosí agli alti pioppi sposa i tralci
ormai cresciuti della vite,
contempla in una valle solitaria
le mandrie sparse che muggiscono,
recide col ronchetto i rami inutili
e innesta quelli piú fecondi,
versa il miele fuso in anfore terse
o tosa le sue pecorelle;
e quando l'autunno sovrasta i campi
splendente di frutti maturi,
gode a cogliere le pere d'innesto
e l'uva che emula la porpora,
per donarle a te, Priapo, a te, padre
Silvano, che vegli i confini.
È bello allora sotto un leccio antico
stendersi sull'erba compatta,
mentre fra gli argini scorre un torrente,
stridono nel bosco gli uccelli,
zampillano e bisbigliano le fonti,
invitando a un placido sonno.
Ma quando è inverno e fra i tuoni del cielo
Giove rovescia pioggia e neve,
con la muta dei cani in lungo e in largo
caccia i cinghiali nelle trappole,
tende su canne lisce reti fitte
per insidiare i ghiotti tordi
o, dolce preda, prende al laccio lepri
atterrite e gru pellegrine.
Chi fra tutto ciò non scorda le pene
che l'amore porta con sé?
Se poi una sposa onesta aiuta in casa
e alleva con dolcezza i figli,
come una sabina o la moglie arsa
dal sole d'un pugliese svelto,
e in attesa del tuo ritorno mette
legna sul focolare sacro,
chiude nei recinti il florido gregge,
munge le turgide mammelle
e, spillato dal tino il vino nuovo,
prepara un pranzo genuino,
in cambio certo non vorrei le ostriche
del Lucrino o i rombi e gli scari,
che per caso fra i tuoni una burrasca
ci portasse qui dall'oriente.
E piú di una gallina faraona
o del buon francolino ionico,
vorrei gustare a tavola le olive
piú succose colte dagli alberi,
o il lapazio di campo, l'erba malva
(un toccasana per lo stomaco),
l'agnella uccisa per le feste sacre,
il capretto strappato al lupo.
E a pranzo è dolce guardare le pecore
che sazie s'affrettano a casa,
guardare i buoi stanchi tirare a capo
chino il vomere sollevato,
e intorno ai Lari lucidi gli schiavi,
sciame che arricchisce la casa."

Cosí parlava Alfio l'usuraio,
già pronto a farsi contadino,
e alle idi ritirò i suoi denari,
per darli a frutto alle calende. -



LA VILLA DI LICENZA

Così Orazio descrive la sua vita felice in questa villa che l'amico Mecenate gli aveva donato nel 32 a.c.:

"Un rivo d'acqua limpida, una selva
non grande, la certezza del mio raccolto
fanno i giorni a me più sereni che a chi fulgente
impera sulla fertile Africa" (Carm. III)

Il sito esatto venne identificato nel '700 come un piccolo edificio sepolto sotto campi e vigneti, ma solo ai primi del '900 vennero intrapresi seri scavi archeologici, che portarono alla luce pavimenti a mosaico, suppellettili e opere d'arte che dimostrarono come questa piccola dimora fosse elegante e confortevole, con una zona termale e un giardino.

A poca distanza c'è la cascata di una sorgente d’acqua, la "fonte Bandusia, chiara più del cristallo" a cui Orazio promise:
"Anche tu sarai una fonte nobile
grazie a me che canto la quercia che domina
la grotta da cui zampilla
il mormorìo loquace delle tue acque".



LE SATIRE

Composte tra il 38 ed il 36 a.c.., per altri tra il 35 ed il 30 a.c., le Satire presentano un Orazio non pungolato da rabbia o vendetta, per la politica o per per i suoi dolori, ma un Orazio più maturo, faceto e discorsivo, ironico e attento osservatore degli altri e dei tempi.

Quasi tutte in forma dialogica, piacevoli e divertenti, veloci ed eleganti, le Satire sono un affresco della società romana vista nel quotidiano, uomini affannati, ambiziosi, ingenui, vanitosi, viziosi e adulatori, infidi e parassiti. Per Orazio il bene più grande è la continenza, la lontananz dagli eccessi che portano sconvolgimento dell'animo, ridicolo e disavventure.


La Satira del Seccatore

"Me ne andavo per caso per la Via Sacra, come è mio costume, pensando non so a quali sciocchezze, tutto assorto in quelle; mi si fa incontro un tale, noto a me soltanto di nome, e afferratami la mano mi dice:...
gli rispondo...
lui dice...
lo prevengo. Ma egli dice...
Allora io gli rispondo:...
Cercando disperatamente di andarmene, talvolta mi fermavo, dicevo non so cosa in un orecchio ad un servo, mentre il sudore mi scendeva fino alle calcagna, dicevo tra me e me, mentre quello cianciava di qualsiasi cosa gli passasse per la testa e lodava i quartieri, la città. Siccome non gli davo alcuna risposta, disse....
Abbasso le orecchie, come un asinello rassegnato a forza, quando ha dovuto sobbarcarsi ad un carico troppo pesante. Quello riprende..."

Segue la scena della lite giudiziaria in cui lo scocciatore è coinvolto e che il vero scopo dell'individuo: far parte del Circolo di Mecenate. Orazio cerca di distoglierlo ma l'altro si atteggia a giudice e moralista.

"Mentre dice queste cose incontrammo Fusco Arìstio, un mio amico, un fratello, che sapeva chi era lo scocciatore. Ci fermammo e io cominciai a fare versacci, a pizzicare l'amico sulle braccia ma non si risentiva, facendo segno, torcendo gli occhi, quasi a dire:
portami lontano da questo.

Fingeva di non capire e la bile mi bruciava il fegato.
Risponde: lo sai, sono un po' debole, perdonami, sarà per un'altra volta.
Mi aspettava un triste giorno! Fugge il disgraziato e io resto nella tagliòla!
Per buona sorte incontrammo un altro testimone che abboccai: subito mi interesso a lui e ce ne andiamo in tribunale.
"


Le impressioni di viaggio

L’Orazio forbito e ritrattista, spontaneo e sorridente, arguto e scocciato emerge nella Satira Quinta del Primo Libro, in quella in cui descrive il viaggio compiuto insieme a Mecenate e a Virgilio, nel 37 a.c., da Roma a Brindisi: 530 chilometri, percorsi in 14 giorni e con mezzi vari.
In questa satira, con un linguaggio serrato e sempre vivace Orazio tratteggia molte delle cittadine attraversate.

Forappio, borgo laziale lungo la via Appia distante a 26 miglia da Ariccia, Orazio, lo qualifica "pieno zeppo di barcaioli e di osti esosi e dalla pessima acqua";
Anxur è "posta su rocce che biancheggiano da lontano";
Fondi lo fa sorridere per le insegne del pretore locale, definito un borioso scribacchino, le quali presentavano una pretesta, un laticlavio e... un braciere;
l’Apulia, cioè la Puglia, è "bruciata dal caldo Atabulo", lo scirocco locale;
poi un paese che non menziona "perché (il suo nome) non entra in un solo verso" dove "si vende l’acqua, la più comune delle cose" ma dove "il pane è di gran lunga il migliore"; Canosa ha il "pane che è duro come la pietra" ed è un paese "non più ricco di un’urna d’acqua";
Bari è città "ricca di pesce";
Egnazia è stata "costruita in odio alle acque".

Inoltre a Forappio "i servi scagliavano ingiurie ai battellieri, e i battellieri ai servi"
e poi "ed ecco un barcaiolo ed un passeggero, innaffiati di molto vinello, cantano a gara l’amica lontana. Alla fine, stanco, il viaggiatore comincia a dormire ed il pigro barcaiolo lega ad un masso la fune della mula mandandola a pascolare e supino si mette a russare".

"Mecenate se ne va a giocare, io e Virgilio a dormire: infatti il gioco della palla è nocivo ai cisposi ed a chi è di stomaco debole" e "di là ci dirigiamo subito verso Benevento, dove il premuroso ospite, mentre fa girare sul fuoco dei magri tordi, per poco non bruciò; infatti, propagatosi il fuoco per la vecchia cucina, la fiamma vagante si affrettava a lambire la sommità del tetto. Allora avresti visto i commensali affamati ed i servi timorosi sottrarre il pranzo e tutti cercar di spegnere il fuoco".

Orazio non ha grandi ambizioni ma il suo entroterra di plebeo lo attanaglia, perchè lo priva di un riconoscimento sociale:

VILLA DI ORAZIO A LICENZA
"Ora torno a me, il figlio di un liberto,
di cui tutti sparlano proprio perché figlio di un liberto,
ora perché, a dir loro, sono un tuo intimo amico, Mecenate, ma prima
perché comandavo come tribuno una legione romana.
Ma si tratta di due cose ben diverse, perché, se quella carriera
uno potrebbe giustamente invidiarmela,
non potrebbe fare altrettanto dell’amicizia con te,
che sei particolarmente prudente nel circondarti di persone meritevoli,
aliene da bieco arrivismo. Fortunato per questo
non mi riterrei, se fosse stato il caso ad avermi reso tuo amico;
ma non c’è stato alcunché di fortuito nel nostro incontro:
prima il carissimo Virgilio, e poi Vario ti parlarono delle mie qualità."

Però è gratissimo a Mecenate che lo ha accolto e onorato per la persona che è e non per le sue origini:

"Quando giunsi al tuo cospetto, riuscii a spiccicare, balbettando, solo poche parole
(una sorta di ammirato rispetto mi impediva di dire di più),
non che io sono figlio di un padre famoso, non che io in giro
per i mie possedimenti me ne vado su un cavallo di razza,
ma solo quello che ero ti racconto. Mi rispondi, come tuo solito,
con poche parole; vado via e mi richiami dopo otto mesi e mi inviti
a far parte del tuo circolo. Ed io sono molto onorato di questo,
del fatto che tu mi hai apprezzato, tu che sai distinguere un uomo onesto
da uno corrotto non in base alla sua estrazione sociale,
ma per la purezza del suo cuore e delle sue azioni."

Qui si rivaluta, riconoscendo la sua onestà, ma soprattutto pieno di riconocenza verso il padre:

"Eppure, se di pochi e trascurabili difetti è macchiata la mia coscienza,
ma per il resto è retta, come se su un bel corpo
ti mettessi a criticare qualche neo sparso qua e là,
se di avidità, spilorceria e vita dissoluta nessuno potrà accusarmi senza mentire,
ma se puro e onesto, tanto per tirarmela un po’, io vivo e caro agli amici,
di tutto questo il merito va a mio padre che,
pur possedendo solo un fazzoletto di terra,
non si accontentò di mandarmi alla scuola di Flavio,
dove i superbi figli dei superbi centurioni,
con le cartelle e le tavolette penzolanti dalla spalla sinistra,
andavano pagando ogni 15 del mese otto monete di rame per la retta;
ma ebbe invece il coraggio di portarmi ancora bambino a Roma a studiare
le stesse discipline che ogni cavaliere e ogni senatore fa insegnare
ai suoi stessi rampolli. Il mio abbigliamento e i servi al mio seguito,
come è d’obbligo in una grande città, se qualcuno avesse osservato,
dal patrimonio degli avi avrebbe potuto credere
che i mezzi per quelle spese mi derivassero.

Custode esemplare, mi accompagnava di persona dovunque
da un insegnante all’altro. Che dire di più? L’onestà,
cardine di ogni virtù, ha salvaguardato in me, preservandomi non solo da ogni
azione, ma anche da ogni vergognoso pensiero,
e non temette che qualcuno potesse incolparlo, se un giorno
facendo il banditore o l’esattore alle aste, come lui,
per un modesto salario avessi dovuto lavorare;
né io me ne sarei lamentato. Ma anzi per questo
gli si deve ammirazione e da parte mia una gratitudine ancora più profonda.

Non succeda mai, finché resterò lucido, che io abbia a lamentarmi di un padre così,
e perciò, come fanno molti che dicono che non è colpa loro
se non hanno genitori liberi e illustri, io non accamperò questo tipo di scuse.
C’è un abisso tra il modo di parlare e di pensare
di gente simile ed il mio; infatti se anche la natura permettesse
da un dato momento di ricominciare daccapo la vita
e di scegliersi altri genitori, secondo il proprio orgoglio, di quel genere che
ciascuno si augurerebbe, soddisfatto dei miei non vorrei
sostituirli con altri, per quanto rispettabili per onori e cariche; pazzo
secondo l’opinione della gente, assennato forse a tuo giudizio, perché
non vorrei sobbarcarmi, non essendone abituato, a un peso gravoso."

Nè desidererebbe unpadre diverso e più ricco, sia per riconoscenza sia perchè la ricchezza gli porterebbe gravi oneri:

"Infatti mi vedrei costretto a procurarmi subito un patrimonio più consistente,
a salutare più gente; dovrei portarmi dietro questo
o quel compagno, per non poter più andar da solo per i miei poderi
o in viaggio; dovrei mantenere un maggior numero di servi
e di cavalli; dovrei comprarmi delle carrozze. Ora come ora, invece, posso
andarmene, se mi va, anche fino a Taranto, in groppa ad un mulo
a cui il peso della bisaccia e del cavaliere sfregano i fianchi e le spalle;
nessuno mi accuserà di spilorceria, come fanno con te, o Tillio,
quando per la via Tiburtina ti vengono dietro, a un pretore!, cinque
schiavetti, con il vaso da notte e un fiasco di vino.

Per questo sono io a vivere meglio di te, magnifico senatore,
e per mille altre ragioni. Dove mi pare e piace,
io ci vado da solo, chiedo quanto costa la verdura e la farina,
gironzolo per il Circo, patria degli imbroglioni, e sul far della sera
spesso per il Foro; lì mi piazzo davanti agli indovini. Più tardi me ne torno
a casa , al mio piatto di porri, ceci e frittelle.
La cena mi è imbandita da tre servetti, e su una mensola bianca
stanno appoggiate due coppe con un mestolo; vicino c’è una saliera
economica, un’oliera con il suo piattino, il tutto di manifattura campana.

Poi vado a dormire, senza la preoccupazione di dovermi l’indomani
alzare presto, di dovermi recare presso la statua di Marsia, che
dice di non poter più sopportare la faccia del più giovane dei Novi.
Me ne sto a letto fino alle dieci; bighellono un po’ per casa, o mi metto a leggere
o a scrivere in silenzio ciò che più mi piace; poi mi ungo d’olio
non del tipo che usa quel sozzone di Natta rubandolo dalle lucerne.
Poi, quando mi sento stanco e il sole diventato cocente mi
ad andarmi a lavare, lascio il Campo Marzio e il gioco della palla.

Dopo un pranzo frugale, giusto quanto impedisce di passar la giornata
a stomaco vuoto, mi riposo in casa dedicandomi ai miei studi. Questa è la vita
di chi è libero dagli oneri dell’ambizione che preclude ogni felicità.
E in tutto ciò trovo la consolante certezza di poter vivere più sereno, che
avessi avuto nonno, padre e zio questori."

Ma nel sett. dell’8 a.c., Mecenate morì e Orazio lo seguì a breve, forse a causa di un'emorragia cerebrale, ma soprattutto perchè non resse alla mancanza, come accade nelle anziane coppie che tanto hanno condiviso. Già da 5 o 6 anni, tuttavia, non componeva o pubblicava quasi più nulla, forse per riflettere, o perchè le forze gli venivano meno. Fu sepolto proprio accanto alla tomba dell'amico e protettore, "la metà dell’anima sua", com'egli stesso lo definì.




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