L'EVOLUZIONE NAVALE




LE ORIGINI


Essendo posizionata a breve distanza dal mare e su di un fiume, il Tevere, navigabile per tutto l'anno, la città poteva beneficiare del commercio marittimo senza essere esposta ai rischi provenienti dal mare. Per attaccare la città dal mare i nrmici dovevano infatti risalire il fiume sbarcando nel porto molto ben custodito.
Comunque i Romani sapevano combattere bene via terra e il loro assetto preciso e calibrato era per spazi ampi e strategie militari con fanteria e cavalleria. Sia gli Etruschi che i Cartaginesi e pure i Greci impararono acombattere via mare molto prima dei Romani.

Infatti la Marina militare romana, Classis, pur nascendo durante la prima guerra punica, cominciò ad operare in modo permanente nel mar Mediterraneo e sui principali fiumi dell'Impero romano solo da Augusto in poi, fino a tutto il V sec. d.c.



QUANDO I ROMANI NON SAPEVANO NAVIGARE

I naufragi della flotta romana nella I guerra punica furono determinanti per lo svolgimento della guerra, visto che per ben tre volte in soli sei anni la flotta romana dovette subire la perdita di centinaia di navi e migliaia di uomini a causa delle condizioni meteorologiche e della scarsa conoscenze nelle tecniche di navigazione.

Roma, bravissima a combattere via terra, aveva sconfitto Cartagine nella battaglia di Adys e conquistato Tunisi tanto che i Cartaginesi chiesero la pace al console Marco Atilio Regolo, che purtroppo non concesse la pace e, mentre il collega Manlio Vulsone Longo ritornò a Roma con la notizia della vittoria, rimase a pattugliare l'Africa.

Ma i Cartaginesi, messo a capo dell'esercito lo spartano Santippo, sconfissero i Romani a Tunisi, catturarono Atilio Regolo, uccisero oltre 12.000 nemici e assediarono Aspide, città africana precedentemente conquistata dai Romani e nella quale si erano rifugiati i circa 3.000 superstiti delle legioni.

Publilio - Storie:
"I Romani, al principio dell'estate, calate in mare trecentocinquanta navi e preposti al loro comando Marco Emilio e Servio Fulvio le inviarono."

I consoli Marco Emilio Paolo e Servio Fulvio Petino Nobiliore erano partiti con la flotta romana per aiutare le truppe che avevano vinto ad Adys. La flotta romana, lasciata la Sicilia, aveva battuto i Cartaginesi a Capo Ermeo, catturando ben 144 delle 200 navi puniche e le aveva integrate nella sua flotta che quindi era arrivata a quasi 500 navi.
Poi i consoli, invece di dare rinforzi ad Aspide, imbarcarono i superstiti di Tunisi e fecero vela verso nord. Secondo Polibio, la flotta romana che tornava in Italia era composta da 364 navi, quindi 130 erano rimaste ad Aspide.

L'attraversamento del Canale di Sicilia fu agevole, ma vicino alla Sicilia, presso Camarina
"...incapparono in una tempeste così violenta e in una sciagura così grave che non si potrebbe descriverle in modo appropriato data l'eccezionalità dell'accaduto . "

Solo 80 imbarcazioni riuscirono a salvarsi per cui oltre 280 navi furono affondate o
"fracassate dai flutti contro gli scogli e i promontori (riempiendo) la costa di corpi e di relitti del naufragio."

A 100 uomini di equipaggio per nave, oltre gli schiavi ai remi e le truppe trasportate, dovettero perdere oltre 28.000 uomini, l'equivalente di sei legioni! Cartagine rinfrancata mandò Asdrubale a rinforzare Lilibeo, ma questi non riuscì a impedire la caduta di Palermo a opera dei consoli Gneo Cornelio Scipione Asina e Aulo Atilio Calatino, perchè i Romani, straordinari ingegneri ed esecutori, avevano allestito una flotta di 220 navi in soli tre mesi.
Nel 253 ai consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso venne affidata la flotta con la quale raggiunsero l'Africa, ma inesperti com'erano, giunti all'isola di Meninge si arenarono in un basso fondale. Poco dopo la marea cambiò e i Romani, alleggerite le navi buttando fuori bordo gli oggetti pesanti, riuscirono a disincagliarsi e riprendere il mare.
Inconsapevoli dei pericoli del mare, i Romani fecero rotta per la Sicilia compiendo la circumnavigazione dell'isola sul lato occidentale ed approdando a Palermo, caduta dopo la battaglia dell'anno precedente in mani amiche. Di là, navigando in modo arrischiato e in alto mare verso Roma, di nuovo incapparono in una tempesta di una violenza tale che persero più di 150 navi.

Nel 249 a.c. la guerra terrestre in Africa era ancora preclusa ai Romani per mancanza di navi da guerra a protezione di quelle da carico. La guerra in Sicilia si trascinava con un assedio interminabile di Lilibeo e i Cartaginesi finirono per arroccarsi sul Monte Erice.

Sfortunatamente per Roma, durante la battaglia di Trapani una flotta romana di circa 120 navi, agli ordini di Publio Claudio Pulcro fu quasi totalmente distrutta dalle navi di Aderbale. I Cartaginesi catturarono 93 navi romane complete di equipaggio e Roma rimase nuovamente senza una flotta, in possesso di poche navi da guerra stanziate a Messina e presso Lilibeo. Venne equipaggiata una nuova flotta di 60 navi per scortare i rifornimenti e furono affidate a Lucio Giunio Pullo.

Questi raggiunse a Messina le navi rimaste e poi da Siracusa affidò ai questori metà delle 800 navi da carico e, come scorta, quasi metà di quelle da guerra, col compito di rifornire le legioni. Egli stesso aspettava col resto della flotta rifornimenti dall'interno dell'isola. Intanto Aderbale mandò a Cartagine i prigionieri e le navi da guerra romane catturati a Trapani e il collega Cartalone con un centinaio di navi ad attaccare gli assedianti di Lilibeo.

Cartalone riuscì a distruggere alcune navi romane e altre ne distrusse Imilcone, il comandante cartaginese di Lilibeo. Cartalone seguì Aderbale ma giunto ad Eraclea Minoa vide le avanguardie della flotta romana guidata dai questori di Pullo. La flotta romana si rifugiò a terra riuscendo però a resistere agli attacchi dei Cartaginesi. Questi, catturata qualche nave da carico, si allontanarono in attesa che i Romani riprendessero la navigazione.

Giunio Pullo si avvicinava con il resto della sua flotta ma non sapendo dove si trovava l'altra metà, una volta avvistate le navi nemiche
"non osando venire allo scontro né potendo più fuggire perché i nemici erano molto vicini, piegò verso luoghi aspri e pericolosi, sotto ogni punto di vista e approdò."

Cartalone decise di non lanciarsi contro l'altra parte della flotta per non essere assalito alle spalle dalla metà della flotta dei questori di Pullo. Mise la flotta alla fonda limitandosi a tenere sotto controllo le due flotte da una posizione mediana. Ancora una volta una commistione di incapacità e sfortuna misero alla prova la flotta di Roma. Una tempesta si annunciò dal mare aperto;

"I timonieri cartaginesi, che per l'esperienza sia dei luoghi sia della situazione prevedevano quanto stava per verificarsi cercarono di persuadere Cartalone a fuggire la tempesta e doppiare il promontorio di Pachino."

La flotta cartaginese apparentemente fuggì davanti ai Romani ma riuscì a doppiare il promontorio e ad approdare in luogo sicuro.

"essendo i luoghi assolutamente privi di porti, subirono un tale disastro che nessuno dei rottami del naufragio era più utilizzabile, ma entrambe le flotte furono rese completamente e incredibilmente inservibili."

Polibio riferisce che circa 900 navi vennero distrutte e l'episodio fermò per sette anni le azioni marinare dei Romani. I naufragi romani furono la causa delle disfatte nella guerra romana permettendo a Cartagine di prolungare le ostilità combattendo da una posizione di sicurezza in Africa e spostando le navi e le truppe in Sicilia.

Dal terzo naufragio dovranno passare ben sette anni perché Roma riuscisse a trovare la capacità economica di finanziare un'ennesima flotta e contendere il mare alla rivale. Dopo tante grandi e piccole sconfitte, dopo tante navi perdute in battaglie e tempeste solo nel 242 Roma riuscì tornare sul mare. Un prestito da parte dei cittadini permise l'ennesima costruzione di una flotta. Questa fu affidata al console Gaio Lutazio Catulo che il 10 marzo del successivo 241 a.c., alle Egadi riportò la vittoria decisiva per porre termine alla prima guerra punica.



QUANDO I ROMANI SAPEVANO NAVIGARE

Il carattere marittimo di Roma si accentuò dal II sec., quando venne fondata alla foce del Tevere la colonia di Ostia. I Romani poterono allora contare sul porto marittimo ostiense e sul porto fluviale di Roma.

Quest’ultimo, il Portus Tiberinus, era collocato in un’insenatura del Tevere di fronte al Tempio di Portuno (ex tempio della Fortuna Virile). Durante la repubblica venne ampliato raggiungendo l’area dell’Emporio, dove vennero edificati enormi magazzini, mentre la discarica delle anfore sbarcate dalle navi crebbe fino a formare il Monte dei cocci, l’odierno monte Testaccio.

Le navi mercantili più piccole potevano risalire il Tevere fino a Roma, ma tutte le altre dovevano scaricare le proprie merci ad Ostia. Per tali merci, il trasporto navale fra Roma ed Ostia era assicurato dalle navi “codicarie”, che facevano la spola fra il porto marittimo ed il porto fluviale.

I commerci navali, che costituivano anche una ricca fonte di reddito per gli armatori , si svilupparono soprattutto fra il VI ed il IV sec. a.c., quando Roma stipulò trattati navali con Cartagine e Taranto, per evitare interferenze sul mare.



LA MARINA DA GUERRA

Mentre potenziavano la propria marina mercantile, i Romani costituirono poi una vera e propria marina da guerra, sia pur limitata, subito dopo aver catturato le navi di Anzio nel 338 a.c., per le scorribande di pirateria nell’area di Ostia. Per la gestione della loro nuova flotta, i Romani istituirono la carica dei due duumviri navali, destinati a provvedere a tutte le necessità delle navi ed a assumere anche il comando dei gruppi navali a sorveglianza delle coste della Penisola.

Gli stessi Romani considerarono talmente importante la flotta, da rappresentare sulle monete la prora rostrata di una loro nave da guerra. Da allora, e per tutto il periodo della repubblica, quella prora rostrata rimase sul rovescio di tutte le monete di bronzo romane, divenendo in tal modo il più diffuso e conosciuto simbolo della potenza romana.

In relazione alla velocità vennero suddivise in:
  • naves praetoriae (navi ammiraglie) da guerra, lunghe, a remi, velocissime;
  • naves longae e naves liburnicae: navi molto veloci, anche a dieci ordini di remi;
  • naves actuariae: molto leggere, da vedetta e per il trasporto delle truppe;
  • naves speculatoriae: navi da ricognizione, per spiare le mosse del nemico;
  • naves tabellariae: piccole navi per portare dispacci da porto a porto.

I marinai erano suddivisi in:
  • remiges, rematori per le scialuppe,
  • manovali non specializzati per le pompe, detti mozzi o mesonautae, la cui funzione ancora non è chiara
  • nautes, manovratori di ancore e vele, cioè i veri marinai di ponte.



I GRADI MILITARI
  • praefectus classis - era il dux, il capo supremo della flotta militare.
  • navarchus - praefectus navis - magister navis erano i titoli spettanti al capitano di una singola nave.
  • gubernator - il timoniere.
  • decuriones - i comandanti della sezione rematori
  • remiges - i rematori
  • nautes - marinai
  • classarii - i soldati della marina





LE GUERRE PUNICHE


I GUERRA PUNICA

Dopo aver acquisito, con la vittoria nella guerra tarantina, l’egemonia sull’intera Penisola, Roma dovette affrontare Cartagine, la potenza navale più temibile dell’intero Mediterraneo. I Cartaginesi si erano insediati in molte città della Sicilia e si preparavano ad impadronirsi anche di Messina, alleata dei Romani.


Il Senato di Roma nominò allora quattro questori incaricati di radunare le navi da tutto il territorio italico. Con questa flotta i Romani sbarcarono in Sicilia cogliendo i nemici di sorpresa, ma si accorsero presto che non avrebbero retto a lungo. Si dotarono allora di una flotta costituita in massima parte da quinqueremi simili a quelle cartaginesi, addestrandone gli equipaggi.

Nell'arco di venti anni, il dominio del mare fu perseguito dai Romani con notevolissime perdite (circa 800 navi da guerra, di cui oltre 600 affondate dalle tempeste), e fu conseguito dopo aver inflitto alla rivale cinque sconfitte navali (contro una sola subita) e la perdita di circa 530 navi da guerra (oltre 250 navi affondate in combattimento; tutte le altre catturate).

Nel 260 a.c. Roma aveva combattuto la sua prima vera battaglia navale: nei pressi di Milae (l'attuale Milazzo) la flotta cartaginese, nonostante fosse forte della sua plurisecolare esperienza venne battuta da quella romana appena istituita grazie all'ausilio di uno strumento che renderà Roma padrona del mediterraneo nei secoli seguenti: il corvo. La vittoria nella Battaglia di capo Milazzo permise al console Gaio Duilio di celebrare il primo trionfo navale della storia di Roma. Lo stesso console fu onorato nel foro con una columna rostrata, adorna cioè dei rostri delle navi nemiche catturate.

In questa guerra navale, si distinsero Caio Duilio, il primo Romano a riportare una vittoria navale sui Cartaginesi (acque di Milazzo, 260 a.c.), Marco Attilio Regolo, che fu il primo Romano ad effettuare uno sbarco navale in Africa (nel 256 a.c., dopo la grande vittoria navale di Ecnomo), e Caio Lutazio Catulo, che conseguì la vittoria decisiva, grazie al perfetto addestramento dei propri equipaggi, nella battaglia navale delle Egadi nel 241 a.c..
Ormai padroni incontrastati del mare, i Romani cacciarono i Cartaginesi dalla Sicilia, dalla Sardegna e dalla Corsica.


II GUERRA PUNICA

Il primo tentativo di rivincita cartaginese avvenne 22 anni dopo da Annibale, che non potendo affrontare le flotte romane, anziché sbarcare nella vicinissima Sicilia, fece tutto il giro del Mediterraneo occidentale, passando per la Spagna e la Gallia, varcando poi le Alpi con il suo esercito ed i suoi elefanti. Fu un massacro di uomini ed elefanti, ma alla fine l'esercito era ancora consistente.

I Romani, pur subendo un’impressionante serie di sconfitte via terra, misero in atto una strategia marittima temporeggiatrice per contenere e contrastare la minaccia Cartaginese. Ad Annibale venne man mano precluso l'accesso al mare in Italia, privandolo del suo serbatoio logistico in Spagna, sottraendogli il controllo di Siracusa e la possibilità di ricevere un consistente aiuto dal re di Macedonia. Scipione poté allora sbarcare in Africa (204 a.c.) e costringere il nemico ad accettare le nuove condizioni della pace, inclusa la distruzione della flotta punica ed il divieto di ricostruirla.


III GUERRA PUNICA

Il secondo ed ultimo tentativo di rivincita cartaginese avvenne dopo ulteriori 50 anni. Avendo avuto notizia del tentativo di ricostruire la flotta punica e di altre violazioni del trattato di pace, i Romani sbarcarono nuovamente in Africa ed imposero ai Cartaginesi di abbandonare la loro città e di trasferirsi nell’entroterra, ad una distanza non inferiore a 15 km dal mare.

Al rifiuto cartaginese, essi strinsero d’assedio la città e, dopo aver sconfitto in mare la nuova flotta nemica (acque di Cartagine, 147 a.c.), indussero la popolazione alla resa. Questa III guerra punica si concluse con la distruzione della città.



L'ESPANSIONE OLTREMARE

L’espansione romana al di fuori della Penisola venne attuata, per i primi 200 anni, quasi esclusivamente per via marittima: prima sulle isole più vicine, poi verso le penisole iberica e balcanica, passando quindi in Africa ed in Asia, fino ad acquisire il controllo di quasi tutti i litorali bagnati dal Mediterraneo.

Le decisioni del Senato tenevano in gran conto la sicurezza dei traffici marittimi, scendendo in guerra, come nel caso della prima guerra illirica, dove tale sicurezza risultasse compromessa.

Le guerre che i Romani dovettero affrontare in questo periodo nel Mediterraneo orientale vennero quasi tutte provocate dalle mire espansionistiche dei popoli elleni che volevano riconquistare l'impero di Alessandro Magno. Soprattutto due re di Macedonia (Filippo V e Perseo) e di quelli di Siria (Antioco III) e del Ponto (Mitridate VI), che posero i Romani in serie difficoltà.

Gli Elleni si avvalsero soprattutto delle proprie flotte per invadere la Grecia e per combattere contro i Romani che dovettero affrontare per mare avversari dotati di forze navali più potenti e con più esperienza nei combattimenti navali. Ma i romani avevano due grandi doti: copiavano tuttò ciò che i nemici avevano di valido, dalle armi alle navi, e imparavano prestissimo le nuove tecniche di combattimento, anzi le miglioravano, perchè pur essendo molto razionali avevano una mente molto aperta alle innovazioni.

Così conseguirono proprio nel campo marittimo i più importanti successi, fra i quali spiccano le vittorie navali di Mionneso (190 a.c.) e di Tenedo (72 a.c.), che vennero celebrate anche dai Greci, loro alleati.



LE BATTAGLIE NAVALI (264 - 57 a.c.)

Il principale mezzo di offesa di una nave da guerra era lo speronamento, per questo l’arma principale era lo sperone che, situato nella prua, era di ferro o bronzo e serviva a sfondare la chiglia della nave nemica. Nel 260 a.c. il console romano Caio Duilio introdusse una geniale innovazione nell’armamento delle navi da guerra: le fece munire di un ponte levatoio girevole denominato “corvo” che terminava con un uncino di ferro a becco di corvo.

Quando una nave romana aveva accostato quella avversaria, lasciava cadere la passerella, in modo che l’uncino si conficcasse sulla coperta della nave nemica, impedendole così di allontanarsi. Attraverso il corvo, i soldati romani saltavano sulla nave avversaria e così la battaglia navale si trasformava in terrestre. Per i Romani, poco esperti di battaglie navali, basate soprattutto sullo speronamento di navi, la novità fu di fondamentale importanza.

Ogni nave, inoltre, era munita di un antirostro che limitava la penetrazione del rostro della nave nemica. La prua delle navi romane da combattimento aveva degli speroni sovrapposti al rostro, che evitavano l’eccessivo inserimento nel corpo della nave nemica speronata, e che permettevano di sganciare facilmente il rostro dopo l’attacco, salvaguardando la nave attaccante. Di questa tattica navale abbiamo testimonianze recenti attraverso l’archeologia subacquea che ha recuperato presso Trapani un reperto di rostro, con la parte anteriore rafforzata da tre fendenti laminari orizzontali che, scagliati sulle fiancate delle navi nemiche, ne determinavano falle e affondamento.

Il bordo anteriore del rostro, elegantemente arcuato, facilitava lo sganciamento della nave attaccante dalla nave colpita. La nave era una piccola triere che doveva essere munita di uno sperone a testa di animale –cinghiale o ariete- a circa 50cm sopra il rostro, per evitare che esso penetrasse eccessivamente nella nave nemica: gli attacchi ripetuti provocavano squarci irreversibili, ma senza un’eccessiva penetrazione, perché lo sperone sovrastante assolveva alle funzioni di freno. Si hanno indizi dell’uso di tali strumenti, situati sulla prua delle navi, già a partire dall’XI secolo a.c.
Cassio Dione Cocceiano, testimone della battaglia tra la flotta di Antonio e quella di Ottaviano e Agrippa nel golfo di Ambracia, narra che la vittoria di Ottaviano fu determinata dal tipo di nave utilizzata. Queste, infatti, erano piccole e veloci, vogavano con forza e miravano a speronare, protette com’erano da ogni parte dai colpi. Gli attacchi continui e rapidi erano dovuti al timore delle offese da lontano delle grandi e pesanti navi di Antonio e al timore del combattimento corpo a corpo. I nemici, da parte loro, quando si avvicinavano scagliavano pietre e saette. Nell’atto dell’abbordaggio gettavano i rampini e, se ci riuscivano, avevano la meglio, in caso contrario, divenivano facili bersagli.

Gli uomini di Ottaviano, inoltre, scagliavano frecce incendiate, vasi pieni di carboni ardenti e di pece, servendosi di catapulte. Matasse di crine o in fasci di nerbo di bue lavoravano per torsione per la forza e la precisione del tiro.
L’importanza delle navi per i Romani, anche se fino ad Augusto non si può parlare di una vera e propria marina militare organizzata ed efficiente, è testimoniata anche dal fatto che i marinai amavano far scolpire sui propri cippi funebri o sulla stele delle loro tombe, le navi sulle quali avevano navigato; gli spedizionieri e gli armatori avevano, invece, immagini di navi che rientravano sane e salve in porto.

Ecco le principali azioni belliche navali:
  • 264 a.c. - Sbarco in Sicilia all’inizio della 1a guerra punica.
  • 259 a.c. - Sbarco in Sardegna e Corsica.
  • 229 a.c. - Sbarchi a Corfù, in Epiro e nelle isole della Dalmazia.
  • 218-217 a.c. - Conquista di Malta, Pantelleria e Gerba all’inizio della 2a guerra punica.
  • 218-206 a.c. - Conquista delle coste orientali e meridionali della Spagna.
  • 207 a.c. - Sbarco nell’isola Eubea.
  • 204 a.c. - Sbarco in Africa condotto da Scipione Africano.
  • 190 a.c - Sbarco in Asia condotto da Scipione Asiatico.
  • 169-168 a.c. - Sbarchi in Macedonia e nell’isola di Samotracia.
  • 146 a.c. Sbarco in Acaia condotto da Lucio Mummio Acaico.
  • 123-122 a.c. - Conquista delle Baleari da parte di Quinto Cecilio Metello Balearico.
  • 86 a.c. - Presa di possesso della Cirenaica, o Pentapoli libica.
  • 77-71 a.c - Sbarchi sulle coste occidentali del mar Nero, fino al Danubio.
  • 72-70 a.c. - Sbarchi sulle coste meridionali del mar Nero, fra Eraclea e Ceraso.
  • 69-67 a.c. - Conquista di Creta da parte di Quinto Cecilio Metello Cretico.
  • 67 a.c. - Sbarco in Cilicia a conclusione della guerra piratica.
  • 64-63 a.c. - Sbarchi sulle coste orientali del Mediterraneo.
  • 59 a.c. - Blocco navale e assunzione del controllo del Bosforo Cimmerio.
  • 57 a.c. - Annessione di Cipro.




I GRANDI AMMIRAGLI


POMPEO MAGNO

La pirateria fu una minaccia costante nel mondo antico, anche se a carattere locale, legato a luoghi particolarmente favorevoli agli agguati in mare ed all’occultamento dei covi piratici.

Il fenomeno però si allargò a dismisura quando i pirati vennero finanziati da personaggi come Filippo V, re di Macedonia, Nabide, tiranno di Sparta, e soprattutto Mitridate VI, re del Ponto.
Con quest’ultimo, in particolare, la pirateria proveniente dalla Cilicia fu specificatamente contro i romni tanto che l’intero bacino del Mediterraneo non era più sicuro per i rifornimenti navali dell'Urbe. Roma poteva essere affamata dai pirati.

I Romani reagirono varie volte, finchè non organizzarono una guerra vera e propria, conferendo pieni poteri a Pompeo Magno ed assegnandogli ben 500 navi da guerra.

Pompeo si mosse con incredibile rapidità: schierò le forze navali nell’intero Mediterraneo, in modo che le flottiglie piratiche venissero perseguite ovunque e non potessero trovare un’area libera ove rifugiarsi.
Poi si recò personalmente nelle acque della Cilicia, ove sconfisse in battaglia navale la flotta delle superstiti unità dei pirati, liberarando tutto il mare in meno di tre mesi, dall'inizio della primavera a metà estate del 67 a.c..

Lo stesso Pompeo Magno portò quindi a termine anche la guerra contro Mitridate, avvalendosi pienamente dell'acquisito dominio del mare. Nel corso delle due campagne catturò ben 800 navi da guerra, di cui 700 vennero condotte nei porti d'Italia. Fra le motivazioni ufficiali del suo trionfo, venne specificato ch’egli aveva “restituito al popolo romano il dominio del mare”.



GIULIO CESARE

Nel terzo anno della guerra gallica, Giulio Cesare dovette affrontare la più estesa coalizione che si fosse mai costituita fra Galli prima dell’atto finale capeggiato, quattro anni dopo, da Vercingetorige. Essa includeva le popolazioni di tutte le regioni costiere nord-occidentali della Gallia, dal Reno alla Loira, ed era pilotata dai Veneti transalpini, residenti lungo la costa meridionale della penisola bretone. Questo era il popolo più potente sull’Oceano, dove controllava con le proprie navi tutti i traffici, inclusi quelli con i Britanni.

Per poter combattere contro quelle popolazioni marittime sulle insidiose coste oceaniche, Cesare fece costruire una grande flotta sulla Loira ed addestrare i relativi equipaggi. Poi la schierò davanti al porto dei Veneti, che le contrapposero una flotta di 220 grosse e robuste navi oceaniche, armate da loro stessi e dai loro alleati, con il sostegno dei Britanni. Dopo un’intera giornata di combattimenti in mare (agosto 56 a.c.), i Romani riuscirono ad arrembare e catturare la quasi totalità delle navi nemiche.

Questo risultato indusse i Veneti ed i loro alleati alla resa immediata, poiché senza navi essi erano privi di difese. Così l’Oceano rimase libero dal controllo dei Galli e, pertanto, aperto ai Romani.
Cesare ne trasse al più presto la più logica delle conseguenze, conducendo nei due anni successivi (55 e 54 a.c.) le due prime spedizioni navali romane in Britannia. La prima venne effettuata con la stessa flotta che aveva combattuto contro i Veneti, con l’aggiunta di un centinaio di navi onerarie per il trasporto di due legioni e dei cavalieri. Si trattò di un sbarco navale che aveva soprattutto la finalità di consentire una prima presa di contatto diretto con l’isola, limitatamente alla fascia costiera.

La seconda spedizione utilizzò invece una nuova flotta che Cesare fece costruire appositamente, con circa seicento navi “da sbarco” larghe, basse e leggere, per potersi avvicinare alla spiaggia, e ventotto di grandi dimensioni. Vennero in tal modo sbarcate in Britannia cinque legioni e duemila cavalieri, che operarono per tre mesi nell’entroterra, fino ad oltre il Tamigi.

Completata la pacificazione delle Gallie, tutti i successivi impegni marittimi di Cesare si collocarono nel Mediterraneo, ove, per effetto della guerra civile, egli fu quasi sempre a corto di navi o comunque sottoposto ad una minaccia preponderante. Nonostante tali difficoltà, egli riuscì sempre a ribaltare la situazione con la determinazione e l’audacia in mare.

Un primo problema venne suscitato dall’ostilità di Marsiglia (49 a.c.). Cesare la sottopose all’assedio e fece costruire dodici navi da guerra per assicurare il blocco navale della città. I Marsigliesi reagirono con tutto l’orgoglio delle proprie antiche tradizioni marinare, combattendo due volte in mare contro la flotta romana. In queste due battaglie navali, tuttavia, essi persero diciotto navi (otto affondate e dieci catturate dai Romani), su di un totale di ventisei ch’essi erano complessivamente riusciti ad armare. Il blocco navale romano rimase pertanto efficace e finì per determinare la resa della città.

Nel successivo inverno (gennaio 48 a.c.), Cesare si trovò nella necessità di traversare il canale d’Otranto, pur essendovi le flotte pompeiane in quelle acque per impedirgli in transito. Disponendo di un centinaio di navi da carico per trasportare le legioni e di sole dodici navi da guerra per scortarle, egli riuscì a passare indenne attraverso due flotte avversarie, che includevano in totale centoventotto navi da guerra.

Egli compì molte altre navigazioni invernali, agendo sempre con l’abituale velocità. Ad esempio, all’inizio della guerra africana e di quella ispanica effettuò le navigazioni di trasferimento dalla Sicilia all’Africa a fine dicembre 47 a.c. e da Roma a Cadice nel dicembre successivo.

L’impegno bellico più problematico che Cesare dovette affrontare fu la guerra alessandrina, poiché egli si trovò in Egitto con pochissime forze, pressato dall’inopinata ostilità dell'esercito del giovane re Tolomeo XIII. Dopo aver conseguito due vittorie navali sugli Alessandrini, espertissimi marinai, egli subì un loro massiccio assalto terrestre e fu costretto a salvarsi tuffandosi in mare e nuotando per lungo tratto sott’acqua. Riuscì poi ad aggirare con la flotta l’esercito del re e ad sconfiggerlo sul Nilo. Sullo stesso fiume si recò brevemente in crociera di piacere con Cleopatra prima di lasciare l’Egitto.



VIPSANIO AGRIPPA

Uno dei peggiori retaggi delle guerre civili fu il figlio di Pompeo Magno, Sesto Pompeo, che occupò la Sicilia l’anno dopo la morte di Cesare ed esercitò per molti anni la pirateria contro Roma e il suolo italico, utilizzando una potente flotta armata da ribelli, proscritti e schiavi fuggiti, e assoldando come ammiragli i capi pirati catturati da suo padre. I triumviri cercarono di risolvere il problema con la diplomazia e con le armi, ma inutilmente.

Nel 37 a.c., Ottaviano decise di porre fine una volta per tutte alla pirateria, ponendo al comando della propria flotta un uomo eccezionale, il suo amico Marco Agrippa, che si rivelerà il più grande degli ammiragli di tutti i tempi.

Le sue doti militari e ingegneristiche si rivelarono in pieno quando costruì per Roma a tempo di record e con grande maestria una base navale con la costruzione del Portus Julius, riunendo i laghi di Averno e Lucrino, quest'ultimo aveva uno sbocco sul mare, che venne infatti sfruttato durante tutto il successivo inverno per compiervi delle continue esercitazioni navali, mettendo in piedi una poderosissima flotta navale.

Successivamente, trasferì la base nel duplice bacino, lacustre e marittimo, di Miseno, organizzando una macchina da guerra così perfetta che fu mantenuta invariata per ben 5 secoli. I marinai erano così addestrati nell'uso delle vele che in seguito vennero usati per le manovre dell'immenso velabro del Colosseo.

Espertissimo nella gestione delle risorse del territorio, progettista infaticabile, grande stratega e ammiraglio plurivittorioso della flotta da lui ideata, Marco Vipsanio Agrippa fu l'uomo che fece decollare la base di Miseno. Organizzatore della marina da guerra del nuovo Impero Romano e fondatore della Praetoria Classis Misenensis, fu tra i pochi comandanti insigniti della corona navale, massimo riconoscimento che veniva attribuito a coloro che si distinguevano in imprese marittime.


La sconfitta di Sesto Pompeo

Nella primavera del 36 a.c., scattò il piano studiato da Ottaviano ed Agrippa per prendere la Sicilia in una morsa, attaccandola da tre direzioni: Ottaviano e Lepido dovevano sbarcare con le truppe da levante e da sud-ovest, mentre la nuova flotta doveva avvicinarsi da nord al comando di Agrippa. Quest’ultimo sconfisse due volte per mare la flotta avversaria, la prima volta nelle acque di Milazzo, privando i pirati di trenta navi, la seconda volta in quelle di Nauloco, ove egli riportò la vittoria decisiva (3 settembre 36 a.c.): Sesto Pompeo, avendo perso quasi tutte le sue navi (ne salvò solo 17 su 350), fuggì in Asia minore.

Tito Livio, Velleio Patercolo e Dione Cassio riferiscono infatti che fu la terza corona navale concessa a un comandante, dopo Caio Attilio Regolo e Marco Terenzio Varrone. Ne fu insignito da Ottaviano dopo la grande vittoria navale di Nauloco, contro i pirati di Sesto Pompeo, e la battaglia era campale perchè la flotta nemica impediva i rifornimenti di grano a Roma con grave pericolo di rivolta del popolo.

Per merito di Agrippa, Sesto Pompeo, che per i molti successi in mare si diceva figlio di Nettuno, fu sconfitto dal più grande degli ammiragli romani, che cinque anni dopo vinse anche l'ultima, importantissima, battaglia navale della repubblica ad Azio, nel 31 a.c., incrementò ulteriormente la valenza di quell'onorificenza, che Seneca definì "la più alta delle onorificenze militari".


La guerra di Azio

ROSTRO ROMANO
L’ultima grande minaccia navale contro Roma provenne dall’oriente ellenistico che, sotto l’egida alessandrina, compì un estremo tentativo di ridestare il sogno della propria egemonia, nel ricordo esaltante di Alessandro Magno. Nel 32 a.c. Marco Antonio, ormai privo di qualsiasi autorità, il triumvirato era finito l’anno prima, aveva sposato Cleopatra, con la quale conviveva ad Alessandria da cinque anni, raccogliendo un grande esercito e una grande flotta con il contributo di tutti regni del Mediterraneo orientale.

L’immensa flotta orientale di 200 navi alessandrine ed altre 800 con equipaggi ellenici o egiziani, salpò dal Pireo ed entrò nello Ionio, dirigendosi verso l’Italia. Saputo però della flotta di Agrippa che pattugliava a sud del canale d’Otranto, Antonio e Cleopatra decisero di ancorare la flotta ad Azio, per svernarvi.

Marco Agrippa operò subito il blocco dello Ionio per la flotta di Antonio e per intercettarne i rifornimenti marittimi. con due battaglie navali sconfisse le navi che avevano azzardato una sortita. Raggiunto poi dal console Ottaviano, sbaragliò nelle acque di Azio l’intera flotta orientale che tentava di forzare il blocco, catturando 300 poliremi e distruggendo le altre, tranne le 60 navi di Cleopatra che presero la fuga seguite da Antonio (2 settembre 31 a.c.).
I due sconfitti moriranno l'anno seguente, quando Ottaviano sconfisse l’Egitto annettendolo alle province romane.
Ne seguì il lungo periodo di pace interna e di prosperità che caratterizzò l’Impero.



LE CLASSIS

Marco Agrippa fu il padre della Marina che, costituita per la guerra Sicula e migliorata per la guerra Aziaca, si tramutò poi nella struttura permanente a servizio per l’intera durata dell’Impero.
La nuova Marina imperiale di Roma venne organizzata secondo la geniale impronta della competenza navale di Agrippa.

Come principale base navale permanente venne prescelta la sede di Miseno, attigua al Porto Giulio, che vene adibito a scopi civili. Ma la soluzione adottata per il porto Giulio venne ripetuta, sfruttando il lago Miseno e collegandolo al mare. Il complesso portuale venne allestito con opere marittime e strutture logistiche, incluso un acquedotto ed enormi cisterne idriche.
La Marina romana aveva due basi principali e diverse basi provinciali; ciascuna base ospitava una flotta, marittima o fluviale.Le due flotte principali avevano la funzione di controllare l'intero Mediterraneo, ed erano:
  • Classis Misenensis, di stanza a Miseno
  • Classis Ravennatis, di stanza a Ravenna
Ognuna era comandata da un prefetto di ordine equestre; il prefetto di Miseno era di grado superiore rispetto a quello di Ravenna.
Le flotte provinciali erano:
  • la Classis Britannica, che controllava il canale della Manica e le acque intorno alla Britannia;
  • la Classis Germanica, che era una flotta fluviale e controllava il Reno;
  • la Classis Pannonica, che era una flotta fluviale e controllava il Danubio;
  • la Classis Moesica, che controllava il mar Nero occidentale e parte del corso del Danubio;
  • la Classis Pontica, che controllava il mar Nero meridionale;
  • la Classis Syriaca, che controllava le coste della Siria, della Palestina e della Turchia meridionale;
  • la Classis Alexandrina, che controllava le coste dell'Egitto;
  • la Classis Mauretanica, che controllava le coste dell'Africa occidentale;
  • la Classis Libyca, che controllava i litorali libici.
Successivamente, nel IV e nel V secolo, a causa dell'indebolimento militare dell'Impero, vennero create molte piccole flottiglie navali che operavano soprattutto nei fiumi della Gallia e nei laghi alpini.



LE FLOTTE ROMANE DELL' IMPERO

Anche se Roma imperiale deteneva la piena sovranità sull’intero Mediterraneo, occorreva mantenervi una presenza navale permanente per vigilare sul mare, sulle aeree marittime e sui grandi fiumi, per mantenere la Pax Augusta.



FLOTTE ISTITUITE DA AUGUSTO

TOMBA DI MARINAIO ROMANO
Le prime flotte romane permanenti vennero istituite da Augusto, al fine di non disperdere l'efficiente strumento navale creato da Marco Agrippa.

La grande flotta romana vittoriosa venne mantenuta nei mari d’Italia, suddivisa fra la base principale di Miseno (Flotta Misenense) e quella di Ravenna (Flotta Ravennate), mentre le navi migliori catturate ad Azio vennero inviate a Foro Giulio, odierna Fréjus (Flotta Forogiuliense).

Sotto il principato di Augusto vennero altresì costituite una flotta sui fiumi Sava e Danubio (poi chiamata Flotta Pannonica), un’altra sul Reno (poi chiamata Flotta Germanica), e due flotte in Egitto: una ad Alessandria (Flotta Alessandrina) ed una ad Arsinoe, odierna Suez, sul Mar Rosso (Flotta Arabica, usata per la spedizione di Elio Gallo e più tardi ricostituita da Traiano).



FLOTTE ISTITUITE DAGLI ALTRI IMPERATORI

Si debbono invece agli imperatori successivi le seguenti altre flotte permanenti: la Flotta Britannica, formalmente costituita nella Manica da Claudio intorno al valido nucleo creato da Gaio Caligola; la Flotta Pontica, costituita nel Mar Nero da Nerone; la Flotta Siriaca, la costituita nel Mediterraneo orientale da Vespasiano; una flotta sul basso Danubio (la Flotta Mesica), creata da Domiziano. Completano il quadro delle flotte dell’alto Impero, l’effimera nuova Flotta Libica, costituita in Cirenaica probabilmente da Commodo, e la Flotta Mesopotamica, che operò sull’Eufrate e sul Tigri sotto vari imperatori, da Traiano a Giuliano. Nel periodo del basso Impero, quasi tutte queste flotte vennero frammentate in reparti più piccoli, accentuando la presenza sui fiumi a scapito di quella sui mari.


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