BATTAGLIA DELLE FORCHE CAUDINE



FORCHE CAUDINE

La battaglia delle Forche Caudine fu un infausto evento della II guerra sannitica, in cui i Sanniti di Gaio Ponzio sconfissero i Romani con ignominia, avendoli costretti a passare sotto i famosi gioghi.
La società romana ne uscì così sconvolta da ricordarlo per secoli come marchio d'infamia per la Repubblica associandolo alla disfatta dell'Allia e poi alla battaglia di Canne. Secondo la versione che ne dà Tito Livio, si trattò di una resa e non di una battaglia. I romani si arresero senza combattere perchè altrimenti sarebbero tutti morti.

Alla fine della I guerra sannitica, nel 341 a.c., i Sanniti avevano ottenuto la pace dai romani promettendo di rimanere neutrali nelle continue battaglie tra Roma e i popoli vicini. Tuttavia nel 327 a.c. i bellicosi Sanniti ruppero i trattati appoggiando i Palepolitani, abitanti di Parthenope, futura Neapolis, nell'area posta tra il Vesuvio e l'area vulcanica dei Campi Flegrei.
Dopo alterne vicende, i sanniti nel 322 a.c. furono sconfitti da Roma e dovettero accettare condizioni umilianti: la consegna di Brutulo Papio come istigatore dell'insurrezione, di tutte le sue ricchezze (di Brutulo, suicidatosi, fu poi consegnata la salma) e la restituzione dei prigionieri.
I Sanniti speravano inoltre di poter riottenere lo status di alleati ma Roma, non fidandosi, non concesse l'alleanza.

Nel 321 a.c. vennero eletti consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino. I Sanniti invece nominarono comandante tale Gaio Ponzio, definito da Livio:
« patre longe prudentissumo natum, primum ipsum bellatorem ducemque. » cioè:
« figlio di un padre famoso per la grande saggezza, e lui stesso combattente e stratega di prim'ordine. » (Tito Livio, Ab Urbe condita)

 I Sanniti avevano inviato i loro ambasciatori, col corpo di Brutulo, per trattare le condizioni di riparazione; ma Roma non aveva accettato la pace. Ponzio allora arringò fieramente il suo popolo, arringa che Livio riporta così:
« quorum saevitiam non mors noxiorum, non deditio exanimatorum corporum, non bona sequentia domini deditionem exsatient, [placari nequeant] nisi hauriendum sanguinem laniandaque viscera nostra praebuerimus. »
« la cui ferocia non è stata saziata dalla morte dei colpevoli, né dalla consegna dei loro cadaveri, né dai beni che accompagnavano il trasporto dei loro defunti proprietari, né lo sarà mai se non dall'offerta del nostro sangue da bere e delle nostre carni da sbranare. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 1)



LA TRAPPOLA

Durante le trattative di pace, l'esercito romano era ancora stanziato nel Sannio, vicino a Calatia. Gaio Ponzio si accampò segretamente presso Caudio, spostandosi di notte. Da lì mandò una decina di soldati, travestiti da pastori, per farsi catturare dai romani, che giravano il territorio per sorvegliare e per depredare bestiame e viveri per la truppa.

I falsi pastori raccontarono ai omani che l'esercito sannita stava assediando Luceria in Apulia, città alleata di Roma, per cui i consoli credettero bene di accorrere in aiuto dell'alleata.

C'erano due vie per giungere a Luceria: una strada più aperta e sicura ma più lunga che costeggiava l'Adriatico e una più breve che doveva attraversare le strettoie di Caudio.

Non sappiamo dove fosse Caudio e supponiamo che furono i romani stessi a cancellarne le tracce, anche se Livio ci descrive il luogo:
« saltus duo alti angusti silviosique sunt montibus circa perpetuis inter se iuncti. Iacet inter eos satis patens clausus in medio campus herbidus aquosusque, per quem medium iter est. Sed antequam venias ad eum, intrandae prima angustiae sunt et aut eadem qua te insinuaveris retro via repetenda aut, si ire porgo perras, per alium saltum artiorem impeditoremque evadendum. »

« due gole profonde, strette, ricoperte di boschi, congiunte l'una all'altra da monti che non offrono passaggi, delimitano una radura abbastanza estesa, a praterie irrigate, nel mezzo della quale si apre la strada; ma per arrivare a quella radura bisogna prima passare attraverso la prima gola; e quando tu l'abbia raggiunta, per uscirne, o bisogna ripercorre lo stesso cammino o, se vuoi continuare in avanti, superare l'altra gola, più stretta e irta di ostacoli. » (Tito Livio, Ab Urbe condita)

Con ogni probabilità per risparmiare tempo e portare aiuto agli alleati, i consoli romani si incamminarono con le legioni al seguito. Però, a quanto pare, non si preoccuparono di mandare qualcuno in avanscoperta. Così i romani scoprirono gli sbarramenti dei Sanniti e notarono i nemici sulle alture circostanti quando giunsero alla seconda gola:
« In eum campum via alia per cava rupem Romani demisso agmine cum ad alias angustias protinunt pergerent, saepta deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole invenere. »

« I romani, discesi con tutto l'esercito nella radura per una strada ricavata nelle rocce, quando vollero attaccare senza indugi la seconda gola, la trovarono sbarrata da tronchi d'albero e da ammassi di poderosi macigni. » (Tito Livio, Ab Urbe condita)

Ovviamente le legioni romane cercarono di ritornare per la via da cui erano giunte ma trovarono la prima gola chiusa con uno sbarramento uguale a quello dell'altra. Livio:

« Sistunt inde gradum sine ullius imperio stuporque omnium animos ac velut torpor quidam insolitus membra tenet, intuentesque alii alios, cum alterum quisque compotem magis mentis ac consilii ducerent, diu immobiles silent. »

« Senza che ne venga dato l'ordine si arrestano: gli animi sono presi da sgomento, le membra irrigidite da un insolito torpore; si guardano gli uni gli altri come se ciascuno cercasse nel viso del compagno un'idea o un progetto di cui si sente privo: immobili in lungo silenzio. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

GUERRIERO SANNITA (Pietrabbondante - Molise)

LA SAGGEZZA DI GAIO ERENNIO

Presto però vennero innalzate le tende dei consoli, costruirono un vallo vallo vicino all'acqua e scavarono un terrapieno, mentre i nemici li irridevano dall'alto della gola.  Scese la notte e in ambedue i campi si cercò una risoluzione. Il comandante dei Sanniti si rivolse al padre Gaio Erennio Ponzio, che per l'età e l'indebolimento del corpo, si era ritirato dall'esercito e dalla politica. Però aveva una mente molto lucida.

Il padre consigliò di lasciar andare i romani senza fargli alcun male ma l'esercito sannita, scontento, rimandò il messaggero. Erennio rispose allora di uccidere tutti i romani, dal primo all'ultimo, e il figlio stupito lo fece portare in Consiglio con un carro per parlarci direttamente.

Il vecchio Erennio spiegò: se i soldati fossero stati lasciati andare, si sarebbe potuto contare sulla gratitudine di Roma; se l'esercito romano fosse stato distrutto, Roma non avrebbe potuto riarmarsi in breve tempo e i Sanniti avrebbero potuto vincerla definitivamente. Non esisteva una terza soluzione. Dice Livio: "tertium nullum consilium esse".

« Servate modo quod ignominia inritaveritis: ea est Romana gens, quae victa quiescere nesciat. Vivet semper in pectoribus illorum quidquid istuc praesens necessitas unisserit neque eos ante multiplices poenas expetitas a vobis quiescere sinet »

«  Conservate ora coloro che avete inaspriti col disonore: il popolo romano non è un popolo che si rassegni ad essere vinto; rimarrà sempre viva in lui l'onta che le condizioni attuali gli hanno fatto subire, e non si darà pace se non dopo averne fatto pagare il fio ad usura »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)
Ma le proposte del vecchio Erennio non trovarono accoglienza.



LA RESA

I consoli romani, comprendendo la gravità della situazione, chiesero ai sanniti una pace equa oppure che si schierassero per la battaglia in territorio aperto, in modo da dimostrare quale fosse l'esercito più coraggioso e capace. Aggiunse che non c'era onore nell'aver sconfitto i nemici con l'inganno, ma Gaio Ponzio non la pensava così e pose le sue condizioni:

« inermes cum singulis vestimentis sub iugum missurum; alias condiciones pacis aequas victis ac victoribus fore: si agro Samnitium decederetur, coloniae abducerentur, suis inde legibus Romanum ac Samnitem aeque foedere victurum »

« li avrebbero fatti passare sotto il giogo, disarmati, vestiti della sola tunica. Le altre condizioni di pace accettabili ai vinti e ai vincitori: il ritiro dell'esercito dal territorio dei Sanniti e quello delle colonie ivi mandate; in seguito Romani e Sanniti sarebbero vissuti ciascuno con le proprie leggi in giusta alleanza. » (Tito Livio, Ab Urbe condita libri)

Lucio Lentulo, figlio del difensore del Campidoglio assalito da Brenno e i suoi Galli e ch’era per dignità e per merito capo degli ambasciatori, avendo già dimostrato di non avere paura, poteva parlare apertamente di resa, così disse:

« Se fosse a noi possibile combattere col nemico, non mancherei di consigliare a voi di seguire l’esempio di mio padre (che si era opposto alla deliberazione del Senato di ricomprare con l’oro la città di Roma dai Galli, potendo uscire dalla città e combattere contro di loro). Certamente confesso essere cosa bella morire per la patria, ed io sono pronto ad offrirmi come vittima per la salvezza del popolo romano; ma io vedo qui la patria e tutte le forze delle legioni romane, le quali cosa salverebbero con la loro morte? Dirà qualcuno: le case di Roma, i templi, le mura e la moltitudine che abita la città. Invece io dico che, con la distruzione di questo esercito, tutte quelle cose andrebbero come premio nelle mani dei Sanniti. In questo luogo sono tutte le nostre speranze, le nostre forze; se noi le salveremo, noi salviamo e conserviamo anche la patria; perdendo l’esercito e lasciandolo tagliare a pezzi, tradiamo o perdiamo anche la nostra patria. E’ cosa turpe o vergognosa darsi al nemico, ma l’amore di patria questo ci chiede: salvarla con la nostra ignominia. Si ceda, dunque, alla necessità. Andate, o consoli, e cedendo le armi ricomprate una città, che i nostri antenati ricomprarono con l’oro. »

Contrariamente a quanto era accaduto ai tempi del padre, non c'era un esercito romano fuggito a Veio e pronto a ritornare alla riscossa con Furio Camillo. I consoli si recarono da Ponzio per discutere la resa. Ponzio voleva gettare le basi di un vero e proprio trattato ma i consoli replicarono che non era possibile; la cosa doveva essere decisa dal popolo romano e confermata dai Feziali con gli opportuni riti. Fu quindi fissata la data della consegna delle armi, degli ostaggi e del rilascio dell'inerme esercito romano.

Alla fine i romani accettarono:
« Iam primum cum singulis vestimentis inermes extra vallum exire iussi; et primi traditi obsides atque in custodiam abducti: tum a consulibus abire lictores iussi paludamentaque detracta. Primi consules propri seminudi sub iugum missi; tum ut quisque gradu proximus erat, ita ignominiae obiectus; tum deinceps singule legiones: circumstabant armati hostes, exprobrantes eludentesque, gladii etiam plerisque intentati, et vulnerati quidam necatique, si vultus eorum indignitate rerum acrior victorem offendisset. »

« Furono fatti uscire dal terrapieno inermi, vestiti della sola tunica: consegnati in primo luogo e condotti via sotto custodia gli ostaggi. Si comandò poi ai littori di allontanarsi dai consoli; i consoli stessi furono spogliati del mantello del comando. Furono fatti passare sotto il giogo innanzi a tutti i consoli, seminudi; poi subirono la stessa sorte ignominiosa tutti quelli che rivestivano un grado; infine le singole legioni. I nemici li circondavano, armati; li ricoprivano di insulti e di scherni e anche drizzavano contro molti le spade; alquanti vennero feriti ed uccisi, sol che il loro atteggiamento troppo inasprito da quegli oltraggi sembrasse offensivo al vincitore. » (Tito Livio, Ab Urbe condita )



LA SUBJUGATIO

I legionari romani pertanto subirono la subjugatio, il passaggio sotto il giogo che era costituito da un passaggio tra due lance confitte in terra, una sospesa orizzontalmente a queste ultime: lo sconfitto, nudo, doveva passarvi sotto, inchinandosi, in presenza dell'esercito nemico. Ne conseguiva, come nota Cassio Dione (Hist. Rom. V) "grande gloria a chi imponeva una tale umiliazione, ma totale ignominia a chi la subiva" tanto che spesso si preferiva piuttosto affrontare la morte. Nella storia romana questo è l'unico esempio di un intero esercito consolare che subisce un simile affronto.

Sembra in realtà che i legionari fossero stati costretti a sfilare totalmente nudi, con pesanti allusioni spregiative e sessuali nei loro confronti. Dobbiamo tener presente che i romani avevano grande considerazione dei loro militari, ben sapendo che la sicurezza di Roma, cioè di tutta la loro patria, dipendesse da loro. 

Tanto è vero che a Roma non si poteva far carriera politica se non si era stati combattenti e più si era servito la patria con onore più il popolo apprezzava e votava per le cariche politiche e perfino religiose. Patrizi o plebei la cosa non cambiava, le donne erano orgogliose dei mariti o dei parenti che combattevano per Roma, e se c'era una sconfitta non perdeva solo Roma ma anche il valore degli uomini delle romane. Esse cessavano di essere orgogliose dei loro uomini e si vergognavano di apparire in pubblico, giungendo a volte di vestirsi a lutto.



LE REAZIONI

L'esercito romano umiliato ed avvilito uscì dalla valle e dalle selve e verso sera giunse nelle vicinanze di Capua, dove trascorse la notte, non avendo il coraggio, per la vergogna, di entrare in città. La qual cosa riferita a Capua, mosse a compassione i Capuani che subito inviarono ai romani aiuti di ogni genere ed il popolo stesso andò loro incontro per offrire la dovuta ospitalità

I Capuani portarono in soccorso intanto cibo, vestiti, armi e perfino i simboli del potere per i consoli. Ma i Romani sembravano abulici e concentrati nel dolore e nella vergogna. A Roma, alla notizia del disastro, si abbandonò l'idea di una nuova leva e si ebbero spontanee manifestazioni di lutto: furono chiuse botteghe e sospese le attività del Foro.

I senatori tolsero il laticlavio e gli anelli d'oro. Addirittura ci furono proposte di non accogliere gli sconfitti in città. Fortunatamente la richiesta non fu accolta ma i soldati, gli ufficiali e i consoli si chiusero in casa con le mogli e i figli. Non solo loro ma le loro famiglie temevano di mostrarsi in pubblico. Tanto che il Senato dovette nominare un dittatore per l'esercizio delle attività politiche.

Ma il popolo non accettò le magistrature e si dovettero eleggere due interreges: Quinto Fabio Massimo e poi Marco Valerio Corvo. Questi proclamò consoli Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore, i migliori comandanti militari disponibili.



IL SEGUITO

320 a.c. - L'anno successivo i due consoli eletti, Lucio Papirio Cursore e Quinto Publilio Filone, con l'esercito, tornano alle Forche Caudine, per lavare l'onta subita dai romani. Rigettano la condizioni di pace sannite, consegnando ai Sanniti anche i due Consoli che le avevano accettate affinchè ne facessero ciò che volessero.

Conoscendo la crudeltà dei sanniti fu una proposta orribile. Tuttavia sembra che fossero i consoli stessi, accusati di ignominia dal senato, a proporre di offrirsi come capri espiatori. La vita, in tale degradazione di stima e rispetto, era divenuta per loro inaccettabile, per cui scegliettero di riabilitare almeno la loro familia e magari la loro gens di cui si ritenevano responsabili, offrendo in cambio, non solo la vita, ma una morte che poteva essere molto dolorosa, visto l'odio che avevano i sanniti contro i romani, peraltro ricambiato da questi ultimi. Ma il capo dei sanniti, come si sa, rifiutò.

Così i consoli Tiberio Veturio Calvino e Spurio Postumio Albino Caudino, coloro che avevano accettato le condizioni di resa alle Forche Caudine senza averle fatte ratificare dal Senato e dal Popolo Romano, andarono a consegnarsi ai Sanniti, affinchè il senato potesse ritenersi liberi da quella pace, vergognosa per Roma, Gaio Ponzio rimandò indietro i due prigionieri romani replicando:
« Né io accetterò questa consegna, né i Sanniti la riterranno valida. Perché tu, Spurio Postumio, se credi che gli Dei esistano, non consideri nullo l'intero accordo, oppure non ti attieni ai patti? Al popolo sannita vanno consegnati quelli che sono stati in suo potere, o al posto loro va riconosciuta la pace. Ma perché dovrei rivolgermi a te, che ti consegni nelle mani del vincitore, mantenendo, per quel che è in tuo potere, la parola data? È al popolo romano che mi appello: se è pentito della promessa fatta alle Forche Caudine, allora deve riconsegnarci le legioni all'interno della gola dove sono state accerchiate »
(Livio, Ab Urbe condita)

Gaio Ponzio tentò di fare pace coi Romani, ma questi rifiutarono, perchè nessuno straniero poteva permettersi di umiliare un solo romano. Il capo sannita dovette ripensare alle sagge parole del padre, ora le ritorsioni ci sarebbero state e pesanti, tanto che tenne una concione ai sanniti per dichiarare che lui aveva fatto tutto il possible per evitare le future guerre, erano i romani a non volere la pace. Pertanto gli Dei non potevano essere in collera coi Sanniti.

Nel corso dell'anno successivo ci fu la pace di Caudio, rimasta celebre per la disfatta subita dai Romani, durante il consolato di Tito Veturio Calvino e Spurio Postumio. Quell'anno il comandante in capo dei Sabini era Gaio Ponzio figlio di Erennio, figlio di un padre che eccelleva in saggezza, e lui stesso guerriero e stratega di prim'ordine. Quando gli ambasciatori inviati a chiedere soddisfazione rientrarono senza aver concluso la pace, Gaio Ponzio disse:

"Non crediate che questa ambasceria non abbia avuto esito alcuno, perché con essa abbiamo espiato l'ira degli dèi sorta nei nostri confronti per aver violato i patti. Qualunque sia stato il dio che ha voluto farci sottostare all'obbligo di restituire ciò che ci era stato richiesto in base alle clausole del trattato, sono sicuro che questo stesso dio non ha gradito che i Romani abbiano respinto con tanta arroganza la nostra riparazione per l'avvenuta rottura dei patti.

Ma che cos'altro si sarebbe potuto fare per placare gli dèi e rabbonire gli uomini, più di quello che già abbiamo fatto? Quel che è stato tolto ai nemici come bottino, e che secondo le leggi di guerra avrebbe già potuto dirsi a buon diritto nostro, l'abbiamo restituito. I responsabili della guerra li abbiamo riconsegnati morti, visto che non ci è stato possibile consegnarli vivi.

Le loro cose, per evitare che ci rimanesse addosso qualcosa che potesse far ricadere la colpa su di noi, le abbiamo portate a Roma. Cos'altro devo a voi, o Romani, cosa ai trattati, e agli dèi testimoni dei trattati? Chi vi devo proporre a giudice della vostra rabbia e della nostra pena? Non voglio sottrarmi al giudizio di nessuna popolazione e di nessun privato cittadino.

Se infatti il più forte non concede al più debole alcun diritto umano, allora mi rivolgerò agli dèi che si vendicano degli eccessi di superbia, e li implorerò di rivolgere le loro ire contro quanti non hanno ritenuto sufficiente la restituzione delle proprie cose né l'aggiunta delle altrui, contro quanti la cui ferocia non è stata saziata dalla morte dei colpevoli, né dalla consegna dei cadaveri né dai beni che accompagnavano la resa dei loro legittimi proprietari, contro quanti non potranno mai essere placati se noi non offriremo loro il nostro sangue da succhiare e le nostre membra da sbranare.

La guerra, o Sanniti, è giusta per coloro ai quali risulta necessaria, e il ricorso alle armi è sacrosanto per quelli cui non restano altre speranze se non nelle armi. Di conseguenza, se nelle imprese degli uomini è una cosa di assoluta importanza avere gli dèi dalla propria parte piuttosto che contro, state pur certi che le guerre del passato le abbiamo condotte più contro gli dèi che contro gli uomini, mentre questa che è ormai alle porte la condurremo agli ordini degli dèi in persona".

E' dunque di nuovo guerra. Prima i romani, condotti da Publilio, hanno la meglio sui Sanniti in uno scontro in campo aperto presso Caudio, poi in una battaglia, condotta da entrambi i consoli, presso Luceria in Apulia, dove si trovava un forte contingente di Sanniti, e i circa 600 cavalieri romani rimasti in ostaggio, dopo la sconfitta delle Forche Caudine. 

Posti sotto assedio a Luceria, i Sanniti devono arrendersi, liberare gli ostaggi, consegnare tutte le armi e salmerie, e passare sotto il giogo dei soldati romani, che così si vendicano dell'umiliazione subita. Ma non basta.

319 a.c. - i Romani riconquistano Satrico, passata ai Sanniti dopo le forche caudine, e sconfiggono i Ferentani.

320 a.c. - I Sanniti ottengono una tregua biennale, mentre Roma conquista Canusio e Teano in Apulia, città che si allea con Roma l'anno successivo, quando il console Quinto Emilio Barbula conquista Nerulo in Lucania.

316 a.c. - I Romani, condotti dal dittatore Lucio Emilio Mamercino Privernate, sconfiggono i Sanniti in battaglia sotto le mura di Saticula..

315 a.c. - I romani, condotti dal dittatore Quinto Fabio Massimo Rulliano, sconfiggono i Sanniti, sempre sotto le mura di Saticola, che viene così riconquistata. Nella durissima battaglia di Lautulae In quello stesso anno però i Sanniti riprendono ai romani Plistica.

314 a.c. - Con l'aiuto di traditori, i romani prendono Sora, Ausona, Minturno, Vescia e con le armi Luceria, che si era unita ai Sanniti. Intanto, le voci di un'insurrezione in preparazione a Capua, porta alla nomina a dittatore di Gaio Menio Publio.
Sempre nello stesso anno poi, l'esercito romano, condotto dai consoli Marco Petelio Libone e Gaio Sulpicio Longo, affrontano e vincono i Sanniti in campo aperto in Campania:

« Ormai i Romani stavano prevalendo su tutta la linea e i Sanniti, smesso il combattimento, vennero uccisi o fatti prigionieri, fatta eccezione per quelli che ripararono a Malevento, la città che oggi si chiama Benevento. Stando alla tradizione, 30.000 Sanniti sarebbero stati uccisi o fatti prigionieri. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita)

313 a.c. - I romani prendono ai Sanniti la città di Nola.

311 a.c. - I romani sconfiggono i Sanniti davanti la città di Cluvie,  in una battaglia in campo aperto, alla quale erano stati tratti con un sotterfugio. Anche in questo caso però i romani hanno la meglio.

310 a.c. - I Sanniti, saputo che etruschi e romani sono di nuovo in guerra, riprendono a battersi sconfiggendo l'esercito romano in una battaglia campale, nella quale rimane ferito lo stesso console Gaio Marcio Rutilo Censorino. Per questo motivo, a Roma viene eletto dittatore Lucio Papirio Cursore, che vince contro i Sanniti nei pressi di Longula, mentre sull'altro fronte i romani conseguono due decisive vittorie contro gli Etruschi nella battaglia del lago Vadimone e di Perugia. 

308 a.c. - Quinto Fabio Massimo Rulliano sconfigge ancora i Sanniti, cui questa volta si erano alleati i Marsi e i Peligni.
« Affrontò poi in campo aperto i Sanniti, sconfiggendoli senza eccessivo impegno. Di questa battaglia non ne sarebbe rimasta notizia, se nell'occasione i Marsi non avessero combattuto per la prima volta contro i Romani. Alla defezione dei Marsi seguì quella dei Peligni, che andarono incontro allo stesso destino. »
(Tito Livio, Ab urbe condita)

307 a.c. - I romani, guidati dal proconsole Quinto Fabio Massimo Rulliano conquistano Alife.

306 a.c. - I romani sconfiggono gli Ernici ribellatisi a Roma, e di nuovo l'esercito sannita in campo aperto. 

305 a.c. - I romani conseguono la decisiva vittoria nella battaglia di Boviano. 

304 a.c. -  I sanniti chiedono la pace a Roma, ponendo fine alla II guerra sannita.

303 a.c. - Roma fonda le colonie di Alba Fucens nel territorio degli Equi e Sora in quello dei Sanniti, oltre a concedere la cittadinanza romana ai cittadini di Arpino e di Trebula. Frusino invece perde un terzo del proprio territorio.

Roma si è finalmente vendicata dell'oltraggio delle Forche Caudine.



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