NEMI ( Lazio )



LA NAVE IMPERIALE DI CALIGOLA

NEMI PAESE

Nemi è il comune più piccolo dell'area dei Castelli Romani, sopra al Lago di Nemi, dove nel 1927-1932 furono rinvenute nel lago due navi celebrative romane dell'imperatore Caligola, conservate nel Museo delle Navi Romane fino alla loro distruzione nel 1944.

Il territorio apparteneva in età antica alla città latina di Aricia, dove sorgeva il tempio di Diana Aricina o Nemorense, divinità tutelare dei boschi e della fertilità del suoli, degli animali e delle donne, il cui santuario giace ancora sulla sponda nord del lago. Il tempio era un appuntamento fisso tutti gli anni, il 13 di agosto, le cosiddette Idus nemorenses da cui derivano le feriae augustae d'epoca romana e quindi il nostro Ferragosto, festa che si protrarrà a Roma in epoca imperiale.

I templi maggiori de4l Lazio arcaico erano quelli di Giove Laziale a monte Cavo, quello di Diana a Nemi e quello della Fortunia Primigenia a Palestrina.

Il tempio era il centro religioso della Lega Latina, dopo la distruzione di Alba Longa, alla metà del VI secolo a.c., frequentato fino all'inizio del V sec, con ampliamenti e abbellimenti tra il II ed il I sec. a.c..

Nemi ha una storia antichissima legata soprattutto al lago su cui si rispecchia, chiamato dai Latini "Specchio di Diana". Sulle sponde del lago, in età preromana, fu edificato il tempio di Diana che divenne punto di raduno per i popoli preromani che qui si raccoglievano per prendere decisioni comuni. Quando i Romani sbaragliarono la Lega Latina, il tempio assunse un carattere puramente religioso e la selva divenne bosco sacro alla divinità. In età romana il tempio di Diana continuò ad essere frequentato anche come acqua miracolosa, ma senza un grande nucleo abitativo.

Successivamente sul territorio nemorense si formò una comunità agricola denominata "massa nemus" che l'imperatore Costantino assegnò in concessione alla Basilica di San Giovanni Battista di Albano.



I RECUPERI ARCHEOLOGICI

Tra il 1929-32 una storica spedizione archeologica svuotò le acque del lago per ben 22 m di profondità, ripescando le due navi romane. Tuttavia durante la seconda guerra mondiale, nella notte tra il 31 maggio ed il 1 giugno 1944 il museo e le due navi furono dati alle fiamme.

POSIZIONE DEL TEMPIO DI DIANA E DELLA VILLA DI TIBERIO
Attorno al IX secolo, con la costruzione del primo nucleo fortificato sull'altura ad opera probabilmente dei Conti di Tuscolo, la popolazione di contadini e pescatori che viveva sparsa nella valle del lago si raccolse attorno al fortilizio tuscolano, e costruì la parte più antica di Nemi, quella che oggi è detta "Pullarella", di cui un settore fu demolito all'inizio del Novecento per far posto ad un giardino, in parte pensile, voluto dal principe Enrico Ruspoli per il suo palazzo.



TEMPIO DIANA NEMORENSE

Il Tempio, o Santuario, di Diana aveva una larga piattaforma artificiale di m 200 x 175 - sostenuta a valle da sostruzioni triangolari e a monte da nicchioni semicircolari in cui probabilmente c’erano statue, e sopra un ampio terrazzamento.

All’interno della piattaforma correvano due portici di ordine dorico, uno con colonne intonacate in rosso, l’altro con colonne di peperino grigio scuro; c’erano statue, ambienti per i sacerdoti, alloggi per i pellegrini, celle donarie, un tempio, bagni idroterapici e perfino un teatro; di tutta questa struttura sono visibili una parete di grandi nicchioni, una parte del pronao con almeno un altare votivo, e alcune colonne.

La maggior parte del tempio, che si allargava su una superficie di oltre 5.000 mq., quindi estesissimo, è tuttora da riportare alla luce. Le parti più alte, come i nicchioni, che affiorano dal suolo per diversi metri, danno un'idea sulla bellezza e grandiosità del Santuario.

Il tempio era dedicato a Diana e alla ninfa Egeria la cui fonte miracolosa era una specie di Lourdes antico. La gente veniva miracolata immergendosi nelle sue acque. Infatti vi fu rinvenuto un mare di exvoto, in terracotta, bronzo, marmo ecc.

Nello scavo effettuato da inglesi nei primi del '900 fu rinvenuto un patrimonio enorme, che venne elencato e la cui copia è conservata in un museo vicino Londra.

Vi si trovò di tutto, dalle statue di Diana, di Egeria, di Bacco, di Mercurio, alle armature e armi di bronzo, gioielli d'oro d'argento e di rame, nonchè attrezzi per la coltivazione della terra, vasellame in bronzo argento e rame, oggetti di culto, oltre un migliaio di pezzi che sparirono in una decina d'anni, rubati o venduti alle collezioni o ai musei stranieri. Venne anche ritrovata una vasca per l'allevamento dei pesci, con le ghiere che la suddividevano a vasche più piccole e ad attrezzi da pesca.

Il sito fu abbandonato con l’avvento del Cristianesimo e in parte depredato di marmi e decorazioni; la selva pian piano lo ricoprì quasi completamente. Gli scavi archeologici iniziarono nel 17° secolo, da amatori stranieri, e così per gran parte i reperti - soprattutto statue di splendida fattura - ora si trovano sparsi nei musei d’Europa. Altri ‘pezzi’ si trovano nel Museo delle Navi e nei musei romani di Villa Giulia e Nazionale delle Terme. Alcuni sono a Palazzo Ruspoli a Nemi, ma di recente lo Stato li ha acquistati, e verranno sistemati nel museo.

Si narra che il culto di Diana a Nemi fosse stato istituito da Oreste il quale, dopo aver ucciso Toante, re del Chersoneso Taurico (la Crimea), si rifugiò in Italia con sua sorella, portando con sè il simulacro della Diana Taurica nascosta in una fascina di legna. Il cruento rituale che la leggenda attribuiva alla Diana Taurica richiedeva che ogni straniero che approdasse a quelle sponde venisse immolato alla Dea, ma in Italia assunse una forma meno sanguinaria.

All'interno del Santuario di Nemi cresceva un albero di cui era proibito spezzare i rami. Solo ad uno schiavo fuggitivo era concesso di cogliere una delle sue fronde. Se riusciva nella sua impresa, acquistava il diritto di battersi con il sacerdote e, se lo uccideva, di regnare in sua vece con il titolo di Re del Bosco (Rex Nemorensis).
La fronda fatale era quel Ramo d'Oro che, per ordine della Sibilla, Enea colse prima di affrontare il periglioso viaggio nel mondo dei morti.



VILLA DI CESARE O VILLA IMPERIALE

Sulla riva opposta al Tempio Giulio Cesare si fece costruire una villa, lo testimoniano Cicerone e Svetonio che però non lo soddisfaceva, e la fece demolire quasi completamente; non si sa se fece in tempo a ricostruirla prima della sua morte. La villa probabilmente in seguito divenne per asse ereditario proprietà di Tiberio, che la restaurò e poi di Caligola. Sta di fatto che sicuramente anche Caligola aveva qui una domus.

Recenti scavi hanno riportato alla luce, sulle pendici meridionali del cratere, in località s.Maria, un imponente impianto residenziale costruito in età tardo-repubblicana, con rifacimenti nel I sec. d.c., che si presuppone la villa di Cesare, a meno che non sia quella sul ciglio del cratere, in località le Piagge, ancora da rinvenire.

Gli scavi mostrano una villa iniziale trasformata in lussuoso complesso con grandi cisterne, ancora oggi adoperabili, terme e condutture d’acqua, due strade d’accesso, un’esedra, una grande terrazza aperta sul lago. La costruzione si estende per ben 250 m, con colonne simili a quelle del Santuario e nicchie dipinte, stanze decorate da mosaici e pitture, e muri in opus spicatum, con intarsi di pietre policrome a spina di pesce. Recuperando i pollini rimasti nei pozzi ed esaminandoli si potrebbe addirittura ricostruire l'immenso giardino. La villa, come pure il Santuario, crollò forse per un terremoto nel III - IV sec. d.c., e non fu più riedificata, ma esposta comynque ai saccheggi.



LE NAVI ROMANE

Sulla riva del lago, costruito negli anni ‘30 per proteggere gli antichi scafi, è il primo museo al mondo creato in funzione del contenuto.

Il museo delle navi di Nemi è un doppio hangar di calcestruzzo delle dimensioni esatte per le due navi lunghe circa 70 metri. Il progetto fu realizzato dall’ottimo arch. L. Morpurgo, lo stesso che costruì la vecchia teca dell'Ara Pacis.

Dopo il malaugurato incendio del ’44 rimase chiuso a lungo. Recentemente è stato ristrutturato in tutta la sua bellezza dalla Soprintendenza Archeologica del Lazio, ed ospita un tratto dell’antica Via Sacra, i modelli in scala 1:5 delle navi sulla base dei disegni, il materiale scampato all’incendio, reperti del Tempio di Diana e, davanti all’entrata, il profilo di una delle navi, recentemente ricostruita dai maestri d’ascia dei cantieri navali di Torre del Greco.



LA LEGGENDA

La leggenda delle due navi favolose in fondo al lago che custodivano tesori, venne accreditata ogni tanto dal ritrovamento di strani reperti da parte dei pescatori del lago. Le navi, fatte costruire dall'imperatore Caligola, vennero poi distrutte alla sua morte nel 41 d.c., per ordine del Senato di Roma che aveva avversato l'imperatore.

OPERAZIONI DI RECUPERO DI UNA NAVE ROMANA
Nel XV secolo, il Cardinale Prospero Colonna fece recuperare alcune fistole di piombo con iscritto il nome di Caligola che permisero la datazione delle navi.

Nel 1535, il bolognese Francesco De Marchi fece un tentativo avvalendosi di una specie di campana. Fu riportato in superficie "tanto legname da caricarne due muli".

Nel 1827, a opera del Cavalier Annesio Fusconi, si riprende l'esplorazione del fondo del lago con una campana di Halley Vengono recuperate pezzi di pavimento in porfido e serpentino, smalti, mosaici, frammenti di colonne metalliche, chiodi, laterizi e tubi di terracotta.

ANCORA ROMANA
Nel 1895 un provetto palombaro per conto dei principi Orsini individua una delle navi e recupera una bellissima testa di leone in bronzo.
Su indicazione dei pescatori, viene localizzata anche la seconda nave che fornisce altro abbondante materiale.

La presenza dei reperti testimonia dell'adibizione del lago a sede di riti sacri, anche se sulle navi rinvenute si è congetturato un uso orgiastico, oggi si pensa fossero invece cultuali per le celebrazioni di Diana. Il recupero delle navi, attuato dal governo fascista, fu un'opera mastodontica che richiese, in un tempo di quasi 5 anni 1928 - 1932, l'abbassamento del livello del lago per mezzo di idrovore.



LA DISTRUZIONE

Un incendio scoppiato la notte dal 31 maggio e durato fino al 1 giugno del 1944 distrusse le due navi e gran parte dei reperti che erano custoditi con esse. L'incendio di origine quasi certamente dolosa fu ad opera, si disse subito, dei tedeschi che avevano piazzato una batteria di cannoni a 150 metri circa dal museo che conteneva le navi.

NAVE ROMANA RITROVATA NEL LAGO DI NEMI
Ma siccome il museo non fu preso a cannonate e siccome i tedeschi sottraevano quanti più beni potevano ma non distruggevano opere d'arte, la versione non convince. La commissione d'inchiesta concluse che fosse opera dei tedeschi, si disse pure che fosse un'azione determinata al recupero del bronzo, ma neppure questa è verosimile perchè il bronzo poteva venir recuperato solo dopo giorni di raffreddamento e di pulitura delle macerie.

La versione più probabile è che si era alla fine della guerra e dell'era fascista, e la gente cominciava a cancellare le vestigia di un periodo che aveva portato guerra e morte. Le navi, come la passione dell'antico mondo romano, erano l'orgoglio del fascismo e come tali furono abbattute. Purtroppo in ogni epoca è avvenuta la distruzione di opere d'arte per cancellare un regime. Lo fecero anche i Romani quando volevano cancellare la memoria di un imperatore sgradito. L'arte e l'antichità, come oggi asserisce l'Unesco, sono patrimoni dell'umanità che andrebbero conservati aldilà delle vicende storiche.

RICOSTRUZIONE DELLA NAVE IMPERIALE DI CALIGOLA

I RITI

In età imperiale, Caligola fece costruire sul lago, per trascorrervi i suoi otia o per celebrarvi riti e feste in onore di Diana, due gigantesche navi ricche di sovrastrutture murarie, di bronzi, mosaici, marmi ed altri materiali pregiati. Le due navi, a chiglia piatta, interamente conservate, misuravano una m 73 di lunghezza x 24 di larghezza e l'altra m 71 x 20, ambedue in robusto fasciame di pino, rivestite esternamente di lana catramata e di lamiere di piombo, fissate al fasciame con chiodini di rame.

Le grandi tubazioni in piombo recuperate appartenevano ad un impianto idraulico che solo persone ricche e potenti si potevano permettere. Questi tubi erano ricavati da lastre rettangolari di piombo saldato longitudinalmente, su cui si stampigliava il nome del proprietario, spesso il nome del "liberto idraulico" e a volte il numero progressivo.
Sulle navi Caligola fece erigere costruzioni analoghe alle ville patrizie, con terme e templi galleggianti coperti da tegole in terracotta o in rame dorato, ma pure colonne lavorate, pavimenti in mosaico, statue in marmo e in bronzo, protomi leonine, ghiere per timoni, erme bifronti sulla balaustra.

ALTRA RICOSTRUZIONE DELLA
NAVE IMPERIALE DI CALIGOLA
Nel 1895, Orsini promosse una campagna di ricerche in cui emersero la ghiera di un timone, le famose "protomi ferine" dalla forma di teste di felino, che stringevano tra i denti un anello. E poi cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici decorati con pasta di vetro, lamine di rame ed altro. Fu poi individuata la seconda nave, dalla quale si recuperò altro materiale, fra cui una mano a decorazione del sostegno di uno dei quattro timoni, la testa di una Medusa, e una quantità enorme di legname, bellissime travi, in ottimo stato di conservazione.

Per fortuna la maggior parte del materiale fu acquistato dal governo ma non si evitò il saccheggio di alcune delle parti più preziose delle navi, tra cui le tegole di rame dorato, frammenti di mosaico, lastre di marmo, tubature di piombo.
Ciò nonostante, il Museo delle Navi Romane è ancora di estremo interesse per i numerosi pezzi archeologici che conserva. Delle navi sono esposti due fedeli modelli in scala 1:5 e molti elementi salvati dall'incendio: tra questi, i notissimi bronzi di rivestimento delle travi, con teste di leone, di lupo, di pantera, di gorgoni e con mani apotropaiche che dovevano tenere lontani gli spiriti maligni; molte ermette bifronti, una transenna bronzea, terrecotte ornamentali, un'ancora di ferro a ceppo mobile che porta inciso il peso (di 417 kg), un grande rubinetto di bronzo, pompe, piattaforme girevoli, ruote dentate, un timone, ecc. Il museo comprende anche una sezione documentaria sulla tecnica navale romana e sulle organizzazioni marinare.



IL SITO FANTASMA

Pensare che accanto a un tempio di importanza laziale dove convergevano pellegrini da ogno dove non si formi un paesetto con botteghe, cibo, locande e souvenir, è come pensare che non esista un centro accanto a Lourdes. Tanto più che in zona c'era una villa imperiale e almeno un'altra ancora seppellita, e chissà quante ancora sconosciute.
L'afflusso di devoti da Roma al tempio era tale che si costruì la via Virbia in diramazione dall'Appia, in parte ancora visibile lungo i bordi dell'attuale via di Diana che scende da Genzano e anche all'interno del Museo delle Navi.

Il paese che ospita il castello Ruspoli a picco sul lago, presenta alcune caratteristiche: anzitutto il castello, in abbandono e non visitabile, si sa che accogliesse statue e frammenti architettonici romani. Sul giardino comunale che un tempo scendeva quasi fino al lago, ricavato sul costone prospicente il castello, c'erano tracce di tessere romane e altri frammenti. Tutto lascia pensare fosse la via delle processioni dal colle al lago dove, non dimentichiamolo, si celebravano i Lupercali, riti più misteriosi di quanto si pensino, dove le sacerdotesse si prostituivano facendo il verso del lupo e vestendo pelli di lupo, per poi tornare vergini immergendosi nello Specchio di Diana, cioè nel lago di Nemi.

Tutto lascia presupporre che il castello sia sorto su qualche vestigia antica, forse romana, anche perchè la Diana del giardino sottostante al castello ha tutta l'aria di essere una copia della Diana Nemorense, visto che reca la cornucopia vuota. La cornucopia vuota era il simbolo della luna nera, e Diana era appunto Dea della luna, il che sta ad indicare la presenza di culti ctonii, riservati alle donne e assolutamente segreti.
Sicuramente un sito abitato, sia pure piccolo, esisteva, si tratta di rintracciarlo. Ma se nemmeno si scava sul tempio di Diana che è citato all'inizio del Ramo d'oro di Frazer, il libro di antropologia più famoso al mondo, c'è qualche perplessità a sperare su altri scavi.




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