CELTI






LA CULTURA DI LA TENE

I Celti vengono fatti risalire dagli studiosi al popolo della Cultura di La Tène, sviluppatasi durante l'Età del ferro dalla precedente Cultura di Hallstatt, in un'area originaria estesa tra Germania meridionale, Francia orientale e Svizzera settentrionale, dove ci fu una continua evoluzione culturale.
Alla prima cultura dei campi di urne del XIII sec. a.c., seguì all'inizio dell'VIII sec. a.c. la Cultura di Hallstatt, con base agricola ma dominata da una classe di guerrieri, con una rete commerciale verso Greci, Sciti ed Etruschi. Da questa civiltà dell'Europa centro-occidentale, intorno al V sec. a.c., si sviluppò la cultura celtica, la Cultura di La Tène.

Le varie popolazioni avevano un'unità culturale e linguistica, ma non politica, Infatti erano costituiti in tribù di cui le più importanti erano: i Britanni (Isole britanniche), i Celtiberi (Penisola iberica), i Pannoni (Pannonia), i Galati (Anatolia) e i Galli (Gallie).
I Celti non furono dunque nè un popolo nè una razza, ma un insieme di popoli indoeuropei che si espansero in una vasta area dell'Europa, dalle Isole britanniche fino al Danubio e alle penisole iberica, italica e anatolica. Di loro hanno narrato Cesare, Erodoto, Livio, Polibio, Tacito ed altri. Erano una popolazione essenzialmente nomade, dedita quindi all’allevamento del bestiame, in particolare mucche, pecore e capre, da cui ricavavano carne, latte e lana.

I gruppi più importanti furono i Britanni, i Galli, i Pannoni, i Celtiberi e i Galati, stanziati rispettivamente nelle Isole Britanniche, nelle Gallie, in Pannonia, in Iberia e in Anatolia. I Galli a loro volta costituivano vari gruppi, tra cui i Belgi, gli Elvezi, all'estremità orientale della Gallia e i Galli cisalpini dell'Italia settentrionale.

L'espansione nella Penisola iberica e nelle coste atlantiche francesi risale all'VIII-VII sec. a.c., più tardi, nella Cultura di La Tène, raggiunsero la Manica, la foce del Reno, l'attuale Germania nord-occidentale e le Isole britanniche; poi si spinsero in Boemia, Ungheria, Austria, Italia settentrionale, in parte Italia centrale (inizio IV sec..) e Penisola balcanica. Nel III sec. il gruppo dei Galati passò dalla Tracia all'Anatolia, e i Galli Senoni nell'Italia centrale, attraverso la supremazia delle armi.




LE TRIBU'

Dislocazione delle tribù galliche prima della conquista di Gaio Giulio Cesare nel 59 a.c.

Allobrogi - Gallia tra il fiume Rodano e il lago di Ginevra
Ambiani - della Gallia belgica  -
Ambibari - del popolo armoricano
Ambiliati - A sud della Loira
Ambivareti - nella regione degli Edui
Andecavi o Andi - a nord del basso corso della Loira
Aquitani - misto di Celti e iberi della Francia sud occidentale
Arverni - Gallia centrale, col re Vercingetorige
Atrebati - della Gallia belgica
Aulerci Brannovici -
Aulerci Cenomani - della Gallia Cisalpina, poi anche Lombardia e Veneto
Aulerci Eburovici - Normandia
Aulerci Diablinti -  della Gallia Lugdunensis
Ausci - Aquitania
Baiocassi - Gallia Lugdunense.
Bellovaci - Gallia belgica nord orientale
Betasii - nelle Ardenne
Bigerrioni -'Aquitania
Biturigi - Bourges
Blannovi - nella regione degli Edui
Boi - Aquitania
Cadurci - vicini agli Arverni
Caleti - vicini agli Armoricani (Belgi)
Carnuti - Chartres, avevano il maggior potere tra i Celti
Catalauni - Châlons-en-Champagne
Caturigi - nelle Alpi Cozie
Ceutroni - nelle Alpi Graie
Cocosati - Aquitania
Coriosoliti - della Côtes-du-Nord
Edui - Bibracte
Eleuteti - vicini agli Arverni
Elvi - confinavano a nord con la Gallia Narbonense
Elusati - Aquitania
Elvezi - La Tene
Garonni - Aquitania
Gabali - confinavano a nord ovest con la Gallia Narbonense
Gati - Aquitania
Graioceli - zona del Moncenisio
Lemovici - Limoges
Lessovi - Lisieux della Normandia
Leuci - tra i Vosgi e la valle della Marna
Lingoni - tra la Senna e la Marna
Mandubi - Gallia Transalpina
Mediomatrici - Metz
Meduli - Medoc
Meldi - Meaux
Menapi - Cassel
Morini - Boulogne-sur-Mer
Namneti - Nantes
Nantuati - Martigny
Nervi - Bavay
Nitiobrogi - confinavano a nord ovest con la Gallia Narbonense
Osismi - dei Celti armoricani
Parisi - Parigi
Petrocori - Périgueux, nel Périgord
Pictoni - Poitiers
Ptiani - Aquitania
Raurici - Basilea
Redoni - Rennes
Remi - Reims
Ruteni - confinavano a nord ovest con la Gallia Narbonense
Santoni - Saintes
Seduni - zona Martigny
Segusiavi - zona Loira
Senoni - Gallia-transalpina ad est di Orléans
Sequani - Besançon
Sibuzati - Aquitania
Soziati - Aquitania
Suessioni - Soissons
Tarbelli - Aquitania
Tarusati - Aquitania
Tolosati - Tolosa
Treviri, Treveri - Trier
Tricassi - Troyes
Tungri - Tongeren
Turoni - Tours
Unelli - Normandia
Vangioni - Worms
Veliocassi - Rouen
Vellavi - Ruessium, in Alta Loira
Veneti - Vannes in Bretagna
Veragri - presso Martigny
Viducassi - Vieux
Viromandui - Vermandois
Vocati - Aquitania
Voconzi - Vaison-la-Romaine
Volci Arecomici - Gallia Narbonense


Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles - La Britannia romana e le tribù native celtiche

Ancaliti - Hampshire e Wiltshire, Inghilterra
Attacotti - Scozia o Irlanda
Atrebati - Hampshire e Berkshire, Inghilterra
Autini - Irlanda
Belgi - Wiltshire e Hampshire, Inghilterra
Bibroci - Berkshire, Inghilterra
Briganti - Inghilterra settentrionale, Irlanda
Cereni - Inghilterra
Caledoni - Scozia
Cantiaci - Kent, Inghilterra
Carnonaci - Highland scozzesi occidentali
Carvezi - Cumberland, Inghilterra
Cassi - Inghilterra
Catuvellauni - Hertfordshire, Inghilterra
Cauci - Irlanda
Corieltauvi - Leicestershire
Coriondi - Irlanda
Corionotozi - Northumberland, Inghilterra
Cornovi - Caithness, Cheshire e Cornovaglia in Inghilterra
Creoni - Argyllshire
Damnoni - Strathclyde, Inghilterra
Darini - Irlanda
Deceangli - Flintshire
Decanzi - Inghilterra
Demezi - Galles
Dobunni - Gloucestershire
Dumnoni - Devon, Inghilterra
Durotrigi - Dorset, Inghilterra
Eblani - Irlanda
Epidi - Kintyre, Inghilterra
Gangani - Irlanda e penisola di Lleyn
Erpeditani - Irlanda
Iberni - Irlanda
Iceni - Anglia orientale, Inghilterra
Lugi -  Inghilterra
Magnazi - Irlanda
Manapi - Irlanda
Novanzi - Galloway, Inghilterra
Ordovici - Gwynedd, Galles
Parisi - East Riding, Inghilterra
Regnensi - Sussex, Inghilterra
Robogdi - Irlanda
Segonziaci - Inghilterra
Selgovi - Tweed, Inghilterra
Setanzi - Lancashire, Inghilterra
Siluri - Galles
Smerzi - Inghilterra
Tassali - Aberdeenshire
Trinovanti - Inghilterra
Vacomagi - Inghilterra
Velabri - Irlanda
Veniconi - Inghilterra
Vennicni - Irlanda
Vodie - Irlanda
Votadini - Lothian


Gallia cisalpina 391-192 a.c.

Boi - Emilia.
Carni - Carnia
Galli Cenomani -  Brescia
Galli Anari - Oltrepò Pavese
Gesati - mercenari galli provenienti dal Rodano
Graioceli - Moncenisio e Valli di Lanzo
Insubri - Insubria
Lingoni - Ferrara, Bassa Romagna
Salassi -  Valle d'Aosta e Canavese
Senoni - dalla Romagna alla zona di Ancona
Taurini - Torino
Vertamocori - Novara


Europa centrale - Le popolazioni illiriche e celtiche

Anartii - Ungheria
Arabiati - Illiria
Boi - Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Germania
Cotini - Slovacchia
Eravisci - Ungheria
Ercuniati - Illiria
Osii - Slovacchia
Scordisci - Croazia, Serbia
Taurisci - Norico


Asia Minore (Turchia)

Galati: Volci Tectosagi, Tolostobogi, Trocmi.



I COSTUMI

Cesare chiama vici i villaggi non fortificati e oppidum le roccaforti celtiche. I Celti, invece, indicavano con il termine dunum la fortezza e con nemeton un luogo sacro. Soprattutto in Gallia, le loro città avevano mura di cinta molto spesse. Abitavano prevalentemente in capanne di legno, circolari o rettangolari, ed in villaggi. Con l’influenza di Etruschi e Greci, costruirono case di pietra con piccoli vani. Amavano vivere all’aperto, sotto le querce, ritenute sacre, ove si tenevano riti sacri e processi.

Si trattava di una società tribale, con villaggi che avevano in media 25 abitanti, con un capo villaggio che guidava i maschi guerrieri. In questa società. ormai già lontana ai tempi di Cesare da quella matriarcale e magica di cui si favoleggia nelle varie saghe, tipo quella di Re Artù, che sembra attingere a miti del 1200 a.c., via via modificati coll'avvento della religione cristiana, che squalificò in un colpo solo le donne, i figli, le sacerdotesse, la preveggenza, la Grande Madre, il concetto della morte e la magia.
Nella società celtica patriarcalizzata contano solo o maschi in grado di combattere, tutto il resto, comprese mogli e figli, poteva essere sacrificato, come si vide nella battaglia di Alesia.

Essendo un popolo guerriero, i Celti utilizzavano splendidi elmi piumati ed alcune volte corazze, tipo quelle medioevali, ma combattevano quasi sempre nudi.

In battaglia si coloravano il viso e, dopo aver danzato per raggiungere il giusto impeto, si lanciavano nudi addosso al nemico urlando: prediligevano il corpo a corpo ed il primo assalto. Per questo con le spade colpivano, menando dei fendenti, che non si rivelavano mai colpi mortali. La spada celtica infatti era corta e veniva impiegata come arma da taglio.
Polibio racconta che le loro piccole spade si piegavano dopo i primi colpi. Fu questo uno dei motivi che li fece perdere contro i Romani, che invece usavano la spada e le lance, colpendo con dei colpi mortali, evitando il corpo a corpo.
Gli scudi, poi, ben rifiniti ed incisi, erano piccoli rispetto al corpo, sempre perché i Celti confidavano nell’impeto dell’assalto. I Romani avevano scudi lunghi; fu anche questo un motivo della disfatta celtica.
Poi gli eserciti celtici non erano ben organizzati e le loro tattiche di guerra si basavano prevalentemente sul furore bellico. Più tardi ne furono forgiate di più lunghe, tutte intarsiate e adornate di pietre, ma dopo il 500 d.c..
L’unico re celtico che capì che, in battaglia, bisognava usare una strategia oltre al furore fu il gallo Vercingetorige, che, impiegando la tattica della "terra bruciata", minava a colpire gli approvvigionamenti dei Romani, ottenendo qualche successo. In particolare, aveva capito che se avesse accettato lo scontro diretto con i Romani avrebbe perso.

La differenza basilare tra loro e i romani è che mentre i celti dovevano, come ogni popolo tribale, eccitarsi con tamburi e sostanze stupefacenti o alcol per lanciarsi alla guerra, ai romani era sufficiente ricevere l'ordine e la volontà, ben avvezza a controllare le emozioni, per obbedire e partire, ben consapevoli che solo l'organizzazione e l'obbedienza poteva dar loro la vittoria sui barbari.

Amavano radersi il volto e pettinare i biondi capelli all’insù, indurendoli con del gesso.
Come sepolture dapprima utilizzarono le tombe a tumulo, tipiche della cultura indoeuropea, poi  l’inumazione.



LE CAPACITA'

Erano esperti nell’arte della tessitura e della tintura, nella lavorazione dei minerali, in particolare del ferro, introdussero l’ottone e per molto tempo lavorarono la smithsonite, un particolare minerale, sostitutivo dello zinco. Conoscevano molto bene le varie tecniche di fusione.
Erano abili nella cottura del vetro, sia bianco che colorato, nell’uso dello smalto e nella lavorazione dell’ambra. Tali pratiche furono perfezionate nel corso del passaggio dalla cultura hallstattiana a quella lateniana.

Nelle zone marittime svilupparono un’abile capacità di navigazione. Possedevano navi più robuste di quelle romane, fatte di quercia, con vele di pelle, navi che i Romani copiarono con successo.

Amavano molto la musica, soprattutto con l’arpa, che veniva impiegata per celebrare riti sacri, in vista di una guerra per infuocare gli animi, e per raccontare le gesta di eroi attraverso le ballate. Per i Celti la fama era tutto, soprattutto perchè essere ricordati era considerato una sorta di immortalità.

Commerciavano e lavoravano il sale, in celtico hal, infatti molte città della zona del sale hanno come suffisso iniziale questo termine.

Prediligevano l’uso delle botti a quello delle anfore, e sembra siano stati loro a inventare le botti. Erano molto amanti del vino, ma producevano anche la birra.



I CELTIBERI

I Celti stanziati nella Penisola iberica erano indicati, fin dall'antichità, con il nome di Celtiberi. Il termine è stato a lungo inteso come sintomo di un'ibridazione tra gruppi celtici e gruppi iberici, secondo quanto indicato nell'antichità da Diodoro Siculo, Appiano, Marziale e Strabone, che specificava come i Celti fossero il gruppo dominante; tra gli studiosi moderni, tale interpretazione è stata sostenuta da Johann Kaspar Zeuss. Più recentemente, tuttavia, l'ipotesi di una popolazione mista è stata progressivamente scartata, e con il termine Celtiberi si indicano semplicemente i Celti stanziati in Iberia.

Il nucleo centrale dell'insediamento celtiberico corrisponde a un'area dell'odierna Spagna centrale, a cavallo tra le regioni di Castiglia, Aragona e La Rioja e compresa tra il medio bacino dell'Ebro e l'alto corso del Tago. La penetrazione in quest'area risale all'VIII-VII sec. a.c., in un secondo momento, i Celtiberi si espansero verso sud (nell'attuale Andalusia) e verso nord-ovest, fino a toccare le coste atlantiche della penisola (Galizia).

Nel II sec. a.c. i Celtiberi furono sottomessi da Roma attraverso una serie di campagne militari, le Guerre celtibere; la capitolazione fu segnata dalla caduta della loro ultima roccaforte, Numanzia, espugnata nel 133 a.C. da Publio Cornelio Scipione Emiliano. A partire da quel momento i Celtiberi, come tutte le altre popolazioni della Penisola iberica, subirono un intenso processo di latinizzazione, dissolvendosi come popolo autonomo.



I GALLI

Galli era il nome con cui i Romani indicavano i Celti che abitavano la regione delle Gallie. Dall'originaria area della Cultura di La Tène i Celti si espansero verso le coste atlantiche e lungo il corso del Reno tra i secoli VIII e V a.c.; più tardi, a partire dal 400 a.c. circa, penetrarono nell'odierna Italia settentrionale. Continuarono a premere verso sud, tanto che nel 390 a.c., secondo la tradizione, o più probabilmente nel 386 a.c., la tribù dei Senoni guidata da Brenno mise a sacco la stessa Roma, per stanziarsi infine sul medio versante adriatico (Piceno).
Le popolazioni della Gallia cisalpina 391-192 a.c.

Come tutte le popolazioni celtiche, i Galli erano frazionati in numerose tribù, che solo in rari casi riuscirono a coalizzarsi per far fronte a un nemico comune: come quando, nel 52 a.c., numerose tribù guidate da Vercingetorige si ribellarono alla conquista cesariana della Gallia. Tra le popolazioni galliche, alcuni insiemi di tribù erano accomunati da una propria sotto-identità condivisa: i Belgi, stanziati tra la Manica e il Reno e variamente mescolati a elementi germanici; gli Elvezi, collocati nell'area dell'alto Reno e dell'alto Danubio e a contatto con i Reti; gli Aquitani, tra la Garonna e i Pirenei, mescolati a popoli paleo-baschi; e i Galli cisalpini, l'insieme delle tribù penetrate nella Gallia cisalpina, al di qua delle Alpi. Tra le popolazioni della regione centrale della Gallia, Cesare attesta che al momento delle sue campagne si distinguevano due fazioni, capeggiate rispettivamente dagli Edui, tradizionalmente filoromani fin dal II secolo a.c., e dai Sequani, questi ultimi presto scalzati dai Remi.

La sottomissione dei Galli a Roma si avviò nel III secolo a.c.: una serie di iniziative militare contro i Galli cisalpini portò alla loro completa sottomissione, attestata dalla creazione della provincia della Gallia cisalpina intorno al 90 a.c. A quella data nel territorio un tempo dei Celti erano già numerose le presenze romane, sotto forma di municipi e, soprattutto, di colonie. La conquista della Gallia transalpina iniziò attorno al 125-121 a.c., con l'occupazione di tutta la fascia mediterranea fra le Alpi liguri e i Pirenei, costituita successivamente nella provincia della Gallia Narbonense. La Gallia settentrionale passò sotto il dominio di Roma in seguito alle campagne condotte da Cesare tra il 58 e il 50 a.c.

Grazie soprattutto alla testimonianza resa da Cesare nel suo De bello Gallico, la civiltà gallica è di gran lunga la più conosciuta tra quelle sviluppate dai Celti nell'antichità, anche se le osservazioni dello statista romano sono verosimilmente estendibili - almeno nelle linee generali - a tutte le popolazioni celtiche. Cesare descrive la società gallica come articolata in gruppi famigliari e divisa in tre classi: quella dei produttori, composta da agricoltori provvisti di diritti formali, ma politicamente sottomessi ai ceti dominanti; quella dei guerrieri, detentori dei diritti politici, cui era affidato l'esercizio delle funzioni militari; e quella dei druidi, sacerdoti, magistrati e custodi della cultura, delle tradizioni e dell'identità collettiva di un popolo frammentato in numerose tribù.



I BRITANNI

Popolazioni celtiche raggiunsero la Gran Bretagna, superando La Manica, nell'VIII-VI sec. a.c. Dall'attuale Inghilterra meridionale si espansero in seguito rapidamente verso nord, colonizzando l'intera Gran Bretagna e l'Irlanda, sebbene nell'attuale Scozia sia a lungo sopravvissuto il popolo pre-indoeuropeo dei Pitti. Cesare attesta gli stretti legami, non solo culturali ma anche economici e politici, tra i Britanni e i Galli: i domini di Diviziaco, per esempio, si estendevano su entrambe le sponde della Manica e sull'isola scampavano esuli dalla Gallia, che a sua volta otteneva, in caso di necessità, aiuto militare dalla Britannia.

Una prima spedizione romana, condotta dallo stesso Cesare nel 55 a.c., non comportò un'immediata sottomissione dei Britanni. Questa fu compiuta circa un secolo dopo, nel 43 d.c., dall'imperatore Claudio.
I Romani occuparono l'area degli attuali Inghilterra e Galles, erigendo a nord un limes fortificato: il Vallo di Adriano (122), in seguito spostato ancora più a nord (Vallo di Antonino, 142). Al di là del Limes (nell'attuale Scozia e in Irlanda) rimasero sia tribù britanniche, sia i Pitti.

La latinizzazione delle tribù celtiche soggette a Roma fu intensa, ma meno di quella subita dai Galli e dai Celtiberi: alla cessazione del controllo romano della Gran Bretagna (fine IV-inizio V secolo) l'identità etnica e linguistica dei Celti era ancora viva, e sopravvisse a lungo anche alle successive invasioni germaniche. Dalla fusione dei tre elementi — celtico, latino e germanico — si sarebbero formate, durante l'alto Medioevo, le moderne popolazioni di Gran Bretagna e Irlanda. Gli unici eredi diretti degli antichi Celti sono quelli delle Isole britanniche, conservando la tradizione linguistica nei due rami goidelico e brittonico.



I PANNONI

Il processo di espansione dei Celti verso est, a partire dalla culla originaria della Cultura di La Tène, è storicamente assai meno attestato di quello avvenuto verso le Gallie. Comunque, si ritiene che la penetrazione in quella regione dell'Europa centrale poi individuata con il nome di Pannonia risalga agli inizi del IV sec. a.c.. In quell'area, sul medio corso del Danubio, i Celti vennero a contatto con le tribù illiriche già presenti; in parte si mescolarono a essi, in parte rimasero separati in gruppi autonomi, etnicamente e linguisticamente omogenei.

Quello dei Pannoni è il ramo della famiglia celtica sul quale le testimonianze sono più scarse e incerte; nulla resta della loro lingua (certo una varietà delle lingue celtiche continentali), salvo forse qualche elemento isolato che funse da sostrato per le lingue sviluppatesi successivamente in quella regione. Tra le tribù celtiche presenti in Pannonia spicca quella dei Boi, probabilmente il ramo orientale di una tribù presente anche nelle Gallie e penetrata in Europa centrale in un secondo momento, forse nel 50 a.c. A essi si deve il toponimo "Boemia".

A partire dal 35-34 a.c. i Pannoni iniziarono a entrare nella sfera di influenza dei romani, che in seguito eressero la Pannonia a provincia, anche se una porzione significativa dei Pannoni rimase tuttavia inclusa nella vicina provincia del Norico. Sottoposti a latinizzazione e, più tardi, a germanizzazione, slavizzazione e magiarizzazione, i Pannoni — sia di ceppo celtico, sia di ceppo illirico — si dissolsero come popolo autonomo fin dai primi secoli del I millennio.



I GALATI

La penetrazione dei Celti nella Penisola balcanica è attestata dalle fonti greche, che testimoniano di una migrazione che sommerse la Tracia nel 281 a.c. I Greci, forse adattando un termine impiegato da quelle stesse tribù celtiche, denominarono gli invasori γαλάται anziché κελτοί o κέλται, termine con il quale identificavano gli abitanti autoctoni delle aree grecizzate presso la colonia di Marsiglia.

Incursioni galate si spinsero fin nel cuore della Grecia. Un'orda, guidata dal condottiero Brenno, attaccò Delfi, rinunciando solo all'ultimo minuto a profanare il tempio di Apollo: allarmato da portentosi tuoni e fulmini, rinunciò anche a riscuotere un riscatto. Sempre nel III sec. a.c., un'altra frazione del popolo, composta da tre tribù e forte di diecimila combattenti accompagnati da donne, bambini e schiavi, mosse dalla Tracia all'Anatolia su espresso invito di Nicomede I di Bitinia, che aveva chiesto il loro aiuto nella lotta dinastica che lo opponeva a suo fratello (278 a.c.).

I Galati si stabilirono definitivamente in un'area compresa tra la Frigia orientale e la Cappadocia, in Anatolia centrale; in seguito al loro insediamento la regione assunse il nome di "Galazia". San Girolamo attesta la sopravvivenza della loro lingua (il galato, varietà di celtico continentale) fino al IV secolo d.c.; dopodiché si completò il processo di ellenizzazione dei Galati.


Latinizzazione e germanizzazione

Celtiberi e Galli furono interamente latinizzati nei primi secoli dell'era volgare; l'assimilazione dei vinti interessò sia il versante linguistico, tanto da portare alla scomparsa delle lingue celtiche continentali, sia quello socio-culturale, con l'estensione della cittadinanza romana e l'integrazione nelle strutture politiche imperiali. Identica sorte toccò ai Galati, anche se nel loro caso l'agente assimilatore fu piuttosto di matrice greca.

I Pannoni e i Britanni furono invece soltanto parzialmente latinizzati e nelle regioni da loro abitate presero il sopravvento - già a partire dal III secolo - elementi germanici. Se in Pannonia l'assimilazione delle popolazioni preesistenti fu completa, anche a causa delle successive ondate migratorie slave e magiare, nelle Isole britanniche il processo seguì una strada differente.

La Gran Bretagna subì, fin dal IV sec., un processo di re-celtizzazione da parte di gruppi provenienti dalla vicina Irlanda, mai entrata nei domini di Roma. A partire dalla missione di san Patrizio in Irlanda (432), l'isola perse molto dell'eredità celtica, dissolvendo le antiche religioni e i miti. A questi anni risalgono le prime testimonianze delle lingue celtiche insulari, una ripresa delle attestazioni delle lingue celtiche dopo l'oblio che aveva fatto seguito all'estinzione, almeno nelle testimonianze, delle lingue celtiche continentali.

La fase espansiva dei Celti irlandesi caratterizzò gli ultimi secoli del I millennio e interessò principalmente la Scozia e l'Isola di Man. Tale attività fu però esclusivamente culturale e religiosa: dal punto di vista politico, infatti, l'Irlanda fu invasa e controllata dai Vichinghi germanici dall'VIII al IX sec., generando un sincretismo culturale vichingo-gaelico.


Società

La società celtica ricalcava le strutture fondamentali di quella indoeuropea, imperniata sulla "grande famiglia" patriarcale. Tale modello è stato preservato dai Celti anche in età storica; il gruppo famigliare (clan, termine scozzese entrato nell'italiano) includeva non solo la famiglia in senso stretto, ma anche antenati, collaterali, discendenti e parenti acquisiti, comprendendo varie decine di persone. Più clan formavano una tribù, a capo della quale era posto un re. Alla famiglia e non all'individuo - spettava anche la proprietà della terra.

La struttura sociale, nota principalmente grazie alla testimonianza resa da Cesare sui Galli nei suoi Commentarii, si distingueva in classi. L'aristocrazia guerriera assolveva i compiti di difesa e di offesa ed eleggeva, secondo uno schema consueto tra gli Indoeuropei, un re dalle funzioni principalmente militari mentre prerogativa del popolo libero erano le attività economiche, imperniate sull'agricoltura e l'allevamento; si ha notizia poi dell'esistenza di schiavi. Infine vi erano i druidi, sacerdoti, magistrati e maghi, depositari delle tradizioni comunitarie, del sapere collettivo e dell'identità intertribale nella quale tutti i Celti si riconoscevano. Tale identità non si limitava ai singoli sottogruppi della grande famiglia celtica, ma l'abbracciava nella sua totalità; Cesare, infatti, attesta più volte i vincoli che i Galli celtici erano consapevoli di avere, non solo tra di loro, ma anche con i vicini Elvezi, Belgi, Galli cisalpini e Britanni.

La donna godeva di uguali diritti all'interno della società dei Celti. Poteva ereditare come gli uomini ed essere eletta a qualsiasi carica, comprese quelle di druido o di comandante in capo degli eserciti; quest'ultima possibilità è attestata dalle figure di Cartimandua della tribù dei Briganti o di Boudicca degli Iceni al tempo dell'imperatore romano Claudio.



I DRUIDI

I druidi svolgevano, genericamente, le funzioni sacerdotali. Essi tuttavia non si limitavano a essere il collegamento tra gli uomini e gli dei, ma erano anche responsabili del calendario e guardiani del "sacro ordine naturale", oltre che filosofi, scienziati, astronomi, maestri, giudici e consiglieri del re. Un'iscrizione gallica rinvenuta in Gallia meridionale (il Piombo di Larzac) conferma l'esistenza anche di donne insignite del ruolo di druide.

Cesare riferisce il carattere elitario della sapienza all'interno della società celtica, che proibiva l'uso della scrittura per la registrazione dei precetti religiosi. L'educazione di un druido durava circa vent'anni e comprendeva insegnamenti di astronomia (disciplina della quale possedevano una padronanza tale da stupire Cesare), scienze, nozioni sulla natura; il lungo percorso educativo era dedicato in buona parte all'acquisizione mnemonica delle loro conoscenze. Queste conoscenze erano poi applicate all'elaborazione di un proprio calendario: il più antico calendario celtico che si conosca è quello di Coligny, databile al I secolo a.c. Esso era molto più elaborato e sofisticato di quello giuliano, e prevedeva un complesso sistema di sincronizzazione della fasi lunari con l'anno solare.


I guerrieri e l'esercito

L'armatura dei Celti comprendeva scudi in legno con rifiniture in bronzo e ferro, con animali in bronzo scolpiti. Sulla testa portavano elmi di bronzo con grandi figure sporgenti come corna, parti anteriori di uccelli o quadrupedi, che facevano apparire giganteschi coloro che li indossavano.

Le loro trombe di guerra producevano un suono assordante e terrificante per il nemico. Alcuni indossavano sul petto piastre di ferro, mentre altri combattevano nudi. Non utilizzavano soltanto spade corte simili ai gladi romani, ma anche lunghe, ancorate a catene di ferro o bronzo, che pendevano lungo il loro fianco destro, oltre a lance dalle punte di ferro della lunghezza di un cubito e di poco meno di due palmi di larghezza, ed i loro dardi avevano punte più lunghe delle spade degli altri popoli.


Daghe celtiche

Di loro si racconta, inoltre, che preferivano risolvere le battaglie con duelli tra i capi o tra i più abili guerrieri di ognuno degli schieramenti opposti, piuttosto che scontrarsi in battaglia. Essi avevano anche l'abitudine di appendere le teste dei nemici uccisi al collo del proprio cavallo, e, in alcuni casi, di imbalsamarle, quando il vinto era un importante guerriero avversario; consideravano infatti la testa, e non il cuore, la sede dell'anima.

La vocazione guerriera di questo popolo, unitamente alla prospettiva di ottenere un soldo regolare o bottini occasionali, sfociò infine in un'attività praticata da molte sue tribù: diventare soldati mercenari. Il primo indizio di una simile scelta risale al 480 a.c., quando sembra che alcuni soldati celti abbiano partecipato, a fianco dei Cartaginesi, alla battaglia di Imera. Altre partecipazioni di mercenari celtici sono ricordate durante la spedizione siracusana in Grecia del 369-368 a.c.; nel 307 a.c., quando tremila armati galli si unirono ad Agatocle di Siracusa, insieme a Sanniti ed Etruschi, per condurre una campagna in Africa settentrionale; nelle lotte che seguirono tra gli eredi di Alessandro Magno (i Diadochi). Tale pratica generò non solo un mercato in espansione per parecchie decine di migliaia di militari coraggiosi, esperti e meno cari dei Greci, ma permise anche, al ritorno dei soldati da guerre combattute un po' ovunque nel bacino mediterraneo, di introdurre la monetazione all'interno delle comunità celtiche.


Indole e aspetto fisico

Dai loro contemporanei Greci e Romani i Celti erano descritti alti, muscolosi e robusti; gli occhi erano generalmente chiari, la pelle chiara, i capelli erano di frequente biondi anche per via dell'usanza descritta da Diodoro Siculo di schiarirsi i capelli con acqua di gesso. L'altezza media fra gli uomini si aggirava sul metro e settanta. Dal punto di vista caratteriale, le stesse fonti descrivono i Celti come irascibili, litigiosi, valorosi, leali, grandi bevitori e amanti della musica.


Religione

Cernunnos, il "dio cornuto" dei Celti

La principale testimonianza sulle credenze e sugli usi religiosi dei Celti è ancora una volta quella fornita da Cesare nel De bello Gallico, la quale, pur essendo riferita specificamente ai Galli, attesta verosimilmente una situazione in larga parte comune all'intero gruppo celtico all'epoca dei fatti narrati (I secolo a.c.).

I Celti, probabilmente condividevano una medesima visione religiosa politeista e adoravano divinità legate alla natura, alla quercia, e alle virtù guerriere. Cesare riferisce anche della credenza nella trasmigrazione delle anime, che si traduceva in un'attenuazione della paura della morte tale da rafforzare il valore militare gallico. È nota anche l'esistenza, sempre presso i Galli, di sacrifici umani, ai quali accadeva anche che le vittime si offrissero volontariamente; in alternativa si faceva ricorso a criminali, ma in caso di necessità si immolavano anche innocenti.

Nel pantheon gallico, Cesare testimonia il particolare culto attribuito a un dio che egli assimila al romano Mercurio, forse il dio celtico Lúg. Era l'inventore della arti, la guida nei viaggi e la divinità dei commerci. Altre figure di rilievo tra gli dei gallici erano "Apollo" (Belanu, il guaritore), "Marte" (Toutatis, il signore della guerra), "Giove" (Taranis, il signore del tuono) e "Minerva" (Belisama, l'iniziatrice delle arti.


Diritto

Assai scarse sono le testimonianze sul diritto celtico. Cesare testimonia, parlando dei Galli, di un diritto matrimoniale che prevedeva l'amministrazione congiunta tra gli sposi del patrimonio familiare, costituito in parti uguali al momento delle nozze. La giustizia veniva amministrata dai druidi, che avevano piena discrezionalità sulla segretezza delle sentenze.


Economia

I Celti praticavano abitualmente la caccia e il saccheggio ai danni delle città e delle popolazioni sulle quali si abbattevano le loro scorrerie; tale abitudine è attestata nell'intera area occupata dai Celti nell'antichità, come testimoniano, per esempio, le incursioni galliche in Italia (sacco di Roma, 390 a.c.) e quelle galate in Grecia (sacco di Delfi, 279 a.c.).

Nei luoghi in cui l'insediamento celtico fu maggiormente esteso e duraturo (Gallie e Isole britanniche), si sviluppò una fiorente agricoltura, che accompagnava l'allevamento, e l'artigianato metallurgico, con una peculiare e raffinata oreficeria, di cui costituiscono elemento caratteristico i torque, collane rigide in bronzo, in argento o in oro. Da queste regioni, i Celti svilupparono un'ampia rete commerciale; in particolare, lo stagno dalla Britannia veniva importato sul continente, dove era convogliato verso il Mar Mediterraneo: qui, nelle città della Gallia Narbonese (Marsiglia, Narbona) avvenivano transazioni commerciali con i Cartaginesi, con Greci ed Etruschi e, più tardi, con i Romani.


Agricoltura

Abili agricoltori, i Celti coltivavano campi di forma quadrangolare, non molto grandi: la dimensione media era di dieci-quindici are, corrispondenti a quanto era possibile arare in un solo giorno. I campi erano delimitati da siepi per proteggerli dal calpestio degli animali selvatici.

Già a partire dall'VIII secolo a.c., la capacità di lavorare il ferro permise ai Celti di fabbricare asce, falci e altri attrezzi al fine di effettuare sgombri di territori su vasta scala, prima occupati da foreste impenetrabili, e di lavorare la terra con facilità. La crescente abilità nella lavorazione dei metalli permise inoltre la costruzione di nuovi equipaggiamenti, come spade e lance, che li resero militarmente superiori rispetto alle popolazioni loro vicine e li misero in grado di potersi spostare con relativa facilità, giacché poco temevano gli altri popoli. Estratto sotto forma spugnosa, il ferro era sottoposto ad una prima lavorazione di fucina e distribuito in lingotti, pesanti cinque-sei chilogrammi e a forma bipiramidale. In un periodo successivo, i lingotti furono sostituiti da lunghe barre piatte, già pronte per essere lavorate in lunghe spade; tali barre erano tanto apprezzate da essere utilizzate perfino come moneta, insieme al rame e alle monete d'oro.


Monetazione

L'uso della moneta si diffuse nei territori celtici a partire dalle aree colonizzate dai Greci, lungo la costa mediterranea della Gallia: fin dal III secolo a.c. i Galli utilizzarono le monete greche, per passare in seguito a quelle romane. I Celti coniarono anche proprie monete, sia in Gallia che nella Penisola iberica (parte della cosiddetta monetazione hispanica), ispirate a quelle greche e romane.

Anche presso i Celti, la moneta costituiva un comodo mezzo per la quantificazione di un metallo prezioso come oro o argento, in transizioni di una certa importanza. La sua introduzione va ricercata nel soldo che veniva dato come compenso ai mercenari celti (come i Gesati). Non sarebbero, pertanto dovute a una mera coincidenza le prime apparizioni di emissioni locali, nel bacino del fiume Rodano, in seguito al rientro da parte dei mercenari gesati della prima metà del III secolo a.c. Le successive variazioni, in particolare a partire dal II secolo a.c., furono un mezzo per marcare la differenza tra le diverse comunità territoriali, con l'affermazione progressiva delle città-Stato. L'obbligo di distinguere ogni emissione successiva di uno stesso oppidum, mantenendone i tratti principali e distintivi, portò gli incisori a sviluppare una rara capacità di variazione nell'elaborazione di immagini sempre più originali.


Commercio

Oltre che in direzione del Mediterraneo, i rapporti commerciali dei Celti si svilupparono anche verso l'interno del continente europeo; manufatti di fattura celtica sono stati rinvenuti in una vasta area dell'Europa centrale, all'epoca abitata da Germani e altre popolazioni. Per esempio, uno dei più raffinati esempi della metallurgia celtica, il Calderone di Gundestrup (fine II secolo a.c.), è stato ritrovato nello Jutland.

Ai Celti si deve anche l'apertura di gran parte delle strade dell'Europa nord-occidentale. Il solo fatto che Cesare, nel suo resoconto sulla conquista della Gallia, ripeta più volte che le sue truppe si muovevano tanto rapidamente attraverso il territorio gallico, fa capire quanto fosse allora eccellente il sistema stradale di questa regione. Nuova conferma dell'eccellenza delle reti viarie celtiche è stata nel 1985 la scoperta, nella contea irlandese di Longford, di un tratto di strada lungo più di novecento metri, databile al 150 a.c. Aveva fondamenta di travi di quercia poste l'una accanto all'altra, sopra sbarre di frassino, quercia ed ontano. Nelle aree da loro sottomesse, i Romani non fecero altro che sostituire al legno la pietra, sopra i tracciati preesistenti costruiti dai Celti.


Lingua

Tratto principale dell'identificazione dei popoli celtici è l'appartenenza a una medesima famiglia linguistica, quella delle lingue celtiche. Tale famiglia è parte del più ampio insieme indoeuropeo, dal quale si distaccò nel III millennio a.c. Tre sono le principali ipotesi che precisano meglio il momento della separazione del celtico comune o protoceltico.

Secondo la prima, il protoceltico si sarebbe sviluppato nell'area della Cultura di La Tène a partire da un più ampio "insieme europeo". Questo continuum linguistico, esteso in gran parte dell'Europa centro-orientale, si formò in seguito a una serie di penetrazioni di genti indoeuropee in Europa, giunte dalla patria originaria indoeuropea (le steppe a nord del Mar Nero, culla della cultura kurgan); il distacco dal tronco comune di questo insieme europeo viene fatto risalire ai primi secoli del III millennio a.c., approssimativamente tra il 2900 e il 2700 a.c.

Le seconda ipotesi, che comunque muove dalla medesima visione d'insieme dell'indoeuropeizzazione dell'Europa, postula una penetrazione secondaria in Europa centrale (sempre nell'area di La Tène, e sempre a partire dalle steppe kurganiche). Tale movimento di popolazione, in questo caso esclusivamente proto-celtico, sarebbe collocabile intorno al 2400 a.c. Questa posticipazione della separazione del proto-celtico dall'indoeuropeo è motivata da considerazioni dialettologiche, che sottolineano alcune caratteristiche che le lingue celtiche condividono con le lingue indoeuropee più tarde tra cui, in particolare, il greco.

Le terza ipotesi muove invece da un'impostazione radicalmente differente. Si tratta di quella, avanzata da Colin Renfrew, che fa coincidere l'indoeuropeizzazione dell'Europa con la diffusione della Rivoluzione agricola del Neolitico (V millennio a.c.). Il protoceltico sarebbe, in tal caso, l'evoluzione avvenuta in situ, nell'intera area occupata storicamente dai Celti (Isole Britanniche, Penisola iberica, Gallie, Pannonia), dell'indoeuropeo. Tale ipotesi è sostenuta in ambito archeologico, ma contestata dai linguisti: l'ampiezza dell'area occupata dai Celti, l'assenza di unità politica e il lungo periodo di separazione delle diverse varietà di celtico (tremila anni dal celtico comune alle prime attestazioni storiche) sono un insieme di fattori ritenuto incompatibile con la stretta affinità tra le varie lingue celtiche antiche, assai simili le une alle altre.


Le lingue celtiche antiche

Le lingue celtiche attestate nell'antichità, primo e diretto frutto della frammentazione dialettale del celtico comune, sono definite lingue celtiche continentali, a causa dell'assenza in quest'epoca di testimonianze sulle varietà parlate dai Britanni. Indirettamente, tuttavia, è possibile ipotizzare che le differenze tra gallico e britannico non fossero particolarmente profonde: Cesare, infatti, testimonia degli stretti contatti - culturali, commerciali e politici - tra Galli e Britanni, descrivendoli come estremamente affini, anche se non riferendosi esplicitamente alla loro lingua. Le lingue celtiche antiche di cui si conservano attestazioni (gallico, celtiberico, leponzio, galato e, in misura limitatissima, paleoirlandese sono testimoniate da una serie di iscrizioni e glosse in alfabeto greco, latino e - limitatamente al celtiberico - iberico, datate grosso modo tra il IV secolo a.c. e il IV secolo d.c.


DIVULGAZIONE DEI POPOLI CELTICI NEL III SECOLO A.C.
Le parlate dei Celti nell'Europa continentale si estinsero tutte in età romana imperiale, sotto la pressione del latino, delle lingue germaniche e, nel caso del galato, del greco. Le lingue celtiche continentali agirono da sostrato nella formazione dei nuovi idiomi, germanici o neolatini, che si svilupparono nelle regioni che ospitavano i loro parlanti.

I Celti crearono una propria letteratura eroica, della quale tuttavia scarsissime sono le testimonianze. Tale tradizione letteraria, infatti, era trasmessa solo oralmente, per opera dei bardi e dei druidi, secondo quanto testimoniato da Cesare per i Galli. L'uso della scrittura - in alfabeto greco, latino o iberico - era riservato alle funzioni pratiche, poiché presso i Celti era ritenuta illecita la trascrizione della sapienza (poetica e religiosa); volendone preservare la segretezza, i sapienti la tramandavano esclusivamente per via orale, dedicando a questo compito molti anni di studio e l'impiego di mnemotecniche. In età più tarda, tuttavia, parte del corpus poetico celtico fu comunque messo per iscritto: le testimonianze più antiche, in irlandese, risalgono al VI-VII secolo.

 tra il IV e il III secolo a.C., finissima la lavorazione ornamentale del ferro delle spade, a incisione,cesellatura, fucinatura a stampo

città, in genere di modeste dimensioni, costruite sulla sommità di un'altura che ne rende facile la difesa.
La tecnica costruttiva impiegata dai Celti nelle fortificazione delle loro cittadelle era quella definita dai Romani murus gallicus. Cesare, nel De bello Gallico, lo descrive come una struttura composta da un'intelaiatura lignea e riempimenti di sassi..

L'oreficeria è la branca artistica degli antichi Celti della quale sono sopravvissute le maggiori testimonianze. Tipici dell'artigianato celtico, gallico in particolare, sono i torque, collane o bracciali propiziatori realizzati in oro, argento o bronzo. Altri manufatti artistici celtici conservati sono gioielli, coppe e paioli.

Gli oggetti metallici, al termine della lavorazione, venivano abbelliti mediante applicazioni di materiale colorato. Su numerosi manufatti si hanno infatti, a partire dal IV sec. a.c., fusioni di smalti, ottenuti con una particolare pasta di vetro di colore rosso era inizialmente fissato tramite una fine reticella di ferro, unitamente al corallo mediterraneo, direttamente sugli oggetti, quasi rappresentassero una forma magica di sangue, "pietrificato del mare" e uscito dal fuoco. A partire dal III sec. a.c., furono sviluppati  braccialetti di vetro policromo, applicazione diretta e fusione dello smalto su spade e parure, senza l'utilizzo di strutture di supporto. Nuovi colori, come il giallo e il blu, furono introdotti a partire dal II-I secolo a.c. anche se il rosso rimase il colore predominante[

I Celti avevano notevole gusto per i colori accesi anche sui tessuti che usavano per confezionare i loro abiti, come ancora oggi testimoniano i moderni tartan scozzesi. Diodoro Siculo racconta che "i Celti indossavano abiti sorprendenti, tuniche tinte in cui fioriscono tutti i colori, e pantaloni che chiamano "brache". Sopra portano corti mantelli a righe multicolori, stretti da fibule, di stoffa pelosa d'inverno e liscia d'estate"

Nacque così l'Impero delle Gallie ad opera del generale Postumo (260). Questi fu però ben presto ucciso dalle sue stesse truppe (268) e la secessione delle province galliche venne repressa da Aureliano nel 273. Nello stesso periodo, lo stato di crisi economica e sociale spinse bande di bagaudi in rivolta contro l'autorità imperiale a rifugiarsi nelle regioni boscose o meno popolate.
L'Impero romano riuscì a superare la crisi e presentarsi con maggior forza sotto Diocleziano (284 - 313 o 316) grazie all'istituzione della Tetrarchia e la resistenza dei bagaudi gallici venne fiaccata proprio da Massimiano, generale di Diocleziano e futuro imperatore.



VANDALI  457-461

Nella notte del 31 dicembre 406 l'Impero romano subì una devastante  invasione; favoriti dal gelo che aveva chiuso nella sua morsa le acque del fiume, gruppi di Vandali, Suebi, Alani e altri popoli germanici varcarono in massa il limes imperiale attraversando il Reno ghiacciato. Nonostante gli sforzi e i buoni risultati militari di Flavio Ezio contro gli invasori, il potere imperiale in Gallia continuò a perdere terreno e i quadri dell'Impero a disgregarsi fino al trasferimento del potere politico nelle mani dei "re"; questo processo proseguì sino alla caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476 d.c.


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