VIBIA SABINA






Nascita:  86 circa
Morte:  136 o 137
Dinastia:  Antonini
Padre:  Lucio Vibio Sabino
Madre:  Salonina Matidia
Coniuge:  Publio Elio Traiano Adriano
Figli:  nessuno



LE ORIGINI

Vibia Sabina, della dinastia degli Antonini, nacque nell'86 d.c, probabilmente a Roma, da Salonina Matidia, nipote dell'imperatore Traiano, e di Lucio Vibio Sabino, un politico di rango consolare, ed era cugina in secondo grado di Adriano.

Conosciamo il suo aspetto tramite ritratti, monete, corniole. Soprattutto fu immortalata in molte monete, che da sempre erano una propaganda a basso costo, perchè passa per ogni mano.

Vibia Sabina doveva essere di una bellezza armoniosa secondo i ritratti che sono giunti sino a noi: occhi grandi ed espressivi, capelli ondulati elaborati in preziose acconciature a trecce o a ciocche, viso ovale e delicato.



IL MATRIMONIO

Vibia aderì ad un matrimonio combinato, come allora usava, sposando nel 117 Adriano, su richiesta dell'imperatrice Pompeia Plotina, che l'aveva posta come condizione per la successione di Adriano al grande zio Traiano. Anche alla madre di Sabina il matrimonio era gradito, ma sembra che non fu un'unione felice. L'adozione di Adriano da parte di Traiano avvenne due giorni prima della morte dell'imperatore, il che fa pensare a un cambiamento improvviso forzato dalle due donne forti, Plotina, moglie di Traiano, e Matidia maggiore, madre di Vibia.

Le fonti ci parlano di una imperatrice dura e austera, che Adriano definì "morosa et aspera", capricciosa e intrattabile, ma all'epoca le donne erano totalmente sottomesse all'uomo, per cui bastava poco per essere accusate di brutto carattere.

Il matrimonio non diede figli, anzi Vibia ebbe un aborto. Si sa che l'imperatrice ebbe una relazione col segretario di Adriano, Suetonio, e qualcuno sospetta che la gravidanza derivasse da questa. Comunque Sabina aveva del matrimonio idee diverse da quelle di Adriano, per cui si trovò spesso in diverbio con lui.

“diversamente, i dati oggettivi dimostrano che ella godette in tutto e per tutto dello status di consorte dell’imperatore, ebbe emissioni monetali, fu insignita del titolo di Augusta nel 128, venne divinizzata dopo la morte e, con la sorella Matidia e il favorito Antinoo, accompagnò l’imperatore in quasi tutti i viaggi, ricevendo i più grandi onori, come dimostra il considerevole numero di statue e iscrizioni a lei dedicate in varie province dell’impero."

Già, Adriano se la portava appresso per tutto l'impero, se non la sopportava perchè ne richiedeva la compagnia? Il ritratto di Vibia nel tempo diventa più idealizzato, fino alle ultime immagini che la vedono divinizzata. Cambiano nel tempo le sue acconciature, distinte dagli studiosi in ben nove tipi, corrispondenti a diversi viaggi nell’impero e a rientri nella villa di Tivoli.

Bisognava pur adattarsi alle atmosfere artistiche locali se si voleva che l’immagine raggiungesse i target richiesti. Così abbiamo una Sabina romana, spagnola, africana, greca, asiatica, egiziana..” osserva Carandelli.

Ma Adriano sentiva Sabina come un peso, eppure doveva portarsela appresso, forse perchè a raccogliere successo nella famiglia imperiale era proprio lei. Vibia viaggiò, con Antinoo e con la sorella Matidia minore, accompagnando l'imperatore in quasi tutti i viaggi di Stato in lungo e in largo per l'impero, "ricevendo i più grandi onori, come dimostra il considerevole numero di statue e iscrizioni a lei dedicate in varie province", le emissioni di monete anche a suo nome, insomma una inconsueta pari dignità fra imperatore e imperatrice.

L'immagine di Vibia era funzionale al programma politico e sociale di Adriano propagandando la "pietas", la pudicizia, la concordia. Adriano era particolarmente attento alla propaganda attraverso ritratti-sculture a tutto tondo. Ne sopravvivono circa 150, più di Traiano (130), di Settimio Severo (135), inferiori nel numero solo ad Augusto (oltre 200). Ma i ritratti di Adriano sono classificabili in almeno sette tipi iconografici, un primato assoluto fra gli imperatori romani, ma Vibia ne ebbe altrettanti, il che fa pensare.

Sicuramente Adriano non l'amava ma forse aveva bisogno di lei, e soprattutto Vibia sapeva farsi amare dalla popolazione, raccoglieva col suo carattere forte e gentile la gente attorno a lei, aveva un insomma un carisma.

Inoltre portava con sè anche la sorella minore Matidia, una donna raffinata elegante e ricca che si tenne sempre lontana dalla politica. Matilda non si sposò mai, e certamente con la sua posizione e la sua ricchezza non le mancarono i pretendenti. Certamente la sua fu una scelta, una scelta che la sorella non potè fare. Ella ebbe vaste proprietà nella zona di Minturno, dove infatti le furono dedicate delle statue onorarie, e di Sessa Aurunca, dove fece costruire una biblioteca e un acquedotto, e dove finanziò la ricostruzione del teatro, nel quale si fece raffigurate al centro della scena in veste di Aura, circondata dagli altri membri della famiglia imperiale.

Sembra evidente che avesse anche lei un carattere indipendente e forte come la sorella, per cui rimasero sempre legate, ma la cosa curiosa è che Matidia nelle iscrizioni compare prima dei due Augusti, e a Sessa il suo nome stava scolpito in un miliarum come finanziatrice di una via pubblica, e nella ritrattistica imperiale lei appare al centro del gruppo. Morì nel 165 d.c.



VILLA ADRIANA

La villa nota come Villa Adriana a Tivoli era di proprietà di Vibia, dove aveva il proprio quartiere, nella zona della cosiddetta Accademia, dove sono stati trovati materiali raffinati per pavimenti e pareti.
L''imperatore Adriano, ricostruendola o abbellendola, ne aveva fatto il luogo di vacanza per le estati, desideroso di stare lontano da Roma.
Al suo interno si possono trovare i resti delle copie di ciò che di più bello l'imperatore aveva visto in Oriente, come le Cariatidi, il Canopo di Alessandria d'Egitto, l'Eretteo, l'Amazzone Efesina, mosaici famosissimi (come quello di Sosos di Pergamo).



LA MORTE

Sabina morì nel 136 o nel 137, prima di suo marito, di cause sconosciute. Alcune voci suggerirono che Adriano l'avesse avvelenata, ma è poco probabile, in qualche modo Adriano era attaccato ad entrambe le sorelle.
Alla divinizzazione di Sabina a seguito della morte avvenuta tra il 136 e la prima metà del 137 d.c., è da riferire la statua di Boston, che propone Viabia Sabina Diva raffigurata come Demetra-Cerere nel tipo statuario cosiddetto della “Grande Ercolanese”, dalla replica romana da originale greco attribuito a Prassitele, ritrovata a Ercolano e conservata al Museo di Dresda. Questo tipo statuario diverrà comune in epoca successiva nella ritrattistica funeraria sia ufficiale che privata.



IL RITORNO A CASA

"Oltre due metri di un unico blocco di marmo pario, la candida e integra statua di Vibia Sabina, moglie dell'imperatore Adriano, restituita all'Italia dal Museo di Belle Arti di Boston perché esportata illegalmente, torna in Italia. La mostra che sta portando in giro per la penisola (e anche a Budapest) undici dei tredici pezzi restituiti dal museo americano, bellissimi vasi magnogreci, apuli e lucani, più quattro vasi e crateri restituiti dal Metropolitan, più quattro confiscati al trafficante Giacomo Medici, ed anche il recuperato cratere a calice a figure rosse, il più grande firmato dal pittore Asteas, proveniente da Sant'Agata dei Goti e datato 350-340 a.c.."

La scultura di Boston mostra l’imperatrice divinizzata, come Demetra-Cerere, secondo un tipo statuario detto della “Grande Ercolanense”. L’acconciatura, che compare anche su monete emesse dopo la morte di Sabina, è caratterizzata da un nodo di ciocche al di sopra della fronte.

"E Vibia Sabina? Niente paura, si prepara una mostra tutta per lei nel luogo da cui la statua potrebbe provenire, Villa Adriana a Tivoli. Non c'è nulla di certo sul collegamento con questa villa, ma l'ipotesi più verosimile è che la statua provenga da una villa dell'agro Tiburtino. In ogni caso nessun luogo più degno di ricevere questa scultura eccezionale.


Villa Adriana, la più incredibile villa imperiale sopravvissuta dall'antichità, estesa (126 ettari) e organizzata come una città, ma per pochi privilegiati (anche con una via carrabile sotterranea per i rifornimenti e vie pedonali ugualmente sotterranee per i comuni mortali), capolavoro di resti monumentali di portici e quartieri, terme, biblioteche, accademie, palestre, fontane e piscine, e capolavoro della natura (cipressi, uilivi, pini e tuie, oleandri, ginestre), sculture originali (quelle poche rimaste rispetto ai pezzi che fanno la gioia dei musei di tutto il mondo).

Tanto più che Vibia Sabina ha inaugurato lo spazio per mostre ricavato in cinque ambienti antichi, le sostruzioni in opus mixtum del Canopo, cioè la costruzione a fianco del ninfeo-giardino-piscina che rappresenta l'inquadratura più celebre di Villa Adriana, il più importante centro di attrazione della villa.

Le mostre a piano terra, il museo, l'Antiquarium al primo piano in ambienti ancora con pavimenti originali di mosaici a tessere bianche e nere bruciacchiate da un incendio e di fronte ad un olivo monumentale di mille anni conosciuto a ragione come l'"Albero bello".


La mostra

"Vibia Sabina da Augusta a diva" è il titolo della mostra aperta fino al quattro novembre, la prima mostra in anni recenti dedicata completamente ad una imperatrice, da quando la moglie di Adriano fu insignita del titolo imperiale di Augusta nel 128 fino al compimento del processo di divinizzazione promosso dopo la morte nel 136 dallo stesso Adriano.



LE STATUE DELLA DIVA

Non c'è alcuna certezza che la statua di Vibia provenga da Villa Adriana, ma in mostra c'è una testa di "indubbia somiglianza con l'iconografia ufficiale di Vibia" scoperta in uno scavo degli anni Sessanta del Novecento, proprio a Villa Adriana, nella Piazza d'Oro.

La statua di Vibia velata, davvero impressionante nei due m e quattro cm di altezza, accoglie i visitatori con uno sguardo perso nel vuoto, ormai di chi è di natura divina, di una bellezza idealizzata: il ritratto è un'immagine ufficiale dopo la morte. La divinizzazione fu voluta da Adriano che seguì di poco la consorte. Vibia morì infatti nella seconda metà del 136 o inizio del 137 dopo Cristo e l'imperatore nel luglio 138.

Integra tranne una piccola sbrecciatura sul bordo del mantello che mette a nudo la grana del marmo pario, la statua di Vibia fa pensare a qualcosa di anomalo tanto siamo abituati all'antichità che convive con frammenti, fratture, monconi, figure acefale.

Avvolta in chitone e mantello ora di marmo candido, ma che le scarse tracce di colore trovate sulle vesti, devono farci immaginare tutte di colore rosso, Vibia ha i capelli che emergono dal mantello con una specie di diadema di ciocche ritorte intrecciate in un nodo al di sopra della fronte. Manca, perché applicato a parte (e come si ricava dalle monete), un diadema forse in bronzo dorato e raffigurante una corona di spighe.

Vibia è presentata in mostra in varie statue più grandi del vero come Cerere (con spighe e papaveri), come Venere Genitrice con una acconciatura a turbante formata da sei file di trecce (considerata la prima iconografia di Sabina, quando Adriano era ancora senatore rampante).

Ancora più elaborata una Afrodite con testa moderna di Sabina, proveniente dai Musei Vaticani e scavata fra 1778 e 1779 ad Otricoli, a pochi chilometri a Nord di Magliano Sabina.

Scolpita con leggerezza raffinata come se la veste fosse appiccicata ad un corpo bagnato, Afrodite venne trovata senza braccia e parti del panneggio, senza un seno e la parte anteriore dei piedi e della base: tutte parti che vennero rifatte dallo scultore Ferdinando Lisandroni nel 1780-81 e la testa venduta dallo scultore Filippo Tenti che sembra essere una copia settecentesca della Sabina dei Capitolini.



LA VIBIA CARTAGINESE

Il pezzo dalla storia più affascinante in mostra è una grossa porzione di faccia di Vibia, di colore nero che non è la solita dipintura scura per trasformare il marmo in bronzo. Prestata dal Louvre, datata al 128 d.c, è stata scavata in Tunisia, nel serapeo di Cartagine, nel 1874 ed è stata trasferita in Francia di cui la Tunisia era colonia. Nell'ottobre 1875 duemila stele puniche del foro di Cartagine e la statua di Vibia del serapeo, in sei frammenti, vengono imbarcati su di una nave militare che arriva nel porto di Tolone.

Nella notte fra il 31 ottobre e il primo novembre la nave si incendia ed esplode spargendo il carico di marmi. Un grande dispiegamento di forze permette di recuperare molte stele ed anche la statua di Vibia che arriva al Louvre nel 1876. Esattamente arriva una serie di frammenti che nel frattempo sono diventati dieci. I frammenti sono aumentati, ma mancano pezzi importanti come il viso e la maggior parte della testa di Sabina ad eccezione della pettinatura.

Passa più di un secolo e all'inizio degli anni Novanta del Novecento, l'archeologo J. P. La Porte, rileggendo i giornali dell'epoca, scopre che la chiglia della nave saltata in aria è di ferro, quindi individuabile con un magnetometro. Grazie ad un mecenate privato viene impostata una campagna di tre mesi di ricerche e l'ultimo giorno programmato, il 5 maggio 1995, viene riportato in superficie un pezzo di marmo nerastro per effetto dell'incendio. Quello che mancava del volto e della testa di Vibia.

Per gli archeologi il tratto più caratteristico è la pettinatura di Sabina nell'insieme delle effigi della moglie di Adriano, "elaborata sopra la fronte in ciocche a forma di serpente che si alzano verticalmente su più file in pieghe e onde regolari".



VIBIA ASSUNTA IN CIELO

Nel rilievo è raffigurata Vibia ormai divina che al di sopra della pira funebre viene portata in volo mentre Adriano siede in trono. In precedenza Vibia era considerata Faustina junior. Il rilievo (dai Musei Capitolini) proviene dal cosiddetto arco di Portogallo (o arco di Marco Aurelio), uno degli archi antichi distrutti per fare spazio alle nuove strade di Roma. L'arco del Portogallo fu demolito nel 1662 per ordine di Alessandro VII Chigi per ampliare via del Corso per le corse dei barberi, i cavalli sciolti, che facevano impazzire i romani durante il famosissimo carnevale.

Il tema dell'assunzione in cielo proviene dalla Grecia, dove la mortale Selene, madre di Dioniso, viene assunta in cielo per diventare Dea Luna. Verrà poi ripreso dai romani nelle divinizzazioni di imperatori o imperatrici, ma già c'era un precedente antico di Romolo assunto. La chiesa riprenderà il tema facendone un dogma nel 1950:

"pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l'immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica."
I miti si ripetono sempre.





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1 comment:

Anonimo ha detto...

stupenda, ma quella dell'assunzione in cielo era un vizio, che ci facevano in cielo sole solette, bisogna desumere che gli Dei avessero un corpo, del resto mangiavano e trombavano...

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