CULTO DI MANA GENITA



MANA GENITA

Mana Genita era una divinità di origine sannita, importata dai romani non in modo ufficiale ma più che altro per il ripetuto contatto coi sanniti nelle varie guerre e pure in tempo di pace, per l'emigrazione forzata e non che romanizzava i vinti lasciando però qualcosa del mondo barbaro ai vincitori.

I sanniti abitavano gli attuali territori della Campania nordorientale, dell'alta Puglia, di gran parte del Molise (tranne il tratto frentano della costa adriatica), del basso Abruzzo e dell'alta Lucania. Essi non avevano grandi mitologie perchè non avevano umanizzato troppo i loro Dei, che ritenevano una specie di spiriti che popolavano principalmente la terra e le acque, spiriti soprattutto femminili che abitavano particolarmente la valle dell'Amsanctus con relativo lago, descritta da Virgilio, e pure presso Aequum Tuticum e Aeclanum.

Queste divinità erano soprattutto femminili, sia benevoli che malevoli, ma tutti da ingraziarsi attraverso rituali non complicati ma precisi, che dovevano essere eseguiti dentro e fuori casa: nel focolare, in dispensa, sulla porta di casa, sui travi maggiori, sui confini, nei campi, sulle alture, nelle caverne, nei boschi, presso i ruscelli e le sorgenti, e nei luoghi di sepoltura.

Questi culti prevedevano talismani e amuleti, come sono stati infatti nelle necropoli, c'erano poi le cerimonie particolari per le feste del raccolto e le feste nuziali con formule magiche e i volti dipinti in rosso. 

Questa piccola magia era eseguita dal popolo mentre i sacerdoti provvedevano alle purificazioni rituali e alla divinazione del futuro, con presagi ricavati dal volo degli uccelli.
In questa religione italico-sannita, Mana Genita o Geneta Mana è una Dea nota eppure oscura, citata solo da Plinio e Plutarco. Entrambi dicono che i suoi riti venivano effettuati con il sacrificio di un cucciolo o di una cagna.
Plutarco inoltre fa derivare Mana dal verbo latino Manare verbo "fluire scorrere", un'etimologia che il grammatico romano Verrio Flacco (fine I sec. a.c.) riporta anche alla Dea Mania citata da Varrone, e ai Manes, le anime dei defunti.

Per lo stesso costume greco, cioè il sacrificio della cagna, Plutarco, la collega alla Dea Ecate e, per la pratica Argiva di sacrificare i cani, la confronta con Eilioneia, e la Dea della nascita Eileithyia.
Plutarco si fa delle domande su Mana, (Domande ai romani), si chiede perchè le si offrisse una cagna come vittima, e perché si pregasse contemporaneamente che nessun membro della propria famiglia morisse:

"È perché Geneta è uno spirito implicato con la generazione e la nascita di esseri che periscono? Il suo nome significa qualcosa come "flusso della nascita" o "le nascite che fluiscono". Di conseguenza, proprio come i Greci sacrificano una cagna ad Ecate, anche così fanno i romani offrendo lo stesso sacrificio per Geneta a nome dei membri della loro famiglia. Ma Socrate dice che gli Argivi sacrificano una cagna di Eilioneia a causa della facilità con cui la cagna produce i suoi piccoli. Ma colpisce l'importazione della preghiera, che nessuno di loro diventi "buono", riferito non ai membri della famiglia, ma per i cani? Per i cani dovrebbero essere selvaggi e terrificanti.

O, a causa del fatto che il morto venga graziosamente chiamato "il buono", che in un linguaggio velato si porti a loro preghiera che nessuno della loro famiglia possa morire? Non bisogna sorprendersi di ciò, Aristotele, infatti, afferma che c'è scritto nel trattato degli Arcadi con gli Spartani: "Nessuno può essere buono per dato aiuto agli Spartan in Tegea"; che significa: nessuno può essere messo a morte."


MEFITE
Alcuni commentatori moderni notando l'accostamento tra "Genita" e "Mana", (vita e morte) pensano si trattasse di una Dea che dovesse determinare se i bambini nascessero vivi o morti.

Quindi non si trattava di interpellare il suo oracolo per sapere se il neonato sarebbe nato vivo o no, ma di propiziarsi la Dea per ottenere che il piccolo nascesse vivo.

Questo grande potere fa pensare che lei fosse, o almeno fosse stata un tempo una Grande Madre, pertanto datrice di vita e di morte.

I suoi fedeli e particolarmente le donne incinte dovevano invocarla e offrirle sacrifici per captare la sua benevolenza e far andare il parto a buon fine.

Le si offrivano primizie, latte e dolci  come protettrice del parto, e invece animali gravidi o cuccioli se c'erano pericoli di vita per malattie o altro.

Secondo altri Orazio si riferì a questa Dea quando accennò alla Dea Genitalis nel "Carmen Saeculare":

"Tu, che sei propizia fai schiudere i maturi parti 
come conviene, Ilizia, e che proteggi le madri, 
o che voglia essere chiamata Lucina o Genitale. 

O Diva, fa’ crescere la prole e prospera 
i decreti dei Padri per le muliebri nozze, 
e per la legge maritale di nuova prole feconda,
onde il giro fissato di cento e dieci anni
riconduca i ludi e i cantici, affollati tre volte
nel chiaro giorno, e tre volte nella notte gioconda."


Altri invece hanno paragonato Mana all'osca Deiua Geneta (Dea delle nascite), ma forse il termine viene dal greco deinós, cioè la duplice, colei che può creare e distruggere, come dire la Dea della vita e della morte.

Altri ancora ritengono che Genita Mana sia solo un altro appellativo della Bona Dea, sempre in quanto dà la vita e la toglie..
Il Tarentum era un terreno paludoso, ricco di esalazioni sulfuree, situato nella grande ansa del Tevere successivamente occupata dal Campo Marzio. Ospitava fin dai tempi delle origini un altare dedicato agli dei inferi (Dite e Proserpina), che era al centro delle celebrazioni dei Ludi Saeculares, la celebrazione della potenza di Roma.

Ebbene una Diva Geneta compare in Agnone (metà del III sec. a.c.), dove la Dea Mana viene descritta come una divinità del sottosuolo che è venerata nel Campomarzio. Quest'area in epoche molto antiche era infatti preposta agli Dei inferi, pertanto non meraviglia che accanto agli Dei inferi di provenienza greca ci fosse l'altare della Dea Mana Genita, o Genita Mana, di provenienza sannita.



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