ACQUEDOTTO DI VENAFRO



PONTE SULL'ACQUEDOTTO DI VENAFRO
Dionigi di Alicarnasso, nelle sue Antichità Romane rilevò che " La straordinaria grandezza dell'Impero Romano si manifesta prima di tutto in tre cose: gli acquedotti, le strade lastricate e la costruzione delle fognature". Anche Vitruvio è dello stesso parere. I Greci erano stati grandissimi costruttori, ma non avevano acquedotti, strade e fognature come i romani.

I Sanniti crearono nella zona di Venafro, all'epoca di appartenenza campana, una rete di centri abitati che opposero tenace resistenza al dominio di Roma. Una volta assoggettate però, le città assaggiarono in breve i vantaggi del dominio romano: fiorirono i commerci e la città si riempì di monumenti mai visti, con grandi comodità come le terme e i termpoli.

Col tempo e con la romanizzazione Venafro rivestì un ruolo importante e strategico tanto da diventare Colonia romana con Augusto (Colonia Augusta Julia Venafrum), organizzandosi nella tradizionale sistemazione urbanistica, parzialmente conservata nell'abitato attuale.

Ma un centro fiorente non poteva mancare dell'acqua per tutti i bisogni cittadini, e così in epoca augustea venne edificato l'acquedotto, detto "Rivus Venafranus", che portava l'acqua del fiume Volturno da Rocchetta a Volturno a Venafro.

Plinio il Vecchio parla di una sorgente diuretica situata a Venafro ma non sappiamo dove.

Dell’acquedotto conosciamo numerosi tratti e possediamo l’editto che ne stabiliva le regole d’uso.

Costruito probabilmente tra il 17 e l’11 a.c. è lungo circa trenta Km e supera un dislivello di più di 300 m dalla captazione, alle sorgenti del Volturno, fino al punto di arrivo nella parte alta della città in corrispondenza di un castellum aquae (serbatoio), non individuato con precisione. 

La struttura è quasi completamente sotterranea, esce allo scoperto solo per attraversare corsi d’acqua o valloni per mezzo di ponti.
È in parte costruito in opera cementizia e in parte scavato nella roccia, con pavimento in laterizi, volta a tutto sesto e pareti rivestite con malta idraulica.
Lungo il percorso sono collocati dei cippi riportanti la prescrizione di lasciare liberi due percorsi di servizio ai lati della conduttura. Come al solito l'organizzazione romana era perfetta.



L’ACQUEDOTTO DELLA COLONIA ROMANA DI VENAFRO
DA:  FRANCO VALENTE

" La ricca polla d’acqua delle sorgenti del Volturno sgorga fuori della montagna a quota di 548 metri sul livello del mare. Consapevole della differenza di quota tra le sorgenti del Volturno e la parte più alta dell’abitato di Venafro, in un epoca imprecisata (che ragionevolmente possiamo fissare nel I secolo a.c.) Chilone, l’architetto idraulico cui fu affidata la progettazione, punteggiò il territorio pedemontano della riva destra del Volturno in maniera da formare una linea continua che, risalendo in maniera graduale e progressiva le curve di livello, congiungesse quella parte alta della città venafrana alle sorgenti del Volturno.

Chilone apparteneva a quella categoria di architetti chiamati libratores per la capacità tecnica di stabilire il livello (libra) e la pendenza dei condotti idraulici.

PARTE DELL'ACQUEDOTTO
L’attribuzione a Chilone della progettazione e della direzione dei lavori dell’acquedotto vulturnense ci viene da una citazione in una lettera che Marco Tullio Cicerone inviò a suo fratello Quinto quando, in occasione di un suo viaggio da Roma, si era fermato a Venafro rimanendo testimone di una circostanza drammatica.
Quattro operai che lavoravano sotto la direzione di Chilone erano stati investiti dal crollo di un cunicolo dell’acquedotto rimanendo uccisi: …Chilonem accersiveram Venafro; sed eo ipse die quatuor eius conservos et discipulos Venafri cuniculus oppresserat… (Marco Tullio Cicerone, Ad Quintum fratrem, 3,1). Nel 1925 si rinvenne un buon numero di tratti dell’antico cunicolo.

- Il primo tratto presenta uno specus in buona parte scavato nella roccia, spesso pavimentato con mattoni bipedali. Si sono rinvenuti pozzi circolari per le ispezioni (spiramina) dal diametro ci m.1,10. Il condotto è pressoché regolare dalla sorgente fino a Venafro e presenta una larghezza costante di 60/65 cm. Ed un’altezza di cm. 160/165. Il primo tratto è pressoché pianeggiante, con lievissima pendenza nella parte che attraversa la piana di Rocchetta.
- Il secondo tratto, invece, ha una pendenza notevolissima e mediamente del 25%.
Poco si conosce del sistema di distribuzione secondario. Sicuramente nel tratto urbano alimentava anche fontane pubbliche e private. Un chiaro esempio di utilizzazione anche per fini ornamentali è la Venere ritrovata negli anni 50 che, diversamente dalle altre consimili, presenta a lato un delfino fornito di una fistola interna che, collegandosi ad un condotto, permetteva all’acqua di zampillare.

L’EDITTO DI AUGUSTO NELLA TAVOLA ACQUARIA

L’epigrafe venafrana è l’unico esempio di costituzione di un acquedotto pubblico in cui compaia il regolamento che ne disciplina l’amministrazione.

TAVOLA ACQUARIA NEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI VENAFRO
Si tratta di un editto emanato da Augusto intorno all’11 a. c. e, quindi, prima della lex Quinctia (del 9 a.c.) che fissò la disciplina generale degli acquedotti.
L’iscrizione è formata da 69 righe divise in 4 titoli.
- Il primo riguarda la donazione dell’acquedotto alla città di Venafro da parte di Augusto.
- Il secondo illustra la costruzione e la manutenzione dell’opera ed i rapporti tra i coloni privati e l’uso dell’acquedotto.
- Il terzo riguarda la gestione dell’acquedotto affidata a magistrati locali (duumviri).
- Il quarto stabilisce le sanzioni per i comportamenti contrari e le procedure da seguirsi davanti al pretore peregrino.
L’editto fissa che su due fasce di terreno, da una parte e dall’altra del condotto, ognuna larga otto piedi, sia vietato al proprietario del fondo di costruire qualsiasi tipo di edificio e di piantare qualsiasi albero. Su tali strisce è consentito il transito pedonale a tutti coloro che debbano occuparsi della manutenzione del canale.
Il fatto che nell’editto si garantisca il che il passaggio sia largo quanto una via adatta anche al passaggio di carri (8 piedi) lascia intendere che doveva essere sufficientemente comodo per gli addetti alla manutenzione senza che potesse essere utilizzato, il passaggio di carri.
Il terzo capitolo individua nei duumviri i magistrati cui era affidata la vendita dell’acqua su autorizzazione dei decurioni della città. La competenza per le sanzioni era affidata ad un cosiddetto pretor peregrinus a Roma, per mezzo di un rappresentante pubblico nominato dal senato.

Nella quarta parte vengono chiariti i rapporti tra l’organizzazione politica centrale e quella della colonia Venafrana. Sebbene la direzione e l’esecuzione delle opere era affidata dallo stesso editto ai magistrati locali. Era l’imperatore, però, che stabiliva con il suo editto la terminatio, ovvero la posizione dei termini che seguivano la fascia di protezione dell’acquedotto.

Inoltre l’ingerenza romana, che derivava proprio dal fatto che l’acquedotto fu donato da Augusto, si ravvisa in particolare nell’affidamento al pretore peregrino di Roma la competenza per l’applicazione delle sanzioni, anche se era prevista la figura di un delegato locale in funzione di accusatore in rappresentanza della colonia. Dal che si conferma che la colonia di Venafro fu, come le altre colonie augustee, una vera istituzione organica connessa con l’economia agricola volta anche alla sistemazione dei veterani romani."





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