SCIPIONE L'AFRICANO





Nome originale: Publius Cornelius Scipio
Titoli: Africano
Nascita: Roma, 235 a.c.
Morte: Liternum, 183 a.c.
Incarico politico: 205-204 a.c.


« I bambini le cui madri morivano dando loro la luce nascevano con i migliori auspici: è così che nacquero Scipione l'Africano Maggiore e il primo dei Cesari, che prese questo nome per l'operazione di parto cesareo a cui fu sottoposta a madre. »
( Plinio il Vecchio - Historia naturalis )



LE ORIGINI

Discendente della Gens patrizia Cornelia, una delle più antiche e potenti famiglie di Roma, nacque a Roma nel 235 a.c. da Publio Cornelio Scipione, che fu console nel 218 a.c. e che morì in Spagna assieme al fratello Gneo Cornelio Scipione Calvo durante la II Guerra Punica. Dunque una famiglia gloriosa oltre che ricca e famosa anche per l'onestà e l'amor di patria. Uomo intelligentissimo, audace, grande stratega e grande persuasore.

Sposò Emilia Terza, sorella di Lucio Emilio Paolo Macedonico, e fu il padre di un omonimo Publio Cornelio Scipione, di Lucio Cornelio Scipione e di Cornelia, la famosa "madre dei Gracchi".

LA DISFATTA DI CANNE

IL CURSUS HONORUM

Si sa che nel 218 a.c., a soli 17 anni, durante la battaglia del Ticino, nella guerra contro Annibale, Scipione salvò la vita al padre, gravemente ferito e circondato dai nemici, che il giovinetto sbaragliò con un esiguo contingente, per cui questi, che era il generale delle armate romane, propose per il figlio l’alta decorazione al valor militare della corona civica.

Ma Scipione rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”. Questa modestia Scipione la dimostrò per tutta la vita, e per questo fu amato e ammirato, ma anche molto invidiato.

Nel 216 a.c., all'età di 19 anni, fu tra i superstiti della disastrosa battaglia di Canne, Scipione per quanto giovanissimo era già seguito dai soldati per la sua saggezza e tempestività. I soldati si rivolgevano a lui per ogni problema, pur essendo spesso molto più grandi di lui. Nonostante la giovanissima età, un po' per la sua famiglia ma anche per i suoi meriti, ricopriva la carica di tribuno militare.

Livio narra che dopo la disastrosa battaglia di Canne, dove era stato trucidato quasi tutto l'esercito romano, Scipione usando il suo ruolo di tribuno ma anche il suo ascendente sui soldati, chiese loro di affidarsi a lui che li avrebbe condotti in salvo.

I superstiti delle legioni romane, atterriti e sbandati, si lasciarono guidare dal giovane che con grande maestria, li fece correre silenziosamente, con perlustrazioni avanzate per scoprire i cartaginesi che perlustravano il territorio per far strage dei sopravvissuti. Scipione avanzava lesto e silenzioso come un felino, e quando aveva appurato che la strada era libera, faceva avanzare i suoi. Il pericolo era immenso, tanto più che il campo di Annibale distava appena 4 miglia.

Comunque seppe non solo eludere i nemici ma pure orientarsi, si che li fece giungere sani e salvi a Canosa dove i soldati lo ringraziarono commossi, compresi quelli che volevano fuggire per proprio conto e che ritenevano impossibile la salvezza. E qui inizia la brillante carriera dettata dalla stupenda capacità tattica di Scipione, uno stratega militare all'altezza di Giulio Cesare, il quale commiserava l'esercito il cui comandante usasse le armi anzichè il cervello.

Scipione riteneva importante studiare la tattica del nemico per poterlo prevedere e scoprire i suoi punti fragili, così si fece raccontare dai superstiti tutti i particolari della battaglia. Per quanto fosse doloroso rievocare l'inferno e il massacro, Scipione fece raccontare da tanti ogni possibile evento che gli potesse dare notizie su Annibale e la sua tattica militare.

Annibale fu un grandissimo condottiero, che Scipione combattè ma ammirò, e altrettanto lo stimò il generale cartaginese. Livio racconta che di fronte al pericolo di defezione dopo la sconfitta di Canne, Publio Scipione fu l’unico dei capi militari a mostrare decisione e fermezza, si oppose così alla richiesta di riunire un consiglio per deliberare sulla situazione, perchè non si doveva far altro che riorganizzare l'esercito.

Sembra che gli scampati fossero i primi ad affidarsi a lui, che tanto coraggio e bravura aveva dimostrato nel salvarli dalla morte certa. Gli si affidarono per due ragioni: la rima è che lo stimavano immensamente, la seconda è che volevano assolutamente lavare l'onta di quella sconfitta. A Roma non solo i generali, ma pure i militi vittoriosi erano stimati e ammirati dalla popolazione. Un soldato di una legione vincitrice o che si era distinta in battaglia otteneva deferenza, privilegi e pure regali da tutti. Viceversa i perdenti erano malvisti e ignorati da tutti.

Una situazione così era difficile da sopportare e i legionari superstiti chiesero pertanto di poter tornare a combattere in prima fila, avrebbero così riscattato l'onore loro, quello della loro legione e quello di Roma. Ma come generale avrebbero chiesto tre anni dopo il giovane Scipione.



LE CARICHE PUBBLICHE

Questi episodi lo resero già famoso si che nel 213 a.c. ebbe la carica di edile curule (aediles curules), il secondo passo, dopo la carica di questore, nel cursus honorum, la scalata al consolato. I tribuni della plebe si opponevano alla sua nomina accampando la non raggiunta età legale, infatti Scipione aveva solo 22 anni, ma Publio rispose che se i Quiriti, cioè il popolo, lo volevano edile per lui era sufficiente, e il popolo voleva lui. A Roma il popolo contava moltissimo, molto più di oggi in Italia.

Se il popolo chiedeva qualcosa i senatori e perfino l'imperatore si adeguavano. Il Senatus Populusque Romanus era una giusta dicitura, perchè il popolo contava come e più del senato.

E se il popolo decideva che qualcuno dovesse avere il comando, il senato doveva accettare, non dimentichiamo che era previsto dalla legge che il popolo potesse addirittura nominare dei generali.

Inizialmente alle elezioni si candidò il fratello maggiore Lucio, ma con poche possibilità di successo. Poi Scipione narrò alla madre di aver fatto per due volte lo stesso sogno: di essere stato eletto edile insieme al fratello. Così presentò anch’egli la propria candidatura e il popolo, che lo adorava, votò sia lui che il fratello.

La notizia si propagò e da quel momento tutti cominciarono a credere che gli Dei parlassero con Scipione attraverso i sogni e che le sue azioni fossero ispirate da questi. Scipione profittò di ciò nei momenti bui, facendo credere ai suoi uomini che i suoi comandi fossero un suggerimento divino.

Scipione Africano, nel 211 a.c., l’anno della morte di suo padre, con una procedura d’eccezione (dovuta alla giovane età, 24 anni) fu nominato comandante proconsolare in Spagna; dimostrò subito le sue capacità impadronendosi nel 209 a.c. di Carthago Nova, l’attuale Cartagena, una città importante per gli approvvigionamenti cartaginesi.



NOVA CARTHAGO

Sappiamo da Polibio che, dopo la conquista di Nova Carthago (Cartagena), Publio Scipione decise di rimanere per qualche tempo nella città appena conquistata, dove si dedicò ad un sistematico allenamento delle truppe navali e di terra, controllati dai tribuni militari. Il metodo adottato per migliorare la loro condizione lo racconta Polibio:

« Il primo giorno dovevano far marciare i soldati con le armi a passo di carica per trenta stadi (5,5 km); il secondo giorno erano costretti a pulire e riparare le proprie armature, passando in rassegna alle truppe; il terzo giorno veniva concesso loro il dovuto riposo; il quarto giorno, venivano fatti esercitare nei duelli con spade di legno ricoperte in cuoio e bottoni per fermarli, altri nel lancio dei giavellotti, utilizzando anche in questo caso dei bottoni per fermare la loro penetrazione; il quinto giorno si ripartiva da zero con la stessa serie di esercizi. 
Contemporaneamente si preoccupava che gli artigiani lavorassero affinché non mancassero armi né per le esercitazioni militari né per una guerra. »

(Polibio, X, 20.2-4)

Anche Tito Livio racconta che Scipione trascorse quei pochi giorni che aveva stabilito di fermarsi a Nova Carthago, facendo compiere delle esercitazioni alla sua armata, sia di terra, sia di mare:

« Il primo giorno, le legioni, armate ed equipaggiate, manovrarono in uno spazio di quattro miglia; il secondo giorno Scipione ordinò ai soldati di curare le armi e di pulirle presso le loro tende; il terzo giorno i soldati simularono una battaglia vera con bastoni, lanciandosi contro aste con la punta smussata; il quarto giorno riposarono; il quinto ripresero le manovre con le armi. L'esercito continuò ad esercitarsi in questo modo, tra fatica e riposo, fino a quando rimase a Nova Carthago. Gli equipaggi delle navi, usciti verso l'alto mare calmo, provarono l'agilità delle loro navi, facendo finta di combattere delle battaglie navali. »

(Livio, XXVI, 51.4-6)
Così nel 211 a.c. a soli 24 anni, da semplice privato e sempre al di sotto dell'età consentita per la carica, Publio ottenne con Caio Claudio Nerone il comando della flotta con 11.000 uomini come proconsole in Spagna, dove la situazione per i Romani era disperata, ma salvare le situazioni disperate era la qualità di Publio Cornelio.

Suo padre e suo zio, Publio il Vecchio e Cneo, comandanti delle forze romane lì stanziate, erano stati sconfitti e uccisi in battaglia, i Romani ricacciati oltre il fiume Ebro dai Cartaginesi che avevano assunto il dominio del territorio grazie al comando del valoroso Amilcare Barca, padre di Annibale. La situazione era così disperata che all'elezione del proconsole da inviare in Spagna Scipione era stato l’unico a candidarsi.

Ma Publio aveva una grande fiducia in se stesso, si rendeva conto di essere più bravo e saggio di tutti i suoi colleghi, e aveva ragione di crederlo. Anche in questo ci ricorda un po' il grande Cesare, che aveva sempre grande fiducia nelle sue capacità, cimentandosi sempre in nuove esperienze di battaglia.



LA GUERRA HISPANICA

Publio Cornelio trattò le truppe in modo diverso da come usavano i generali, ascoltava i loro bisogni e li trattava benevolmente pur allenandoli pesantemente, lo stesso sistema che sarà poi usato da Mario prima e da Cesare poi. Aveva anche un modo rispettoso e nello stesso tempo persuasivo di trattare le popolazioni iberiche, che a volte riuscì a trasformare in alleati, e aveva inventato anche una nuova tattica di guerra.

Eseguì infatti una tattica di attacco continuo, innovativo rispetto alle lunghe pause dopo la battaglia, un sistema che coglieva di sorpresa ed esasperava il nemico. Lo otteneva mediante un ricambio di uomini studiato a tavolino, in modo che ci fosse sempre un nucleo combattente. Questo metodo mai usato da nessuno aveva un grande impatto psicologico sugli avversari. Publio pianificava tutto, quanti potevano essere i morti o i feriti, quanti da sostituire. Riusciva pure ad avere molti meno soldati morti in battaglia per cui l'esercito lo adorava e lo credeva figlio di un Dio.

Era anche un eccellente diplomatico e restò sempre fedele alla parola data, per cui tutti amavano trattare con lui.

Anche come nemico era affidabile, e ancora di più come alleato. Infatti riuscì a rovesciare alcune alleanze fra iberici e cartaginesi rendendo difficile il reclutamento di forze contro Roma e sferrò una molteplicità di attacchi, quasi sempre vincenti, contro colonie cartaginesi e città loro alleate.

Con la sua tattica costrinse i cartaginesi su posizioni sempre difensive impedendo loro di sfruttare le risorse del territorio conquistato e di inviare uomini o mezzi ad Annibale. Così attuava anche la politica di Quinto Fabio Massimo detto non a caso il Temporeggiatore, si che i cartaginesi erano sottoposti più a una sfiancante guerriglia che a una guerra aperta.

Publio Cornelio scelse di colpire Cartagena, una delle basi cartaginesi più importanti in Spagna, deposito bellico e nodo di comunicazione con Cartagine. Cartagena era difesa soltanto da una piccola guarnigione essendo ritenuta inespugnabile, perchè difesa su due lati dal mare e sul terzo da una laguna.

Scipione promise allora alle truppe prima della battaglia che con la presa di quella sola città avrebbero conquistato tutta la Spagna, poi profittando della bassa marea della laguna, e pubblicizzandola come voluta dagli Dei per la loro vittoria, riuscì a scalare le mura della città occupandola quasi senza assedio e senza resistenze.
Scipione fu un innovatore anche per l'umanità che mostrò ai vinti, e anche questo tratto caratterizzò Giulio Cesare, che secondo molti aveva parecchio in comune coll'eroe repubblicano.

Polibio scrive che i soldati romani, conoscendo i gusti del comandante, gli portarono una fanciulla molto bella catturata nel saccheggio. Scipione ringraziò gli uomini e riconsegnò la ragazza a suo padre. Poi, saputo che la fanciulla era promessa sposa al giovane Allucio, capo dei Celtiberi, gli consegnò come suo dono nuziale i regali che i genitori della ragazza gli avevano fatto in segno di gratitudine. Grazie a questa clemenza e generosità, dice Livio, Scipione conquistò il rispetto dei popoli da lui sottomessi.

L'anno successivo, nel 208 a.c., con la battaglia di Baecula Publio sconfisse Asdrubale, cacciando i cartaginesi dalla penisola iberica. Anche qui mostrò la sua generosità rilasciando Massiva, il giovane nipote di Massinissa, re della Numidia, che riconoscente del gesto, aiuterà Scipione ad abbattere il dominio cartaginese in Africa.

Con la battaglia di Ilipa Scipione distrusse due armate cartaginesi e infine, conquistata l'ultima ridotta cartaginese di Cadice, ottenne l'alleanza della città bel 206 a.c.. Fu la capitolazione cartaginese in Spagna.



IL CONSOLE

Nel 205 a.c. Roma ratificò la pace di Fenice con Filippo V di Macedonia e finalmente vi fu pace in oriente. Publio Cornelio venne eletto console e come tale propose di portare la guerra in Africa ma il Senato di Roma, sotto la pressione dei Fabii, gens patrizia di cui il massimo esponente fu quel Fabio detto Il Temporeggiatore, voleva prima sconfiggere Annibale.

Scipione in Sicilia aveva solo le legioni sopravvissute alla disfatta di Canne e poche navi. Mentre Gaio Terenzio Varrone, il generale responsabile della disfatta, era stato perdonato, i soldati per punizione dovevano restare in Sicilia col divieto di tornare a Roma fino a quando Annibale fosse rimasto in Italia.

« I Romani a causa della sconfitta di Canne, disperarono di poter conservare il potere sull'Italia e si trovarono in grave pericolo e timore per la loro stessa salvezza e la propria patria, poiché si aspettavano che dopo poco sarebbe sopraggiunto Annibale... ma benché fosse evidente che i Romani erano stati battuti militarmente, grazie ai pregi della loro costituzione repubblicana ed all'abilità dei loro piani, non solo ripresero il potere in Italia, vincendo poi i Cartaginesi, ma si impadronirono poco tempo dopo di tutta la Terra abitata. »
(Polibio, Storie, III, 117.)

Nonostante i soldati avessero protestato al Senato per l'ingiusto trattamento, la punizione non era mutata e per quei 15.000 uomini l'unica speranza era Scipione, l'uomo delle vittorie impossibili, che riscattasse il loro onore e li rimandasse in patria.

Scipione si rivolse allora agli alleati italici per avere uomini, armi, navi e rifornimenti e molti risposero all'appello. Le città dell'Etruria e del Lazio fornirono i marinai per le navi, la tela per le vele, vivande, armi e soldati. In meno di due mesi Scipione ottenne 7.000 volontari italici e cominciò a preparare lo sbarco in Africa, che gli riuscì solo l'anno successivo a causa di malversazioni di un suo subalterno a Locri.



LA GUERRA AFRICANA (204-202 a.c.)

Nel 204 a.c. Publio Cornelio terminò il mandato da console ma venne nominato proconsole e potè proseguire il progetto. Partì per l'Africa e a causa della nebbia sbarcò nei pressi di Utica, ma i 60.000 cartaginesi, contro i 35.000 di Publio, lo aspettavano a Emporia. Venne raggiunto dal principe di numida Massinissa con i suoi cavalieri, mentre il principe di numida Siface, che aveva sposato la bella figlia di Asdrubale Sofonisba, gli era avverso.

Scipione sbaragliò il nemico e spedì a Roma un sontuoso bottino di merci e schiavi, che immediatamente lo riportò in auge. Cercò di conquistare Utica ma non riuscì e si accampò nei "Castra Cornelia" gli accampamenti fortificati dove svernerà con tutto l'esercito.

Intanto Scipione, che sapeva della grande superiorità numerica degli avversari, studiò un piano: Siface e Asdrubale si erano accampati su due alture vicine, ma i loro accampamenti in legno e giunco erano addossati gli uni agli altri, non studiati al centimetro come quelli romani. Allora Scipione mandò una serie di ambasciatori per trattare la pace, inserendovi soldati esperti nel rilevare tutte le informazioni del luogo.

Poi in primavera interruppe i negoziati e fece partire le sue navi apparentemente in direzione Utica, come dovesse assalire la città dal mare.

Di notte invece si recò all'accampamento di Siface e, dopo aver bloccato ogni via di fuga, appiccò un incendiò che, come previsto, si estese in poco tempo a tutto l'accampamento. I cartaginesi dell’accampamento di Asdrubale, credendo accidentale l’incendio, corsero in aiuto e vennero annientati.

Livio riporta che morirono circa 40000 uomini e quasi 5000 furono fatti prigionieri. Fu un successo senza pari. Polibio, che probabilmente ottenne le informazioni da Lelio, che partecipò all’attacco, lo giudicò fra le imprese di Scipione, "il più straordinario dei fatti d’arme da lui ideato ed eseguito".

Sia Asdrubale che Siface scamparono e si ritirarono l'uno a Cartagine e l'altro in Numidia. Ma entro un mese arruolarono 4000 mercenari in Spagna e ripresero la guerra, ma furono di nuovo sconfitti ai Campi Magni, sul corso superiore del Bagrada, a 120 km da Utica. Solo grazie all’eroica resistenza dei Celtiberi riuscirono a salvarsi, Asdrubale tornò a Cartagine e Siface nella propria capitale Cirta.
Scipione proseguì i combattimenti ed occupò diverse varie città tra cui Tunisi, a 24 km da Cartagine, da cui poteva controllare le vie nemiche. Lelio e Massinissa, spediti all’inseguimento di Siface, lo sconfissero presso Cirta e lo catturarono.



SOFONISBA

Era una nobile e bellissima cartaginese, figlia di Asdrubale, moglie di Siface re della Numidia occidentale. Dopo la sconfitta del marito da parte del rivale Massinissa (203 a.c.), che intendeva riacquistare il trono paterno, fu da quest'ultimo richiesta come sposa, tanto era affascinato dalla sua bellezza e dal suo orgoglioso carattere.

Ma poi Massinissa fu costretto a consegnarla a Scipione che l'aveva richiesta temendo che ella potesse spingere Massinissa a combattere contro i Romani. Massinissa stesso le fornì il veleno ed ella, pur di non cadere schiava, si avvelenò. Scipione ricompensò Massinissa dandogli il titolo di re della Numidia e Cartagine chiese la pace.



LA TREGUA

Le condizioni dettate da Scipione includevano:
  • la restituzione dei prigionieri,
  • il ritiro degli eserciti cartaginesi dall’Italia,
  • la rinuncia alla Spagna,
  • la consegna delle navi da guerra.
I cartaginesi dovettero accettare e firmare l'armistizio nel 202, ma non era finita perchè i Cartaginesi richiamarono in patria Annibale e Magone. Quest'ultimo, ferito in battaglia, morì durante il viaggio mentre Annibale, rimpiangendo di non aver attaccato Roma subito dopo la vittoria di Canne, così rammaricava a detta degli storici:
 "Scipione aveva osato muovere contro Cartagine senza aver veduto da console, in Italia, il nemico cartaginese; egli, che aveva fatto a pezzi centomila romani al Trasimeno e a Canne, era rimasto a invecchiare tra Casilino e Cuma e Nola". Annibale non se la perdonò mai.

Intanto in Africa una tempesta aveva sospinto sulla costa di Cartagine duecento navi onerarie romane salpate dalla Sicilia con rinforzi e rifornimenti per Scipione, e i Cartaginesi si impossessano di navi e carico. Scipione mandò ambasciatori a protestare ma i cartaginesi li lasciarono senza risposta e tesero loro un agguato sulla via del ritorno. In risposta Scipione devastò la valle del fiume Bagrada per isolare Cartagine dalla sua base di rifornimento.
Sbarcato con 24000 uomini a Leptis Minor (odierna Lamta), Annibale ottenne l’aiuto di 2000 cavalieri da Ticheo, parente di Siface, oltre ai 12000 uomini di Magone di cui già disponeva, e 4000 macedoni inviati da re Filippo, un esercito addestrato e potente.



LA BATTAGLIA DI ZAMA

Nel 202 Scipione andò ad affrontare Annibale, a capo dell’esercito punico, presso Zama, a sud ovest di Cartagine. La mancanza di rifornimenti da Cartagine per la devastazione della valle di Belgrada costrinse Annibale ad allontanarsi dalla sua base militare cioè Cartagine, per affrontare Scipione.

A Zama Annibale inviò esploratori per scoprire le difese dell’accampamento romano, ma tre spie vennero catturate. Scipione però non solo non li punì ma li affidò a un tribuno militare con l'ordine di mostrar loro tutto il campo. Gli esploratori esterrefatti vennero rimandati indenni al loro campo.

Scipione voleva dimostrare ai cartaginesi la completa fiducia dei romani nei propri mezzi e ad impressionarli.

Evidentemente ci riuscì perchè Annibale chiese un incontro con Scipione. L'altro accettò scegliendo come luogo dell’incontro una pianura non lontana dalla città di Naraggara, assicurandosi la battaglia su un terreno pianeggiante, per sfruttare al meglio la superiorità numerica della sua cavalleria.

Durante l'incontro dei due generali, prima di scendere in campo, Annibale s'incontrò con Scipione, con i due eserciti fermi a 5 km di distanza l’uno dall’altro. I due generali avanzarono accompagnati ognuno da una piccola scorta, poi si incontrarono da soli, con l'unica presenza di un interprete.
Le cronache non forniscono i contenuti della trattativa, secondo Polibio però, dopo la proditoria rottura dell’armistizio, le condizioni poste da Roma si erano fatte più pesanti per cui non vi fu accordo.

Secondo altri Annibale fece una proposta di pace: Sicilia, Sardegna e Spagna ai romani e le dominazioni di Cartagine solo in Africa. Scipione gli rispose che offriva territori già nelle mani dei romani. Sembra che i due generali si siano comunque salutati con grande rispetto. Già il fatto che s'incontrarono praticamente da soli indicano che avessero ognuno molta fiducia nella parola d'onore dell'altro. Annibale disprezzava profondamente i romani, ma apprezzava grandemente Scipione.

L’esercito di Scipione doveva aggirarsi intorno ai 36000 uomini mentre quello di Annibale era oltre i 50000, veterani delle campagne d’Italia, mercenari galli e liguri assoldati da Magone, cartaginesi e libici appena mobilitati.

In più Annibale aveva 80 elefanti, più che in ogni altra battaglia da lui combattuta prima. Allo scopo di terrorizzare i romani, il generale cartaginese schierò i pachidermi in prima fila e quando la battaglia cominciò li lanciò in carica contro lo schieramento romano.

Ma Scipione, con un'idea geniale, ordinò all’intera linea di suonare tutte le trombe e tutti i corni, con un frastuono così terribile che gli elefanti terrorizzati sbandarono e molti di essi si voltarono e caricarono le loro stesse truppe.

Annibale cercò di sfondare la formazione romana al centro dove erano stati concentrati i legionari, prima con gli elefanti, poi con le truppe, dalle meno forti alle più agguerrite.
Scipione ebbe però un'altra idea geniale, sostituendo all’abituale ordine a scacchiera, una formazione in colonne, separate da larghi corridoi nei quali furono lasciati penetrare i pachidermi per colpirli al ventre. Ci ricorda un po' una tattica usata da Alessandro Magno nella battaglia dell'Idaspe. La cavalleria romana avrebbe prima attaccato quella cartaginese, per convergere poi ed abbattersi sul centro.
Non solo le legioni romane ressero l'urto, ma la cavalleria romana vittoriosa assalì alle spalle la falange cartaginese, annientandola. Annibale si ritirò con pochi cavalieri ad Hadrumetum, dove aveva vasti possedimenti terrieri, e di li andò a Cartagine.

Polibio racconta che la battaglia ebbe sorti alterne finchè la cavalleria di Lelio e Massinissa caricò i cartaginesi alle spalle sgominando i soldati di Annibale che tuttavia restarono eroicamente ai propri posti fino alla fine.

Secondo Polibio e Livio caddero ben 20000 cartaginesi e quasi altrettanti furono catturati, mentre tra i romani caddero circa 1500 uomini.

Annibale fuggì con pochi uomini rifugiandosi ad Adrumeto. Sia Livio che Polibio tributano grande elogio ad Annibale, generale abile e coraggioso, ma che si era scontrato con un generale più valoroso di lui.

Pochi giorni dopo Cartagine mandò da Scipione gli ambasciatori ad implorare la pace che fu accettata, con la promessa che Cartagine sarebbe rimasta libera e senza presidi romani, anzi alleata di Roma, ma avrebbe consegnato la flotta meno 10 triremi, cioè le imposero di non avere mai più di dice navi: la flotta cartaginese era finita.

Inoltre imposero che Cartagine non potesse fare guerre in Africa senza il consenso di Roma, e mai fuori dell’Africa, e che avrebbe pagato a Roma duecento talenti euboici d’argento all’anno per cinquant’anni. Poichè ogni talento euboico pesava 25.86 kg. d'argento, l'esborso era di circa 5 tonnellate d'argento all'anno, una fortuna. Scipione ebbe a Roma gli onori del trionfo, acquisendo il cognomen trionfale di Africano.



IL CASO SCIPIONE

Nel 187 a.c. Publio Cornelio Scipione venne convocato davanti al Senato romano per rendere conto dell'uso fatto di ben 500 talenti d'oro consegnati ai Romani da Antioco, il ricchissimo Re della Siria dopo la sua sconfitta a Magnesia nell'anno 564 ab urbe condita (189 a.c.) come primo versamento di un tributo impostogli da Roma.

La guerra era stata affidata a Lucio, il futuro Asiatico, fratello di Publio, ma questi era il vero conduttore della guerra e la somma era stata devoluta da Lucio per regalie ai soldati, compensi ai delatori e spese varie e Lucio purtroppo non era un esempio di precisione contabile. In realtà il problema era lo scontro a Roma fra due ideologie diverse, quelle di Catone e quelle di Scipione.

Marco Porcio Catone, il conservatore, austero custode delle antiche tradizioni romane, difensore delle antiche usanze agrarie e dell'arcaica società patriarcale dei latini, vedeva nella società romana la rilassatezza dei costumi e di conseguenza odiava gli Scipioni, una gens dalle idee aperte alle novità, che riconosceva la superiorità della civiltà greca sul piano artistico e filosofico.

Catone non sopportava soprattutto Publio e il lusso ostentato di sua moglie Emilia, sorella di Paolo Emilio, che conosceva il greco e partecipava a riunioni riservate alle sole donne dell'alta società romana, una libertà che scandalizzava Catone. Inoltre Emilia era bella, elegante e sfoggiava magnifici e costosissimi gioielli. Quando le ostentazioni della moglie vennero rimproverate a Scipione egli rise e rispose che sua moglie poteva permetterselo, perchè lui era ricco e perchè sua moglie gli piaceva così. Una risposta che fece ribollire di rabbia Catone e la sua fazione, che vedevano nella ellenizzazione della società romana un indebolimento delle antiche virtù e quindi contrario ad ogni idea di conquista della Grecia.

Il contrasto fra Catone e Scipione scoppia nel 191 a.c., quando Antioco III° di Siria conquistò l'Asia minore ed entrò in Grecia con il suo esercito. La Grecia era un protettorato romano e Roma, già nel 196 a.c. aveva dovuto difenderla combattendo contro Filippo re di Macedonia e poi suo figlio Perseo.

Per l'intervento militare contro Antioco III, venne eletto console Lucio Cornelio Scipione. Publio lo segue come legato ma in realtà dirige le operazioni militari. Lucio non ha la genialità tattica del fratello e solo i consigli di Publio gli permettono la vittoria a Magnesia nel 189 a.c.
Antioco dovrà versare a Roma un tributo di 5000 talenti d'oro più 500 talenti da consegnare a Lucio come anticipo. Publio non chiese conto al fratello di quella somma e offeso di dover dar conto al Senato di Roma, ingrato per quanto lui avesse fatto per la patria, si autoesiliò a Liternum, nella sua fattoria di campagna.

Ma Catone non desistè e nel 186 a.c. gli fece notificare una rogatio, un avviso di procedimento penale, per rispondere davanti al Senato dei 500 talenti; l'onesto Publio non sapeva nulla della destinazione di quella somma ma il giorno della discussione in Senato fu tale il tripudio della folla da far passare in secondo piano sia le accuse contro di lui che quelle per il lusso e lo sperpero della sua famiglia.

Il giorno dopo, sempre fra le ovazioni della folla, il fratello Lucio mostrò i rotoli contenenti conteggi, ricevute, dichiarazioni, tutte prove testimonianti almeno in parte le spese fatte con i 500 talenti ma Publio nel suo discorso non accettè di essere sospettato né di essere messo sotto accusa e non pronunciò una sola parola pronuncia in sua difesa perché era indegno che uno Scipione venisse sottoposto a giudizio per un volgare conteggio di talenti.

Di fronte a questi 500 talenti che cosa valeva allora la sua vittoria a Zama su Annibale, una vittoria che aveva salvato Roma da un pericolo gravissimo? Quindi prese i rotoli dei conteggi e li stracciò dicendo: "Molti hanno dimenticato che oggi è l'anniversario della vittoria di Zama: andiamo a rendere onore e ringraziamenti a Giove" ed uscì fra la folla esultante.



LA MORTE

Dopo poco tempo venne riconvocato; il patrizio Publio non si presentò ma fu proprio un suo avversario politico, l'onesto tribuno della plebe Tiberio Gracco, a difenderne l'onestà e i successi ottenuti per Roma: i due tribuni della plebe ritirarono la rogatio e solo Lucio venne condannato ad una pena pecuniaria per l'incompletezza delle prove.

Publio amareggiato e sdegnato si ritirò a Liternum e non metterà più piede a Roma. Tiberio Gracco lo venne spesso a trovare e la stima fra i due fu tale che Publio gli concesse in sposa la figlia Cornelia. Il dispiacere di essere stato inquisito però lo perseguitò e nel 183 a.c. , colpito da forti febbri, forse dovute alla malaria, morì, a soli 50 anni, e venne sepolto a Liternum e non nella tomba della famiglia sulla via Appia. Sembra che prima di morire dicesse: "Ingrata patria, non avrai le mie ossa."





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1 comment:

Anonimo ha detto...

La battaglia di Zama non è spiegata granchè bene. Diciamo che è un po' di parte... Annibale, nonostante il maggior numero di fanti era svantaggiato, ma predispose una tattica geniale, formando tra l'altro il primo corpo di riserva tattico di cui si ha notizia. Da un punto di vista strategico il vero vincitore fu il cartaginese. Scipione fu eccezionale nel riordinare l'esercito prima che venisse sopraffatto dalla fanteria del nemico allungando il fronte del suo esercito fino a coprire tutto quello cartaginese, ma l'ago della bilancia fu il ritorno di Massimissa e della cavalleria (e l'eroico comportamento dei legionari). Fu questione di minuti. Annibale guidò meglio l'esercito. Vi consiglio il libro dello storico Brizzi a riguardo (anche su wikipedia la guerra è spiegata bene) Ah l'opera di Brizzi copre tutta la vita di Annibale non solo Zama. Non sarebbe male una voce riguardante Annibale sul sito

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