ALBALONGA - ALBANUM ( Lazio )




CITTA' DEL LAZIO

La maggior parte delle antiche città del Lazio, città che in qualche modo fecero la storia di Roma, non esiste più, per questo vorremmo ricordarle.

Le città dell'antico Lazio secondo Plinio il Vecchio:
Amitinum - Antipoli - Antemnae - Caenina - Cameria o Camerium - Collatia - Corniculum - Crustumerium - Ficana - Medullum - Politorium - Satricum - Saturnia - Scaptia - Suessa Pometia - Tellenae - Tifata -

Le città elencate tra i populi albenses:
Alba Longa - Bola - Corioli - Fidenae - Longula - Pedum - Querquetulum - Tolerium - Vitellia -

Dunque la città di Alba Longa (anche nella grafia Albalonga) è citato come un antico centro laziale, che fu a capo della confederazione dei popoli latini (populi albenses) e venne distrutta da Roma sotto il re Tullo Ostilio, dopo l'anno 673 a.c.

Il nome della città sembra provenga dalla antica e preromana Dea Alba, corrispondente alla Dea Leucotea o Dea Bianca che predominava un tempo sul Mediterraneo.



LA TRADIZIONE

CASTRA ALBANA
La leggenda narra che la città di Alba Longa fu fondata da Ascanio, o Iulo, figlio di Enea, trenta anni dopo la fondazione di Lavinio, dove Enea fondò il primo insediamento in Italia. Il nome della città deriverebbe da Lavinia, figlia di Latinus re dei Latini e di Amata, data in sposa a Enea.

Livio racconta che trascorsero circa trent'anni dalla fondazione di Laurentum, su cui regnò per 35 anni re Latino, figlio di Fauno e di una ninfa locale, discendente di Saturno e padre di Lavinia, e quella di Alba Longa.

L'avvenimento si collocherebbe intorno alla metà del XII secolo a.c., qualche tempo dopo la distruzione di Troia (avvenuta secondo gli eruditi antichi nel 1184 a.c.).

Secondo Dionigi di Alicarnasso la città di Crustumerium fu fondata da coloni albani molto tempo prima di Roma.

Da Ascanio sarebbe quindi discesa una dinastia di re albani, di cui conosciamo soli i nomi, fino ad arrivare a Numitore ed Amulio, figli del re Proca, il XII re di Albalonga.


Giuramento degli Orazi

A quel tempo i domini di Albalonga si estendevano fino al Tevere. Il legittimo erede di Proca era Numintore, designato dal padre per regnare su Alba Longa, ma venne deposto dal fratello minore Amulio che, non contento, ne uccise tutti i discendenti maschi durante una caccia.

Una profezia predisse che Amulio sarebbe stato deposto da un discendente di Numitore, per cui Amulio costrinse Rea Silvia, unica figlia di Numitore, a diventare vestale e quindi a fare voto di castità.

Secondo la leggenda tuttavia Rea Silvia rimase incinta del dio Marte da cui partorì i gemelli Romolo e Remo.

Amulio ordinò che i gemelli venissero uccisi, ma questi furono invece abbandonati nel Tevere e si salvarono venendo allattati da una lupa. Divenuti grandi e conosciuta la propria origine scacciarono Amulio dal trono, restituendolo al nonno Numitore e da questi ottennero poi il permesso di fondare una nuova città, Roma.

Con il crescere della potenza di Roma, sotto il re Tullo Ostilio, nella metà del VII sec. a.c., le due città vennero a contrasto e ci fu la guerra.

Era re di Alba Longa, secondo Tito Livio, Mezio Fufezio che, per evitare l'eccidio tra fratelli, in quanto le due popolazioni erano entrambe discendenti da Romolo.
Altri invece pensano, per evitare che la guerra indebolisse entrambe le città, finendo per favorire i comuni nemici Etruschi, propose il duello tra tre fratelli Orazi e tre fratelli Curiazi, per risolvere il conflitto.

La sfida fu vinta dai Romani e Alba Longa si sottomise.

Però, come narra Tito Livio, Mezio Fufezio, nonostante fosse alleato di Tullo Ostilio, non partecipò insieme al suo esercito alla battaglia dei Romani contro Fidenae e Veio, tentando anzi di tradire l'esercito romano, per cui Tullo Ostilio fece radere al suolo Alba Longa, condannò a morte Mezio Fufezio per squartamento e deportò gli abitanti sul colle Celio, ingrandendo così la stessa Roma.

RESTI DELLE TERME DI ALBANO


LA LOCALIZZAZIONE

Si sa che in zona già nell'età del ferro esisteva di una serie di villaggi, ciascuno con la propria necropoli, disposti lungo il lato sudoccidentale del lago Albano che saranno le future città albane di Tusculum, Aricia, Lanuvium, Velitrae e Labicum. Al momento della distruzione da parte di Roma i villaggi dovevano essere in una fase ancora preurbana, nella quale andavano aggregandosi intorno ad un centro maggiore che potrebbe essere nel sito dell'attuale Castel Gandolfo.

Le necropoli sembrano essere qui molto estese si da ipotizzare un considerevole abitato.In epoca romana il territorio dell'attuale Albano Laziale era chiamato Albanum, e Albanum Pompeiani, o Albanum Domitiani, erano chiamate, e le tenute dei ricchi romani sui Colli Albani (Ager Albanus).

Castra Albana era il nome dell'accampamento costruito da Settimio Severo, entro i confini del fondo Albanum già possesso di Domiziano, per alloggiare la II legione Partica.

LAGO DI ALBANO
Monte Cavo era anticamente chiamato Mons Albanus, un centro di culto comune, cui era legata probabilmente la Dea Alba, la Dea Bianca, dal latino albus, bianco. La localizzazione di Alba Longa, antica capitale latina non è ancora certa, ma una tradizione medievale la collocava nella moderna Albano Laziale.

La localizzazione dell'antica città latina è stata questione molto dibattuta già dal XVI sec. sulla base del racconto della sua fondazione presente nello storico greco di età augustea Dionigi di Alicarnasso, che parla di una sua collocazione tra il Monte Cavo e il lago Albano.

Il nome "albano" infatti deriva all'intera zona da Alba, mitica capitale della Lega Latina fondata da Ascanio e rasa al suolo intorno al VI sec. a.c. dai Romani, sotto il regno di Tullo Ostilio. L'ubicazione esatta della città non era chiara neppure agli storiografi romani, ed oggi l'ipotesi più accreditata è che sorgesse sopra il versante orientale o sud-orientale del lago Albano, alle pendici di Monte Cavo appunto "vicino ad una montagna e ad un lago, occupando lo spazio tra i due", come riferisce lo storico di età imperiale Dionigi d'Alicarnasso.

La denominazione "albanus" si estese a molti luoghi limitrofi: al Mons Albanus, il monte sacro a Giove Laziale convenzionalmente identificato con lo stesso Monte Cavo, l'aqua ed il rivus Albanus, nome attribuito a più corsi d'acqua o acquedotti della zona, l'ager Albanus disseminato di ville repubblicane ed imperiali, albanae anch'esse, ed appunto al lacus Albanus.

Il sito era stato identificato con il convento di S.Paolo nella località di Palazzolo, presso Rocca di Papa, oppure nella località di Coste Caselle, presso Marino, o infine nel luogo occupato dall'odierna Castel Gandolfo.

Quest'ultima infatti occupa il sito della villa di Domiziano, che le fonti dicono aver occupato l'antica Arx della città.Tito Livio localizza la città sul Monte Albano, in posizione allungata nel senso della dorsale montana, da cui il nome Alba Longa.

Solo in epoca tardo-repubblicana il territorio albano (Ager Albanus) sarà interessato dall'insediamento di numerose ville residenziali, note dalle fonti e testimoniate dai resti tuttora conservati (tra queste la villa imperiale di Domiziano nell'odierna Castel Gandolfo). In seguito Settimio Severo vi stabilì gli accampamenti della Legio II Parthica, che presero il nome di Castra Albana e dai quali prese origine la città di Albano Laziale.



ALBANO LAZIALE 

Lanciani
" Ligorio, Torin. II, parlando dei monumenti di Albalonga, riferisce una coppia d'iscrizioni spurie « trovate presso la porta dell' anfhitheatro di Alba, et furono donate dal signore antonello gabelli signore dola città al cardinal di carpi : et egli le dono à papa Iulio III per ornare la sua villa lulia et dindi dalli successori sono state alienate », Bianchini, Veron. 355 ricorda una vasca di porfido nell'atrio dei pp. Certosini alle Terme « ch'era alla vigna di pp. Giulio »

Il primo insediamento umano nel territorio di Albano risale al periodo Laziale I A, inizio I millennio a.c., coi resti degli abitati delle località Tor Paluzzi, Castel Savello e Colle dei Cappuccini.

La presenza umana in questi siti, seppure con un certo spopolamento, continua in epoche successive, ma a partire dal periodo Laziale II B, 830-730 a.c., compaiono le tracce della capitale latina di Alba Longa.

Secondo alcuni invece sarebbe posta invece tra i comuni di Marino, Rocca di Papa ed Ariccia, sul versante est del Lago Albano, cioà sul lato opposto di Albano.

Nel territorio albanense, all'epoca sottoposto alla città di Aricia, sorsero diverse ville suburbane del patriziato romano. Gneo Pompeo Magno aveva una villa, l' Albanum Pompeii, i cui ruderi sono stati rinvenuti all'interno dell'attuale Villa Doria-Pamphilj.

Una villa appartenente a Lucio Anneo Seneca sarebbe identificabile con i ruderi rinvenuti sul crinale meridionale del Lago Albano, ai confini con il comune di Ariccia.

Tutte queste residenze, al tempo dell'imperatore Domiziano vennero riunite in un unico fondo di proprietà imperiale, l' Albanum Cesaris, all'interno del quale il sovranno fece erigere una monumentale residenza imperiale, i cui ruderi sono in buona parte contenuti nell'attuale Villa Barberini a Castel Gandolfo.

L'imperatore Settimio Severo attorno al 202 fece installare nell'attuale centro storico di Albano, ai margini della tenuta imperiale domizianea, la Legio II Parthica: nacquero così i Castra Albana, imponenti accampamenti che rimasero in funzione fino alla fine del III secolo.

Nel 326 l'imperatore Costantino I ordinò la costruzione della cattedrale albanense di San Giovanni Battista, donandole arredi sacri per un valore di 65 libbre, e varie tenute e fondi nell'Ager Albanus.


 

VILLA IMPERIALE DI POMPEO

La fastosa villa fu costruita nell'Albanum da Pompeo Magno, tra il 61 ed il 58 a.c., con il ricco bottino conquistato nella guerra mitridatica. Passò poi figlio Sesto, poi a Dolabella e quindi nel patrimonio dell'imperatore Augusto e dei suoi successori.

Se ne conserva ancora tutto il piano terra, per un'estensione di ben 340 m. x 260, su 9 ettari di superficie. Le strutture murarie mostrano quattro fasi successive per ampliamenti, abbellimenti e restauri. Il corpo centrale della villa, rivolto verso il mare, si elevava su di una platea artificiale e raggiungeva i tre piani di altezza.

Ninfei, criptoportici, e costruzioni isolate, abbellivano la villa oltre a numerose statue, decorazioni in terracotta policroma, fontane e giardini. Tra i reperti rinvenuti tra il 1700 ed il 1800, l'ara marmorea col bassorilievo delle fatiche di Ercole, oggi ai Musei capitolini, il gruppo di due centauri in marmi policromi e il Bacco barbato oggi al Museo dei Doria Pamphili. sotto cui si conservano i resti della Villa Imperiale. Altri reperti sono oggi conservati nel Museo Civico Albano.



PORTA PRETORIA DELL'ACCAMPAMENTO DELLA LEGIONE  

I resti della Porta Pretoria, realizzata in opera quadrata con parallelepipedi in peperino, sono ancora ben visibili, con una porta, di m. 36 x 14, costituita da tre fornici e due avancorpi costituiti da torri rettangolari.

La porta comprende due piani, con il fronte rivolto verso la sottostante Via Appia con elementi architettonici e statue marmoree, di cui oggi si conservano solo dei frammenti.

Anche la Porta Principale Sinistra era costituita da tre fornici e una posterula. Sono visibili ancora il fornice centrale, più largo dei due laterali e quello laterale destro con la vicina posterula, entrambi tamponati in età medievale. Anch'essa, come la cinta muraria dell'accampamento, è accuratamente costruita in opera quadrata.



TERME DI CARACALLA DI ALBANO

Realizzate in opera cementizia e rivestite da un'elegante cortina laterizia rossa, fu fatto costruire dall'imperatore Caracalla per aggraziarsi i legionari Albani in rivolta dopo l'uccisione del fratello Geta.

La pianta è quadrangolare, con torri da contrafforte agli angoli. L'edificio a tre piani di cui quello inferiore con funzione di sostruzione e adibito ad ambiente di servizio, mentre gli altri due piani comprendevano grandi aule pavimentate con marmo e mosaico e illuminate da grandi finestroni sormontati da arcate.

L'antico edificio, trasformato nel medioevo in roccaforte e successivamente occupato da civili abitazioni, oggi è stato reintegrato e ripulito quasi completamente.



ANFITEATRO SEVERIANO

Posto oltre il lato NE dei Castra Albana, fu edificato agli inizi del III sec. d.c. dalle stesse maestranze della Legione Albana. L'enorme costruzione, di forma pressoché ellittica, fu realizzata in parte scavando il banco roccioso, in parte in muratura con differenti tecniche murarie.

Dell'originario edificio rimangono il primo piano sostenuto da una trentina di fornici, parte degli ingressi trionfali e l'intera cavea col diametro maggiore di m. 113.
L'anfiteatro raggiungeva un'altezza di circa 22 m. e poteva contenere 16000 spettatori.

Nel medioevo divenne cava di materiali e cimitero cristiano. Di questa fase rimangono due oratori, uno ricavato nel III fornice e uno scavato completamente nella roccia sul lato sinistro del parapetto della cavea all'altezza dell'arena.



LA GRANDE CISTERNA

La grande cisterna dell'accampamento può senza dubbio considerarsi uno tra i più spettacolari monumenti di Albano e del mondo romano.
La cisterna fu progettata e fatta costruire dai bravissimi architetti della Legione per rifornire d'acqua sia l'accampamento che le abitazioni intorno.

La pianta è quasi rettangolare con i lati lunghi di m. 47,90 e 45,50 e quelli corti di m. 29,62 e 31,90. La cisterna è stata realizzata in parte scavando direttamente il banco roccioso e in parte in muratura. Essa è divisa in 5 navate con volta a botte sostenute da 36 pilastri, rivestita poi da intonaco impermiabile (opus signinum).

L'importanza dei Cisternoni di Albano deriva non solo dalla loro dimensione, che permette di immagazzinare più di 10.000 m3 di acqua, ma anche che, dopo duemila anni, ancora funzionano perfettamente, alimentati da condotte romane che captano le acque da sorgenti poste lungo i fianchi del cratere vulcanico del Lago Albano.



VILLA ROMANA A CAVALLACCI

La villa, tutt'ora in corso di scavo, ha restituito, oltre ad una serie di strutture murarie e di ambienti con pavimento in mosaico e in marmi policromi, anche numerosi reperti tra i quali vanno evidenziate le terracotte architettoniche e la bella testa di Tiberio Gemello.

La villa, sorta alla fine dell'età repubblicana, conobbe particolare splendore soprattutto in età tiberiana, ma continuò ad essere abitata fino al V sec. d.c.. I numerosi reperti provenienti dagli scavi, sono visibili nel Museo Civico Albano.



SEPOLCRO DETTO DEGLI ORAZI E CURIAZI

Il monumento, di cui ancora poco si sa, è molto particolare per la sua architettura che si ritrova solo nelle urne cinerarie etrusche di Volterra.

Sull'alto basamento quadrangolare, realizzato come tutto il monumento in grossi parallelepipedi di peperino, si ergevano quattro tronchi di cono sugli angoli e forse un quinto, più alto, su di una base centrale a tamburo.

Il mausoleo fu edificato in età repubblicana, prima metà del I sec. a.c. e pertanto non può essere riferito ai mitici fratelli Orazi e Curiazi. Alcuni studiosi ritengono che questo mausoleo costituisca una apposita ricostruzione della tomba di Arunte da parte dell'antica famiglia Arruntia che qui vicino aveva i suoi possedimenti.



SEPOLCRO A TEMPIETTO

Questo elegante sepolcro, di cui rimangono i muri perimetrali, è visibile in Piazza Risorgimento. 

Esso è posto sul lato sinistro della via Appia, in posizione rialzata. La pianta, quadrata, misura m. 10 di lato e le pareti, ben levigate, con evidenti fori per le grappe che sostenevano una copertina di marmo, si elevano per m. 5. All'interno della costruzione, che poggia su una elegante base modanata, vi è un blocco marmoreo che reca un'iscrizione funeraria frammentaria.



CASTRA ALBANA


Il Castrum fu costruito nel al 202 d.c. al 15° miglio dell'Appia Antica dall'Imperatore Settimio Severo per stanziarvi 6.000 uomini militari della II Legione Partica o Legione Albana.

I Castra, di cui nella figura se ne vede la ricostuzione, erano circondati da un potente muro di cinta in opera quadrata merlato in cima. 

Il castrum era rettangolare, coi lati di m. 435 x 232, con una superficie di 10 ettari. 

Ai quattro angoli erano poste torri circolari e sui lati lunghi erano disposte varie torri quadrate.


Ne restano oggi lunghi tratti di mura, alcune torri e imponenti resti monumentali di edifici, le principali porte di accesso, alcuni tratti di strada basolata e opere di urbanizzazione, nonché resti di abitazioni e magazzini. 

Sotto la Chiesa di santa Maria Rotonda, nella foto all'inizio, è conservata parte degli antichi castra. 
I reperti provenienti dagli scavi sono conservati presso il Museo Civico Albano.




SANTUARIO DI IUPPITER LATIARIS


Dopo la distruzione di Alba Longa e il predominio di Roma, si ricorda l'erezione di un grande tempio dedicato a Iuppiter Latiaris sul Mons Albanus sotto il regno di Tarquinio il Superbo


SANTUARIO GI JUPITER LATIARIS
Successivamente venne eretto il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, costruito nel 507 a.c., destinato a rimpiazzare le funzioni del santuario federale latino, spostandone il centro religioso a Roma.

Sulla cima del Mons Albanus (oggi Monte Cavo) esisteva dunque il santuario dedicato a Iuppiter Latiaris, di origini antichissime.


Lo storiografo latino del II sec. d.c., Annio Floro, narra che il luogo fu scelto da Ascanio, il fondatore di Alba Longa, e che dopo la fondazione della città vi aveva invitato i Latini per celebrare un sacrificio a Giove.


Nel santuario si celebravano ogni anno le Feriae Latinae, in cui tutte le città appartenenti alla confederazione dei popoli latini si riunivano per sacrificare al Giove Laziale un toro bianco, cui seguiva un grande banchetto in cui le carni venivano poi distribuite tra tutti i partecipanti. 

Questo rito a cui seguiva un banchetto e probabilmente degli spettacoli, serviva a scambiare le notizie tra i confederatl, a stabilire dei matrimoni utili, e comunque rinforzava l'alleanza tra i confederati.


Era dunque un culto federale di cui Alba Longa aveva assunto l'egemonia sugli altri centri della regione, tra cui doveva esserci anche la stessa Roma, ancora piccolo centro abitato.
TEMPIO DI JUPITER LATIARIS

Dell'antico santuario rimangono oggi solo alcuni filari dei blocchi che ne delimitavano il perimetro, ora perfino fuori posto, e notevoli resti della via lastricata a basolato, la via Sacra, che ne costituiva l'accesso e si staccava dalla via Appia presso l'odierna Ariccia, giungendo nel territorio dell'odierna Rocca di Papa

Il tempio sorgeva su mura arcaiche di tipo poligonale a grandi blocchi di pietra, la via Sacra, di ristrette dimensioni, corre invece per un tratto di strada molto lungo e in buono stato di conservazione.

Ai lati della Via Sacra vi era inevitabilmente un "lucus" ovvero un bosco sacro, dove in genere si ergevano edicole votive ed immagini scolpite nella roccia riguardanti in genere le antiche divinità preromane e romane del luogo.



IL LUCUS


Molti culti preromani rimasero infatti in ogni dove del suolo italico, quelle semi-divinità pagane che la Chiesa faticò tanto ad estirpare e che sopravvissero alla caduta dell'impero protraendosi fin quasi al 1500 quando la brutale repressione della Santa Inquisizione terrorizzò talmente la popolazione da far desistere a qualsiasi culto esterno alla chiesa.

VIA SACRA
La cosa curiosa è che alcuni nobili di antiche casate per lo più romane resuscitarono certe antiche immagini rendendo i propri boschi affollati di antiche sculture di tipo pagano, curiose e misteriose.

In parte rinverdirono antichi sbozzi di sculture d'epoca lontanissima, romana e addirittura preromana, in parte ne costruirono di nuove ma sempre sull'esempio pagano.

In particolare gli Orsini, che a lungo possedettero il luogo, famiglia che fornì ben 2 papi e 35 cardinali, furono appassionati di un certo culto pagano di stile misterico, detto "esoterico" che spesso si manifestò nella decorazione dei castelli ma soprattutto dei "boschi sacri". 


Gli antichi erano convinti che all'interno di un bosco, soprattutto in un bosco sacro, vivessero entità semi divine che proteggessero il luogo dai malintenzionati, divenendo però benevole a chi rispettasse il bosco e facesse loro delle offerte votive. 

Queste offerte erano per lo più incruente, in genere costituite da libagioni di latte, di vino, o da ghirlande di fiori o di fonde intrecciate. Erano le antiche ninfe, satiri e folletti dei boschi, di origine preromana ma mantenutosi per tutto il periodo dell'impero romano.

IL TORO
Ne sono un valido esempio Bomarzo e il lucus della Via Sacra. Quest'ultimo ospita massi rocciosi su cui sono scolpite in modo sbozzato alcuni immagini sia di animali che umane, è un "parco dei mostri" tipo quello di Bomarzo, anch'esso degli Orsini, da riferirsi al senso latino del Monstrum, cioè strano, che suscita grande meraviglia.

Ci si è chiesti a lungo a quale epoca e a chi fossero da attribuire queste strane sculture, e la risposta che ci sembra più plausibile è che gli Orsini, appassionati di "misteri pagani" abbiano fatto eseguire certe sculture sull'esempio pagano, magari talvolta rinverdendo alcune già esistenti nel lucus romano e preromano di Albano Laziale.


Pertanto le sculture sarebbero a nostro avviso di epoca rinascimentale, ma con vari spunti romani e preromani tratti dalla curiosità del luogo sacro, dove si snodava la Via Sacra che saliva sul monte traversando un bosco sacro e che giungeva alfine al tempio di Giove laziale.

IL LEONE E LA DONNA

LA DISSACRAZIONE

Il monte Cavo (dove sorgeva il tempio di Giove) è stato deturpato dalle antenne con grave deterioramento del paesaggio stupendo e delle tracce arcaiche del luogo. E' così che non difendiamo il nostro bellissimo patrimonio artistico e archeologico.





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1 comment:

Anonimo ha detto...

fortissimo bravo

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