ARCO DI DOLABELLA





Vasi:
"L'Arco di Dolabella trovasi, nella via dei Santi Giovanni e Paolo, ed è tutto di pietra tiburtina. Nerone si servì di esso per sostegno del suo acquedotto"

L'Arco di Dolabella e Silano, un solo fornice ad arco di travertino, sorge sulla sommità del Celio all'estremità superiore del "Clivus Scauri", vicino alla attuale chiesa di S. Maria in Domnica. L'arco è decorato con due cornici semplici, e sul suo attico, nella facciata, si legge l'iscrizione che indica al 10 d.c. la costruzione dell'arco ad opera dei consoli Publio Cornelio Dolabella e C. Iunius Silanus:
P. CORNELIVS PF DOLABELLA C. IVNIVS C.F. SILANVS Flamen MARZIALI (IS) CO (N) S (VLE) EX SC FACIVNDVM CVRAVERVNT IDEMQVE PROBAVERVNT.

L'Arco di Dolabella venne costruito nel sito che originariamente faceva parte delle Mura Serviane, le prime mura di Roma costruite ne VI sec. a.c., e all'epoca si chiamava Porta Celimontana (Caelimontana). Si trova all'incrocio tra la Via Claudia e Via San Paolo della Croce, dove l'imperatore Nerone incorporò l'arco nell'Aquedotto Claudio, denominato poi acquedotto di Nerone.
L'arco venne ricostruito nel 10 d.c.., per ordine del senato, dai consoli Cornelius Dolabella e Junius Silanus, per cui fu detto arco di Dolabella e Silano e poi, più brevemente, arco di Dolabella. Sull'attico della facciata esterna è infatti scritto: "P. Cornelius P. f. Dolabella / C. Iunius C. f. Silanus flamen Martial(is) / co(n)s(ules) / ex S(enatus) c(onsulto) / faciundum curaverunt idemque probaver(unt)"

Cioè:
"Publio Cornelio Dolabella, figlio di Publio, e Gaio Giunio Silano, figlio di Gaio, flamine di Marte, consoli, per decreto del Senato appaltarono(quest'opera) e ne fecero il collaudo".
Quindi l'arco, originariamente una delle porte delle Roma repubblicana, venne restaurato sotto Augusto e poi ancora successivamente.

STAMPA DEL 1700
L'arco, completamente edificato in travertino, a grossi blocchi rastremati tutti uguali tra loro, fu identificato poi con l'antica porta Caelimontana delle Mura Serviane, come confermano anche alcuni blocchi di tufo di Grotta Oscura situati sul lato destro dell'arco.

Si pensava quindi che l'arco fosse parte dell'Aqua Marcia. Ora, l'ipotesi di Colini, che l'arco abbia sostituito la porta Caelimontana, una delle due porte Celio nelle Mura Serviane, è ampiamente accettata (Colini 33-34, Coarelli,. Cf Porta Querquetulana).

Colini ha osservato che blocchi di Grotta Oscura tufo, tipico della Mura Serviane, sono stati collegati allo stipite nord dell'Arco di Dolabella e Silano, e ha suggerito che nel 10 d.c. questo arco ha sostituito la porta Caelimontana, che, come riferisce di Livio (35.9.2-3), sorgeva sulla sommità del Celio. Così, la "Via Caelimontana" sarebbe passata attraverso le Mura Serviane qui, per continuare all'interno della città come  "Clivus Scauri".

PARTE ANTERIORE DELL'ARCO
In realtà solo recentemente si è stabilito, delle due porte che si aprivano nelle mura serviane sul lato orientale del colle Celio, che la Porta Caelimontana era quella più occidentale, mentre la Porta Querquetulana era quella orientale. E' Livio che cita per la prima volta la porta Caelimontana (XXXV, 9) per riferire di un fulmine che la colpì nel 193 a.c.

Fino a pochi anni fa, infatti, si sosteneva l’esatto contrario, visto che entrambe le porte derivavano il loro nome da quello del colle su cui si trovavano. Querquetulum (coperto di boschi di querce) era infatti l’antica denominazione di quello che solo successivamente venne chiamato Caelius; si poteva pertanto supporre che le due porte fossero state aperte in tempi successivi, prima la Querquetulana e poi, quando ormai le querce non c’erano più, la Caelimontana. Quella che resta è la porta più occidentale, trasformata in arco di Dolabella e Silano, con blocchi risalenti all’inizio del IV sec., quindi delle prime mura repubblicane, per cui si credette essere la Querquetulana.

STAMPA DEL 1700 RAFFIGURANTE LA PARTE ANTERIORE
Oggi si pone la Querquetulana verso est, all’interno del perimetro dell’ospedale di San Giovanni, dove la via dei Santi Quattro incrocia la via di S. Stefano Rotondo, e la Caelimontana più a ovest, all’inizio di via San Paolo della Croce, sul tracciato dell’antico clivus Scauri. Questa correzione del posizionamento delle due porte è dovuta al fatto di ritenere quella del IV sec. la cinta muraria più antica del colle. La porta Querquetulana, infatti, come anche la Viminale, l’Esquilina e la Collina, risale ad un periodo molto antico, circa un paio di secoli precedente a quello della costruzione delle mura serviane.

Sembra infatti che le quattro porte originarie risalissero all'ampliamento della città operato dal re Servio Tullio, che comprese nel territorio dell'Urbe, tra gli iniziali sette colli, anche il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino e il Querquetulanus. Della stessa epoca erano le mura di 1.300 m. che andavano dalla Porta Collina all’Esquilina.

PARTE POSTERIORE DELL'ARCO
Poichè inoltre il loro nome derivava da quello del colle cui davano accesso, la Querquetulana e la Caelimontana non possono essere contemporanee, nè c'è prova di un ampliamento, nell’area del Celio, delle mura serviane rispetto a quelle precedenti.

Non ci sono notizie per la porta Querquetulana, mentre della Caelimontana si sa che venne restaurata, come molte altre porte della cinta serviana, in epoca augustea. L’attuale arco di travertino sostituì nel 10 d.c. la vecchia porta in blocchi di tufo, ancora in parte visibili sulla destra, a seguito di una ricostruzione, come si legge sulla lapide posta sull’attico dell’arco.

Un'iscrizione del 2 d.c., con la stessa formula e il contenuto di quello della Arco di Dolabella e Silano, ha segnato l' "Arcus Lentuli et Crispini". La somiglianza di questi due monumenti potrebbe indicare un rinnovamento in era augustea delle Mura Serviane dal Tevere al Celio (Coarelli 1988). Sotto Nerone, l'Arco di Dolabella e Silano è stato incorporato nell'Aqua Claudia.

Dal I sec. a.c. Roma divenne così potente che non ebbe più nemici da temere, per cui le sue mura, con le sue porte, furono in gran parte dimesse, o demolite, o usate per gli acquedotti, o come muri portanti di altre costruzioni.

Nel 211 d.c., durante i lavori di restauro realizzati per volere di Settimio Severo e di Caracalla all'Acquedotto Neroniano, un ramo secondario dell' Acquedotto Claudio, l'arco venne utilizzato per sostenerne le grandi arcate che tuttora lo sovrastano.

STAMPA DEL 1817 RAFFIGURANTE LA PARTE POSTERIORE
Secondo una leggenda del XVIII sec. la finestrella sovrapposta all'arco nasconde un piccolo locale con due stanzette e colonne di supporto in cui visse dal 1209 fino all'anno della sua morte, nel 1213, S.Giovanni de Matha, fondatore dell'Ordine dei Trinitari, che avevano la missione di curare gli schiavi riscattati. Per questo motivo l'Ordine ricevette in dono da papa Innocenzo III i locali di un antico monastero benedettino di S.Tommaso in formis. A destra dell'arco c'è un'edicola con mosaici medievali.

Roma è una città che nei secoli non ha mai avuto discariche, bensì ha edificato sopra agli edifici vecchi e molto spesso ha semplicemente riempito di detriti l'antico usandolo come fondamenta del nuovo.

L'arco di Dolabella, che era in origine alto m 6,5, a causa del sollevamento del manto stradale che ha coperto gli strati sottostanti nelle varie epoche, ha fatto si che l'arco odierno sia alto solo m 4,5, il che significa che c'è un interramento della base dell'arco di ben due metri. Nei pressi sono state rinvenute infatti diverse domus romane attualmente visitabili. Roma è ancora tutta da scoprire.


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