CULTO DEI PENATI




"Penati sunt omnes dii qui domi coluntur" I Penati sono tutti gli Dei che sono venerati in casa.

Nel più antico culto domestico dei Romani i Penati erano gli spiriti tutelari dei viveri di riserva della famiglia e del loro ripostiglio; in seguito tutte le divinità protettrici della famiglia, con culto simile a quello dei Lari. I Penati erano dunque gli Spiriti Protettori di una famiglia e della sua casa (Penati familiari o minori), nonchè gli Spiriti protettori dello Stato (Penati pubblici o maggiori) e  furono venerati, insieme con Vesta, fino al termine del paganesimo, quando Teodosio, nel 302 d.c., ne vietò il culto pena la perdita dei beni, l'esilio o la morte.

Finché la vita romana si svolse nella capanna o nell'umile abitazione, i Penati furono venerati insieme con Vesta e con i Lari; e anche quando l'architettura civile si sviluppò, l'atrio, l'ingresso con impluvium e compluvium, restò sempre collegato ai Penati, perfino nella casa di Augusto, così come ad essi rimase sempre dedicata la cucina. Il nome deriva infatti dal latino "Penus" cioè "tutto ciò di cui gli uomini si nutrono". I Penati risiedevano infatti nel Penitus, la parte più interna della casa, dove si teneva il cibo. Erano gli Dei della sopravvivenza legata alle scorte di cibo.

Nella vita quotidiana dei Romani il culto casalingo è dimostrato da testimonianze letterarie e documentazione archeologica; ma mancandone una conoscenza approfondita si è definita ogni espressione religiosa all’interno della domus come attinente ai Lari, così tutti gli atti del culto domestico sono stati definiti col termine di lararium, mutuato da alcuni passi degli Scriptores Historiae Augustae.
Pertanto poco sappiamo dello spazio riservato ai Penati, a Vesta e pure alla Madre Terra, che sovente nei larari di Pompei viene raffigurata come si conveniva in forma di serpente ai piedi della scena.



I PENATI FAMILIARI

Ogni famiglia aveva i propri Penati, o antenati, i quali venivano trasmessi in eredità insieme ai beni patrimoniali. Probabilmnte originariamente erano le effigi dei capostipiti, poi immagini stereotipe di divinità gentilizie. Questi piccoli Dei del focolare domestico erano venerati, con i Lari, in tutte le case, rappresentati come divinità sedute.

Al loro culto provvedeva il pater familias, magari con l'aiuto di un o schiavo che puliva l'edicola, o la nicchia che fungeva da larario, o la piccola ara, o un semplice tavolino, eseguendo una preghiera con un rituale estremamente semplice che poteva avere, a discrezione, cadenza quotidiana o occasionale.

Il culto ai Penati era simile a quello prestato ai Lari. A parte la facoltativa preghiera mattutina, ad ogni pasto veniva loro offerto del sale, l'elemento che purifica e conserva i cibi, e di farro, il primo cereale che i Romani abbiano coltivato.

Nel luogo di culto dei Penati familiari c'erano anche i Lari (dal latino lar(es), "focolare", derivato dall'etrusco lar, "padre"), quindi di derivazione etrusca, che rappresentavano gli spiriti protettori degli antenati defunti i quali, unitamente ai Penati, di derivazione latina, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale.

Varrone fa risalire Lares a un’origine sabina, mentre Valerio Massimo la ritiene parola etrusca equivalente all’¥nax greco. Nel Carmen Fratrum Arvalium, collegio sacerdotale dei Fratres Arvales, o Fratelli Arvali, arcaico inno di purificazione dei campi in maggio, si invocava la protezione di Marte e dei Lari, chiamati però Lases.

ENEA

"Coraggio, dunque, caro padre, attaccati al mio collo; io ti reggerò sulle spalle; questa fatica non sarà pesante per me. Dovunque ci conduca il destino, unico e comune ad entrambi sarà il pericolo, unica la salvezza. Che gli dei acconsentano che il piccolo Iulo mi faccia da compagno e, un poco discosta, mia moglie segua i miei passi. Servitori, fate attenzione alle mie parole: all’uscita della città si trovano un colle ed un antico tempio di Cerere, ormai abbandonato; vicino ad essi, un vecchissimo cipresso che la devozione dei nostri avi ha conservato per molti anni: in quest’unico luogo, arrivando da direzioni diverse, ci ritroveremo. Padre mio, che siano le tue mani a portare i sacri arredi e i Penati protettori della nostra patria; a me, appena uscito da una battaglia ed una strage così feroci, non è concesso toccarli, finché non mi sarò lavato ad una sorgente d’acqua viva."

Così dice Enea, nell'Eneide di Virgilio, a suo padre mentre cerca di portare la famiglia in salvo da Troia. Egli affida al genitore la cura dei Penati, i protettori di Troia, che egli non può toccare perchè mani impure non possono avere contatto con le statue sacre. Enea ha ucciso, si è macchiato del sangue dei suoi nemici e ciò gli dà gloria, però per altri versi ciò lo rende impuro. E' evidente che qui si mescolano l'antichissimo divieto di uccidere per il principio che tutti gli uomini sono figli della Grande Madre, col principio della difesa della terra degli avi, la patria che rende eroi chi lo fa. C'è però un compromesso, si possono uccidere i nemici ma bisogna poi purificarsi con acqua e ritualità, una specie di richiesta di perdono agli Dei.


I PENATI PUBBLICI

Successivamente, con lo sviluppo di Roma, si costituirono i Penati per tutelare la vita dello Stato. I Penati pubblici furono venerati nel tempio di Vesta nel Foro, entro cui era riservato un Penus, dove erano conservate le offerte libatorie, che una volta all'anno, nell'apposita festa, veniva solennemente purificato e rinnovato e dove nessuno, a parte il pontefice massimo e le vestali, poteva entrare.

ENEA SACRIFICANTE AI PENATI (Ara Pacis)
I consoli, nell'assumere o nel rimettere la propria carica, erano obbligati a celebrare un sacrificio in un famoso santuario di Lavinium in onore dei Penati pubblici. Il culto dei Penati pubblici era ancora connesso a quello di Vesta.

I magistrati della città prestavano giuramento in faccia ai Penati pubblici.

Per i Penati della famiglia di Enea c'era anche un culto pubblico, furono identificati come Penati di Roma, per il fatto che Roma veniva fatta ricondurre alla stirpe eneade. Per queste divinità esisteva un tempio sul Palatino, dove venivano rappresentati come due giovani seduti.

Gneo Nevio Bellum Poenicum I
"Poiché gli uccelli scorse Anchise nel ciclo,
sull'ara dei Penati si dispongono in ordine gli oggetti sacri;
immolava una vittima bella coperta d'oro
."

I Penati pubblici erano a tutela della vita dello stato, venerati prima nel tempio di Vesta, la Dea delle origini, sintesi del culto di tutti i focolari privati, poi sulla Velia in un tempio proprio, restaurato da Augusto, dove, come narra Dionisio di Alicarnasso, erano raffigurati come due giovani seduti e armati di lancia. Questo tempio è certamente quello raffigurato nel rilievo di Enea nell'Ara Pacis.

La leggenda delle origini troiane del popolo romano fece risalire i Penati di Roma e di alcune città latine agli dei tutelari di Troia, per cui Enea portò con sé i Penati (Virgilio, Eneide libro II), che gli indicarono la via verso l'Italia, e ai quali egli istituì pubblico culto in Lavinio.

Secondo la leggenda quando Ascanio, fondata Alba Longa, vi trasferì da Lavinio i Penati, questi per ben due volte abbandonarono la nuova sede e ritornarono nottetempo a Lavinio.

Perciò il culto dei Penati di Lavinio storica offuscò quello di Alba, la città madre della confederazione latina, da cui, dopo la distruzione, i Penati sarebbero stati trasportati in Roma.

I Penati erano raffigurati come due guerrieri seduti, lancia in pugno, in origine contenuti in giare che restarono a lungo a Lavinio. Venivano a volte identificati con i Dioscuri e i Cabiri. Per queste divinità esisteva un tempio sul Palatino, dove venivano rappresentati appunto come due giovani seduti.
Il culto degli antichi Penati, unitamente a quello dei Lari, già nei riti di Roma arcaica, erano un punto di riferimento che dava continuità e protezione alla familia di appartenenza.

Essi rappresentano la continuità del tempo nello spazio, le generazioni che si susseguono nella casa degli avi, insomma la continuità della vita che si perpetua con vita e morte, in un'unica energia che i popoli più antichi riconoscevano istintivamente, ma che nel tempo, a causa del distacco progressivo tra istinto e mente, si perde via via fino a sparire.

Dionigi d Alicarnasso fa menzione di un tempio a Roma presso il foro ove erano state poste le immagini dei Penati Troiani che ciascuno poteva liberamente vedere ed ove leggevasi l'iscrizione DENAs che significa Penati.





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