CORA - CORI (Lazio)



LE ANTICHITA' DI CORA -
RACCOLTA DI INCISIONI SUI MONUMENTI DI CORA FATTI DAL PIRANESI
Nel Lazio, a circa 70 chilometri da Roma, si trova la suggestiva Cori abitata da poco più di 11 mila persone. Si tratta dell’antica città di Cora le cui origini risalgono al XIII secolo a.c. A Cori si erano sistemati i Volsci che avevano fatto parte della Lega Latina che si era opposta, sotto la guida di Anco Publicio di Cora, all’espansione di Roma.

Secondo una leggenda Cora sarebbe stata fondata dal troiano Dardano (che però venne sgozzato da Achille a Troia), un'altra mitologia racconta che il paese sarebbe stato costruito da un re di Alba Longa (ma non si sa quale), un'altra invece che il suo fondatore fu Enea. In un'altra leggenda, dopo che il paese fu distrutto (non si sa da chi), Corace, un reduce della guerra di Troia (attorno al 1250 a.c.), sarebbe approdato sui suoi resti dello stesso e lo avrebbe ricostruito, dandogli il suo nome. Ma il nome potrebbe derivare in realtà dal latino arcaico (prima del 75 a.c.)  Corax (Corvo), inteso come animale totemico.
Cora compare per la prima volta nelle fonti storiche al tempo di Tullo Ostilio (VII secolo a.c.), il terzo re di Roma, quando il corano Anco Publicio fu nominato dictator della lega Latina.

"Roma nondimeno crebbe delle rovine d' Alba, facendo di due popoli un popol solo, e tenendo aperte le vie a nuovi abitatori. II disprezzo però de' vicini era si grande, che alcuni mercatanti Romani, 
recatisi nel paese Sabino per le ferie della Dea Feronia, vi furono arrestati in pien mercato. Quest'oltraggio fu quindi motivo o pretesto di nuova guerra, la qual terminò colla restituzione scambievole dei prigionieri ed una indennità in danaro. 

L'ullio, rianimato da queste imprese, e fatto dovizioso per le ricchezze che trasse dalle spoglie d' Alba intima alle trenta colonie, per I' innanzi dipendenti da quella città, di riconoscer Roma per metropoli, adducendo per ragione, che vinti una volta gli Albani ad essa sola si appartenevano i diritti del popolo conquistato. 


Reclamarono quelle libere città I'assistenza de' confederati Latini, che avendo convocato un pubblico concilio in Ferentino, deliberarono concordemente non doversi riconoscere il dominio di Roma. Anco Publicio di Cora e Spurio Vecilio di Lavinio, furono da quell' istante creati Dittatori, con assoluto potere di trattar la guerra o la pace. La guerra ebbe realmente effetto, e durò pel corso di cinque anni: ma in vigor dei prischi costumi fu fatta all' antica maniera senza rovine e stragi nè con molto spargimento di sangue. 

Ammetteva il diritto delle genti, allora dominante, la massima singolare, che i trattati fatti con un Re non obbligassero verso il di lui successore: quindi coloro che per le vicende della guerra erano stati un tempo sottomessi, si credevano di piena ragione liberi in un altro. Perciò i Latini avendo commesse sotto Anco Marzio le prime ostilità, fieramente risposero ai Legati Romani di non aver 
patti col muovo Re, nè d'esser tenuti a riconoscere I' imperio di lui. 

Si fidavano que' popoli nell' indolenza d' Anco; ma egli, postosi inaspettatamente alla testa de' suoi, si mosse, prese d' assalto Politorio, e ne trasportò in Roma gli abitanti, innanzi che potessero trovar difesa nella lega Latina. Continuò la guerra per piü anni con varia fortuna: in fine Tellene e Picana furono espugnate e Politorio, vinto per la seconda volta, fu arso e distrutto. Tante città e borgate 
soggette, mal soffrendo il nuovo giogo, spesso si ribellavano, sebbene anco i popoli cofinanti, per appagar l'odio proprio, ora accendessero gli animi de' sollevati ed or depredassero i campi romani. 

Con egual disegno i bellicosi Volsci si mossero per la prima volta a danno di Roma; ma questa, che all' ira de' vicini dovette quasi unicamente la militar virtù, e la costanza de' suoi principi, ampliava 
ognora più il territorio e i confini. Quindi avendo tolta ai Vejenti la selva Mesia lungo la maremma del Tirreno estese il suo dominio sino al mare, e fondò alla foce del Tevere la città d' Ostia, primo stabilimento marittimo de' Romani."

(Giuseppe Micali - L'Italia avanti il dominio dei Romani)


La Lega venne sconfitta nel 642 a.c. da Tullo Ostilio, il III Re di Roma (672 – 640 a.c.) che concesse a Cora la condizione di città federata, cioè di città alleata, un privilegio rimasto inalterato fino alla riforma amministrativa complessiva intrapresa a Roma dopo la guerra civile.

IL PONTE ROMANO

ANTONIO NIBBY

I Corani rimasero in quiete fino all' anno di' Roma 251 , nel quale, al dire di Livio lib. a.c. 10 passarono nel partito degli Aurunci: "Eodem anno duae coloniae Latinae Pometia , et Cora ad Àuruncos deficiunt" etc. Pomezia fu dai Romani distrutta, ma nulla da Livio si aggiunge di Cora, segno evidente che rimase impunita. Anzi poco dopo, ancorchè si concluse la Lega generale contro i Romani per ristabilire i Tarquinii sul trono, essi vi presero parte cogli altri popoli, come Dionigi stesso afferma nel lib.V pag.326.

Non giunsero però, come neppur gli altri Volsci, in tempo per soccorrere i latini alla battaglia del lago Regillo, siccome si trae da Livio al capo del secondo libro; e dopo che i Latini ebbero conchiusa la pace co' Romani, i Volsci, nella cui lega entravano i Corani, diedero ai Romani 300 ostaggi da Cora, e da Pomezia in pegno della loro fedeltà.

Dopo questo fino all' altra lega generale del Lazio contro Roma, nulla si conosce di Cora; però probabile, che questa città vi prendesse parte, e che siccome non fu di quelle, che più accanite si mostrarono ai Romani, perciò non si fa di essa particolare menzione.

Quella lega fu l'ultimo sforzo del Lazio, e dopo le tre disfatte, che i Latini riceverono, la prima non lungi dalle falde del Vesuvio, l' altra presso Pedo, e la terza sulla Stura, vennero forzati a sottomettersi alle condizioni, che al Senato piacque loro d' imporre. Da quel momento i Corani si mostrarono sempre fedeli ai Romani; nella famosa guerra Annibalica conosciuta sotto il nome di seconda guerra punica Silio ( libro r Ill. v. 377. ) ci mostra Cora, come una delle città, che mandarono il loro contingente ai Romani, e che ebbe parte insieme con loro nella famosa giornata di Canne:
"At quo ipsius mensis seposta Lyaei 
Setia, et e celebri miserunt valle Velitrae, 
Quos Cora, quos spumans immiti Sign:a musto".

Cora svolse poi un ruolo importante anche nel corso delle guerre puniche e venne coinvolta nel conflitto tra Mario e Silla. Nel I sec. a.c. ottenne la cittadinanza romana con l’elevazione della cittadina a Municipium. 

(Antonio Nibby)

All'inizio del I secolo a.c. con l'acquisizione della cittadinanza romana e l'erezione a municipium Cora venne attribuita alla tribù Papiria. Successivamente fu coinvolta nella guerra tra Mario e Silla (90-88 a.c.). Cori mantenne una larga autonomia politica ed amministrativa come città alleata di Roma, tanto che si fregiava dell'acronimo SPQC.

MURA CICLOPICHE DI CORI

LE MURA

Tra i resti archeologici di maggiore antichità vanno annoverate le mura urbane, che con un circuito di circa 2 km racchiudono un'area di quasi 22 ettari, e i principali terrazzamenti interni, tra i quali quello del foro (odierna via delle Colonne), realizzati in opera poligonale di I maniera e databili nella seconda metà del VI secolo a.c.

Le aggiunte e i restauri in opera poligonale di III maniera o in blocchi squadrati di tufo, che interessano il circuito murario, sono invece generalmente assegnati ad età medio-repubblicana, quando vennero aggiunte anche molte terrazze interne.

Nello stesso orizzonte cronologico va collocato il Ponte della Catena, che permetteva il superamento del Fosso del Formale, in direzione della città di Norba; sulle due spalle in opera poligonale di IV maniera si appoggia un arco a tutto sesto di tufo che presenta ben tre ghiere sovrapposte a conci sfalsati.

TEMPIO COSIDDETTO DI ERCOLE

IL TEMPIO COSIDDETTO DI ERCOLE

Nella parte più alta della città, l’Acropoli, si trova il Tempio di Ercole, risalente al I sec. a.c. Di stile dorico, cioè del più antico degli ordini architettonici greci, ma di cui invece è ignota la divinità anche se attribuita ad Ercole, e che tanta ammirazione ha suscitato in artisti, architetti e viaggiatori fin dal primo Rinascimento.

Il tempietto dorico, tetrastilo, su podio, dichiarato monumento nazionale con regio decreto n. 359 del 24 luglio 1898, conserva ancora intatti il pronao e il bel portale della cella con iscrizione dedicatoria.
Il Tempio offre una splendida veduta sull’intera vallata di Cori.


ANTONIO NIBBY

"Cora si può dire separata in due città alta, e bassa, che il volgo di questo luogo appella Cora 
a monte, e Cora a valle.. Queste due parti di Cora equivalgono alla antica città, cd alla cittadella, e sono fra loro divise da un oliveto. Le rovine descritte esistono nella città propriamente detta. Salendo verso la cittadella si trova un altro gran pezzo di muro di pietre poligone, che forma tre angoli, o risalti a guisa di bastioni, e di torri. 

Sull'alto poi della cittadella nel luogo dove esiste la Chiesa di S. Pietro, che è anche essa edificata sopra sostruzioni di mura nel luogo dove esiste la Chiesa di S. Pietro, che è anche essa edificata sopra sostruzioni di mura, uno degli avanzi a massi poligoni più belli che esistano nel Lazio, e si gode una veduta assai vasta delle Paludi Pontine, da Civita Lavinia fino al mare presso Terracina.

TEMPIO COSIDDETTO DI ERCOLE
L' avanzo del quale io tratto è il famoso Tempio di Ercole, che può considerarsi come un modello dell' ordine dorico della quarta epoca, del quale tanta stima faceva Raffaello, che ne fece un disegno 
che insieme con altri esisteva nel museo del celebre Barone di Stosch. Ciò che rosta di questo tempio sono otto colonne, quattro che formavano la fronte, e due per parte ne' fianchi tutte di ordine dorico, scanalate dal terzo in su, di pietra calcarea simile al travertino, e coperte di stucco.

Queste colonne sostengono ancora il frontespizio ed hanno tre palmi, e un quarto di diametro ai 
piedi, e due palmi e otto once in cima; esse sono alte sette diametri non compresa la base, il capitello , ed hanno di altezza totale dieci palmi, e dieci once. Posano sopra la base, cosa che non si osserva generalmente nel dorico antico greco, ed il capitello molto si accosta al capitello toscano, onde Raffaello le giudicò di ordine toscano. Dal punto centrale di una colonna fino al centro dell' altra vi sono dieci palmi, onde il loro intercolumnio è di circa due diametri.

Queste colonne servivano di pronao al tempio; sulla porta della cella, che oggi è murata, e di cui gli stipiti sono di marmo bianco, si legge in due righe la seguente iscrizione:

M • MANLIUS M S V L • TVRPILIVS • L F • DUOMVIRES • DE SENATUS SENTENTIA • AEDEM • FACIENDAM •  COERAVERUNT • EISDEMQUE • PEOSAVERE

Questi Duomviri sono da WinKelmann nelle osservazioni sull' Architettura degli Antichi, pag. 52. 
e seg. ( Storia delle Arti Tom. III. Ediz. Rom. ) definitivamente stabiliti come contemporanei di Tiberio, onde assai strana riesca la ortografia delle parole DUOMVIRES, COERAVERVNT, EISOEMQVE invece di DUUMVIRI, CVRAVERVNT , IIDEMQVE ,  che potrebbe far credere questo edificio molto più antico.

PIRANESI - TEMPIO DI ERCOLE
E' da notarsi inoltre, che Livio nel c. XII del IV libro asserisce che dopo il supplicio di M. Marco Capitolino, la gens Manlia asserì che nessuno più prendesse il prenome di Marco:
- Adjectae mortuo notae sunt: publica una... gentilitia altera, quod gentis Manliae decreto cautum 
est, ne quis deinde Marcus Manlius vocaretur - 
quindi conviene credere che a' tempi di Tiberio questa legge di famiglia fosse ita in disuso, poichè troviamo in questa iscrizione un M. Manlio. 

Finalmente, che questo Tempio appartenga ad Ercole lo mostra chiaramente una iscrizione ivi trovata e riportata dal Volpi nel suo Lazio Tora. IV pag. 140, la quale diceva : 
HERCVLI • SACRVM 

Nella Chiesa di S. Pietro addossata a questo tempio, si conserva una bella ara quadrata, decorata ai quattro angoli di teste di ariete, ed ornata egualmente nelle quattro facce con festoni, e figura del Sole in mezzo, lavoro de tempi migliori dell' arte, e probabilmente contemporaneo alla edificazione del Tempio. "

(Antonio Nibby)

Proprio a causa di questa ara si è supposto che il suddetto tempio non fosse dedicato ad Ercole ma bensì al Sol Invictus o ad Elios. Del resto la testa di ariete era sacra al sole.

TEMPIO DI CASTORE E POLLUCE

IL TEMPIO DI CASTORE E POLLUCE

Ma ai Dioscuri è dedicato il maggiore dei santuari cittadini di Cora, presso la chiesa di S. Salvatore, nel foro dell’antica Cora ci sono infatti i resti del Tempio di Castore e Polluce risalenti ugualmente al I sec. a.c., tempio che si sovrappone a un santuario del V sec. a.c. ed ha favorito la nascita di un tempio corinzio (stile greco adattato a Roma). 


ANTONIO NIBBY

"Da S. Maria si possono passare a vedere gli avanzi del Tempio di Castore , e Polluce esistenti 
presso la Chiesa di S, Salvatore, edificio de' secoli bassi come la sua costruzione di opera saracinesca lo mostra.

Il Tempio di Castore però è uno de' più belli avanzi, che ancora ci restino dell'antichità. Che esso fosse dedicato a Castore, e Polluce l'iscrizione, che ancora si legge sul fregio e sull'architrave, il dimostra : 
• • • • CASTORI . POLLVCI DEC • S • OC... 
• CALVIVS •

cioè Templurn Castori Polluct Decurtonum sententia aciundum curavit Marcus Calvius Marci filius 
Publii Nepos.

Questo M. Calvio era contemporaneo di Claudio, ed in conseguenza a quella epoca appartiene il Tempio.

Una iscrizione già esistente presso il Tempio di Ercole serve di testimonio alla mia asserzione : 
M CALVIVS • M • F • PAP • PRISCI 
ADLECTVS • IN • OROINEM • SENATORIVX 
A • TI • CLAVDIO • CAESARE • AVG • GERMANICO
D. S. P. F. 

Di questo edificio rimangono ancora tre colonne scanalate di ordine corintio, intere, ed una 
rovinata de' capitelli uno è intero; l' altro manca di un corno ed il terzo è segato. Queste tre 
colonne, che venivano a formare un angolo del tempio stesso, come le tre di Giove Tonante sul clivo Capitolino in Roma, sono di buona proporzione, hanno uno stucco assai fino che le ricopre, e 
poggiano sopra un basamento di travertino, o pietra calcarea. della quale sono esse stesse formate." 

(Antonio Nibby)



TEMPIO DELLA MATER MATUTA

La Mater Matuta è una Dea italica preromana e non proveniente dalla Grecia, anche se poi vi fu un assimilazione con la Leucotea ellenica. La Mater Matuta è la manifestazione della Dea Natura, anticamente c'era la Mamma Mammosa, detta anche Mammona, e la Mater Matuta, di cui la prima era la parte invisibile della Dea, e di cui la seconda, la terra, era la parte visibile. 

Nella destituzione patriarcale della Grande Madre, Mammona decadde e nel Nuovo Testamento diventò il diavolo. Successivamente, quando il cristianesimo proibì i culti pagani, gli autori parlarono di Natura Naturans e Natura Naturata, era la stessa cosa detta in modo più ermetico.
Poichè il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la Grande Madre è connessa al ciclo di morte-rinascita.

CHIESA DI SANTA OLIVA CON LE COLONNE DEL TEMPIO DI GIANO

TEMPIO DELLA DEA MENS - O DI GIANO

Si suppone fosse venerata nel tempio anonimo sotto la chiesa dedicata a Santa Oliva, patrona fin dal medioevo di Cori, secondo A. Nitty. In base ad una iscrizione, che era affissa sulla facciata della chiesa, alcuni storici hanno affermato che in questo luogo esisteva un edificio di culto cristiano già dal II secolo, costruito sui resti di un tempio romano dedicato però a Giano. 

L’analisi archeologica ha confermato che effettivamente la struttura della chiesa insiste su un edificio romano. All'interno della Chiesa di Sant'Oliva, sul lato destro, sono visibili parte delle colonne di quello che erano dell'antico tempio devastato e reimpiegato solo a pezzi, con colonne più alte e più basse, con base e senza base con capitelli utilizzati altrove o distrutti.



TEMPIO DELLA FORTUNA OBSEQUENS

Letteralmente la fortuna che segue, che in genere era invocata in una determinata occasione per una determinata impresa. Di questo tempio purtroppo, come per tanti altri templi di Cora nulla è rimasto a causa della distruttività cristiana degli edifici di culto pagani.



TEMPIO DELLA CONCORDIA

La concordia riguardava l'ordine a l'armonia del popolo, soprattutto rispetto ai problemi tra patrizi e plebei.

STAMPA DELL'ANTICA STATUA DEL TEMPIO DI MINERVA A CORI

TEMPIO DI MINERVA 

della quale è stata rinvenuta, alla fine del Cinquecento, una preziosa statua in porfido, oggi a Roma, in piazza del Campidoglio, nella nicchia centrale del Palazzo Senatorio.

Infine, tra i monumenti pubblici più rilevanti per l'età tardo repubblicana, che vede Cora attivamente partecipe a quella fase di intensa attività edilizia che caratterizza tutte le città italiche, va segnalato l'imponente edificio di sostruzione in opera incerta, che sorregge l'odierna piazza Pozzo Dorico.
Esso si articola in sette ambienti voltati a botte, di cui tre adibiti a cisterna e quattro di ignota destinazione; di questi ultimi, tutti affacciati sull’attuale via Ninfina e separati dal banco roccioso retrostante mediante una stretta intercapedine, due conservano ancora le tracce di una fontana e di una vasca.

Altre due località da visitare sono il Ponte romano della Catena ( I sec a.c.) che permetteva di attraversare il ‘Fosso della Catena’ localizzata vicino alla porta Ninfina e il Pozzodorico, una grande cisterna sistemata su un edificio romano del II sec. Buona parte di Cori è poi circondata dalle mura ciclopiche di circa 2 km.

MUSEO DI CORI

REPERTI ARCHEOLOGICI

Nel Museo storico della città vi sono i resti di un tempio romano (IV-II sec. a.c.).
Le principali evidenze archeologiche oggetto di studio, tutte inglobate in epoca medievale, sono tre tratti di sostruzioni piene di edilizia pubblica romana in opera quadrata di tufo, in opus incertum e in opera poligonale, che regolarizzano, in fasi successive e a più livelli, il versante sud-occidentale del colle, in particolare sostengono e delimitano un asse viario di fondamentale importanza per il collegamento tra la città alta e quella bassa, una strada che, originata alla Porta Ninfina, raccorda le principali aree sacre della città.

Le strutture si inseriscono, per cronologia, tecnica muraria e dislocazione topografica, tra la seconda (IV-III a.c.) e l’ultima fase edilizia (primo decennio del I secolo a.c.) del tempio dei Dioscuri. Con l’arrivo della piena età medievale, l’area venne completamente distrutta e depredata per dar luogo a nuovi edifici e chiese.


SCOPERTI I RESTI DI UNA BASILICA CIVILE DI CORA ROMANA

Nelle cantine di Palazzetto Carpineti, in via delle Colonne, nel centro storico di Cori valle sono stati rinvenuti i resti di quella che potrebbe essere una basica civile all’interno del Foro dell’antica Cora. Ha parlato del ritrovamento il professor Domenico Palombi, docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma e Direttore Scientifico del Museo di Cori. Palombi ha parlato di impronte di basi di colonne, di una pavimentazione “a stuoia” e di un’iscrizione commemorativa dedicata alla Gens Curtia. 

Sulla base del diametro delle impronte delle colonne si è ricostruita la loro massima altezza (9 m comprensiva di capitello), identica a quelle superstiti del vicino tempio dei Dioscuri, tanto da ipotizzare un unico progetto urbanistico per i due edifici. 

Altri elementi hanno permesso di comprendere meglio l’articolazione dello spazio interno e formulare ipotesi ricostruttive per la facciata, confrontabile con la basilica di Fano e con quella Vitruviana. Ulteriori conferme all’indagine in corso verranno da un puntuale sondaggio archeologico da effettuare nei prossimi mesi. 





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