LA BATTAGLIA DI ALESIA





Plutarco (Vita di Cesare):
"Pur non avendo combattuto in Gallia nemmeno dieci anni, Cesare conquistò a forza più di ottocento città, assoggettò trecento popoli, si schierò in tempi diversi contro tre milioni di uomini, ne uccise un milione e altrettanti ne fece prigionieri"

La battaglia di Alesia fu una delle più gloriose battaglie di Cesare ma pure un capolavoro di strategia militare, uno dei più grandi di tutti i tempi, che fece risaltare al massimo le grandi capacità di comando di Cesare, che univa la genialità delle idee idee al sangue freddo, al coraggio e al carisma con cui si conquistava l'animo dei soldati anche nei momenti più difficili delle battaglie.

Siamo nell'anno 52 a.c. nel territorio delle tribù dei Mandubi, nella Gallia transalpina, tra l'esercito di Gaio Giulio Cesare e le tribù galliche di Vercingetorige, capo degli Arverni.

Questi, come tutti i capi galli, era un uomo di grande coraggio, oltre ad essere custode di un famoso sito druidico, centro sacro e meta di pellegrinaggio da parte delle tante tribù galliche, come poteva essere un tempo la Lega Latina.

Vercingetorige aveva a sua volta un grande ascendente sui galli, cosa non facile in quelle tribù dove continuamente ci si batteva per conquistare il potere della tribù e del villaggio, dove mancava totalmente una legge e una disciplina.

Alesia fu l'ultimo atto nella guerra tra Galli e Romani, le rivolte che seguirono furono piccole ribellioni facilmente domabili nell'anno successivo, ma il METUS GALLICUS, popolava di incubi il popolo romano memore del sacco di Roma del 390 a.c. da parte dei Galli Senoni guidati da Brenno, nonchè dei numerosi saccheggi operati sovente nel suolo italico del centro-nord.

I GALLI

I GALLI

« Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. », esordisce Cesare nel De Bello Gallico « Tutta la Gallia è divisa in tre parti: una è abitata dai Belgi, un'altra dagli Aquitani, la terza da quelli che nella loro lingua si chiamano Celti e nella nostra Galli. ».

Galli (da Galati) era infatti il nome con cui i Romani chiamavano i Celti che abitavano la regione della Gallia, corrispondente grosso modo ai territori attuali di Francia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi, Germania lungo la riva occidentale del Reno e comprendente, in epoca repubblicana, anche la maggior parte dell'Italia settentrionale a nord del fiume Esino, denominata pure Gallia cisalpina,

Sui costumi dei galli c'è molta confusione perchè da un lato si parla di un popolo con tradizioni da romanticismo tedesco, coi Fuochi di Beltane e le druidesse, dall'altro invece c'è un popolo che vive nelle capanne, dove il capofamiglia ha potere di vita e di morte su moglie e figli, senza leggi e continuamente in guerra tra tribù.

Nelle battaglie i galli sono coraggiosi e feroci, non fanno prigionieri ma spesso torturano i nemici prima di ucciderli. Veder soffrire i nemici li esalta e li eccita, non risparmiano nemmeno donne e bambini, ma spesso le donne le stuprano prima di ucciderle.

La confusione nasce dalle diverse epoche in quanto in epoca matriarcale o di retaggio matriarcale i Galli, pur riferendosi a un capovillaggio maschio, davano grande importanza alla capo druidessa che interpretava gli Dei e aveva un forte potere di consigliera e di giudice, valendosi anche dell'ausilio delle altre druidesse che facevano praticamente da sciamane e da medici della comunità attraverso la magia e la conoscenza delle erbe. I galli adoravano una Dea Madre e rispettavano le donne.

Dopo il V sec. a.c. il clima cambiò, sopravvenne un patriarcato più stretto che eliminò le donne dal culto sostituendole con i druidi e iniziarono le guerre tra le tribù e le lotte dentro la tribù stessa per stabilirne il capo.



VERCINGETORIGE

« Allo stesso modo Vercingetorige, figlio di Celtillo, Arverno, giovane influentissimo, il cui padre era stato l'uomo più autorevole della Gallia e, aspirando al regno, era stato giustiziato dai suoi compatrioti, convoca i suoi clienti e senza fatica li infiamma. »
(Cesare, De bello Gallico, vii, 4)

Vercingetorige, in latino Vercingetorix, ( grandissimo re dei guerrieri), nacque nell'80 a.c., non si sa dove, e morì a Roma nel 26 settembre 46 a.c.) è stato un principe e un grande condottiero gallo.
Figlio del nobile Celtillo, fu re degli Arverni, influente popolo gallico insediato nell'attuale regione dell'Alvernia, nell'attuale Francia centro-meridionale. 
Suo padre venne condannato a morte dalla sua tribù come reo di voler diventare monarca della stessa, e forse fu lo stesso fratello di Vercingetorige tra i fautori della condanna. 
Che un capo tribù venisse ucciso anche per prenderne il potere non era inusuale tra i galli.
Con tutto ciò Vercingetorige riuscì giovanissimo  là dove nessun capo gallo era riuscito: unire sotto un solo comandante tutte le popolazioni della Gallia. Una faccenda molto pericolosa che rischiava di spazzare Roma dalla faccia della terra.

Ebbe un grande talento militare, tuttavia insufficiente di fronte al più geniale stratega che la storia ricordi: Giulio Cesare. Sconfitto nell'assedio di Alesia nel 52 a.c., venne catturato e imprigionato a Roma per 5 anni. I romani non condannavano nessuno alle carceri, Vercingetorige doveva sfilare dietro al carro del trionfo del vincitore, ma poichè non fu possibile prima, solo nel 46 a.c. fu trascinato in catene per il trionfo di Cesare. Immediatamente dopo venne strangolato nel carcere Mamertino.

Nel XIX secolo con Napoleone III, la sua figura di rappresentante della civiltà gallo-romana verrà esaltata e gli si dedicherà una statua alta 7 m. dove si legge:
« La Gallia unita
A formare una sola nazione
Animata da un unico spirito
Può sconfiggere l'Universo »
(Vercingetorige ai Galli in assemblea - Cesare. De bello Gallico, vii, 29.)

Ma Napoleone III era pure un grande ammiratore di Cesare e Napoleone I ne usò il serto di alloro, il mantello di porpora e le insegne romane, convinto di esserne il degno successore.



IL PROCONSOLE CESARE

Giulio Cesare rivestì il consolato nel 59 a.c., dopo essere stato nominato dal senato governatore (58 - 54 a.c.) della Gallia Cisalpina (la regione tra Alpi, Appennini e Adriatico, odierna Italia settentrionale), dell'Illirico e della Gallia Narbonense, come da accordi del I triumvirato con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso).

GIULIO CESARE
Arrivò in Gallia nel 58 a.c., dove cominciò ad agire secondo una vecchia tattica romana, quella di proteggere la popolazione locale dai suoi popoli nemici, facendoli diventare alleati e ponendo le basi per un protettorato di diritto sull'intera regione Gallica (il preludio all'occupazione dei territori).

Nel 54 a.c. scadeva il mandato di Cesare, ma grazie all'astuzia che lo caratterizzava riuscì a farsi rinnovare dal senato il suo mandato per altri cinque anni. 

Questo non piacque a Vercingetorige il re degli Arverni: egli stesso infatti comandò la sollevazione generale che avrà come conclusione la battaglia di Alesia.
Cesare, per impedire che gli Elvezi traversassero la Gallia stabilendosi a ovest della provincia narbonense, iniziò a muovere guerra alla Gallia Belgica, per poi spingersi fino a sottomettere quelle della costa atlantica, fino all'Aquitania.

Furono battute, inoltre, le popolazioni germaniche di Ariovisto nell'Alsazia (Cesare passò il Reno per due volte, nel 55 e 53 a.c.) e, primo tra i Romani, condusse due spedizioni contro i Britanni d'oltre Manica nel 55 e 54 a.c.

Nell'inverno del 53-52 a.c. le agitazioni in Gallia non erano ancora finite, benché Cesare fosse tornato a svolgere il compito di governatore nella Gallia Cisalpina ed a controllare più da vicino quanto accadeva a Roma in sua assenza.

Il primo segnale di una coalizione gallica si manifestò quando i Carnuti uccisero tutti i coloni romani nella città di Cenabum (Orléans). Seguì  il massacro di altri cittadini romani, mercanti e coloni, nelle principali città galliche. Cesare allora radunò rapidamente alcune coorti (unità di 480 legionari; dieci di queste formavano una legione per un totale di 4.800 armati), reclutate nel corso dell'inverno ad integrazione dell'esercito lasciato a svernare in Gallia, ed attraversò le Alpi, ancora coperte dalle nevi.





LA SCONFITTA

Una delle più grandi abilità di Cesare era la rapidità, tanto nel prendere decisioni quanto nel far eseguire gli ordini. Per questo aveva fatto esercitare i soldati fino allo sfinimento, si che alla fine ognuno anche nell'imprevisto sapeva cosa doveva fare e lo sapeva fare in tempo ridottissimo.

In più Cesare faceva cose che altri non facevano cogliendo spesso gli altri di sorpresa, come condurre una battaglia di inverno, o di notte, passare al comando diretto di alcune unità, cambiare il piano di battaglia durante la stessa, adoperare i cavalieri in fanteria e i fanti in cavalleria.

Aveva insegnato ai suoi uomini a combattere con ogni arma e a salire a cavallo a costruire ponti, strade e fortini, non solo in modo impeccabile ma in tempi rapidissimi.

Infatti si ricongiunse in tempi record con le truppe lasciate nel cuore della Gallia, ad Agendico. Qui Cesare divise le proprie forze inviando quattro legioni, affidate a Tito Labieno, a combattere i Senoni ed i Parisi a nord.

A se stesso riservò il compito più difficile: quello di rincorrere Vercingetorige, il capo della rivolta, fino alla capitale del popolo degli Arverni. I due eserciti si scontrarono presso la collina fortificata di Gergovia, dove Vercingetorige riuscì, un po' per indisciplina (ma di eccessivo coraggio) dei legionari romani, e un po' per l’errore, da Cesare stesso riconosciuto, di aver diviso l’esercito in due parti, ad ottenere una limitata vittoria.

Il giorno dopo Cesare, convocato l'intero esercito in assemblea, rimproverò l'indisciplina dei suoi legionari, che non si erano arrestati al segnale della ritirata e che non avevano potuto essere trattenuti neppure dai tribuni militari e dai legati. Spiegò che aveva dovuto abbandonare una vittoria certa, avendo sorpreso il nemico senza comandante e senza cavalleria, per coprire una ritirata nella quale aveva perduto quasi due coorti di armati. Ricordò che spettava a lui stabilire la tattica della battaglia e che non avrebbe più tollerato una tale insubordinazione.

Il rimprovero di Cesare era sconvolgente per i suoi soldati che facevano di tutto per emergere nel valore e nell'abilità, sia perchè Cesare ricompensava la bravura con regali ma pure con promozione, senza tener conto del ceto sociale del militare, sia perchè i soldati lo stimavano moltissimo e tenevano al suo giudizio. Raramente vi fu un generale tanto amato quanto Cesare.
Era la prima sconfitta di Cesare in cinque anni di guerra: lasciò sul campo 46 centurioni e 700 legionari, una perdita inaudita per un generale che vantava perdite minime rispetto a nemici di forze sovrastanti come era abituato a combattere.

Cesare, dopo aver sfidato il capo della coalizione delle tribù della Gallia a battaglia schierando per due giorni consecutivi l'esercito ai piedi della capitale arverna, tornò ad Agendico per ricongiungersi con l'armata di Labieno. Quella sconfitta gli bruciava, ormai considerato invincibile da tutti, aveva dimostrato di poter essere abbattuto. Da quel profondo conoscitore di uomini qual era, dopo il rimprovero ai suoi li incoraggiò e promise loro vittoria certa, degli uomini demoralizzati non avrebbero combattuto bene.

RICHIESTA DI AIUTO ALLE TRIBU' GALLICHE

L'UNIONE DEI GALLI

Forti di questo primo, anche se limitato successo, le tribù galliche decisero di unire le forze contro Cesare. Un concilio generale fu organizzato a Bibracte dagli Edui, fino ad allora fedeli alleati di Cesare. Solo i Remi ed i Lingoni preferirono mantenere l'alleanza con Roma. Il concilio nominò Vercingetorige, re degli Arverni, comandante di tutti gli eserciti gallici.

Ma dopo la sconfitta di Gergovia e la rivolta degli Edui, Cesare comprese di avere tre possibiltà:

- ritirarsi a sud verso la regione romana abbandonando Labieno, che però era un pupillo di Pompeo e a Roma l'avrebbero giudicato molto male; inoltre non era nello stile di Cesare abbandonare i suoi generali che lo amavano per questo.

- trattare con i Galli usando l'arma della corruzione, ma questo era già stato fatto ampiamente ed ora avrebbe fatto guadagnare solo tempo a Vercingetorige;

- riunirsi con Labieno e ritirarsi subito verso la provincia sperando che Vercingetorige, euforico per la vittoria conseguita, lo inseguisse fino a un campo aperto. Lì Cesare avrebbe dato battaglia.

Scelse la terza.

Vercingetorige cadde nella trappola di Cesare, spinto dall'euforia dei suoi guerrieri, lanciò subito un attacco contro le legioni romane, ma non aveva capito chi fosse Cesare. Un suo generale disse di lui:

Cesare doveva fare tutto nello stesso tempo: innalzare il vessillo, dispiegare le insegne, chiamare alle armi, richiamare dai lavori i legionari, schierare le truppe, arringare i combattenti, dare il segnale di battaglia.

Dava gli ordini, ascoltava i resoconti e intanto osservava i cambiamenti della situazione, così aveva idee nuove e dava nuovi ordini. Aveva un'intelligenza brillante e rapidissima, si che pochi potevano stargli dietro ma tutti avevano fiducia in lui.

Vercingetorige  riportò così una pesantissima sconfitta, si ritirò rifugiandosi ad Alesia, città ben fortificata e Cesare ne fu felice. Ora l'avrebbe sconfitto per sempre.
Poco prima di raggiungere  la rocca di Alesia nel territorio dei Mandubi, la cavalleria romana e quella galla si affrontarono in battaglia.

 « ... Vercingetorige divisa la cavalleria in tre parti; due schiere attaccano sui fianchi ed una impedisce la marcia alla colonna. Cesare, informato, ordina anche alla sua cavalleria di contrattaccare il nemico gallico in tre colonne. Si combatte in contemporanea su tutti i fronti. L'esercito romano si ferma, mentre i bagagli sono messi al centro dello schieramento tra le legioni... infine i Germani sul lato destro, raggiunta la vetta di una collina, battono il nemico, lo mettono in fuga e lo inseguono fino al fiume, dove aveva preso posizione Vercingetorige con la fanteria e ne uccidono numerosi. Gli altri, per timore di essere circondati, fuggono. I Romani fanno strage ovunque. Tre nobili capi degli Edui furono catturati e portati in presenza di Cesare. Si trattava di un certo Coto, comandante dei cavalieri... di Cavarillo, che dopo la defezione di Litavicco era divenuto comandante della fanteria, ed Eporedorige... » (Cesare, De bello Gallico, VII, 67.)

Messa in fuga la sua cavalleria, Vercingetorige ripiega verso Alesia mentre Cesare, collocate le salmerie sopra un colle vicino e lasciate a guardia due legioni, inseguì il nemico per il resto della giornata e, dopo aver ucciso 3000 uomini della sua retroguardia, il giorno seguente si accampò presso l'oppidum dei Mandubi.

Qui, secondo Carcopino, Cesare, con brillante lungimiranza, aveva previsto che sarebbe andato a rifugiarsi il capo degli Arverni, posizione apparentemente imprendibile, ma non per i romani.

Infatti Alesia pur situata su una collina di 150 m e posta tra due fiumi, non era abbastanza grande da ospitare l'esercito di Vercingetorige che fu costretto a costruire un fosso e un terrapieno attorno ad stessa Alesia per trincerarsi.

Cesare sapeva che non poteva prendere Alesia con un solo attacco, e decise quindi che doveva stringerla d'assedio con un'opera dalle dimensioni colossali che gli permise di fronteggiare gli attacchi simultanei di due eserciti nettamente superiori di numero.

COSTRUZIONE DELLE PALIZZATE

LE FORZE IN CAMPO

I romani di Cesare, avevano tre validi legati - Marco Antonio, Tito Labieno e Gaio Trebonio - e ben dieci legioni o forse undici: la VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV e la I, prestata a Cesare da Pompeo Magno dal 53 a.c. (50.000 legionari circa)

ALESIA (Cartina zommabile)
"I galli riuniti sotto Vercingetorige, re degli Arverni, contava, come narra Cesare, ben 80.000 armati, di cui 15.000 cavalieri, e si accampò lungo il lato orientale della città di Alesia dopo aver scavato un fosso ed eretto un muro alto circa due metri a protezione. L'esercito gallico giunto in soccorso contava 240.000 fanti ed 8.000 cavalieri.
 « Ordinano agli Edui ed alle loro tribù clienti, 
- Segusiavi, Ambivareti, Aulerci Brannovici, Blannovi 35.000 armati; 
- egual numero agli Arverni insieme agli Eleuteti, Cadurci, Gabali e Vellavi che a quel tempo erano sotto il dominio degli Arverni; 
- ai Sequani, Senoni, Biturigi, Santoni, Ruteni e Carnuti 12.000 ciascuno; 
- ai Bellovaci 10.000 (ne forniranno solo 2.000); 
- ai Lemovici 10.000; 
- 8.000 ciascuno a Pittoni e Turoni, a Parisi ed a Elvezi; 
- ai Suessoni, Ambiani, Mediomatrici, Petrocori, Nervi, Morini, Nitiobrogi ed agli Aulerci Cenomani, 5.000 ciascuno; 
- agli Atrebati 4.000; 
ai Veliocassi, Viromandui, Andi ed Aulerci Eburovici 3.000 ciascuno; 
- ai Raurici e Boi 2.000 ciascuno; 
- 10.000 a tutti i popoli che si affacciano sull'Oceano e per consuetudine si chiamano genti aremoriche, tra cui appartengono i Coriosoliti, i Redoni, gli Ambibari, i Caleti, gli Osismi, i Veneti, Lessovi e gli Unelli... " 
(Cesare, De bello Gallico, VII, 75.)


Al comando dell'esercito di soccorso furono posti l'atrebate Commio, gli edui Viridomaro ed Eporedorige e l'arverno Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige.

Come racconta lo stesso Cesare, ogni legionario ricevette un gallo come schiavo, quindi 45.000 uomini dell'esercito assediato e vennero lasciati liberi ben 20.000 armati appartenenti ai popoli di Edui ed Arverni.

COSTRUZIONE DI TORRI A 2 E A 3 PIANI
Considerando che tra gli assediati rimasero in vita circa 65.000 uomini, se ne deduce che, durante i 50 giorni di assedio, potrebbero aver perduto la vita circa 15.000 Galli, cifra plausibile visto che Cesare, aveva indicato in 80.000 il numero complessivo dell'esercito di Vercingetorige, prima dell'esercito gallico di soccorso.

Ma ciò che impressiona di più è l'esercito di soccorso: secondo le stime del De bello gallico erano presenti ben 240.000 uomini di cui circa 8.000 a cavallo, poichè i galli avevano preso un contingente da ogni popolo della Gallia. Quasi sicuramente però dei 240.000 molti non erano equipaggiati bene o non avevano l'età giusta, ma d'altronde solo l'esercito romano era così preciso, organizzato ed efficiente.

Quindi Cesare si trovava in una abissale inferiorità numerica, e nonostante si fosse riunito a Labieno, non poteva contare su più di dieci legioni, oltretutto assai provate dalle battaglie di Gergovia e Lutetia, che in numero non dovevano superare le 45.000 unità, con altri 5.000 ausiliari armati alla meglio e alcune centinaia di mercenari germani appiedati.

Il punto di forza dell'esercito romano era quindi la fanteria legionaria anche se la cavalleria aveva i suoi compiti. Infatti per quantità e qualità di cavalieri i galli erano assai superiori ai romani, ma questi avevano tra le loro file i germani, abilissimi cavalieri che i galli temevano molto. Così Cesare appiedò perfino i suoi tribuni per dare un cavallo ai germani. In conclusione Cesare poteva contare, ad Alesia, su 48.000 fanti e 4.000 cavalieri quasi tutti germanici.

Per riassumere: i romani stavano ai Galli da 52.000 a 330.000.
Da qui nacque il detto che un soldato romano valeva quanto 10 soldati barbari.

I VALLI ROMANI INTORNO AD ALESIA


L'ASSEDIO

Alesia era su una posizione fortificata in cima ad una collina quasi inespugnabile, circondata a valle da tre fiumi, per cui Cesare studiò bene la cosa e scelse l'assedio, considerando che circa 80.000 soldati si erano barricati nella città, oltre alla popolazione civile locale dei Mandubi. La fame prima o poi li avrebbe condotti alla morte o alla resa.

Quindi Cesare ordinò la costruzione di una serie di fortificazioni, chiamate "controvallazione" (interna) e "circonvallazione" (esterna), attorno ad Alesia.
I dettagli di quest'opera ingegneristica sono descritti da Cesare nei Commentari e confermati dagli scavi archeologici nel sito.

L'assedio ebbe inizio molto probabilmente con i primi di settembre. La scelta di rifugiarsi nella rocca di Alesia si rivelò per Vercingetorige una trappola, al contrario di quanto era successo a Gergovia, grazie alle opere di assedio costruite dall'esercito di Cesare che riuscirono a bloccare del tutto i rifornimenti agli assediati. Neppure l'arrivo dell'esercito della coalizione gallica poté salvare Vercingetorige e la sua armata dalla resa finale e dalla sottomissione dell'intera Gallia al dominio romano.




CIRCONVALLAZIONI E CONTROVALLAZIONI

Per prima cosa Cesare fece scavare una fossa (ad ovest di Alesia, tra i due fiumi Ose e Oserain) profonda circa 6 m, con le pareti a piombo. Ritirò, quindi, tutte le altre fortificazioni a 600 m da quella fossa ad occidente.
Subito dopo fece costruire, nel tempo record di tre settimane, la prima "circonvallazione" di 15 km tutto intorno all'oppidum nemico e, all'esterno di questo, per altri quasi 21 km, la "controvallazione".

STRUTTURA DELLE PORTE DI ACCESSO
I due valli (uno esterno ed uno interno) erano sormontati da una palizzata alta 3,5 m; due fosse larghe 4,5 m e profonde circa 1,5 m lungo il lato interno, seguirono il percorso, dove la fossa più vicina alla fortificazione fu riempita con l'acqua dei fiumi circostanti.

In questo modo i romani avevano il fossato pieno d'acqua e un rivolo che traversava l'accampamento, cosicchè avevano in abbondanza da bere, da cucinare, da lavarsi e da accudire gli animali.

Oltre i fossati si trovavano trappole e buche, Cesare ne inventò tre:
- i cippi, dei rami appuntiti collegati alla base per non essere divelti;
- i gigli, dei pali spessi quanto una gamba, ben appuntiti e nascosti da rami, che per dieci cm scarsi fuoriescono dal terreno;
- gli stimoli o triboli, pioli con uncini di ferro conficcati a terra.

Tutti insieme costituivano il "cervus" che veniva posto sotto l'esterno della palizzata, con cinque ordini di "cippi", otto di "gigli" e numerosi "stimoli", per ostacolare le sortite dei Galli, che attaccavano i Romani anche per impedirne i lavori di difesa.

Qui Cesare ebbe una delle idee più geniali, ardite e incredibili mai udite: fece edificare quasi un migliaio di torri di guardia! Se non ce ne fossero le prove archeologiche (che addirittura hanno rilevato ancora un numero maggiore di lavori) sarebbe impossibile da credere.

STRUTTURA INTERNA DELLE PALIZZATE
Pensiamo solo:
- gli alberi da tagliare,
- i tronchi da pulire,
- le tavole da ricavare per i planciti,
- le montature senza chiodi,
- tutto a cunei di legno e vimini,
- le palizzate continue per 36 km,
- le file di trabocchetti tutte intorno per metri e metri,
- oltre a un migliaio di torri equidistanti a tre piani (a 25 m circa l'una dall'altra), presidiate dall'artiglieria romana; - ben 23 fortini ("castella"), nei quali di giorno erano poste delle sentinelle per avvistare le sortite dei nemici, oltre a una coorte legionaria ciascuna per difesa, di notte erano tenuti da sentinelle e da presidi;
- 4 grandi campi per le legioni (2 per ciascun castrum)
- e 4 campi per la cavalleria, legionaria, ausiliaria e germanica.

Il tutto eseguito ed organizzato in un mese!

Occorrevano grandi capacità ingegneristiche per realizzare tale opera, non solo per Cesare ma anche per i suoi ufficiali, ma gli ufficiali di Roma le avevano, tanto è vero che solo pochi anni prima, in dieci giorni, avevano costruito un ponte attraverso il Reno che aveva stupefatto i Germani. I romani furono un grande popolo anche per questo.

In quanto ai rifornimenti, per l'acqua Cesare aveva fatto deviare un fiumicello per incanalarne l'acqua nell'accampamento, e fece provvedere un deposito di foraggio e di frumento per trenta giorni. poichè però l'assedio durò 50 giorni, i soldati dovettero andare a caccia e a raccogliere erbe frutta, bacche e radici finchè poterono, cioè fino all'arrivo dell'esercito gallo di soccorso.





I PRIMI ATTACCHI

Appena i Romani ebbero terminato le prime fortificazioni nella piana di Laumes, ad occidente di Alesia, la cavalleria di Vercingetorige attaccò durante i lavori di costruzione, per evitare il completo accerchiamento.

La cavalleria romana, appoggiata dalle legioni schierate di fronte alle fortificazioni, e quella degli alleati Germani, non solo riuscirono a respingere quella gallica, ma la rincorsero fino al loro campo, sterminandone la retroguardia e terrificando gli assediati.

Prima che i Romani terminassero la linea fortificata, Vercingetorige decise di far partire, in piena notte, l'intera cavalleria, affinché ciascun cavaliere si recasse presso la propria nazione d'origine e chiedesse aiuto a chiunque fosse in età a portare le armi. Saputo poi di avere provviste per un solo mese, se le fece consegnare interamente, pena la morte.

Distribuì per ogni uomo il bestiame che i Mandubi avevano radunato prima dell'assedio e, infine, ritirò l'intero esercito dentro le mura della città, preparandosi ad attendere gli aiuti esterni della Gallia per l'attacco finale.

Ma Cesare aveva una straordinaria capacità di comprendere e spesso di prevenire i suoi avversari. Si metteva nei panni dei nemici e studiava quali mosse avrebbe fatto al posto loro.

Pertanto Cesare aveva previsto la richiesta di aiuti, e in base a quella aveva ordinato la costruzione di una seconda linea di fortificazioni, la "circonvallazione", stavolta rivolta all'esterno. Lungo questa linea di quasi 21 km, fece porre 4 accampamenti di cavalleria ed altrettanti di legionari. Le fortificazioni dovevano difendere l'esercito romano contro le imponenti forze di soccorso dei Galli. I Romani sarebbero così sia assedianti che assediati, spesso attaccati su due fronti. In realtà lo furono su tre.

Mentre Cesare provvedeva alla costruzione di questa seconda linea di fortificazioni, le condizioni di vita dentro Alesia cominciarono a diventare pesanti. Una volta consumato tutto il frumento, e cioè un solo giorno dopo la partenza dei cavalieri, si riunirono in consiglio per vedere il da farsi:

 « ...parlò Critognato, il cui discorso merita di non essere trascurato per la singolare e aberrante crudeltà: "...Nel prendere una decisione dobbiamo considerare tutta la Gallia che abbiamo chiamato in nostro aiuto. Quale coraggio pensate che avranno i nostri amici e parenti dopo l'uccisione in un solo luogo di ottantamila uomini? ...Dunque qual è il mio consiglio? Di fare come fecero i nostri antenati nella guerra contro i Cimbri ed i Teutoni... quando, respinti nelle città e costretti da simile carestia, si cibarono dei corpi di coloro che per età non erano più adatti alla guerra e non si arresero ai nemici..." »
(Cesare, De bello Gallico, VII, 77.)

Al termine di questa riunione, Vercingetorige e l'intero Consiglio stabilirono che tutti quelli che per età o salute non erano adatti alla guerra, uscissero dalla città. Non potevano considerare di accogliere l'opinione di Critognato, cioè quella di uccidere, cucinare e mangiarsi i cittadini galli, se non in ultima analisi.

Decisero, pertanto, di costringere le donne, i bambini ed i vecchi del popolo dei Mandubi ad uscire dalla cittadella nella speranza non solo di risparmiare cibo per i soldati, ma che Cesare li sfamasse privandosi anche lui di una parte del cibo. Ma ciò non avvenne poiché, come racconta Dione, morirono tutti di fame, tra le mura della città di Alesia e le linee fortificate romane, nell'indifferenza degli altri galli.





LA CRUDELTA' DI CESARE

Cesare, infatti, dispose numerose guardie sul bastione e vietò che fossero accolti malgrado le loro preghiere ed i pianti. Il crudele destino di quei civili peggiorò il morale all'interno delle mura, soprattutto dei cittadini che combattevano in armi con Vercingetorige. Come poterono acconsentire?Si trattava dei loro genitori, delle loro donne e dei loro figli. Ma per i galli valevano solo i guerrieri, tutti gli altri potevano morire. Però si tirarono su di morale perchè arrivò l'esercito gallico di soccorso, soccorso per gli assediati perchè gli esiliati erano ormai cadaveri.

Molto si è discusso sul comportamento di Cesare sugli abitanti di Alesia cacciati da Vercingetorige e poi da Cesare, ma la verità era che quei civili erano della stessa gente dei combattenti, mogli figli e genitori. I galli non esitarono a sacrificarli non nella speranza che Cesare li ospitasse, perchè i romani erano braccati tra i due valloni e avevano le risorse contate, ma per non doverli nutrire.
Come mai si parla della crudeltà di Cesare e non si parla della crudeltà dei galli che lasciarono morire di fame donne, vecchi  e bambini sotto i loro occhi?

IL CERVUS
Un romano non avrebbe potuto farlo, se non altro per l'ignominia che avrebbe accompagnato la sua vita, anche se vincitore. Vercingetorige invece restò un eroe per i suoi. Questa è la ragione per cui i romani si distinguevano dagli altri popoli e li chiamavano barbari. Perchè gli altri popoli erano barbari davvero.

Si era all'inizio di ottobre. Cesare nel frattempo aveva fatto rubare con una sortita i cavalli ai cavalieri gallici morti durante l'attacco per darli ai germani. Occupato un colle esterno alla linea romana, si accamparono a non più di un miglio  dalle fortificazioni romane.

Tuttavia la seconda linea esterna era ormai pronta e così i romani potevano ormai difendersi contemporaneamente su due fronti. Cesare aveva addestrato intanto gli ufficiali a spostare gli uomini da un fronte all'altro e da un punto all'altro delle difese.

Sembra avesse fatto preparare gli accampamenti tra i due valli con precisione chirurgica, ponendo le tende in modo che si potesse passare da un fronte all'altro attraverso vialetti per gli uomini e viali più grandi per i plotoni e le macchine da guerra. Infatti gli uomini al richiamo degli ufficiali dovevano correre sull'uno o sull'altro fronte, spesso suddividendosi su entrambi, mentre, senza intralciarsi, altri uomini giungevano dalle postazioni più vicine per aiutare quelli sotto attacco.

Cesare sorvegliava i movimenti, ascoltava le vedette, impartiva gli ordini e seguiva personalmente gli attacchi più pericolosi. Per questo si era fatto porre due seggi su una fortificazione, uno rivolto all'esterno e uno all'interno, e dall'alto poteva seguire i movimenti della battaglia. Intanto gli uomini non impegnati nel combattimento andavano a riposare nelle tende, ma dormivano con l'armatura perchè ogni istante potevano essere risvegliati per combattere.

Gli attacchi dei Galli, che si susseguirono ininterrotti per i giorni successivi, furono condotti contemporaneamente lungo le fortificazioni interne ed esterne romane, ma non solo non riuscirono a spezzare l'assedio. Al contrario provocarono ingenti perdite tra i galli, soprattutto nell'esercito di soccorso.

L'ARRIVO DI 240.000 GALLI IN SOCCORSO DI VERCINGETORIGE

L'ESERCITO DI SOCCORSO 

Il giorno successivo all'arrivo dell'esercito di soccorso, i capi dei Galli avevano disposto la cavalleria in modo da riempire tutta la piana ad occidente delle fortificazioni romane (per circa 3 miglia), mentre avevano collocato le fanterie in luoghi più elevati, in posizione un poco arretrata (ai piedi della collina di Mussy-la-Fosse).

Dall'alto della città di Alesia si potevano osservare le manovre operate dall'esercito di soccorso, cosi' gli assediati si precipitarono a dislocarsi davanti alla città, coprendo con graticci e riempiendo di terra le fosse più vicine, distanti appena 600 m dalle fortificazioni romane, pronti ad intervenire lungo il fronte interno.

Cesare, dopo aver disposto per ogni unità di fanteria un settore lungo le due linee di fortificazione, ordinò che la cavalleria fosse condotta fuori dagli accampamenti ed attaccasse battaglia. Dall'alto delle colline le fanterie legionarie e quelle galliche seguivano con trepidazione la battaglia.

Il combattimento cominciò attorno a mezzogiorno e durò fino al tramonto con esito incerto. I Galli, pur in superiorità numerica, non riuscirono a vincere la cavalleria romana, che si batté con grande onore di fronte alle legioni schierate:

CORPO A CORPO
 « ...quelli che stavano nelle fortificazioni ... facevano coraggio ai loro compagni con clamori ed urla... poiché si combatteva di fronte a tutti, nessuna azione coraggiosa o vile poteva essere nascosta, entrambi gli schieramenti erano incoraggiati ad avere comportamenti eroici, per il desiderio di gloria e per il timore dell'ignominia... »
(Cesare, De bello Gallico, VII, 80.)

E quando sembrò che le sorti della battaglia non fossero più decidibili, grosso modo con pari perdite, Cesare, a sorpresa, col solito genio che lo distingueva, inviò lungo un fianco dello schieramento gallico la cavalleria germanica, la quale non solo respinse il nemico, ma fece strage degli arcieri che si erano mischiati alla cavalleria, inseguendone le retroguardie fino al campo dei Galli.

L'esercito di Vercingetorige che si era precipitato fuori dalle mura di Alesia, allibito per l'esito infausto, fu costretto a tornare all'interno della città, quasi senza combattere.

I Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale prepararono un gran numero di graticci, scale e arpioni. Usciti dal loro campo in silenzio a mezzanotte, si accostarono alle fortificazioni romane e, levato un grido per segnalare l'attacco agli assediati di Alesia, cominciarono a gettare i graticci, a respingere i difensori che accorrevano lungo le fortificazioni con fionde, frecce e pietre, ed a scalare il vallo romano.

I Romani, ormai pronti sulle postazioni già assegnate, tennero lontani i Galli, con fionde che lanciavano proiettili da una libbra, con pali, proiettili di piombo, catapulte, baliste ed onagri.

I legati Marco Antonio e Gaio Trebonio, che dovevano difendere quella parte, mandavano truppe tolte ai fortini più lontani a soccorso delle posizioni sotto attacco. Vi furono numerosi feriti da entrambe le parti a causa dell'oscurità, in quanto le palizzate e le torri, stagliati nella notte contro il cielo più chiaro, rendevano più visibili i romani che non i guerrieri galli al suolo.

Quando però fece giorno i romani colpirono il nemico con precisione dall'alto delle torri e da dietro la palizzata merlata, tanto da costringere i Galli a tornare ad Alesia col timore di essere presi alle spalle dalle cavallerie degli accampamenti superiori.

LA CAVALLERIA ROMANA ATTACCA I GALLI ALLE SPALLE


L'ATTACCO AL CAMPO SUPERIORE

Respinti due volte con grandi perdite di soldati, dopo quasi cinquanta giorni di assedio l'esercito di soccorso dei Galli decise di attaccare il campo superiore, il campo romano di monte Rea; il più lontano da Alesia, che stava in leggero declivio.
Per la sua ampiezza non era stato inglobato nella linea fortificata romana ed era comandato dai legati legionari Gaio Antistio Regino della XI legione e Gaio Caninio Rebilo della I legione.

I galli selezionarono 60.000 armati tra i più valorosi per sferrare un attacco a sorpresa e il comando fu affidato a Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige, uno dei quattro comandanti supremi.
Questi, uscito dal campo di notte si nascose dietro al monte Réa, dove fece riposare i soldati in attesa di lanciare l'attacco finale. Verso mezzogiorno si spinse verso il campo superiore di Regino e Caninio, mentre contemporaneamente dall'esercito di soccorso veniva inviata l'intera cavalleria ed altri reparti di truppe di fronte alle fortificazioni romane.

Vercingetorige, visti i movimenti dell'esercito di soccorso dalla rocca di Alesia, uscì dalla città, portando avanti graticci, pertiche, falci e tutto quanto possedeva per spezzare l'assedio romano. L'attacco avvenne in contemporanea su almeno tre fronti. I galli si giocarono tutte le loro ingenti forze per abbattere i romani.


« Le forze romane si dividevano per tutta l'ampiezza della linea fortificata e non facilmente riuscivano a fronteggiare il nemico in più luoghi contemporaneamente. I Romani erano altresì terrorizzati dal grido che si alzava alle loro spalle mentre combattevano, poiché capivano che il pericolo dipendeva dal valore di coloro che proteggevano le loro spalle: ciò che non si vede infatti turba maggiormente le menti degli uomini. »
(Cesare, De bello Gallico, VII, 84.)

Ora Galli e Romani si giocarono il tutto e per tutto, sapevano che era la battaglia campale che avrebbe deciso i loro destini. La situazione era grave per i Romani per il tratto della pendenza del colle  mentre i Galli, non solo scagliavano frecce ma sostituivano continuamente le prime linee con truppe fresche avendo molti più uomini. Inoltre erano riusciti a colmare parte dei fossati, iniziando a scalare la palizzata.

Cesare allora chiamò Labieno con sei coorti a soccorrere il campo superiore, poi il giovane Decimo Bruto con altre coorti ed ancora Gaio Fabio con altre ancora. Lui stesso mosse verso l'accampamento superiore, esortando i soldati e sostituendone i più stanchi.

« In quel giorno ed in quell'ora, i legionari, avrebbero raccolto il frutto di tutte le battaglie combattute in passato. » (Cesare, De bello Gallico, VII, 86.)

Vercingetorige, non riuscendo a sfondare la palizzata, diede l'assalto in salita alle fortificazioni meridionali più scoscese. Qui i Galli tentarono di colmare dove potevano i fossati con terra e graticci, mentre con le falci erano riusciti in alcuni punti a spezzare la palizzata dello schieramento romano.

Cesare, visto il pericolo, decise di recarsi personalmente con nuovi reparti legionari raccolti durante il percorso di avvicinamento. Qui non solo riuscì a ristabilire la situazione a favore dei Romani, ma con la solita genialità d'improvviso ordinò a quattro coorti e a parte della cavalleria di seguirlo: voleva
aggirare le fortificazioni ed attaccare il nemico alle spalle. Alle tre del pomeriggio vi era una situazione di equilibrio sulla piana ma restava il grande pericolo sul Monte Rea.

Frattanto Labieno, radunate dai vicini fortilizi in tutto 39 coorti, si apprestò a muovere anch'egli contro il nemico.
"Nostri, omissis pilis, gladiis rem gerunt. Repente post tergum equitatus cernitur. Cohortes aliae adpropinquabant: hostes terga vertunt. Fugientibus equites occurrunt. Fit magna caedes..."

« Riconosciuto Cesare per il colore del suo mantello, che portava come un'insegna durante i combattimenti... i Romani, lasciati i pilum, combattono con la spada. Velocemente appare alle spalle dei Galli la cavalleria romana, mentre altre coorti si avvicinano. I Galli volgono in fuga. La cavalleria romana rincorre i fuggiaschi e ne fa grande strage. Viene ucciso Sedullo, comandante dei Lemovici; l'arverno Vercassivellauno viene catturato durante la fuga; vengono portate a Cesare 74 insegne militari. Di così grande moltitudine pochi riuscirono a raggiungere il campo e salvarsi... Dalla città, avendo visto la strage e la fuga dei compagni e disperando della salvezza, ritirano l'esercito in Alesia. Giunta questa notizia, i Galli del campo esterno si danno alla fuga... Se i legionari non fossero stati sfiniti... tutte le truppe nemiche avrebbero potuto essere distrutte. Verso mezzanotte la cavalleria, mandata all'inseguimento, raggiunse la retroguardia nemica. Un grande numero di Galli fu preso ed ucciso, gli altri si disperdono in fuga verso i loro villaggi. »
(Cesare, De bello Gallico, VII, 88.)

GIULIO CESARE
Cesare aveva vinto nuovamente, ma stavolta contro l'intera coalizione della Gallia.
Il giorno dopo, verso la metà di ottobre, il comandante gallico rimetteva la sua vita nelle mani dell'assemblea: era disponibile sia a morire per dare soddisfazione ai Romani, sia ad essere consegnato quale preda di guerra a Cesare.

Le condizioni della resa previdero la consegna di tutte le armi e i capi della rivolta. Cesare, che aveva fatto porre il proprio seggio davanti alle fortificazioni «Ipse in munitione pro castris consedit», accolse la resa dei capi galli e la consegna del comandante sconfitto.

 « Vercingetorige, indossata l'armatura più bella, bardò il cavallo, uscì in sella dalla porta della città di Alesia e, fatto un giro attorno a Cesare seduto, scese da cavallo, si spogliò delle armi che indossava e chinatosi ai piedi di Cesare, se ne stette immobile, fino a quando non fu consegnato alle guardie per essere custodito fino al Trionfo. »
(Plutarco, Vite Parallele, Cesare, 27, 9-10.)

« Anche quel famoso re quale preda per la vittoria, venuto supplice nell'accampamento romano di Cesare, gettò davanti a Cesare il suo cavallo, le sue falere e le sue armi, dicendo: "Prendi, hai vinto un uomo valoroso, tu che sei un uomo valorosissimo!". »
(Floro, Epitome di storia romana, I, 45, 26.)

« Ora Vercingetorige avrebbe potuto scappare, poiché non era stato catturato e non era ferito. Egli sperava, poiché era stato con Cesare in rapporti di amicizia, di poterne ottenere il perdono da lui. Così egli venne da Cesare senza essere annunciato, ma comparendo davanti a lui all'improvviso, mentre Cesare era seduto su di uno scranno come in tribunale, e gettando allarme tra i presenti. Egli avanzò imponente, di alta statura, armato splendidamente. Quando si ristabilì la calma, egli non proferì parola, ma si inginocchiò ed afferrò le mani di Cesare in segno di supplica. Ciò ispirò molta pietà tra i presenti al ricordo della sua iniziale fortuna e nello stato attuale di angoscia in cui versava ora. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 41.)

La fine di Alesia segnò la fine della rivolta. I soldati di Alesia furono fatti prigionieri e in parte assegnati in schiavitù ai legionari di Cesare come bottino di guerra, ad eccezione di 20.000 armati degli Edui e degli Arverni, che furono liberati per salvaguardare l'alleanza dei due più importanti popoli gallici con Roma.

Vercingetorige fu rinchiuso nel Carcere Mamertino e nei sei anni successivi rimase nell'attesa di essere esibito nella sfilata trionfale di Cesare, per poi essere strangolato una volta terminata la processione, come era tradizione per i comandanti nemici catturati.

Per Cesare la vittoria di Alesia costituì il più importante successo militare, tanto che ancora oggi è considerato uno degli esempi di strategia militare più importanti dell'intera storia dell'umanità. La conquista della Gallia trasformò un impero mediterraneo in un impero continentale.

Il Senato romano proclamò venti giorni di festeggiamenti per la vittoria, ma rifiutarono a Cesare il trionfo, ponendo le fondamenta per il suo impero. Cesare non era uomo da accettare ingiusti rifiuti.

IL TRIONFO DI CESARE

IL SITO ARCHEOLOGICO

Per molti anni, l'esatta localizzazione della battaglia è rimasta sconosciuta. Si propendeva per Alesia nella Franca Contea o ad Alise-Sainte-Reine nella Costa d'oro, dove l'imperatore Napoleone III di Francia, in seguito agli scavi archeologici effettuati tra il 1861 ed il 1865 dal colonnello Stoffel, fece costruire una statua dedicata all'eroe gallico Vercingetorige.

La localizzazione più probabile rimane, per la maggior parte degli studiosi,  Alise-Sainte-Reine, presso il monte Auxonis confermata dai recenti scavi archeologici.




Lungo la controvallazione interna

Gli scavi hanno rivelato considerevoli varianti nelle fortificazioni descritte nel De bello Gallico di Cesare, a seconda della natura del terreno in cui erano state edificate. Ad esempio, il grande fossato (scavato, secondo la descrizione di Cesare, a 400 passi dalla circonvallazione interna) è stato identificato solo lungo il lato occidentale dell'oppidum celtico.
Cesare potrebbe, infatti, aver previsto che solo un lato delle fortificazioni, quello lungo la piana di Laumes, sarebbe stato più attaccato, sia lungo la circonvallazione esterna sia quella interna.

Per un tratto della "controvallazione" interna, ai piedi del monte Rea, sono stati scoperti tre fossi anzichè due: il più lontano dalle fortificazioni romane era posizionato ad una certa distanza dai primi due, quello centrale sembra fosse stato riempito di acqua, mentre il più vicino si presenta con una forma a "V". Sono state identificate tracce di rami, forse sormontati da una punta di metallo, gli "stimuli" descritti da Cesare. Di fronte al campo della fanteria, ai piedi del Monte Rèa, sono stati identificati sei ordini di fosse, che potrebbero rappresentare i cosiddetti "gigli".
Inoltre, gli ultimi scavi sembrano portare alla conclusione che le torri di guardia fossero posizionate non a 80 piedi le une dalle altre (24-25 m), bensì a circa 50 piedi (14-15 m), almeno lungo la "controvallazione" occidentale.

RICOSTRUZIONE DELLE DIFESE


Lungo la circonvallazione esterna

La "circonvallazione" esterna presenta, invece,  due fosse parallele, di cui la più vicina alle fortificazioni romane, aveva forma a "V", mentre la più lontana era larga, con fondo piatto e probabilmente collegata ai due fiumi della regione (l'Ose e l'Oserain). Di fronte a questi due fossi, sono stati identificati 5 ordini di fosse, che potrebbero rappresentare i cosiddetti "gigli" di Cesare.

Le torri erano invece posizionate a 18 m le une dalle altre, non a 15 come quelle della "controvallazione" o a 25 come ci ha descritto Cesare.

RICOSTRUZIONE DELLE DIFESE

I campi della fanteria

Gli scavi condotti presso due dei quattro campi della fanteria legionaria, hanno rivelato come questi avessero superfici tra un minimo di 2 ettari e mezzo e un massimo di 9,5: nel primo, presso il Monte de Bussy (che Reddé identifica con quello di Tito Labieno), le torri di avvistamento sono posizionate a 17 m le une dalle altre, mentre le loro basi sembrano essere quadrati di m 2,5 per lato.

Le fosse esterne al campo, lungo la "circonvallazione" esterna, sono poco profonde e larghe 3,5 m; le porte esterne, larghe 12 m, erano difese, in modo del tutto originale, dalla combinazione delle cosiddette protezioni a "titulum" e a "clavicula" dei castrum.

Di fronte al campo vi erano inoltre due ordini dei cosiddetti "cippi" descritti da Cesare; il secondo, ovvero quello di Cesare presso il Monte de Flavigny (il più piccolo tra i castrum della fanteria romana), sembra fosse protetto da dispositivi di artiglieria legionaria.

Il doppio vallo che fu eretto dai romani ad Alesia non ha nessun precedente storico, neanche per i romani stessi. Si trattava di un originalissimo sistema difensivo escogitato in breve tempo e per la prima volta da quando Roma aveva cominciato la sua espansione e di cui rimangono ancora oggi le tracce. Infatti quanto descritto da Cesare nel suo De bello Gallico è stato confermato totalmente dagli studiosi moderni, i quali, nel corso degli scavi, hanno messo in luce un sistema di assedio assai complesso ma soprattutto geniale.

"Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore" (Th. Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V - Cap. XI)




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero