BATTAGLIA DELLE ISOLE EGADI



LUTAZIO CATULO CONCEDE LA PACE AI CARTAGINESI - PALAZZO DEI CONSERVATORI ROMA



FOCUS - IL RITROVAMENTO DI UNA NAVE ROMANA

Nel 241 a.c. la flotta romana sconfisse i Cartaginesi alle Egadi, iniziando così un dominio che cambiò la storia. Ora una spedizione archeologica ha ritrovato i preziosi resti di quello scontro epico. Ecco il video del ritrovamento.

"La nave cartaginese con il suo possente rostro puntava dritta su di loro. I rematori della nave romana tiravano al massimo, per evitare lo scontro, ma il fianco della loro nave era già esposto. Sul ponte i legionari avevano lo sguardo fisso.

ROSTRO ROMANO RECUPERATO
TRA LEVANZO E TRAPANI 
Ora i Cartaginesi non erano più ombre indistinte, ma uomini dalla pelle scura con elmi di cuoio. Un tonfo, un “crack” prolungato, una violenta cascata salata e i Romani affondarono.

Senza sapere che, morti loro, la battaglia sarebbe stata vinta. Senza immaginare che, senza quella vittoria su Cartagine, la storia sarebbe stata diversa.

La loro infatti era solo una delle navi romane affondate nella battaglia delle Egadi, al largo di Trapani, scontro navale che chiuse la Prima guerra punica segnando una svolta: da piccola potenza regionale, Roma sarebbe diventata una potenza globale, con mille anni di presenza militare, commerciale e culturale.

Questa battaglia navale, la più grande a memoria d’uomo per numero di partecipanti, circa 200 mila, avvenne la mattina del 10 marzo del 241 a.c."

Salto nel tempo. Oggi, a distanza di oltre duemila anni, se ne sono trovate le tracce. Lo scorso 24 agosto, in una ricerca coordinata dalla Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, due sub, Gian Michele Iaria e Stefano Ruia, su indicazioni di un Rov hanno recuperato alcuni elmi di quei legionari romani (le ossa non si sono conservate perché affioravano sul fondale).

«Ne abbiamo visti spuntare due, poi, in un’area di soli 200 mq, a 75 metri di profondità, c’erano altri 10 elmi» spiega Ruia. «Si capiva che erano romani per la caratteristica punta a “pigna”. Non molto distante abbiamo rinvenuto un rostro romano, probabilmente della nave su cui erano imbarcati i soldati che portavano quegli elmi».

Una delle prove che si tratta del luogo esatto in cui si svolse la battaglia delle Egadi, a nord-ovest dell’isola di Levanzo, come aveva ipotizzato l’archeologo Sebastiano Tusa.
«La nostra ricerca ha avuto origine alcuni anni fa, quando un subacqueo recentemente scomparso, Vincenzo Paladino, mi raccontò del ritrovamento di circa 300 ceppi di ancore allineati lungo un fondale della costa orientale dell’isola di Levanzo» spiega Tusa, sovrintendente del Mae della Sicilia. 

«Consultammo gli scritti dello storico greco Polibio, che, a distanza di circa 70 anni, aveva ricostruito la battaglia nelle sue Storie: aveva raccontato come i Romani, guidati dal console Gaio Lutazio Catulo, attaccarono di sorpresa i Cartaginesi. Avevano teso un agguato nascondendosi dietro un promontorio di Levanzo e per la fretta di andare all’attacco avevano tagliato le cime delle ancore: proprio quelle ritrovate da Paladino».

Le fonti storiche riferiscono che la flotta cartaginese era composta da 700 navi, adibite soprattutto al rifornimento e all’incremento delle truppe di terra di stanza sul monte Erice, in Sicilia, comandate da Amilcare Barca.

«La Prima guerra punica» continua Tusa « si stava trascinando da anni con scontri terrestri di posizione, sulle colline fra Trapani e Palermo, dove si avanzava solo di pochi chilometri. I Cartaginesi avevano allora armato una grande flotta, al comando dell’ammiraglio Annone, per portare altri rinforzi e farla finita». I Romani, però, dopo la sconfitta di Tunisi e sfortunati naufragi come quello di Camarina (255 a.c.), grazie a una sottoscrizione di cittadini, avevano armato 200 veloci quinqueremi.

Il comandante cartaginese Annone fece scalo per alcuni giorni a Marettimo (l’antica Hiera), nelle Egadi: all’alba del 10 marzo del 241, visto che il vento era favorevole (vento da ponente) salpò per puntare sulla costa della Sicilia. Ma i Romani, bene informati, fecero arrivare dai porti di Marsala (l’antica Lilibeo) e di Favignana 350 navi.

GAIO LUTAZIO CATULO

TECNICHE BELLICHE

I Romani si posizionarono dietro la punta di Capogrosso, estremità settentrionale di Levanzo, in agguato. I Cartaginesi li videro quando già la flotta, in inferiorità numerica, ma meglio armata, puntava loro contro, creando grande scompiglio.

L’attacco fu micidiale: alcune navi romane ruppero, con i rostri, le fiancate delle imbarcazioni cartaginesi affondandole. Altre si affiancarono alle navi nemiche rompendo tutti i remi di un lato, rendendole ingovernabili, per poi assaltarle con il “corvo”, una passerella arpionante su cui salivano i fanti. Lanciavano con le catapulte anfore incendiarie...

CONTRIBUTO USA

Le ricerche subacquee, coordinate oltre che da Tusa e da Stefano Zangara, dell’Ufficio progettazione delle ricerche in alto fondale della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, sono iniziate nel 2006 con il determinante contributo della Rpm Nautical Foundation, una fondazione statunitense che ha messo a disposizione la nave Hercules, dotata delle più moderne strumentazioni per la ricerca subacquea.

Finora hanno portato al ritrovamento di 6 rostri di navi affondate. Due sono cartaginesi, e uno reca la scritta in punico: “Possa Baal far penetrare questo oggetto nella nave nemica”. Quattro rostri sono invece romani: portano iscrizioni latine che ne certificano la qualità. Infatti, all’epoca, c’era chi imbrogliava fornendo, per risparmiare, leghe di bronzo con quantità eccessiva di piombo. Il bronzo risultava così meno duro, diminuendo l’efficacia del rostro.

Si tratta comunque di una scoperta sensazionale: finora al mondo erano stati ritrovati solo altri 4 rostri di quell’epoca. I Romani, inoltre, erano combattenti motivati: i rematori, con buona pace dei film di Hollywood, non erano schiavi, ma di solito uomini liberi addestrati. Fra i combattenti cartaginesi figuravano invece molti mercenari. E furono sconfitti nel giro di un paio d’ore.

Graziati dal vento. Il convoglio cartaginese era composto soprattutto da navi da trasporto (onerarie) per rifornire le truppe di terra in Sicilia, mentre le navi romane erano tutte da guerra.
«Il resto della flotta dei Cartaginesi spiegò di nuovo le vele e si ritirò col favore del vento che, per fortuna, inaspettatamente era cambiato proprio nel momento del bisogno» racconta Polibio.

Più di 2 mila anni dopo i ricercatori hanno trovato sul fondale 200 anfore. Sono di fattura greco-italica, in uso fra i Cartaginesi: forse le aveva gettate una delle navi in fuga per alleggerire il suo peso.

Fallita la spedizione cartaginese, il comandante Barca, privo di rifornimenti, consegnò ai Romani i domini cartaginesi in Sicilia. L’ammiraglio cartaginese perdente, Annone, tornò in patria rimettendoci letteralmente la testa per la sconfitta. L’ammiraglio Lutazio, tornato a Roma, ricevette tutti gli onori. E costruì, a memoria dei posteri, un tempio i cui resti sono visibili tuttora a Roma in largo Argentina, di fronte al Teatro Valle."

ABBORDAGGIO CON I CORVI


LA STORIA

Dopo ventiquattro anni di battaglie, la I guerra punica aveva dissanguato sia Roma che Cartagine. Roma non aveva più finanze per allestire una flotta in grado di sostenere quella cartaginese.
Cartagine, la dominatrice dei mari, era stata penalizzata nei commerci, perchè mentre le truppe di terra erano mercenarie i marinai erano cittadini-mercanti, che o combattevano o commerciavano. E senza commerci era difficile pagare le truppe mercenarie.

Roma doveva affrontare l'ultima partita:
«L'impresa fu, essenzialmente, una lotta per la vita. Nell'erario, infatti, non c'erano più risorse per sostenere quanto si erano proposti
(Polibio, Storie, I, 59, 6,)






LE EGADI

Le isole Egadi sono un arcipelago dell'Italia, in Sicilia, che consta di tre isole e due isolotti, più una serie di scogli e faraglioni, posto a circa 7 km dalla costa occidentale della Sicilia, fra Trapani e Marsala, in provincia di Trapani.
Erano note già in antichità col nome latino Aegates, dal greco Aigatai, ossia « isole delle capre »
La battaglia delle Isole Egadi fu la battaglia navale conclusiva della I Guerra Punica.
Dopo ventiquattro anni di lutti, battaglie, guerriglia, assedi e naufragi, la I Guerra Punica aveva reso insopportabili le condizioni psicologiche e finanziarie delle due città-stato.



POSIZIONE DELLE ISOLE EGADI



Roma, per la terza volta, decise di tornare sul mare e cercare di chiudere la partita. « L'impresa fu, essenzialmente, una lotta per la vita. Nell'erario, infatti, non c'erano più risorse per sostenere quanto si erano proposti. » (Polibio, Storie, I, 59, 6,)

Roma, contrariamente a Cartagine, aveva grandi lotte politiche all'interno ma erano tutti uniti contro le minacce esterne. Fu una sottoscrizione di ricchi cittadini a finanziare una nuova flotta di duecento quinqueremi complete di equipaggio. 

I finanziatori in caso di vittoria si sarebbero rivalsi sul bottino altrimenti perdevano tutto; del resto se Roma fosse stata sconfitta si perdevano non solo le ricchezze ma anche la libertà e la vita.



A capo della flotta fu posto quel Gaio Lutazio Catulo (291 a.c. – 220 a.c.) che passerà alla storia come un grande comandante navale, e che all'inizio dell'estate del 242 a.c., prese il mare per la Sicilia. I romani di navi e di combattimenti per mare ne sapevano poco, ma avevano la straordinaria capacità di copiare tutto e improvvisare tutto.



L'ASSEDIO DI LILIBEO

Nel 251 a.c. il territorio in mano ai Cartaginesi era ridotto alla parte di costa siciliana che fronteggia l'Africa; da Trapani a Heraclea (presso Policoro, prov. di Matera) e alle isole Egusse, le Egadi. Roma aveva già occupato Agrigento, Selinunte e Palermo. La Sicilia non occupata da Romani e Cartaginesi era controllata da Siracusa che con Gerone II si era alleata a Roma.

A Roma ci si era resi conto che la guerra in Sicilia poteva durare a lungo, ma per poter combattere in Africa dovevano cacciare i Cartaginesi dalla Sicilia, rischiando altrimenti di non avere un porto da cui fare vela per Cartagine.

DINAMICA DELLA BATTAGLIA (Ingrandibile)
La flotta romana che era stata quasi del tutto smantellata fu ricreata e portata a ben duecento navi, con le migliori forze terrestri potenziate e portate in Sicilia. Nel 250 a.c., guidati dai consoli Gaio Atilio Regolo  e Lucio Manlio Vulsone Longo, le truppe romane furono portate a Lilibeo e si accamparono
« ...presso questa città da entrambe le parti e avendo bloccato le zone tra gli accampamenti con un fossato, una palizzata e un muro, cominciarono a spingere le opere per l'assedio contro la torre situata più vicino al mare, verso il mare libico. »
(Polibio, Storie, I, 42, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

I Romani abbatterono almeno sette torri nemiche mentre il comandante punico Imilcone incendiava le macchine da assedio e irrobustiva le fortificazioni, ma i cittadini e i diecimila mercenari non potevano resistere per molto ai romani.

I cartaginesi allora allestirono una flotta di cinquanta navi con diecimila soldati guidati da Annibale (247 - 183) che stabilì una base alle isole Egadi, e fece vela verso Lilibeo. I Romani lo inseguirono ma non riuscirono a fermarlo e Annibale fece sbarcare i suoi soldati raddoppiando così le truppe dei difensori. Imilcone, il giorno successivo, potè far uscire il suo esercito  e lo lanciò contro gli assedianti mentre l'esercito di Annibale restava in città a sorvegliare le mura.

L'assedio a terra continuava; ma un giorno, però, si levò un forte vento
« ...con tale forza e impeto da scuotere violentemente anche le gallerie da assedio e sollevare con la forza le torri collocate davanti ad esse. »
(Polibio, Storie, I, 48, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

I mercenari proposero ad Imilcone di sfruttare il vento che soffiava verso i nemici per incendiare le macchine e così fecero.
« Alla fine avvenne che la distruzione fosse così completa che anche le basi delle torri e le aste degli arieti furono rese inutilizzabili dal fuoco. »
(Polibio, Storie, I, 48, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

I Romani rinunciarono allora alle torri d'assedio limitandosi a cingere la città con un fossato e un vallo e protessero l'accampamento con un muro. Gli assediati ripararono un muro crollato e coraggiosamente sostennero l'assedio.

L'assedio di Lilibeo continuò per altri otto anni, fino al 241 a.c., la data decisiva. Ventimila Cartaginesi e "ancor più numerosi" Romani si scontrarono così in una battaglia confusa con infiniti morti da entrambe le parti. Alla fine i Romani ricacciarono i nemici in città, e Annibale, compreso che non sarebbe riuscito a sconfiggere i romani, lasciò Lilibeo e si recò dal comandante in capo della spedizione, Aderbale che si era stabilito a Trapani a circa 20 km dalla città assediata.

Qui  Annibale Rodio propose di forzare il blocco di Lilibeo per avere notizie precise sull'assedio e gli assediati. Anch'egli, con azione ardita e rapida, sfruttando venti e correnti favorevoli che d'altronde ben conoscevano, raggiunse Lilibeo.

ROSTRO DELLA BATTAGLIA DELLE EGADI

ANNIBALE RODIO

Nel 250 a.c., durante la I guerra punica, nell'assedio dei Romani a Lilibeo, il comandante romano Catulo aveva predisposto una flottiglia di dieci navi per impedire l'uscita delle navi cartaginesi, ma Annibale Rodio riuscì con audacia e velocità a sfuggire ai Romani fermandosi addirittura al largo con i remi alzati sfidandoli a inseguirlo.

Si suppone che l’intento principale fosse in realtà di approvvigionare gli abitanti di Lilibeo con beni di prima necessità. Altri Cartaginesi lo imitarono e i Romani, che non erano abituati alle umiliazioni, reagirono in ogni modo, addirittura cercando di chiudere il porto con un terrapieno.

IL RITROVAMENTO DEL XII ROSTRO
DELLA BATTAGLIA DELLE EGADI
Il lavoro era gravosissimo, peraltro a causa delle correnti fu un lavoro quasi inutile, ma in un punto i Romani, che non potevano ammettere di essere beffati, riuscirono a creare un bassofondo che, ignoto ai cartaginesi che conoscevano la costa, una notte fece insabbiare e quindi catturare una quadrireme punica, scoprendo così quanto fosse più leggera e veloce di quelle romane.

La notte successiva Rodio entrò nel porto e cercò di nuovo di uscirne, ma la quadrireme catturata, con l'ottimo equipaggio dei Romani, riuscì a uncinare l'imbarcazione di Rodio con un combattimento in cui il comandante cartaginese fu sconfitto e catturato.

Con i due quadriremi di ottima fattura affidate a equipaggi esperti i Romani riuscirono, quindi, a ostacolare la navigazione dei nemici nelle acque di Lilibeo, ma soprattutto i romani avevano in mano una nuova arma, che, come furono sempre usi fare, spedirono a Roma per proporla ai cantieri navali. Occorreva abilità, tempo e danaro, la prima c'era, la seconda e la terza no, mai romani non si persero d'animo. Trovarono il denaro e riprodussero con una abilità e una velocità sorprendenti.



GAIO LUTAZIO CATULO



A capo della flotta fu posto quel Gaio Lutazio Catulo (291 a.c. – 220 a.c.) che passerà alla storia come un grande comandante navale, e che all'inizio dell'estate del 242 a.c., prese il mare per la Sicilia. I romani di navi e di combattimenti per mare ne sapevano poco, ma avevano la straordinaria capacità di copiare tutto e improvvisare tutto.

MODELLO DI NAVE CARTAGINESE
POI ROMANA
Lutazio Catulo era un Homo Novus, non era un aristocratico. Al suo collega, il patrizio Gneo Cornelio Scipione Asina, Duilio diede il comando della flotta, tenendo per sè quello delle legioni.

Ma, peccando d'ingenuità, Asina fu catturato dai cartaginesi nella Battaglia delle Isole Lipari. Pertanto Duilio rimase solo al comando della guerra e fu una fortuna.

I Cartaginesi di Trapani furono allibiti; non immaginavano che Roma, con le sue navi tutte distrutte,  potesse ancora armare una tale flotta. Catulo, visto che tutta la flotta cartaginese era rientrata in patria, rinforzò le truppe sull'Assedio di Lilibeo e occupò  il porto di Trapani ponendo sotto assedio la città. Intanto esercitava gli equipaggi.



ANNONE

A Cartagine, saputo della spedizione romana, prepararono le navi per i vettovagliamenti delle truppe di Amilcare Barca che si battevano alle falde del Monte Erice. Al comando della flotta fu posto Annone che portò la flotta ad ancorarsi all'isola "Sacra" in attesa di scaricare i rifornimenti e caricare Amilcare e i suoi uomini.

Lutazio Catulo informato dell'arrivo di Annone imbarcò gli uomini migliori e portò la flotta fino all'isola di Egussa (Favignana). Era il 9 marzo del 241 a.c.

ROMA CREA LE NAVI LEGGERE


LA BATTAGLIA

La flotta romana si pose a muro per bloccare le navi cartaginesi che veleggiavano verso la costa del Monte Erice e i Cartaginesi ammainarono le vele per passare ai remi e muoversi rapidamente.
Il mattino dopo Catulo vide che la flotta cartaginese avrebbe avuto un forte vento a favore che avrebbe contrastato invece la flotta romana. Però se avesse attaccato subito avrebbe avuto di fronte degli scafi carichi, più lenti e con a bordo solo forze di marina. Non doveva permettere lo scarico delle merci.

Ma le navi romane non erano quelle di prima, i Romani, grazie alla loro grande ingegneria, avevano copiato fedelmente la nave di Annibale Rodio catturata durante l'Assedio di Lilibeo (250 a.c.). In più avevano carichi leggeri e marinai addestratissimi.

Le navi cartaginesi invece erano pesanti per il carico, inoltre, come riporta Polibio:
«gli equipaggi erano completamente privi di addestramento ed erano imbarcati per l'occasione, e i soldati di marina erano appena arruolati e sperimentavano per la prima volta ogni sofferenza e rischio
(Polibio, Storie, I, 61, 4)



A Cartagine si riteneva che i Romani, con un passato di sconfitte e di naufragi, fossero incapaci di governare le navi, ed era vero, ma era vero allora, perchè i romani lavoravano incessantemente per prepararsi alle guerre, era l'unico popolo a non fermarsi mai. E non solo addestravano i combattenti, ma miglioravano continuamente le armi, gli equipaggiamenti, le macchine da guerra, le navi e quant'altro.



LUTAZIO CATULO





Così, inaspettatamente per i cartaginesi, Lutazio Catulo era sbarcato inaspettato in Sicilia, aveva implementato le legioni che assediavano Lilibeo, occupò il Drepana (il porto di Trapani) e mise la città sotto assedio.

ROSTRI RINVENUTI INTORNO ALLE EGADI


UNA QUESTIONE DI TEMPO

Ma c'era anche una questione di tempo, nessuno conosceva profondamente le capacità organizzative dei romani, nessuno poteva immaginare che in così poco tempo potessero riformare una flotta navale quasi totalmente distrutta. Gli ingegneri navali e i carpentieri velocissimi avevano riprodotto le imbarcazioni cartaginesi, migliorandole con i loro accorgimenti nella impermeabilizzazione e nella precisione dei cunei. Così ora le navi romane erano leggere al massimo, con gli equipaggi tenuti in addestramento continuo e supportati da « soldati di marina scelti, più duri ad arrendersi delle truppe di terra. » (Polibio, Storie, I, 61, 3) 

Così, il 10 marzo 241 a.c. le navi erano pronte.

I Cartaginesi invece avevano in quel momento le navi cariche di rifornoimenti per soccorrere gli abitanti di Lilibeo e quindi lente nella manovra, inoltre « gli equipaggi erano completamente privi di addestramento ed erano imbarcati per l'occasione, e i soldati di marina erano appena arruolati e sperimentavano per la prima volta ogni sofferenza e rischio. » (Polibio, Storie, I, 61, 4)

I cartaginesi avevano rifornito di beni Lilibeo sotto assedio, di modo che potessero resistere ad oltranza, mentre i romani erano accampati attorno ad essa e faticavano a rifornirsi. Le navi puniche continuavano a entrare e uscire come volevano, troppo veloci perchè le navi romane tradizionali potessero avvicinarle e combattere. Ma la situazione era cambiata.

ROSTRO CARTAGINESE
CON SUPPLICA A BAAL
A Cartagine si riteneva che i Romani, a seguito delle sconfitte e dei naufragi a cui avevano assistito, fossero poco capaci di governare le navi.  Non conoscevano i romani, la loro forza di unione, la loro organizzazione e la loro grande capacità di apprendere continuamente armi, strategie e competenze nuove. Ora a Roma si pensava solo a lavare l'onta subita e a sconfiggere il potente nemico.

Taglialegna, trasportatori, carpentieri, falegnami, funari (costruttori di funi), tessitori, marinai, tutti si erano posti senza sosta a costruire la nuova flotta romana. Si lavorava di giorno e di notte, i carri si susseguivano senza sosta per il trasporto degli alberi dalle foreste alle falegnamerie, dalle falegnamerie all'arsenale, i turni si susseguivano, i vecchi più competenti guidavano le nuove leve di artigiani e continuamente si controllavano i lavori eseguiti.

Infine Lutazio Catulo potè guidare la flotta romana contro quella cartaginese comandata da Annone nella battaglia delle Isole Egadi, Roma doveva vendicare l'onta subita, e fu lo scontro decisivo della I guerra punica. Inferiori nella manovra e nel combattimento ravvicinato, stupefatti e increduli sulla grande flotta evocata dal nulla, i Cartaginesi vennero investiti da un'onda d'urto che li scompaginò e li spezzò.

Roma non vinse, stravinse, fu una carneficina di navi e di uomini. I cartaginesi erano inferiori nella manovra e nel combattimento ravvicinato, perchè erano inferiori nell'esperienza, nella creatività e nella capacità organizzativa. Così i romani affondarono cinquanta navi e altre settanta ne catturarono complete di equipaggio. Poi il vento girò, permettendo alle alle navi superstiti di alzare le vele e scapparsene verso l'Isola Sacra.

Nei giorni seguenti la battaglia Catulo non si fermò a festeggiare, doveva inviare a Roma un bottino di settanta navi e diecimila prigionieri, un po' per volta e con la scorta dovuta, terminato il gravoso compito riprese l'assedio di Lilibeo e riuscì ad espugnare la città che riforniva i nemici.

RINVENIMENTI DELLE EGADI

AMILCARE BARCA

Amilcare (290 – 229 a.c.) era un generale e politico cartaginese, soprannominato "Barak", che in punico significava fulmine o saetta, latinizzato poi in Barca.

 Affidatogli il comando delle forze cartaginesi in Sicilia nel 247 a.c., che si trovava praticamente nelle mani dei Romani.

AMILCARE BARCA

Amilcare seppe dimostrare le sue grandi doti di generale, sbarcò immediatamente a nord-ovest dell'isola con un corpo di mercenari, asserragliandosi prima sul monte Pellegrino, (promontorio montuoso che chiude a Nord il Golfo di Palermo e a Sud il Golfo di Mondello).

Poi si asserragliò sul Monte Erice (monte in prov. di Trapani), dove non solo mantenne la posizione contro i nemici, ma diresse con successo la difesa delle città di Lilibeo e di Drepano (Trapani), e a fare scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale.

Amilcare non fu mai sconfitto in Sicilia e i Romani gli concessero, eccezionalmente, l'onore delle armi.

Egli fu geniale e innovativo: perfezionò la manovra avvolgente, ereditata dall'Oriente ellenistico e da Santippo (stratega spartano - 255 a.c.), ed ideò un metodo per frenare gli elefanti da guerra imbizzarriti, perchè non si volgessero contro le unità cartaginesi: dotò i cornac (i conducenti) di mazzuoli e grandi chiodi che, all'occorrenza, venivano conficcati nel cranio degli animali, uccidendoli.


LA PACE

Amilcare che da anni combatteva una guerriglia sul Monte Erice, venne nominato comandante della flotta e per un po' riuscì a resistere ma poi, tagliato fuori dai rifornimenti con la caduta di Lilibeo, mandò ambasciatori a Catulo per trattare la pace.

«Avendo Lutazio accolto di buon animo le richieste, poiché era conscio che la condizione dei suoi fosse ormai logorata ed estenuata dalla guerra, pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: "Ci sia amicizia fra Cartaginesi e Romani a queste condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent'anni duemiladuecento talenti euboici d'argento"

(Polibio - Storie Libro I)

Tuttavia non accettò mai in cuor suo la pace con Roma, tanto che, nella ratifica del trattato di pace, uscì dalla sala del Consiglio cartaginese.

TEMPIO DI GIUTURNA A LARGO ARGENTINA (Roma)

LA RESA

Il console romano, saggiamente, rendendosi conto che anche Roma era sfinita da ventiquattro anni di guerra continua, « pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: "Ci sia amicizia fra Cartaginesi e Romani a queste condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent'anni duemiladuecento talenti euboici d'argento". » (Polibio, Storie, I, 61, 4)

GIUTURNA, NINFA DELLE FONTI
Catulo accettò la resa e ne dettò le condizioni con la clausola che queste dovevano essere ratificate dal popolo romano. Le richieste romane quindi furono:

- ritiro di Cartagine da tutta la Sicilia;
- nessun attacco a Siracusa e suoi alleati,
- restituzione senza riscatto dei prigionieri,
- 2.200 talenti euboici d'argento in vent'anni.

Il popolo romano, poi, per tramite di una commissione di dieci uomini, rese un po' più gravose le condizioni, ma la I Guerra Punica era terminata.

Per celebrare la sua vittoria e rendere grazie agli Dei, Gaio Lutazio Catulo eresse un tempio a Giuturna, una ninfa delle fonti a cui era devoto presso il Campo Marzio, nell'area oggi nota come Largo di Torre Argentina.

Cartagine dopo oltre vent'anni di scontri navali e terrestri, avendo subito alle isole Egadi una sconfitta pesante in termini di uomini e soprattutto di navi, 70 navi cartaginesi conquistate e 50 navi affondate, e altre 50 messe in fuga, con le finanze esauste, dovette chiedere la pace a Roma. La battaglia delle Isole Egadi, combattuta il 10 marzo del 241 a.c., segna la definitiva sconfitta di Cartagine e la fine della I Guerra Punica.

Roma era ancora Invicta.




1 comment:

Scuola di Ecologia Culturale (A.C.) on 9 gennaio 2019 12:11 ha detto...

interessante e giustamente sintetico

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