POMPEO MAGNO





Nome originale: Gnaeus Pompeius Magnus
Nascita: 28 settembre 106 a.c., Picenum
Morte: 48 a.c., Egitto
Incarico politico: 70-48 a.c.



LE ORIGINI

Gneo Pompeo Magno, ovvero Gnaeus Pompeius Magnus, nacque a Picenum, (odierna Ascoli Piceno) nel 106 a.c.. Suo padre fu Gneo Pompeo Strabone, possidente molto ricco dei territori Piceni, era un grande generale che aveva assunto nell'89 la carica di senatore. Così Pompeo era di famiglia senatoria e pertanto patrizio.

Gneo Pompeo Strabone era stato questore in Sicilia nel 104 a.c. scalando militarmente il suo cursus honorum fino a divenire console durante la Guerra Sociale e le sue tre legioni romane furono determinanti nella vittoria di Roma. Suo figlio Gneo Pompeo si mise allora a capo delle legioni del padre e le ricondusse nel Picenum.
Strabone aveva combattuto prima con Gaio Mario, poi con Lucio Cornelio Silla, grande nemico di Mario, nelle guerre civili dell'88-87 a.c. Per sostenere Silla contro Gaio Mario, aveva assediato Roma, ma morì prima della battaglia.

Pompeo era cresciuto con suo padre negli accampamenti militari, coinvolto con l'esercito e le fazioni politiche. A 17 anni, Pompeo era diventato il braccio destro di suo padre, inoltre strinse grande amicizia con un giovane ufficiale suo coetaneo, Marco Tullio Cicerone. Plutarco riferisce che Pompeo fosse considerato dalle truppe un secondo Alessandro Magno.



A FIANCO DI SILLA

Malgrado la sua gioventù, Pompeo fu al fianco di Silla dopo il suo ritorno dalla seconda guerra mitridatica nell'83 a.c.. La Roma repubblicana non vedeva di buon occhio Silla e si schierava con Lucio Cornelio Cinna, amico del defunto eroe Mario, che tante volte aveva salvato Roma senza mire dittatoriali.
Pompeo aveva a sua disposizioni tre legioni di veterani lasciategli dal padre insieme ai soldi per mantenerli, un grande potere che Pompeo sfruttò per fare carriera. Silla, diventato ormai dittatore con potere assoluto della città, fece divorziare Emilia Scaura, la figliastra incinta, per farle sposare Pompeo, che a sua volta divorziò dalla plebea Antistia, per sposare la patrizia Emilia e diventare genero di Silla. Il dittatore però non condivideva con gli altri il suo potere, non faceva vita di corte e non accettava consiglieri. Essere il genero di Silla non voleva dire granchè per l'ambizioso Pompeo.



INCONTRI FATALI

Durante le campagne di Silla attraverso l'Italia, Pompeo aveva intanto incontrato Marco Licinio Crasso e Gaio Giulio Cesare. Crasso, come Pompeo, era era ricco e possedeva un esercito che aveva combattuto per Silla. Avevano molto in comune ma molto da competere. Aveva invece visto Cesare quando Silla aveva chiesto al giovanissimo nipote di Mario di divorziare da sua moglie Cornelia, la figlia di Cinna. Cesare aveva avuto l'ardire di rifiutare dimostrando per i suoi sedici anni un fierissimo carattere.

Qui i racconti divergono, alcuni sostengono che sia la figlia che Pompeo pregassero il dittatore di risparmiare il ragazzo e così le vestali si che Silla averebbe risposto di tenersi pure il ragazzo che avrebbe comunque creato guai per venti Mario messi insieme. Secondo altri Pompeo non perorò ma si limitò ad elogiare la magnanimità di Silla per cui Cesare anzichè condannato a morte diventò esule, e Silla avrebbe risposto che desiderava lasciare alcuni nemici vivi per le avventure successive. Pompeo vide in Cesare una grande determinazione, per aver rifiutato un divorzio che lui stesso aveva dovuto accettare, per timore di cadere in disgrazia come Cesare.



LA STRAGE DEI MARIANI

Silla intanto inviò Pompeo in Sicilia per recuperare dai Mariani l'isola che riforniva Roma della maggior parte del grano: se mancava il grano la popolazione si ribellava.
Pompeo ci andò giù pesante e quando i cittadini protestarono rispose con una frase rimasta famosa: "Smettete di citare leggi, noi portiamo armi".

Sconfitti i Mariani e riacquisita la Sicilia si recò in Africa, sterminando spietatamente gli altri Mariani nell'82-81 a.c. le sue truppe entusiaste lo proclamarono Imperator cosicchè Pompeo non sciolse le sue legioni giungendo alle porte di Roma con la richiesta il trionfo. Era fortemente proibito presentarsi vicino Roma con l'esercito, la lege prevedeva lo scioglimento dello stesso e un periodo di purificazione prima di entrare nell'urbe, ma Silla, che aveva conquistato il potere nello stesso modo, dovette temere il peggio e acconsentì. Fu qui che Pompeo si guadagnò il cognomen di Magno, "Grande".



ULTIMA RESISTENZA MARIANA

Nel 77 a.c. Pompeo represse la rivolta filo-mariana di Marco Emilio Lepido, riconquistò molte città del nord e sconfisse definitivamente Lepido in uno scontro in Maremma.

POMPEO
Ottenuto poi a il trionfo che era molto significativo per il plauso popolare, Pompeo richiese l'imperium proconsolare pur non avendo ricoperto la carica di console, per andare in Spagna e combattere contro Sertorio, un generale Mariano che continuava a governare la Spagna. Anche questo era fuori delle regole, per giunta Pompeo non aveva ancora sciolto le sue legioni. Era una chiara minaccia a Silla che da un lato temeva Pompeo ma dall'altro poteva togliersi l'ultima resistenza mariana.

Il dittatore dovette riflettere sulla convenienza della cosa: se Pompeo perdeva perdeva pure il suo prestigio, se vinceva il prestigio aumentava ma gli toglieva la disperata resistenza dei Mariani, avvelenati contro Silla e contro Pompeo. Decise pertanto di accettare e Pompeo si unì con Quinto Metello Pio contro Sertorio, cugino di gaio Mario che aveva distaccato da Roma la provincia iberica. Metello era seguace di Silla, nominato da questo Pontifex Maximo senza votazione, uno scandalo, ma il dittatore poteva decidere ciò che voleva. In più concesse a Metello la carica di proconsole della Spagna Ulteriore. La campagna contro i Mariani durò dal 76 al 71 a.c. e la guerra infine fu vinta non grazie alle abilità di Pompeo, quanto all'abilità di Metello e all'assassinio di Sertorio, ad opera del suo luogotenente Perperna, a sua volta affrontato e sconfitto da Pompeo Magno, tanto che al ritorno fu Metello a ottenere il trionfo.

Pompeo fu però abilissimo nell'organizzazione e la gestione della provincia riconquistata, dimostrandosi equanime generoso, estendendo il potere fino alla Gallia meridionale. Fu però richiamato a Roma dalla rivolta degli schiavi del 71 a.c., che stava mettendo a rischio roma e l'Italia meridionale. Inviato dal senato a intervenire sugli insuccessi di Crasso giunse però troppo tardi. Questi, pur di non condividere la vittoria con Pompeo, punì così atrocemente i suoi uomini giustiziandone 4000 a bastonate, da spingerli a una battaglia disperata che ebbe la meglio sugli schiavi. l'unica cosa che potè fare Pompeo fu di uccidere 5000 schiavi che stavano fuggendo verso il nord.

Tornato a Roma, Pompeo celebrò il suo secondo trionfo, nonostante non gli fosse stato concesso, per le vittorie in Spagna e la sua popolarità crebbe a dismisura. Nel 70 a.c. Pompeo Magno e Licinio Crasso, accampati alle porte di Roma i propri soldati, ottennero l’elezione a consoli. Così nell'anno successivo, 71 a.c., a soli 35 anni, Pompeo fu eletto finalmente console, per il 70 a.c. in coppia col giovanissimo Crasso, grazie all'appoggio della popolazione romana. Durante il consolato si adoperò per ridimensionare il potere del Senato e per demolire le leggi varate da Silla.



IL GRANO PER ROMA

Nel settembre 67 a.c., essendo Roma afflitta da una grave carestia, il Senato incaricò Pompeo dell'approvvigionamento di grano dell'Urbe (l'annona), conferendogli per cinque anni un comando proconsolare con dei poteri eccezionali sulla produzione agricola in tutto il mondo soggetto ai Romani e sulla navigazione marittima nell'intero Mediterraneo.

Avvalendosi di un gran numero di luogotenenti (fra i quali il posto più eminente venne assegnato a Cicerone), egli assunse prontamente il controllo di tutte le aree di produzione oltremare e dei relativi porti marittimi. Quindi egli stesso prese il mare, facendo vela verso le coste della Sardegna, della Sicilia e dell’Africa per controllare di persona la raccolta e l'imbarco dei cereali.

Quando le navi del primo convoglio erano già state caricate ed erano pronte a salpare per il rientro ad Ostia, sopravvenne una tempesta che trattenne i comandanti in porto. Ma Pompeo non tollerò che la partenza venisse ritardata. Salì a bordo della prima nave ed ordinò di sciogliere gli ormeggi esclamando: “Navigare è necessario! … vivere non lo è!” (Navigare necesse est, vivere non est necesse).

L'energia infusa da Pompeo nella rete dei rifornimenti marittimi di Roma non tardò a sanare la situazione: dopo aver riempito il mare di navi, egli colmò i mercati romani di vettovaglie sovrabbondanti. Egli raggiunse l'apice della propria potenza proprio al termine del suo proconsolato quinquennale.



I PIRATI

Nel 69 a.c., Pompeo era ormai il beniamino del popolo romano che vedeva in lui l'eroe invincibile. Ottenne così due incarichi proconsolari straordinari, senza precedenti nella storia romana.

POMPEO
Nel 67 a.c., nonostante l'avversione del senato, Pompeo fu nominato comandante di una flotta speciale per condurre una campagna contro i pirati che infestavano il Mar Mediterraneo. Per una città potente come Roma il controllo del mare Mediterraneo era indispensabile per i commerci e i rifornimenti. Ma soprattutto Silla, uomo lungimirante, pensò bene che più Pompeo stava lontano da Roma più il suo potere stava al sicuro.

Giulio Cesare faceva parte di quella minoranza di senatori che avevano sostenuto Pompeo. Il tribuno della plebe Aulo Gabinio propose la Lex Gabinia, che assegnava a Pompeo il comando della guerra contro i pirati del Mediterraneo, con il controllo assoluto sul mare e sulle coste per 50 miglia all'interno, ponendolo al di sopra di ogni capo militare in oriente.

Ecco le aree di responsabilità assegnate da Pompeo ai comandanti delle flotte romane schierate nel Mediterraneo contro i pirati:

Comandanti Delle Flotte Romane
1 Lucio Gellio Publicola (già console, nel 72 a.c.): mar Tirreno;
2 Publio Atilio: mar Ligure e acque della Corsica;
3 Marco Pomponio: mar Gallico (golfo del Leone);
4 Aulo Manlio Torquato: mar Balearico e acque delle coste orientali della Spagna;
5 Tiberio Claudio Nerone: stretto di Cadice (ora “di Gibilterra”) e mar di Alboran;
6 Gneo Cornelio Lentulo Marcellino (futuro console, nel 56 a.c.): acque della Sardegna e mar Libico;
7 Aulo Plozio Varo: mar Siculo;
8 Marco Terenzio Varrone: mar Ionio, basso Adriatico e basso Egeo fino a Delo;
9 Gneo Cornelio Lentulo Clodiano (già console, nel 72 a.c.): mare Adriatico;
10 fratelli Aulo e Quinto Pompeo Bitinico: mare Egizio;
11 Quinto Cecilio Metello Nepote (futuro console, nel 57 a.c.): Egeo sud-orientale, mar Panfilio e acque di Cipro;
12 Lucio Lollio: Egeo settentrionale, fino all’Ellesponto (Dardanelli);
13 Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano (futuro console, nel 61 a.c.): Propontide e Bosforo.

Pompeo risolse brillantemente e in pochi mesi il pericolo dei pirati, dimostrando grandi qualità organizzative e di comando.



CONTRO MITRIDATE

« Si salutarono l'un l'altro in modo amichevole, e ciascuno si congratulò con l'altro per le sue vittorie. Lucullo era l'uomo più anziano, ma il prestigio di Pompeo era più grande, perché aveva condotto campagne più importanti, e celebrato due trionfi. Fasci incoronati di alloro erano portati nei cortei di entrambi i comandanti, in ricordo delle loro vittorie, e poiché Pompeo aveva fatto una lunga marcia attraverso delle regioni aride senza acqua, l'alloro che avvolgeva i suoi fasci si era inaridito. Quando i littori di Lucullo videro ciò, premurosamente diedero ai littori di Pompeo alcuni rametti del loro alloro, che invece era fresco e verde. Questa circostanza fu interpretata come un buon auspicio da parte degli amici di Pompeo, perché, con questo gesto, il prestigio di Lucullo ornava ora il comando di Pompeo. Tuttavia, il loro incontro non portò a nessun accordo equo tra le parti, ed al contrario li portò a dividersi ancor più. Pompeo annullò le ordinanze di Lucullo, e portò via tutto, eccetto mille e seicento dei suoi soldati. Questi glieli lasciò, per condividere il suo trionfo, seppure anche loro non lo seguissero molto allegramente. »
(Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2-4.)

Per il popolo romano era ormai un mito. Ma Silla pensò bene di occuparlo di nuovo in un paese straniero e lo incaricò di condurre la guerra contro Mitridate VI re del Ponto, in oriente, dandogli in mano tutta la conquista e la riorganizzazione dell'intero Mediterraneo orientale. Anche stavolta Cesare, che aveva a sua volta le sue mire, votò a favore di Pompeo. Questi combattè dal 65 al 62 a.c. con tale abilità militare e capacità amministrativa che Roma conquistò gran parte dell'Asia. Con i proventi della guerra mitridatica si costruì una sontuosissima villa a Roma costruita tra il 61 e il 58 a.c., poi ereditata dal figlio Sesto e in seguito passò a Dolabella e quindi all'Imperatore Augusto.

Pompeo sconfisse ed eliminò Mitridate, poi sconfisse Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito giunse a trattative. Tra il 64-63 la Bythinia tornò provincia romana insieme al Pontus. Pompeo Magno penetrò quindi in Syria, depose re Antioco XIII, e dichiarò la Syria provincia romana. Poi andò a combattere contro Gerusalemme, acquisendone il dominio. Fu una serie di vittorie brillanti e brillanti trattative, sostituendo i re delle nuove province orientali e facendoseli amici, affinchè custodissero la nuova frontiera di Roma in oriente.



IL RITORNO DEL VINCITORE

« Le iscrizioni [del corteo trionfale] indicavano le nazioni su cui [Pompeo] aveva trionfato. Questi erano: Ponto, Armenia, Cappadocia, Paflagonia, Media, Colchide, Iberia, Albania, Siria, Cilicia, Mesopotamia, Fenicia, Palestina, Giudea, Arabia e tutta la potenza dei pirati di mare e terra che erano stati sconfitti. Tra questi popoli furono catturate non meno di 1.000 fortezze, secondo le iscrizioni, e non meno di 900 città, oltre ad 800 navi pirata, e 39 città fondate. Oltre a tutto questo, le iscrizioni riportavano che, mentre i ricavi pubblici dalle tasse erano stati pari a 50 milioni di dracme, a cui se ne aggiungevano altri altri 85 milioni dalle città che Pompeo aveva conquistato e che andarono a costituire il tesoro pubblico, coniato da oggetti d'oro e d'argento per 20.000 talenti; oltre il denaro che era stato distribuito ai suoi soldati, tra i quali, quello a cui era stato dato la quota minore aveva ricevuto 1.500 dracme. Tra i prigionieri portati in trionfo, oltre al capo dei pirati, c'era il figlio di Tigrane con la moglie e la figlia, Zosimo con la moglie dello stesso re Tigrane, Aristobulo re dei Giudei, una sorella e cinque figli di Mitridate, alcune donne Scite, oltre ad ostaggi dati dal popolo degli Iberi, degli Albani e dal re di Commagene; c'erano anche moltissimi trofei, in numero pari a tutte le battaglie in cui Pompeo era risultato vittorio (compresi i suoi legati). Ma quello che più di ogni altra cosa risultava emergere per la sua gloria fu che nessun romano prima di allora aveva mai celebrato il suo terzo trionfo sopra tre differenti continenti. Altri avevano celebrato tre trionfi, ma lui ne aveva celebrato uno sulla Libia, il suo secondo in Europa e l'ultimo sull'Asia, in modo che sembrava avesse incluso tutto il mondo nei suoi tre trionfi. »
(Plutarco, Vita di Pompeo, 45.2-5.)

Pompeo tornò a Roma nel 62 a.c. con un bottino e un versamento di tributi dalle province come mai era stato visto. Plutarco scrisse di circa 20.000 talenti d'oro e d'argento versati al tesoro, e l'erario aumentò in attivo attuale da 50 milioni a 85 milioni di dracme. Il suo genio amministrativo era tale che le sue disposizioni restarono in voga fino alla caduta di Roma.

Il suo trionfo raggiunse il vertice dello spectaculum, e fu celebrato nel 61 a.c. dopo la vittoria su Mitridate vi e del quale abbiamo una lunga e dettagliata testimonianza di Plinio, che non nasconde la sua ironia su alcuni eccessi, come il ritratto di Pompeo, composto di perle:

"Erat et imago Cn. Pompei e margaritis, illa reclino honore grata, illius probi oris venerandique per cunctas gentes, illa ex margaritis, illa severitate victa et veriore luxuriae triumpho! Numquam profecto inter illos viros durasset cognomen Magni, si prima victoria sic triumphasset! E margaritis, Magne, tam prodiga re et feminis reperta, quas gerere te fas non sit, fieri tuos voltus? Sic te pretiosum videri?"
Molti senatori già temevano una marcia su Roma come quella di Silla che portò alla dittatura. Il prestigio di Pompeo era talmente alto che, se avesse voluto, avrebbe potuto farlo tranquillamente, invece, una volta sbarcato a Brindisi, licenziò il suo esercito e tutti rifiatarono.

Dal 58 al 55 a.c. Pompeo governò la Spagna Ulteriore per procura, e a Roma ordinò la costruzione del Teatro di Pompeo. Restò infatti a Roma per il terzo trionfo e per il secondo consolato.

Intanto nel 58 Giulio Cesare era diventato governatore della Gallia Cisalpina e dell’Illyricum, alle quali viene in un secondo momento aggiunta anche la Gallia Transalpina (Narbonensis), e diede inizio alla campagna delle Gallie. Era il nuovo astro all'orizzonte.

Le leggi romane dichiaravano che un generale non poteva traversare il pomerium senza perdere il diritto al trionfo, ma un candidato doveva essere in città per presentarsi all'elezione. Pompeo chiese al senato di posporre l'elezione consolare per il giorno dopo il trionfo. Gli ottimati, guidati da Catone Uticense, si opposero e il generale scelse il trionfo, ma non poté candidarsi per il consolato. Però corruppe gli elettori per nominare il suo candidato, Afranio.

Il suo terzo trionfo avvenne l'anno dopo, nel suo 45° compleanno, celebrando le vittorie sui pirati e nel Medio Oriente. Due giorni di parata di bottini, di prigionieri, l'esercito e i vessilli con scene di battaglia riempirono la strada tra il Campo Marzio ed il tempio di Giove Ottimo Massimo. Poi Pompeo offrì un banchetto trionfale e fece donazioni al popolo di Roma che andò in visibilio per lui.

Intanto Crasso, aveva prestato molti soldi a Cesare per la sua carriera pubblica, convinto delle sue capacità e della sua amicizia che lo avrebbe di certo favorito. Cicerone invece stava cadendo in disgrazia. Pompeo allontanò i suoi eserciti da Roma per smentire l'intenzione di mirare alla dittatura. Gli ottimati del senato però gli erano ostili e i suoi accordi in Oriente non furono ratificati subito. Soprattutto le terre pubbliche che aveva promesso ai veterani non arrivarono. La stella di Pompeo cominciò ad affievolirsi quando sorse un nuovo astro: un personaggio più abile, più intelligente e carismatico di lui: Caio Giulio Cesare.



IL PRIMO TRIUNVIRATO

Pompeo e Crasso non si amavano, ma avevano interessi comuni: una tassa proposta da Crasso era stata respinta e i veterani di Pompeo restavano ignorati. Occorreva un console amico e lungimirante: Giulio Cesare, che di ritorno dal servizio in Spagna era pronto al consolato e a favorire entrambi, per quel dono particolare che aveva di convincere gli uomini. Così, nonostante le avversioni, Pompeo e Crasso, insieme a Cesare, concordarono il primo triumvirato. Pompeo e Crasso lo avrebbero aiutato ad essere eletto console e lui avrebbe favorito le loro leggi. Plutarco riferisce che Catone avrebbe affermato che la tragedia di Pompeo non fu essere il nemico di Cesare, ma di esserne stato amico e sostenitore.

Cesare mantenne le promesse fatte ai due triunviri e per legarsi maggiormente a Pompeo nel 59 a.c. gli dette in moglie la giovane figlia Giulia, ben trenta anni di differenza d'età; ciononostante Giulia amò teneramente Pompeo e ne fu a lungo riamata. Dopo che Cesare si fu assicurato il comando proconsolare in Gallia alla fine dell'anno consolare, a Pompeo fu dato il governo della Spagna ulteriore, cosicché potesse restare a Roma.



L'ASCESA DI CESARE

Intanto a Roma aumentava la fama di Cesare come genio militare. Cesare, ben conoscendo la rivalità tra i due, chiamò prima Crasso, si accordò con lui e poi chiamò Pompeo, il più difficile da dirigere, ad una riunione segreta a Lucca dove decisero che Pompeo e Crasso avrebbero di nuovo avuto il consolato nel 55 a.c. e in cambio avrebbero rinnovato il comando di Cesare in Gallia per altri cinque anni.

GIULIO CESARE
Crasso intanto avrebbe ricevuto il comando in Siria, mentre Pompeo avrebbe continuato a governare la Spagna in absentia dopo il loro anno consolare. Il senato si oppose ma la corruzione dilagò grazie ai soldi di Crasso e le cariche elargite, e l'elezione di Pompeo e di Crasso approdò nel 55.

Cesare aveva il ruolo minore, ma sapeva di avere dala sua la cosa pià importante: l'entusiasmo del suo esercito per il suo genio militare, per le sue vittorie, e per la sua abilità nel conquistarsi gli animi dei soldati, insomma una fedeltà senza pari.

Silla era morto ma la dittatura era ancora disponibile. Intanto nel 54 era morta l'amata Giulia, troncando così un legame tra Pompeo e Cesare, il primo triunvirato si sciolse.

Nel 52 a.c. Pompeo ottenne il consolato con Metello Scipione di cui sposò la figlia Cornelia Metella, I conservatori, che male vedevano Cesare, si rivolsero a Pompeo eleggendolo unico console per l'anno successivo e prorogando per 5 anni il proconsolato in Spagna. Pompeo divenne così strumento degli avversari di Cesare, che temendo la sua discesa a Roma in armi, gli assegnarono il comando supremo di tutto l'esercito della penisola.
Così nel 51 a.c. Pompeo, con soddisfazione dei conservatori, vietò a Cesare (in Gallia) di candidarsi per il consolato in absentia.



LA GUERRA CIVILE

Nel 50 il senato invitò Cesare a sciogliere il proprio esercito. Un paio di mesi dopo, nel 49, giunse la lettera di Cesare al Senato con ultimatum sulla sua candidatura al secondo consolato. il Senato per tutta risposta dichiarò Cesare Hostis (nemico). Nello stesso mese Cesare varcò il Rubicone: era guerra civile. Cesare occupò Ariminium, Pisaurum, Fanum, Ancona e Arretium in pochi giorni. Il governo della Repubblica abbandonò Roma insieme a Pompeo, mentre forse un accordo era ancora possibile. Le sue legioni fuggirono verso Brundisium, dove Pompeo voleva intraprendere la guerra contro Cesare in Oriente. La prima mossa di Cesare, a cui né Pompeo né il Senato avevano pensato, fu di prelevare tutto l'erario, permettendo di pagare l'esercito e conquistarsi con elargizioni la simpatia del popolo di Roma. Poi Cesare, anzichè inseguire Pompeo, partì in Hispania, vinse la battaglia di Ilerda contro le truppe di Pompeo Magno comandate da Afranio e Petreio, assediò Massilia, l’esercito pompeiano si arrese e Massilia capitolò. Nello stesso anno in Africa l’esercito cesariano al comando di Curione vinse a Utica, ma venne successivamente sconfitto.

Non si sa perchè Pompeo lasciasse l'Italia senza combattere, forse perchè l'Asia era il terreno dove aveva molti alleati, o perchè, portandosi dietro consoli e senatori, costringeva Cesare a lasciare la penisola che gli eserciti fedeli a Pompeo, stanziati in Spagna, avrebbero potuto facilmente riconquistare. Cesare però intelligente e lungimirante come sempre, intuì la trappola e, prima di inseguire Pompeo, si diresse in Spagna dove, nel giro di pochi mesi, sconfisse le truppe fedeli al suo nemico. Eliminato questo pericolo, poté finalmente attraversare l'Adriatico per lo scontro decisivo della guerra civile.

Pompeo si riprese nell'assedio di Dyrrhachium, dove Cesare si era trovato in grande difficoltà, essendo abituato a combattere in campo aperto. Tuttavia, non attaccandolo in una sortita mentre era in difficoltà, Pompeo perse la possibilità di distruggere le sue armate. Plutarco riferisce il commento di Cesare "oggi il nemico avrebbe vinto, se avesse avuto un comandante che era un vincitore."

I conservatori condotti da Pompeo fuggirono in Grecia con Cesare all'inseguimento. Lo scontro avvenne nella battaglia di Farsalo in Tessaglia nel 48 a.c., talmente duro e sanguinoso che Cesare per la prima volta pensò alla disfatta ed era pronto al suicidio. Alla fine comunque, nello scontro tra i due colossi militari, vinse Cesare e Pompeo fuggì per salvarsi la vita, si ricongiunse alla nuova e quinta moglie Cornelia, figlia di Metello Scipione, col figlio Sesto Pompeo sull'isola di Lesbo e scappò in Egitto.



LA MORTE

In Egitto i consiglieri del giovanissimo re Tolomeo gli proposero di assassinarlo, per ingraziarsi Cesare già in viaggio per raggiungere Pompeo. Il 29 settembre, nel suo 58° compleanno, Pompeo Magno su una barca in cui riconobbe due vecchi compagni d'arme fu colpito alla schiena con una spada e un pugnale. Dopo la decapitazione il corpo fu abbandonato nudo sulla spiaggia, dove il suo liberto Filippo, lo onorò con un semplice funerale cremandolo su una pira del fasciame di una nave.

Cesare al suo arrivo ebbe come regalo la testa di Pompeo ed il suo anello, ma non fu affatto contento di vedere il nemico che pure stimava, un tempo alleato e genero, trattato con tanto disprezzo. Alla vista della testa di Pompeo, come riferisce Plutarco "si girò via con ripugnanza, come da un assassino; e quando ricevette l'anello con il sigillo di Pompeo su cui era inciso un leone che tiene una spada nelle sue zampe, scoppiò in lacrime."
Quindi depose Tolomeo, fece giustiziare gli assassini e pose Cleopatra sul trono dell'Egitto. Poi consegnò le ceneri di Pompeo e l'anello a Cornelia, che le riportò in patria.

I beni di Pompeo e dei suoi eredi non vennero toccati, e nel 45 a.c., Pompeo fu deificato dal senato su richiesta di Cesare. Nel suo testamento aveva lasciato un'erdeità al popolo romano a patto che gli dedicassero un circo, che venne costruito e dedicato alla Dea Flora, dove le sue sacerdotesse prostitute sacrificavano nude, il che allietò ancor più i romani.

Pompeo fu un grande condottiero e stratega, amato dai suoi soldati e dal popolo, forse non assunse il potere perchè lusingato dai riconoscimenti e gli incarichi di Silla, al contrario di Cesare che ricevette solo ostilità in cambio delle sue vittorie. O forse non ne aveva l'animo, o amava troppo la repubblica, perchè più volte giunse con l'esercito alle porte di Roma ma sempre desistette.





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