LUNI ( Liguria )



LA STORIA

Luni è una frazione del comune di Ortonovo, in provincia della Spezia, anticamente prospera colonia romana, oggi non più abitato ma ricco di resti romani.

Porto, fin dai tempi della frequentazione da parte dei greci, era dedicato alla Dea Selene, Dea Luna per i romani, che la adottarono come protettrice della città. Collocata alla sinistra della foce del fiume Magra, un tempo più vicina al mare mentre oggi dista circa 1 Km, Luni era un attivissimo porto naturale, nota anche per le sue cave di marmo; fu un fiorente centro etrusco controllato da popolazioni autoctone (i Liguri) che, con la conquista romana, divenne dapprima porto militare romano e poi colonia in cui si insediarono duemila cittadini romani. Con la crisi dell'impero romano, coincise il progressivo insabbiamento del porto e l' impaludamento della fascia costiera.

La colonia, denominata pertanto Luna, venne fondata dai Romani nel 177 a.c., come avamposto militare delle legioni romane, durante la campagna contro i Liguri. Plinio il Vecchio narra che per evitare le continue lotte, i Romani avevano già deportato nel Sannio oltre 40.000 Liguri Apuani nel 180 a.c..

Era una cautela spesso seguita durante la repubblica romana, che non usava la detenzione nè l'eccidio di massa, bensì traslocava i facinorosi in zone altrettanto battagliere. I Liguri, di animo indomito, dovettero adattarsi parecchio con i Sanniti, popolo già vinto ma sempre battagliero.


I Liguri

Nella seconda metà del III sec. a.c., fonti antiche riferiscono del primo scontro diretto con Roma, soprattutto durante la seconda guerra punica (218 - 201 a.c.), in cui i Liguri si schierarono apertamente dalla parte di Annibale, contro i Romani. Al termine della guerra, Roma concentrò quindi le sue forze contro i Liguri, ormai irriducibili, che ostacolavano la sua politica espansionistica verso l'Italia settentrionale. I rinvenimenti archeologici confermano gli anni del conflitto: in Lunigiana, in Versilia e nella Garfagnana, gli abitati liguri, ormai di dimensioni minime e con strutture precarie, si disposero in luoghi arroccati, difficilmente raggiungibili e generalmente protetti da una vetta: i castellari.

É documentata solamente l'ultima fase dei Liguri, quando arroccati nella Lunigiana Antica, si oppongono alla penetrazione romana, che coinvolse anche gli Apuani, i quali non perdettero le caratteristiche di tenacia e di amore alla libertà, che li distinguevano fra le popolazioni italiche, nemmeno quando Roma, dopo dura lotta, li soggiogò. Il conflitto ebbe termine nel 180 a.c. quando, dopo una sconfitta decisiva, gli Apuani vennero deportati in massa nel Sannio.

Solo così si crearono le condizioni per il pieno controllo del territorio, completato con la fondazione delle colonie di Lucca (180 a.c.) e Luni (177 a.c.). I Liguri furono poi fedeli ai vincitori e, con Caio Mario combatterono i Cimbri (102 a.c. a Aix en Provence) e i Teutoni (101 a.c. presso Vercelli) meritandosi la cittadinanza romana; poterono così attendere ai loro commerci, fiorenti ancora nella tarda età imperiale.

I Liguri continuarono dunque a combattere i Romani fino al 154 a.c., quando il console Claudio Marcello li sconfisse definitivamente. In suo onore venne eretto un monumento nella città, dove già si stava costruendo il tempio del capitolium.

Nel 109 a.c. i Romani costruirono la via Emilia Scauri, che, come riporta Strabone, raggiungeva Vada Sabatia, odierna Vado Ligure, presso Savona, partendo da Luna (Luni). Questa non proseguiva l'Aurelia, che terminava a Pisa, ma integrava i collegamenti tra Roma e le Gallie verso la Liguria di levante e di ponente.
Un'altra via collegava Parma a Luni, traversando il Malpasso, attuale Passo del Lagastrello, citato sull'Itinerario Antonino, col nome di "Strada delle 100 miglia".

Nell'89 a.c., dopo la guerra sociale, Luni ottenne la cittadinanza romana come tutta la Liguria. I Romani non riuscirono, fino al 56 a.c. circa, a superare l'ostacolo rappresentato dalle paludi dette Fosse Papiriane (cfr. Tabula Peutingeriana: Pars IV - Segmentum IV). Sotto l'impero di Augusto la Liguria divenne parte della Regio IX Liguria, e a Luni vennero insediati 2.000 coloni romani, veterani della battaglia di Azio (33 a.c.). Ad ogni veterano furono assegnati 51 iugeri e mezzo di territorio per bonificare le ultime zone paludose e costituire una colonia agraria.

Qui Luni raggiunse il suo massimo splendore, con l'ampliamento del foro ed una forte espansione edilizia. Oltre alla sua favorevole posizione lungo una strada principale dell'impero, nel I secolo a.c. la città esportò il marmo bianco delle vicine Alpi Apuane (marmo lunense), di cui divenne il principale porto di imbarco, insieme al legname che proveniva dall'interno direttamente sul corso del fiume Magra, ai formaggi e ai vini, molto lodati da Marziale e da Plinio, e a molti oggetti di fiorente artigianato.
Plinio il Vecchio:
"Il vino di Luni ha la palma fra quelli dell'Etruria."
Marziale:
"Il formaggio segnato con il marchio della luna offrirà innumerevoli colazioni ai tuoi figli"

In età giulio-claudia, grazie al vicino marmo, si trasformò in città monumentale, e sotto gli imperatori Antonini venne costruito il grande anfiteatro, in grado di contenere 7000 persone. Nel 275 d.c. un cittadino lunense, Eutichiano, venne nominato papa. Da quel momento iniziò la sua spoliazione e la sua decadenza. Nel V secolo d.c. divenne sede vescovile. La diocesi di Luni copriva tutta la costa compresa tra Forte dei Marmi e Levanto, estendendosi nell'interno fino all'alta Garfagnana, includendo anche le isole di Gorgona e di Capraia.



LA DECADENZA

Nel VI secolo i Goti saccheggiarono Luni, che nel 552 venne riconquistata dai Bizantini di Narsete e inserita all'estremo limite settentrionale della Provincia Italica. Nel 540 il generale bizantino Belisario aveva fatto già costruire un sistema di fortificazioni nell'alta Lunigiana per impedire l'ingresso dei barbari nella valle di Luni e per proteggere la via Aurelia verso Roma. La città divenne un importante porto dell'Impero Romano d'Oriente e, trovandosi lungo il principale asse stradale bizantino in Italia, ottenne una certa prosperità.

Nel 642 fu occupata dagli invasori Longobardi di Rotari, che occuparono tutta la Liguria. I re longobardi per contrastare il potere del vescovo di Luni favorirono i monaci della vicina abbazia di Brugnato. In più, la regione meridionale della diocesi di Luni (territorio compreso tra Massa e Montignoso), si trovò a gravitare nell'orbita della diocesi di Lucca, anch'essa favorita dai Longobardi. Ma la vera conquista longobarda avvenne sotto il regno di Liutprando, che inglobò Luni nel ducato di Lucca, di cui costituì uno dei principali sbocchi a mare.

Nel 773 Carlo Magno occupò la città, sotto l'autorità di un vescovo-conte. Sotto gli imperatori carolingi la città si riprese parzialmente ma poi nell'849 gli arabi saccheggiarono Luni durante una lunga scorreria. Nell'860 Luni fu nuovamente saccheggiata e praticamente distrutta dai Normanni guidati dal re Hasting.



GLI SCAVI DEL 1800


Sarzana 30 dicembre 1857. Angelo Remedi.


"Il dì 16 dello scorso novembre si cominciava un piccolo scavo in Luni , e precisamente nel rudere, ove negli
scorsi anni veniva messo allo scoperto dal sottoscritto il foro di quella antica città. Apertosi un mediocre fosso da levante ad occidente presso la strada, che dalla marina mette a Sarzana, si scoprirono, quasi a fior di terra, due pilastri, e nel mezzo agli stessi un picciol muro. Con tale scorta noi approfondammo lo scavo, ma, tuttoché si sperasse di rinvenire l'antico suolo a m 2, come ci soleva accadere in tutte le anteriori escavazioni, fummo obbligati in questa di abbassarla alli 2 e 75, passando per ben diversi scarichi di rottami, pietre informi, e ciottoli. Giunti che fummo a tale profondità, vi si rinvenne presso i menzionati pilastri un enorme capitello di lavoro piuttosto rozzo, di marmo di Carrara bianco, non però dello statuario: era lo stesso capovolto, e nella sua cornice noi leggemmo la iscrizione portante il secondo consolato di M. Claudio Marcello. Ci parve che un tal marmo, in sua origine, avesse dovuto sorreggere la statua dello stesso console, perocché véggionsi chiaramente anche al presente le tracce, ove si poggiava.

Si rinvennero ivi alcuni vetri colorati e di un spessore alquanto rilevante, un bellissimo capitello di pilastro, scolpito nella pietra vermiglia del monte Caprione, come altri se ne rinvenivano negli scavi del 1837; una ben conservata impugnatura di brando romano, presentante il collo con sua testa di un'aquila, un grazioso putto , sorreggente una lunga ghirlanda di lìori, bassorilievo in terra bianchiccia, ed alcune lucerne, pure in terra cotta, portanti iscrizioncelle e marchi di fabbrica, e queste furono il risultato dello scavo di questa prima fossa.

Non potendosi proseguire ivi le escavazioni, perchè a contatto dei lavori di già fatti per lo innanzi, ci rivolgemmo all'opposto Iato del rudere, e tirata una diagonale dall' angolo del campo, tra levante e ponente, si aprì una ben larga fossa. Quivi di poco abbassato lo scavo, ci trovammo cinti da diverse muraglie, alcune delle quali conservavano in qualche parte ancora V antica loro intonacatura colorata; e prendendo noi per guida quei muri che meglio si protraevano lungo la nostra diagonale, e superati ivi pure li diversi scarichi di pietre informi e macerie, di rottami di mattoni, e in fine di cocci, presso a poco alla stessa profondità del primo fosso ci trovammo finalmente in una camera tutta lastricata del bianco marmo di Carrara, non però del più bello.
Le lastre si tenevano ancora bene unite ed ordinate fra loro, né ci parve che queste fossero mai state rimosse. In questa camera frammezzata dalle altre si trovarono le due lastre portanti le iscrizioni di M. Minazio l'una, e di L. Titinio 1'altra; le quali, tuttoché rotte in diversi pezzi, erano bene riunite, ed in perfetto ordine le iscrizioni, come chiaramente apparisce dalle impronte rilevatene.

Pria di giungere a detto pavimento, e nello scarico ultimo dei cocci, trovaronsi altre lucerne con diverse iscrizioni; trovaronsi bronzi in quantità informi, e molti lavorati; fra' quali si notano i più interessanti, che sono due figurine, l'una con cetra appesa al collo, l'altra sedente, e che abbraccia una pecora (l'ossido però guastò assai queste belle figure); un piedino di qualche bellezza; un piccolo tripode di ottimo lavoro e mirabilmente conservato, i di cui piedi presentano tre stupende zampe di leone; diversi pezzi di cornice intagliata, e tre borchie.

Nello scarico delle pietre informi trovammo, rotte in tre pezzi separati e confusi con le altre macerie, la piccola iscrizione di Titinia, la quale, come apparisce, si è in parte resa quasi illeggibile: si rinvenne un piede di toro in piombo, il di cui peso ascende a 10 Kg; più diversi marmi di frammenti architettonici, fra i quali due pezzi di bell'ornato, e un braccio femminile del marmo bianchissimo di Carrara di ottimo gusto.


Togliemmo con accuratezza possibile le lapidi scritte, e messe allo scoperto le fondamenta di quei muri, ci trovammo tosto al vergine terreno. In detti due scavi trovammo molti pezzi di pavimento formato con piccole pietre di marmo bianco, ed altre di bigio, regolarmente tagliate e riunite fra loro con buon cemento, di poi utensili d'avorio, al certo destinati a lavori femminili.
Come ci accadde negli altri scavi anteriori, anche in questi si scoprirono poche medaglie, e se vogliamo eccettuare una della famiglia Pletoria, col rovescio dell'aquila, un Balbino in argento, un Caracalla di prima forma, e poche altre di qualche pregio per la perfetta loro conservazione, comuni e di niuna rarità sono tutte le altre. Tanto le medaglie, come gli altri piccoli oggetti, saranno trovate, allorquando verrà rimescolata la terra nella sua superficie dai coloni, e specialmente subito dopo le grandi pioggie, come di continuo vedemmo accadere per lo innanzi.

La stagione di troppo innoltrata non permettendoci di proseguire i lavori, ci obbligò a prendere li necessari appunti per ricominciare, o dirò meglio continuare le nostre ricerche dalla camera lastricata, a miglior tempo; ben lieti però del risultato non indifferente di pochi giorni di lavoro.

Egli trionfò de' Galli Gontrubii e de 1 Liguri nel primo suo consolato, come notano i fasti trionfali (s.anno; cf. Liv. ep. 48), dove sbaglia il eh. Broecker, assegnando siffatto trionfo al II consolato, e trionfò pure in quest'ultimo; passo sfortunatamente mutilo in quel documento, il quale non ci appalesa che il solo fatto del suo trionfo. Le continue guerre peraltro coi Liguri durante tutta quell'epoca permettono forse la congettura, aver egli anche in quell'anno superato siffatta nazione, e riferirsi a quel fatto la nuova lapide lunense, la quale tuttavia si spiegherebbe sufficientemente anche col solo fatto del trionfo menalo nel primo suo consolato. La città di Luna, come colonia dedotta per assicurar la frontiera contro le incursioni di quei popoli, avrà sempre avuto in pregio la memoria di chi gli avea vinti.

Sulla vita posteriore di Marcello notiamo, mediante la scorta degli anzicitati autori, che egli nel terzo suo consolato combattè nella Spagna con successo non minore delle anteriori sue spedizioni (App. Hisp. 48-50; Liv. epit. 48), e morì finalmente, mandato ambasciatore a Masinissa, per un naufragio ( Liv. epit. 50).

Con questa età peraltro della nostra lapide s'accordano le particolarità riconoscibili nella sua ortografia , in ispecie la L non geminata nel nome di Marcello. La geminazione delle consonanti, introdotta secondo gli antichi da Ennio nella scrittura latina, fu mostrato dal eh. Ruschi non trovarsi prima dell'anno 580 nelle iscrizioni antiche, ma rinvenirsi poi fin verso 1' anno 640 contemporaneamente con essa ancora 1'antica maniera di adoperare le consonanti semplici ( cf. titulus Mummianus p. IV; titulus Aletrinas p. 9 , ed il sunto che proposi de' risultati in essi ottenuti nella mia illustrazione delle lapidi antiche di Palestrina, inserita negli Annali 1855 ).
Per conseguenza non può recar difficoltà a nessuno di veder la semplice L in un titolo dell'anno 599, al quale ben conviene la L in luogo di nel nome di Claudius e Marcellus, visto che la terminazione OS non si ritrova più nel SC. de Bacchanalibus dell'anno 568, né in alcuna iscrizione più recente di quello, eccetto in nomi greci.

Dopo un diligente confronto di varie lapidi dell' ultimo secolo della repubblica, potersi la nostra iscrizione assegnar con gran probabilità almeno agli ultimi tempi di Roma libera, laddove la forma un poco ricercata de' punti e F eleganza degli stessi caratteri impediscono di riportarla ad epoca molto più antica. Noterò poi il gentilizio di Minazio, originariamente proprio de' popoli osci ossia sannitici, i quali se ne servivano puranche a modo di prenome (cf. Mommsen, Unterital. Diali, p. 279), e  non sarà congettura troppo ardita, se anche a' Minazii di Luna attribuisco un'origine sannitica, indicata altresì dallo stesso cognome di Sabellus, dato forse in memoria della loro provenienza al nostro duumviro, oppure a' suoi antenati, quando vennero a stabilirsi nella colonia lunense.

L'iscrizione di L. Titinio Petriniano mostra l'O e FR di forme non meno antiche di quelle usale nella lapide precedente ; ma le forme allungate delle altre lettere la fanno nondimeno scendere ad un' epoca meno rimota. I Titinii peraltro erano probabilmente una famiglia assai onorata nella loro colonia; giacché ancora nell' età di Nerone rincontriamo un Titinio magistrato lunense.

Il frammento posto in ultimo è scritto in caratteri un poco più recenti e riferibile, se non m'inganno, ad una Gglia o altra parente del nostro Petriniano che le eresse siffatta lapide. Siccome peraltro le tre prime iscrizioni mostrano chiaramente un' indole onoraria , così sembra vengane nuovamente confermato quel che scrive il eh. Remedj nella sua lettera sul foro di Luna situato nel luogo di questi scavi.
G. Hknzej^.



GLI SCAVI DEL 1950

Per Luni, fu importante e decisiva l'opera di recupero di un imprenditore locale di fine secolo, C. Fabbricotti: la sua collezione passò al Museo Civico di Spezia e, in parte, all'Accademia di Carrara. Dopo il Fabbricotti, l'impegno nei confronti della cittadina si fece piu' serio e puntuale: nel 1950 hanno avuto inizio gli scavi della Soprintendenza alle Antichità della Liguria, approfonditi poi, a partire dal '70, con i contributi del CNR di Milano.

Gli scavi archeologici, intensificati negli ultimi anni, hanno permesso di chiarire le principali fasi urbanistiche della città, che appare di chiaro impianto castrense con decumano massimo costituito dalla via Aurelia e cardine massimo che collegava il foro alla zona del porto. Sul foro erano i prospetti di edifici pubblici e religiosi come il Capitolium, di cui restano larghi frammenti della decorazione architettonica fittile, e parte delle sculture frontali di fattura neoattica (II sec. a.c.).

Nella zona archeologica si possono inoltre visitare la Casa dei Mosaici, la Domus settentrionale, il Decumano Massimo (tratto urbano della via Aurelia), il portico del Foro con ambienti legati all’attività commerciale del luogo, il teatro. Oltre la Porta Orientale è l’Anfiteatro di età augustea, di cui si dice che molte delle sue pietre furono usate dagli abitanti per costruire la nuova città in collina, e il suggestivo Mausoleo.

Vi sono conservate le quattro porte (una per ogni punto cardinale) e si sa per certo che ad una prima fase di epoca romana più antica, si è sovrapposta una città romana successiva, con le domus signorili abbellite da splendidi mosaici pavimentali policromi, il teatro, il foro, due templi di cui un santuario alla dea Luna e l'altro dedicato a Diana.


Il Tempio della Dea Luna

Il Grande Tempio si trovava nel punto più alto della città, a ridosso del tratto nord-ovest delle mura e rappresenta uno degli edifici cultuali più antichi di Luna, simile al Capitolium per le sculture fittili frontonali (conservate al Museo Archeologico di Firenze, si possono vedere i modelli fotografici nel museo di Luni).

Tali sculture, seppure di origine neo-attica, recano qualche tratto di influenza etrusca, a riconferma della vicinanza e degli scambi fra le due civiltà: la ligure - lunense e l'etrusca. Una prima fase è di età repubblicana e una seconda di età imperiale. Il primo tempio venne edificato immediatamente dopo la fondazione della colonia e dedicato alla Dea Selene-Luna, come testimoniano le decorazioni in terracotta del frontone, in cui si distingue Luna seduta in trono affiancata da Dioniso, Apollo e dalla Muse del suo corteo.

Quanto si vede oggi in situ sono i resti del Tempio di età imperiale, con le decorazioni non più in terracotta ma in marmo. Al tempio si accedeva tramite una imponente scalinata perchè il dislivello tra la piazza e il podio era di circa sette metri e mezzo.

La vasta piazza antistante il tempio misurava 60 metri x 50 ed era circondata su tre lati da portici colonnati. L'area sacra era attraversata da una larga via lastricata in marmo che, da un ingresso monumentale sul lato sud, conduceva alla scalinata del tempio.

Tra i ruderi un frammento lapideo della trabeazione con un'iscrizione che ricorda un restauro da parte dell'imperatore Caracalla e un altro personaggio che contribuì finanziariamente.

Il complesso templare venne usato fino alla fine del IV sec. d.c. dopodichè venne abbandonato e in epoca alto-medievale sfruttato a scopi abitativi.


L'anfiteatro

L’anfiteatro di Luni si presenta per forma e struttura, come il calco in miniatura dei grandi anfiteatri di epoca classica e conserva basi in muratura per statue, la cavea anche se malridotta, il portico su tre lati.
Risultano riconoscibili la zona del pulpitum e della scena.

Fu iniziato nel II secolo d.c. su pianta concepita come somma di due corpi semiellittici, separati da uno stretto ambulacro con partenza dagli ingressi principali posti come di consueto agli estremi dell’asse maggiore.

Ognuna delle due parti, a sua volta, è suddivisa in due corone: l’esterna, composta da setti radiali voltati a sostegno della cavea alta e a delimitazione delle scale che raggiugevano l’interna;
composta da concamerazioni rettangole voltate a botte di sostegno alla cavea bassa e al podio affacciato sull’arena.
Come si conveniva al massimo edificio del capoluogo della regione produttrice del marmo preferito da Augusto, il suo fronte esterno ne era parzialmente rivestito, prima della probabile terminazione a portico.


Domus romane

La casa romana ha pavimenti a mosaico che rappresentano Ercole con l'arco, le stagioni, qualche figura danzante. In corso di scavo è ancora una Domus con pavimenti in marmi policromi a motivi geometrici, affreschi ed ampio giardino.

In questa parte centrale della città lo scavo è ancora in corso e porta alla luce ora resti di appartenenza all'epoca di fondazione della colonia, ora resti di epoca repubblicana e imperiale.


Il Foro

Dall'opera di scavo piu' recente è emerso il complesso del Foro, con il colonnato e i portici laterali e il Capitolium modellato sul Capitolium di Roma.



I REPERTI

Nel Museo, al centro della città antica, si conservano alcune statue rappresentanti un togato, una principessa giulio-claudia con cornucopia, le iscrizioni di Claudio Marcello, Acilio Giabrione e altri personaggi, capitelli e un mosaico geometrico di età repubblicana. Nella galleria vi sono elementi di decorazione architettonica e teste marmoree mentre nelle vetrine: bronzetti, frammenti di affreschi, una coppa in vetro 'millefiori' dalla splendida villa romana di Bocca di Magra, capitellini marmorei, cornici in bronzo, ambre, vetri, gemme, testimonianze di produzioni diverse e di vivaci scambi commerciali.

Sono presenti sezioni di architettura sacra dedicata al Capitolium, al santuario della Dea Luna, al Grande Tempio (frammento di pavimentazione in opus signinum repubblicana, con iscrizione dei duoviri) e al tempio di Diana (antefisse con Artemide Persica), la sezione epigrafica, con iscrizioni pubbliche e private di Luni antica e la sezione dell’edilizia privata dedicata alle domus lunensi (Casa degli Affreschi).
Non mancano decorazioni in terracotta provenienti dal Capitolium e dal Tempio. Infine, vi sono i ritratti di Augusto, Agrippina Maggiore e il busto di Gemello, figlio di Tiberio Imperatore pervenuti dagli ultimi scavi.




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