LUCIO PLOZIO GALLO





Nome: Lucius Plotius Gallus
Nascita: II - I sec. A.C.
Morte: I sec. A.C.
Professione: Maestro di retorica



SCUOLE DI RETORICA:

- ASIANESIMO
- ATTICISMO
- LE POLEMICHE RETORICHE: Apollodoro di Pergamo, Teodoro di Gadara
- SCUOLA RETORICA LATINA DI L. PLOZIO GALLO


"Svetonio, sulla testimonianza di Cicerone (AV. c.c. 94), in una lettera che più non esiste, ci narra che Lucio Plozio Gallo fu il primo ad insegnare in Roma la rettorica in lingua latina. Lo fece con molta fortuna, ed ebbe un gran concorso di uditori."

(Carlo Rollin - Storia antica e romana)

Occorre anzitutto, per bene intendersi, distinguere l’oratoria, cioè l’eloquenza praticata, dalla retorica che è la scienza del bel parlare e delle regole teoriche che la competono.
In età repubblicana, in assenza di una scuola specifica di questa disciplina, la formazione dei giovani venne dall’esempio concreto degli oratori e dalla stesura di alcuni manuali. Ogni riferimento retorico sembrava però appannaggio esclusivamente greco.

Nell'86-82 a.c., ma secondo altri nel 90 a.c., comparve la Rhetorica ad Herennium, il più antico trattato di retorica in latino a noi pervenuto, nonché una delle più importanti opere sulla struttura e gli usi dell'arte della persuasione. Venne attribuito talvolta ed erroneamente a Cicerone, ma l'autore è sconosciuto.
Viceversa Cicerone scrisse De inventione (Sul ritrovamento), tra l'85 e l'80 a.c., il primo di due libri di una descrizione globale della retorica, tuttavia mai completata. Cicerone preferì dedicarsi al De oratore, un'opera che servì, nonostante il carattere frammentario, come testo d'insegnamento fino al Medioevo.

In effetti Lucio Gallo fu il primo che aprì a Roma una scuola di retorica latina, si ritiene nel 91 a.c., e che venne frequentata da molti alunni, nonostante l'editto di Licinio Crasso (nel 92 a.c. censore con Domizio Enobarbo) e appunto di Domizio Enobarbo, contrario alle scuole latine, aperte da appena un anno a Roma, perché, contrapponendosi a quelle greche, degeneravano in "fucine di impudenza e di audacia". 

La loro censura fu però piena di screzi: Domizio era favorevole al mantenimento degli antichi costumi romani, basati sul rigore e la semplicità, mentre Crasso amava l'arte ed i lussi, tanto che disse del collega che aveva la barba di rame, una bocca di ferro ed un cuore di piombo.
Cicerone (106-43 a.c.) scrisse che Domizio non fu un grande oratore, ma che era sufficientemente abile da riuscire comunque a mantenere una buona fama.

INSTITUTIO ORATORIA

LA CENSURA

Tale censura derivava da un tema squisitamente politico poichè il principale requisito per accedere alle cariche politiche era possedere un'istruzione retorica in greco, come tutti i giovani dell'aristocrazia romana. Ciò si otteneva solo tramite un insegnamento privato tenuto da maestri greci, come si svolgevano in casa dello stesso censore Licinio Crasso per un pubblico esclusivamente aristocratico. Le 'nuove' scuole di retorica latina invece erano pubbliche come i loro corsi, e i giovani vi accedevano liberamente. 

Svetonio parla infatti di un nuovo genere di istruzione, fuori dalla consuetudine e dal mos maiorum, pertanto Licinio Crasso, insieme al collega Domizio Enobarbo, impose la chiusura di scuole che destabilizzavano l’ordine costituito, tanto più che l’arte della retorica poteva consentire l’accesso al cursus honorum anche a fasce sociali inferiori.

Catone il censore aveva aveva già contrapposto fieramente i mores Romani all'ellenismo, tanto più che c'era stato l’allargamento della cittadinanza agli Italici e pertanto l’accesso di questi notabili alle magistrature. In più, il versamento di una retta, e la caduta necessità del bilinguismo, apriva dette scuole anche ai membri del ceto equestre atto a istituire, nei tribunali, un controllo politico sull’operato dei senatori.

Comunque la censura del 92 ebbe breve durata: il retore Plozio risulta nuovamente attivo tra l’88 e l’87 a.c. come primus Romae Latinam rhetoricam docuit,
Principale fonte sull'editto di censura è Svetonio, in un passo del de grammaticis et rhetoribus, posto poi nelle Noctes Atticae di Aulo Gellio, e pure le riflessioni di Cicerone nel De oratore e, fra l'altro, espresse proprio dal censore del 92 Licinio Crasso, principale protagonista del dialogo.
Lucio fu secondo alcune fonti maestro di Cicerone, a cui insegnò per l'appunto la buona retorica, in contrasto però con una lettera di Cicerone inviata ad un certo Marco Titinnio, in cui si rammarica di non aver potuto frequentare da giovane la scuola di Plozio Gallo.

Plozio Gallo compose però, per il console romano Lucio Sempronio Atratino, l'accusa "De vi" contro Marco Celio Rufo, difeso da Cicerone, di cui tra l'altro era stato discepolo, il che potrebbe anche supporre che il rapporto tra Lucio e Cicerone si fosse guastato (o non ci fosse mai stato). Celio Rufo venne infatti accusato di brogli elettorali da Lucio Sempronio per istigazione di Clodia, di cui era stato l'amante, venne difeso da Cicerone (con l'orazione Pro Caelio del 56 a.c.) e assolto.

"Il primo tra' retori latini fu Lucio Plozio Gallo. I dotti autori della Storia Letteraria di Francia I hanno annoverato tra'loro uomini illustri solo pel soprannome di Gallo ( t. 1 ; p. 83 ). Ma già si è mostrato altrove che argomento troppo debole è questo a provarlo nativo della Gallia transalpina. 

Svetonio ci ha Conservata ( De Cl. Rhet. 2 ) parte di una lettera di Cicerone a Marco Titinnio, in cui cosi gli scrive "Io certo ricordomi che nella mia fanciullezza prima di ogni altro prese a insegnare latinamente un cotal Lucio Plozio, a cui facendosi gran concorso, poichè innanzi a lui si venivano esercitando, io dolevami che a me non fosse permesso, Ma me ne tratteneva l'autorità di dottissimi uomini i quali pensavano che da' Retori Greci era meglio si esercitassero gli ingegni.

E convien dire, che uomo colto ed eloquente fosse creduto Plozio perchè Cicerone stesso altrove narra (Pro Archia c 9), che il celebre Mario amavalo e coltivava!o assai, perchè egli potesse un giorno narrare le cose da lui operate. Quintiliano dice che tra i Retori Latini, che negli ultimi anni di Crasso tennero, fu singolarmente insigne Plozio; e altrove dice, che egli scrisse un libro intorno al Gesto.
"
(Storia della letteratura italiana dell'Abate Girolamo Tiraboschi - 1887)



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