BATTAGLIA DEL LACUS CURTIUS



MARCUS CURTIUS IN SELLA AL SUO CAVALLO SI GETTA NELLA VORAGINE

La battaglia del lago Curzio avvenne nei primi anni di regno del primo re di Roma, Romolus, che guidò il suo esercito contro Titus Tatius e il suo esercito sabino, nel periodo fra il 753 ed il 751 a.c. Secondo la tradizione, o la storia, la guerra fu a seguito al ratto delle Sabine compito dai romani a danno del popolo sabino. Il Lacus Curtius deve il suo nome alla gens Curtia, secondo quanto riportano Tito Livio e Marco Terenzio Varrone.

Il lacus Curtius non era un lago ma una infossatura del Foro Romano, presso la Curia, pavimentato in epoca cesariana e in epoca augustana, tanto che se ne conservano due tratti della pavimentazione in travertino e un tratto di epoca precedente in tufo. Sul lato orientale è la vera di un pozzo che designa il luogo come sacro. Un pozzo nel Foro poteva infatti avere solo uno scopo sacrale per effettuare riti particolari, forse proprio in memoria della famosa battaglia del Lacus Curtius.

        RESTI ATTUALI DEL LACUS CURTIUS CON IL BASSORILIEVO

LA VICENDA

I Romani una volta fondata la città sul Palatino, cominciarono ad estendersi, secondo Livio ormai "così potenti da poter rivaleggiare militarmente con qualunque popolo dei dintorni". Ma la città era stata ostello di briganti, esuli e fuggitivi conquistandosi pertanto una fama di temibilità ma pure di rozzezza che poco piaceva agli altri popoli che non concedeva pertanto le proprie figlie in spose.

« ..Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni... All'ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall'altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere. »
(Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.)

« Quando arrivò il momento stabilito dello spettacolo e tutti erano concentrati sui giochi, come stabilito, scoppiò un tumulto ed i giovani romani si misero a correre per rapire le ragazze. Molte cadevano nelle mani del primo che incontravano. Quelle più belle erano destinate ai senatori più importanti... »

(Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.)

Terminato lo spettacolo i romani si gettarono dunque sulle fanciulle e le rapirono, e i genitori delle fanciulle impauriti scapparono e accusarono i Romani di aver violato il patto di ospitalità. Romolo riuscì a placare gli animi delle fanciulle che pian piano accettarono le attenzioni e le cure dei Romani nei loro confronti.



LA BATTAGLIA

All'epoca certi reati non si sanavano attraverso gli ambasciatori ma con le battaglie. Naturalmente i popoli offesi presero le armi e vennero sconfitti dai Romani, prima i Ceninensi, poi gli Antemnati, e poi i Crustumini. Ora era la volta dei Sabini e si racconta della vergine vestale Tarpeia, figlia del comandante della rocca Spurio Tarpeio, che, corrotta con dell'oro da Tito Tazio, fece entrare nella cittadella, fortificata sul Campidoglio, un drappello di armati con l'inganno e morì per mano degli stessi assalitori. 

Una volta che i Sabini ebbero occupato la rocca, i due nemici si schierarono ai piedi del Palatino e del Campidoglio, avendo a capo: Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Il campo di battaglia era circondato da molte colline, non offrendo alle due armate vie di fuga, per cui si doveva combattere o morire. Inoltre in quei giorni, a causa di ingenti piogge, era straripato il fiume che attraversa il foro, lasciando una melma densa, che poteva ingoiare combattenti e cavalli.

Durante la battaglia che seguì accadde che Osto Ostilio, amico di Romolo, suo luogotenente e nonno del futuro re Tullo Ostilio, ingaggiò un duello con il comandante sabino Mettio Curzio, che lo sconfisse ed uccise. Romolo, per vendicare l'amico, lo inseguì e tutti conoscevano per fama l'abilità in combattimento di Romolo che combatteva in mezzo all'esercito e che osava sfidare chiunque. 

Così Mettio Curzio, fuggendo spaventato, si impantanò con il cavallo in una palude, riuscendo a scampare per miracolo dall'essere inghiottito con il suo cavallo nella fangosa palude del luogo, che perciò venne chiamato lacus Curtius; intanto le schiere romane spaventate dalla caduta del luogotenente romano cominciarono a ripiegare presso la vecchia porta del Palatino.

Secondo un'altra versione, di Tito Livio in Ab Urbe Condita, si sarebbe trattato inizialmente di una voragine, nella quale sarebbe caduto, a cavallo, il capo sabino Mettius Curtius durante la guerra tra Romani e Sabini. Questa sembra più attendibile perchè di certo i romani vi colsero la vendetta degli Dei a favore di Roma.

- Romolo intanto, ferito da una pietra nemica cadde svenuto, il che distrusse in un attimo il morale dei romani, e nel frattempo i Sabini erano riusciti a raggiungere le pendici del Palatino, così tutto sembrava perduto. Ma Romolo rinvenne e invocò Giove promettendogli in caso di vittoria di dedicargli un tempio. (il tempio di Giove Statore presso il foro romano); quindi si lanciò nel mezzo della battaglia riuscendo a contrattaccare e avendo infine la meglio sulle schiere sabine.

LA DEVOTIO DI MARCUS CURTIUS

- Secondo un'altra versione, ma sempre di Tito Livio, Marco Curzio sarebbe stato invece un combattente romano a lanciarsi in una improvvisa voragine con tanto di fiamme apertasi per la collera degli Dei nel 362 a.c.. Interpellati i libri Sibillini, si disse che occorreva, per placare quell'ira, gettare nell'abisso la cosa più preziosa posseduta dai Romani. Poichè secondo Marco Curzio la cosa più preziosa dei Romani era il coraggio, indossò armi e corazza, votandosi agli Dei Mani, nella voragine sul suo cavallo e con la spada in mano  "e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte votive"

Naturalmente la voragine si richiuse miracolosamente sopra al cavaliere e a memoria del prodigio ai posteri resta un bassorilievo marmoreo rinvenuto nel 1553 nei pressi della Colonna di Foca, rappresentante il cavaliere Marco Curzio mentre si getta nella voragine. 

Il sito esatto fu scoperto da Giacomo Boni, valente archeologo, architetto e senatore del regno d'Italia, il 17 aprile 1903, che poi onorò il luogo con una libagione fatta con rito religioso romano, chiamando per questo l'amico inglese Horatio Brown, a sua volta storico e appassionato soprattutto di archeologia e di storia romana.

INTERVENTO DELLE SABINE

LE SABINE

Comunque in quel tragico momento in cui imperversava il combattimento le donne sabine, che erano state rapite in precedenza dai Romani, ma che sempre sabine erano e pertanto molto più libere delle donne romane, ma pure ormai mogli e madri dei Romani, si lanciarono tra le opposte fazioni emanando urla di guerra per cogliere l'attenzione onde dividere i contendenti e fermare la battaglia. Altre piangevano e mostravano i pargoletti, piangendo da un lato ma minacciando dall'altro:

«Da una parte supplicavano i mariti (i Romani) e dall'altra i padri (i Sabini). Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.)

Colpiti dalla scena delle madri che recavano in braccio i bambini i pargoli e dalle altre che si erano gettate in mezzo alla battaglia i combattenti si convinsero a stipulare un trattato di pace. I due popoli, commossi dalle donne sabine e dai loro pargoletti, ma pure consci della potenza che potevano ottenere unendosi tra loro, infine si unirono in un solo popolo, associando i due regni e trasferendo il potere decisionale a Roma, che vedeva così raddoppiata la sua popolazione. 

Ora Roma aveva due re che governavano unitamente. Per contro i Romani, come narra Tito Livio, in onore dei Sabini, presero il nome di Quiriti, dalla città di Cures, mentre il vicino lago nei pressi dell'attuale foro romano, fu chiamato in ricordo di quella battaglia e del comandante sabino scampato alla morte (Mezio Curzio), Lacus Curtius.

RICOSTRUZIONE DEL SITO


GLI AUTORI

Plutarco conferma la storia e aggiunge che pochi giorni prima della battaglia era straripato il fiume che scorreva nel foro, lasciando depositare una melma densa nei punti pianeggianti, di cui non si capiva l'insidia finchè Curzio non perse il proprio cavallo inghiottito dalla melma, e per poco la vita.

Secondo Terenzio Varrone però, si tratterebbe invece di un luogo dichiarato sacro in quanto colpito da un fulmine, e la cui consacrazione avvenne nel 445 a.c. sotto il consolato di Gaio Curzio Filone che in quel punto fece edificare un pozzo in blocchi di tufo, tuttora esistente. Dal console il luogo sacro prese il nome di Lacus Curtius, anche in memoria della palude che anticamente occupava quella zona del Foro Romano.



IL RICICLO

Al tempo di Augusto la gente di passaggio era solita gettare monete nel pozzo del sito (come da ritrovamenti archeologici) e a fianco del Lacus Curtius è stato innalzato un calco del bassorilievo raffigurante Marco Curzio, mentre l'originale, di epoca repubblicana, è conservato nei Musei Capitolini. 

Assurdamente il rilievo venne riciclato per la pavimentazione del 12 a.c., infatti sul suo retro venne incisa una parte dell'iscrizione che ricordava il finanziatore dell'opera, il pretore Lucio Nevio Surdino, il che dimostra che all'epoca l'evento fosse ritenuto solo leggenda, ma allora perchè gettarvi monete? Forse la risposta sta nel fatto che i numerosi turisti lanciassero monete come fanno quelli odierni, a Fontana di Trevi, solo per l'augurio di rivedere la bellissima città eterna.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita libri - I -  
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita - I -
- Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC - I -
- Plutarco - Vita di Romolo - XVIII -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - VII-VIII -
- Andrea Carandini, - Roma. Il primo giorno - Roma-Bari - 2007 -
- Varrone - Lingua latina - V -
- Filippo Coarelli - Il Foro Romano. Periodo Arcaico - Roma - 1983 -
- Giacomo Boni - Fotografie e pianta altimetrica del Foro Romano - Roma - Accademia dei lincei - 1900 -
- Sandro Consolato - Giacomo Boni, l'archeologo-vate della Terza Roma - Gianfranco De Turris (a cura di) - Esoterismo e Fascismo - Roma - Edizioni Mediterranee - 2006 -



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