BRIXIA - BRESCIA ANTICA ( Lombardia )



IL FORO DI BRIXIA

Le tracce più antiche dell’insediamento di Brescia, in latino Brixia, dalla radice toponomastica (brik- brig= altura) dovuta al colle Cidneo, risalgono alla fine del IV millennio a. c., nell'età del Rame, scoperte nella periferia di Brescia.

Nel V secolo a.c. la città diviene collegamento commerciale tra il mondo greco ed etrusco a quello transalpino.

Tra il III ed il I secolo a.c., come testimoniano Plinio, Livio, Polibio e Strabone, l'antica città divenne il centro più importante dei Cenománi, caput Cenomanorum, del quale restano tracce sotto l’area pubblica romana.

Narra Polibio che nel 225 a.c., i Cenománi, insieme ai Veneti, strinsero un’alleanza con i Romani, già vicini alla guerra contro i Galli, ottenendone il permesso di estendersi fino all’Adda a danno degli Insubri ad occidente.

I Romani stanziarono nel 218 i loro veterani nelle colonie di Piacenza e Cremona, cosa che che i Cenománi percepirono come un'invasione si da dichiarare guerra a Roma nel 201, ma furono sconfitti nel 197 a.c.

Nel 194 a.c. di nuovo strinsero alleanza con Roma che dette loro il titolus di Socii Foederati.

Dal II secolo a.c. iniziò il processo di romanizzazione, con la costruzione di strade che univano Roma al nord, tra cui le vie Emilia e Postumia.




LA PRIMA RISTRUTTURAZIONE

Nell’89 a.c., con la Lex Pompeia de Gallia Citeriore e la concessione del diritto latino (ius Latii), Brescia ebbe la prima sistemazione urbanistica, col foro, dominato a nord dal santuario tardo repubblicano.

Aveva l'area sacra più importante dell’Italia settentrionale, di finel I sec. a.c., con la prima delle tre centuriazioni del territorio bresciano.



LA SECONDA RISTRUTTURAZIONE

Tra il 49 ed il 42 a. c., Brescia divenne Municipium Romanum e con l’imperatore Augusto, tra il 27 e l’8 a.c., ricevette l’ordinamento di colonia con il titolo ufficiale di Colonia Civica Augusta Brixia, inserita, nella X Regio (Venetia et Histria), trasformandosi nell'urbanistica, nella tecnica e nella bellezza degli edifici pubblici e privati, in una piccola Urbe.

Sempre in età augustea fu creata una cinta muraria attorno colle, insieme alll’acquedotto pubblico.

Le guerre alpine del 16 a.c. aggregarono a Brescia la Valsabbia, le Giudicarie, il basso Sarca, le riva occidentale del Garda e la Valcamonica, quest’ultima però fino alla metà del I secolo d.c., quando diverrà Res Publica autonoma con l’iscrizione alla tribus Quirina.



LA TERZA RISTRUTTURAZIONE

Con la vittoria a Betriacum, presso Cremona, nel 69 d.c., di Vespasiano, il centro monumentale della città fu ristrutturato e abbellito con la costruzione di un Capitolium sopra il precedente santuario, un foro più largo e più corto del precedente di età augustea e la basilica.

Alla fine del II secolo, ad est del capitolium, fu edificato il teatro, uno dei più grandi della X Regio dopo Verona e Pola. Nel IV secolo furono innalzate numerose chiese cristiane sopra i templi e i centri pagani, usufruendo nel loro materiale edilizio e architettonico.

Così il centro do Brixia venne demolito spostandolo da piazza del Foro, simbolo della città pagana, a Piazza del Duomo, ora Paolo VI, centro medievale cristiano con le cattedrali di San Pietro de Dom e di Santa Maria Maggiore ed il battistero di San Giovanni.

Tra la fine del V e l’inizio del VI d.c. si stanziarono in città i Goti e, a partire dal 569 d.c., i Longobardi.



GLI SCAVI

Eccezionali testimonianze della Brixia romana sono state raccolte nelle collezioni archeologiche di Santa Giulia ma il percorso espositivo continua anche al di fuori del Museo con itinerari sulle grandi opere architettoniche città romana, primo fra tutti il celebre Capitolium.

Le Domus dell’Ortaglia, eccezionale tesoro archeologico, tra i maggiori nel territorio dell’impero romano a nord del Po, sono state per secoli occultate dagli orti delle monache di Santa Giulia, da cui il nome Ortaglia (Hortalia), preservando inconsapevolmente, nel pieno centro di Brescia un quartiere della città romana, collocato entro la cinta muraria, a poca distanza dal Capitolium e dal Teatro.

Un’area che in epoca antica era stata interrata dal lento smottamento delle retrostante collina. Quella terra, poi coltivata dalle monache, ha ricoperto le abitazioni di nobili e ricche famiglie, come si evince dalla ricchezza delle decorazioni e dal pregio delle architetture.

Sull'Ortaglia negli anni '60 doveva sorgere il Museo di Scienze Naturali, ma il rinvenimento dei primi reperti bloccò il progetto dando vita agli scavi archeologici che riportarono alla luce due Domus con parti private e di rappresentanza, con raffinati mosaici, decorazioni parietali fontane. giochi d'acqua e giardini, nonchè encausti, impianti sotterranei di riscaldamento.

Tra i numerosi reperti dell’area pubblica: i bronzi rinvenuti presso il Capitolium, la famosa statua della Vittoria Alata, pavimenti a mosaico con decorazioni geometriche e figurate nonchè i epigrafi e corredi funerari dell'antica necropoli.

Per unire le vestigia romane alle domus si sta creando un grande Parco Archeologico, con un esteso nucleo monumentale romano che nessuna altra città dell’Italia settentrionale è in grado di offrire.

Dopo la riapertura di Santa Giulia ed ora delle due splendide Domus, l’obiettivo si punta sul Capitolium per poi allargarsi al Teatro Romano.

Con la valorizzazione e il restauro di questi monumenti fondamentali, ci si propone anche il completamento delle campagne di scavo, prima fra tutte quella sul territorio intorno a Santa Giulia. Da queste campagne è lecito attendersi ulteriori scoperte che ricomporranno il volto dell’antica Brixia.


RICOSTRUZIONE DEL FORO DI BRIXIA

DESCRIZIONE

Ricostruzione di come doveva essere il complesso romano di epoca imperiale di Brescia.

Alle falde del colle Cidneo, sul quale in epoca Medievale fu costruito il Castello, sorge il grandioso tempio che Flavio Vespasiano eresse in Brescia, nell'anno 73 d.c. Sul frontone del Tempio c'è riportata l'epigrafe:

IMP. CAESAR. VESPASAINUS. AUGUSTUS.



LE TRE CELLE DEL CAPITOLIUM

L'aspetto attuale delle celle si deve agli interventi di restauro e ricostruzione che seguirono la scoperta dell'edificio, tra il 1826 e il 1830 su progetto dell'architetto Rodolfo Vantini, quando venne inaugurato il Museo Patrio.

In origine le celle non erano comunicanti tra loro ed erano chiuse da portali in legno rivestito di bronzo.

Sulla parete di fondo di ogni ambiente si conservano ancora i resti dei podi che accoglievano le statue della Triade Capitolina, frammenti della statua di Giove, esposti nel Museo cittadino, sono stati rinvenuti presso il tempio consentendone di ricostruire l'aspetto originario del gigantesco Dio che seppure seduto in trono, misurava 4 m e 70 cm.

I pavimenti conservano ancora l'opus sectile, cioè le lastre di marmo originali tagliate e disposte in disegni geometrici che ne esaltano i colori e le qualità, riconducibili alle cave più rinomate del Mediterraneo.

"Il peristilio del tempio, formato da dieci colonne e quattro pilastri sorgeva su uno stilobato, pure in marmo, alto circa tre metri dal suolo con una larga gradinata davanti, in buonissimo stato come gli altri pezzi. Addossato al colle, era un altro corpo di fabbrica con tre celle del tempio, dedicato, stando alle lapidi ritrovate in sito, alle divinità protettrici di Vespasiano: GIOVE, GIUNONE E MINERVA".

Il percorso di ingresso conduce direttamente nella cella, in cui esplode uno spettacolo di colori, affreschi parietali e pavimenti musivi che sembrano realizzati di recente, poichè gli antichi realizzatori ricoprirono le opere con della cera d'api e olio d'oliva, un impasto che ne permette la durata nei millenni.

Prima che venisse costruito il Capitolium, nel 73 d.c., quando Roma era ancora una Repubblica, in quest'area sorgeva un Santuario di culto, eretto su vestigia di un tempio più antico.

Il Santuario venne restaurato al tempo di Augusto e demolito in età Flavia, quando si ordinò la costruzione di un nuovo santuario e le celle di questo vennero probabilmente riempite di materiale da costruzione e sigillate sotto strati di macerie, cosa che ne ha permesso il ritrovamento.

Nel corso dei secoli, essendo sprofondati i resti romani, Capitolium compreso, sotto strati di materiale franato dal Colle Cidneo, pian piano sorsero nuove costruzioni sopra le antiche meraviglie.

Così la seicentesca Casa Pallaveri coprì un'area archeologica di valore inestimabile. Già nel 1823, quando si eseguirono i primi scavi per il recupero del Capitolium, si erano individuate strutture ancora più antiche, ulteriormente indagate tra il 1956 e il 1961 e in anni più recenti, dal 1990 fino al 1992, proprio in occasione della ristrutturazione di Casa Pallaveri, per concludersi nel 2005.

Il Santuario doveva essere assai splendido ed è considerato unico nel panorama archeologico dell'Italia settentrionale. Forse venne costruito per celebrare la concessione a Brixia del diritto latino nell'89 a.c..

Era costituito da quattro aule di forma rettangolare affiancate su un podio comune, con entrate indipendenti e precedute da un portico colonnato (pronao), all'interno di una terrazza prospiciente il decumano naturalmente di età romana.

L'aula occidentale del Santuario, l'unica ad essere stata recuperata, è in ottimo stato di conservazione, sotto la Casa Pallaverii, preservandone l'edificio sovrastante. In un futuro si cercherà di trasformare gli ambienti in uno spazio museale, in cui raccogliere ed esibire anche i reperti venuti alla luce nell'area circostante, integrando il tutto con materiale illustrativo e ricostruzioni dell'area com'era originariamente.



RITROVAMENTO del TEMPIO ROMANO

Alle falde del colle Cidneo, sul quale in epoca Medievale fu costruito il Castello, sorge il grandioso tempio che Flavio Vespasiano eresse in Brescia, nell'anno 73 della nostra era. Sulla 'paternità' del Tempio non vi sono dubbi, dato che sul frontone è riportata la seguente scritta:

IMP. CAESAR.VESPASIANUS.AUGUSTUS.
PONT . MAX . TR . POTEST . IIII. EMP . X. P. P. CAS . IIII
CENSOR

L'erezione del tempio si deve alla vittoria dell'Imperatore su Vitellio, nella piana tra Goito e Cremona. Nel periodo della decadenza romana e più ancora nelle incursioni barbariche, nel V e VI secolo, dopo il trionfo del cristianesimo, gli antichi edifici e specie i templi che avevano servito il culto pagano erano lasciati in abbandono, se non distrutti e questo edificio dovette subire molte ingiurie da parte del tempo,delle intemperie e dall'incuria umana, finchè lo sfaldamento di un lembo del colle lo seppellì e per molti secoli rimase solo la tradizione, e un mozzicone di colonna sporgente con il capitello a meno di due metri dal suolo.

Dove esso sorgeva, furono costruite case popolari e sul terriccio del colle spianato prosperò per secoli un giardino, detto "Giardino De Luzzaghi". Questo, sul principio del 1800, ospitava un'osteria e su quello 'spuntone'di capitello di colonna si sedevano a tavola i vari clienti, bevitori, giocatori di
carte, ecc. 

Ma la gente colta della città pensava che, al di sotto, si potessero celare i resti di qualche antico edificio: del resto le tradizioni pervenute narravano di un Tempio romano in quel preciso luogo, inoltre erano state fatte altre scoperte di reperti nei paraggi e quindi i dotti dell'Ateneo bresciano volevano vederci chiaro, convinti che lì si potesse celare la Brescia Romana perduta. Si tramandava la presenza di un Tempio detto 'di Ercole' e uno dei 'ruderi' che potevano essere visti ancora nel corso dell' '800 era una colonna che prese il medesimo nome, colonna d'Ercole, tutt'oggi visibile nell'area antistante il Capitolium, più propriamente nell'antico Foro Romano.

Cedendo alle loro insistenze, nel 1823 il municipio di Brescia acconsentì ad iniziare gli scavi. Dovettero essere acquistate le casupole circostanti, che si dovevano demolire,e l'area del giardino Luzzaghi sotto la quale si riteneva dovesse celarsi il maggior deposito di antichità romane.

I lavori iniziarono con molte energie ed entusiasmi e furono subito coronati dal successo poichè, ad una ad una, vennero alla luce le colonne del grandioso peristilio di un tempio; colonne di marmo bianco, corinzie, scannellate, di taglio perfetto con accanto i pezzi caduti di esse, i capitelli, il cornicione, il frontespizio, il tutto in marmo con finissime modanature .Ce ne fornisce la descrizione il prof. Cafforello nel suo volume ( 1889):

"Il peristilio del tempio,formato da dieci colonne e quattro pilastri sorgeva su uno stilobato, pure in marmo, alto circa tre metri dal suolo con una larga gradinata davanti, in buonissimo stato come gli altri pezzi. Addossato al colle, era un altro corpo di fabbrica con tre celle del tempio, dedicato, stando alle lapidi ritrovate in situ, alle divinità protettrici di Vespasiano: GIOVE, GIUNONE E MINERVA".

STAMPA DEL CAPITOLIUM (XIX  sec.)
Tre porte sul frontale danno accesso dal peristilio alle tre celle in cui è diviso l'edificio, circondate da un ambulacro che lo recinge interamente. In fondo a ciascuna di queste celle è un basamento quadrilatero rettangolo; pavimento e pareti sono incrostati di fine marmo e benissimo conservati; sotto allo stilobato si apre un corridoio con la soglia a mosaico e con tracce di decorazioni a colori,relativamente ben conservati. Bellissimi i mosaici che formano i pavimenti, pressocchè tutti recuperati e ridonati al primitivo stato.

Sul frontone,rimesso a posto, si legge l'iscrizione che ho citato all'inizio,in caratteri romani.
Insieme alle colonne e loro frammenti, furono trovati numerosi oggetti di uso comune del periodo romano: monete, fibule, lucerne, vasi, spilli, stili, anelli, minuterie di ogni genere; modanature, frammenti di sculture, iscrizioni votive, i pezzi di una statua virile di colossali proporzioni, tre bellissime are oblunghe con bassorilievi, una testa di fauno coronata d'ellera e molti altri reperti che oggi sono esposti in gran parte nei musei cittadini. Tre anni dopo, nel 1826, casualmente venne portata alla luce la magnifica Vittoria Alata.



RITROVAMENTO VITTORIA ALATA

Il pezzo di maggior spicco, che adornava il Capitolium è la VITTORIA ALATA, il cui ritrovamento venne fatto in una afosa giornata dell'agosto 1826, mentre si scavava in una sorta di cubicolo sul lato destro del tempio, onde isolarne la parete dal monte che sta dietro. In un ripostiglio ad arte scavato tra il muro e la roccia, quindi un nascondiglio in piena regola dove doveva essere stata messa per evitarne il trafugamento o la distruzione, venne rinvenuta la meravigliosa scultura bronzea.
Lo spazio angusto rendeva difficili le operazioni di recupero, perchè gli oggetti accatastati erano molti. Si racconta che erano presenti il poeta bucolico Cesare Arici e l'architetto Vantini e molta gente trepidante attendeva che venisse mostrata agli occhi di tutti e quale fu lo stupore quando, issata sullo stilobato del tempio e ripulita alla bell'è meglio dal terriccio che la ricopriva, ne videro la bellezza.


Scoppiò un applauso commosso anche perchè, in quei giorni in cui la Patria versava in tristi circostanze, la città aveva ritrovato uno dei suoi numi tutelari e si sperò in un avvenimento benaugurale.

La statua aveva anche delle dita rotte, che furono in seguito saldate; le restò quella patina di verde cupo che i secoli trascorsi sottoterra le avevano conferito, ma in origine doveva essere dorata. Esigue furono le tracce (ma presenti specie nei ripiegamenti più profondi) del rivestimento aureo che la ricopriva un tempo.
I competenti capirono immediatamente che si trattava di un reperto di altissimo valore artistico ed archeologico ma si era in un periodo difficile per le comunicazioni ed era ancora necessario avere il 'nullaosta' della polizia della Santa Alleanza, sempre 'sospettosa'. Pertanto, per lungo tempo, alla statua non venne data troppa pubblicità e dovette rimanere nella circoscrizione locale, nonostante molti studiosi iniziavano a farsi avanti e ad incoraggiare l'attenzione di persone competenti.
L'eruditissimo archeologo milanese Labus, scrisse una dottissima memoria sulla Vittoria Alata, mentre tra gli stranieri il primo a riconoscerne la preziosità e il posto che doveva prendere la statua quale capolavoro dell'arte greca, fu Raoul Rochette, insegnante di archeologia a Parigi e addetto al Museo del Louvre.

La statua, al momento del ritrovamento, aveva le braccia e le ali staccate, che le erano state posate vicino con cura; mancava dell'elmo, sul quale poggia i piedi, e del clipeo o scudo, sul quale è in atto di scrivere. Ma lo stupore non era finito: in una cavità interna della imponente statua, venne ritrovata una statuetta di bronzo dorato di 70 cm di altezza, con la testa parimenti dorata e i guarnimenti da cavallo.
Questa statuetta più protetta rispetto a quella che la conteneva mostrava la sua doratura ancora in buonissimo stato. Al momento,non conosco la destinazione attuale di questo ‘piccolo’ reperto (che chiamerò ‘statua figlia’ della Vittoria Alata) né ho trovato ulteriori menzioni in merito (solo sul testo citato ne ho tratto la notizia) e auspico che qualche lettore interessato o un esperto possa apportare maggiori contributi in merito.
Victoria in clipeo scribens?

La Vittoria Alata misura 1.95 m di altezza; è in piedi, nell'atto di scrivere con uno stilo sullo scudo(o clipeo)che tiene fermo con il braccio sinistro sul ginocchio. Il piede sinistro è rialzato (per la piegatura del ginocchio che sostiene il clipeo) e appoggia su un elmo che la accomuna a Minerva. Ma attenzione: non era originariamente così.

Agli omeri sono attaccate due grandi ali, magistralmente modellate. I capelli, secondo l'usanza greca, sono annodati dietro la nuca. Una sottile benda intarsiata in argento da un ramoscello d'olivo le cinge il capo. Veste la sottile camicia dorica detta sistide, che una spilla (fibula) trattiene sulla spalla destra; le braccia sono nude, e la veste scende dal collo al fianco,mentre un'altra sottile veste, il sago, tipica delle donne greche antiche, scende sui fianchi disegnandone e modellandone le forme.
Da qualunque parte la si guardi, questa statua denota l'armonia perfetta che l'artista che la scolpì le conferì per sempre. Fino ad oggi la statua era stata datata al I sec. d.c. ma, come leggeremo tra poco, questa datazione è stata di recente sconvolta. Sembra certo poter escludere il periodo di Fidia, con quella rigidità di linee, e pure quello della decadenza greca, concomitante con l'invasione di Roma, più probabile resta il periodo tra la repubblica di Pericle e l'epopea macedonica (IV sec. a.c.), epoca in cui deteneva lo scettro dell'arte Lisippo da Sicione e la sua scuola.
Era stata forse costruita per rendere onore agli eroi greci caduti o per glorificare qualche vittoria nella patria Ellade? I Romani la depredarono in seguito alle loro conquiste e finì a Roma; come sia giunta a Brescia non si sa, forse Vespasiano la fece con tutta probabilità trasportare qui, per ornare il suo Tempio alle falde del Cidneo (per glorificare la sua vittoria locale). Chissà in quali tempi e circostanze fu sepolta, perchè non venisse distrutta?




Nuove indagini

Le nuove indagine hanno portato a modificare sia la datazione del reperto che la sua origine. In realtà, essa sarebbe stata in origine una dea, Afrodite, che non aveva le ali e al posto dello scudo rifletteva la propria immagine in uno specchio ovale. 

Una recente mostra a Brescia l’ha esibita effettivamente in questa ‘veste’: così come doveva presentarsi nell’originale greco del III sec. a.c. Fatta probabilmente bottino di guerra dai Romani, venne soltanto nel corso del I sec. d.c. issata sul frontone del Tempio di Vespasiano e ‘trasformata’ nella Vittoria Alata, Victoria in clipeo scribens, apponendole due ali posteriori e inserendo uno scudo su cui teoricamente si appresta a vergare il nome dell’Imperatore Vespasiano per celebrarne la vittoria su Vitellio. 

Non si conosce esattamente quando venne sotterrata con cura: forse nel III sec. d.c., quando la ricerca di bronzo era molto intensa e si temette venisse fusa (fu dunque nascosta) o nel corso delle incursioni barbariche del V sec., per salvarla dalla depredazione.

Da quando fu ritrovata, nel 1826, dopo un corridoio di secoli in cui non se ne seppe più nulla, molti Musei ne vollero i gessi e i calchi; ben presto, divenne uno dei simboli civici più cari al popolo bresciano; fu scelta come simbolo politico e patriottico: venne effigiata su una serie di quattro francobolli emessa nel novembre del 1921 in occasione del terzo anniversario della battaglia di Vittorio Veneto; ispirò a Giosuè Carducci, nel 1878, nobili versi, pubblicati in una raccolta che prese il nome di 'Odi barbare' . Anche Gabriele D’Annunzio ne fece menzione (‘Ode alla Vittoria’). 

La statua comparve, a testimonianza della grande diffusione che aveva raccolto, quale icona per il manifesto del Primo Circuito Aereo Internazionale, prima manifestazione aviatoria italiana svoltasi nella città di Brescia nel 1909 e, ancora oggi, è oggetto di studio e interesse da più parti. La possiamo ammirare in una delle sale del Museo di Santa Giulia a Brescia.




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1 comment:

Anonimo ha detto...

Finalmente qualcuno che illustra le bellezze della nostra città bravo bravo

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