LA DANZA



LE ORIGINI

Le prime forme organizzate di danza primitiva riproponevano le figure elementari del cerchio (o circolo) e della linea (o fronte).
Il primo, già presente nel paleolitico, era alla base delle danze estatiche e costituì il precedente della carola ; la seconda, più recente e aperta a elaborazioni molteplici e disegni più complessi, era alla base delle danze celebrative. Al paleotico risalgono le danze astrali, di fertilità, falliche e funebri; al neolitico le danze di corteggiamento, del fuoco, guerriere e del ventre.

In Europa, verso la fine del II millennio a.c. si ebbero le prime manifestazioni, della danza antica, fondendo e sviluppando figurazioni acrobatiche egiziane, espressività indiana, visione morale cinese. Ne derivò la danza teatrale: per canti di guerra (pirriche), ma, soprattutto, con danze in cerchio (cicliche) si accompagnavano le varie forme della lirica corale, mentre in quadrato (tetragonali) si cantavano gli intermezzi della tragedia
(stasimi) e della commedia.



LA DANZA ETRUSCA

La danza etrusca ci è nota soprattutto dalle figurazioni funerarie del VI e del V secolo.

Sembra eseguita da ballerini professionali: danzatrici singole accompagnate da un suonatore di doppio flauto; danzatori a coppia; ma soprattutto cori di uomini e donne procedenti in fila distaccati e con movimenti individuali, guidati da musici (suonatori di cetra o lira e flautisti)che partecipano ai passi della danza.

Qualche volta si colgono nell'atto di ballare anche personaggi della famiglia del defunto.



LA DANZA GRECA

Platone parla della danza nelle Leggi e nella Repubblica (IV sec. a.c.) e ritiene che abbia origine dal desiderio spontaneo del corpo dei giovani di muoversi; istinto tipico degli animali, ma solo nell’uomo assume una forma ordinata e consapevole, grazie al ritmo e all’armonia. Platone distingue tra danze “buone” e “cattive”: le prime sono le danze armoniose, severe e gravi, che hanno come loro fine la bellezza e la bontà (ciò che è buono è anche bello); le seconde sono danze deformi e indecenti, che imitano il brutto e il ridicolo.

Per Luciano da Samosata la danza è nata dall’amore ed ha avuto origine nelle danze cosmiche degli astri, dal moto dei cieli e dalla loro armonia. Essa è dono divino, il danzatore ha il dono di illustrare, tramite gesti e movimenti, sentimenti, usi e passioni umane.

I Greci, maestri di danza per i Romani, ebbero a loro volta come maestri i Cretesi che furono i migliori danzatori della loro epoca, unanimemente considerati i più grandi artisti nei vari generi di ballo. Una loro danza, la pirrica, fu adottata dagli Spartani che la trasformarono in vera e propria danza di preparazione al combattimento.

Platone afferma che la pirrica (pyrrìchios: danza rossa) era stata creata dalla Dea Atena. Secondo la cultura spartana, un grande danzatore era anche un grande guerriero. Gli storici raccontano che gli eserciti spartani entrassero in battaglia con un tipo di marcia che corrispondeva ad una danza. Fra le danze guerriere, ricordiamo la xiphismòs (danza con la spada) e la thermastrìs (danza dai movimenti convulsi).

Grande sviluppo ebbero anche le danze di culto con al centro la donna. Le Menadi erano danzatrici invasate, prese dall'ebbrezza sacra di Dionisio. La loro danza, di rapimento e di istintività, diventò artistico e complesso. Basti dire che la gestualità delle mani fu codificata in una serie di significati connessi ai moti dell'animo. Confluirono in Grecia molte danze asiatiche, dalla cui 'ellenizzazione' scaturì il culto per la bellezza e il nudo femminile. Dalle pitture vascolari si nota il tema costante di danze di fanciulle che, interpretando gli antichi riti della fertilità, mostrano seduttività e sensualità, del resto preliminare all'accoppiamento.

Nella Nascita della tragedia, Nietzsche suddivide le danze greche in apollinee e dionisiache. Le apollinee sono più ritualizzate, severe, a contenuto etico o cultuale, in genere di origine dorica. Le dionisiache sono orgiastiche, satiriche, spesso aiutate dall'ebbrezza delle piante allucinogene o del vino, molto affidate all'impronta e spesso di gruppo, in genere di origine cretese o asiatica. Tra queste ultime le danze frigie che tanto scandalizzarono i benpensanti romani.


Le danze apollinee più famose furono:
  • gèranos, danza degli Ateniesi a Delo,
  • emmèleia, danza usata nella tragedia,
  • peana, danza magica che veniva eseguita dal coro,
  • ipochermatica, danza allegra che, per le sue caratteristiche, si avvicinava moltissimo a quelle dionisiache.

Le danze dionisiache più famose sono:
  • kòrdax, danza tipica della commedia, prevalentemente a contenuto volgare,
  • òklasma, danza persiana con caratteristiche acrobatiche,
  • sikinnis, danza usata nel dramma satiresco, a contenuto scurrile.


LA DANZA ROMANA

La razionalità romana unita al mito della continenza non lasciò molto posto alla danza orgiastica, ma pure quella apollinea fu molto dimensionata. I Romani furono abili nel trasformare quanto di meglio trovavano in giro, ma con la danza non ebbero mai un buon rapporto. Nonostante Plutarco sottolinei la grazia con cui 'danzavano' i sacerdoti di Marte, e nonostante Luciano definisca il tripudium 'danza maestosa', in verità l'intero fenomeno coreico aveva finalità pratiche di un popolo produttivo e guerriero.

Le più antiche danze romane furono guerresche e religiose: si ricordano la bellicrepa, danza armata che si fa risalire a Romolo, e il tripudium, danza encomiastica di derivazione etrusca. In seguito la danza costituì quasi esclusivamente un complemento spettacolare dei ludi circensi e fu sostituita in breve da una chiassosa pantomima. Il tripudium divenne una danza sacerdotale, legata alla scadenze della coltivazione delle terre. Consisteva nel battere tre volte il piede a terra, secondo un ritmo che si ispirava all'anapesto, piede della metrica classica composto da due sillabe brevi e una lunga.

Per quanto riguarda le danze d'armi, i Romani furono sempre impegnati con le guerre: contro gli Etruschi, i Latini, gli Ernici, i Volsci, gli Equi, i Galli, i Tarantini, i Cartaginesi, i Macedoni. Quindi sicuramente usarono danze di guerra, ma man mano sostituirono l'eccitazione della danza con l'ideale della disciplina e la fede in Roma e nei comandanti romani. Quando però subirono l'influsso della civiltà greco_ellenistica, ammorbidirono le tradizionali regole di austerità e di sacrifici. Acquisirono così l'eleganza dell'arte, la sottile cultura, la piacevole mollezza, il lusso esagerato. Perfino nel religioso si realizzò una totale identificazione delle divinità romane con quelle elleniche.

Così attorno al 200 a.c., la coreutica e la danza greca entrarono in Roma insieme alla coreutica e danza etrusca, con l'insegnamento della danza, e tutte le famiglie nobili presero l'abitudine di avviare i propri figli allo studio di questa nuova arte. I modelli furono però quelli importati, soprattutto la pantomima greca, che rappresentava l'azione drammatica senza l'uso delle parole. La pantomima aveva per contenuto il mito, la storia degli Dei e degli eroi. La rappresentazione coreografica del mito si affermò come la forma di spettacolo più gradita al popolo romano che, comunque, non diventò mai un popolo di danzatori.
Per il resto la danza romana fu una rielaborazione di temi già esistenti, quali combattimenti, morte, fertilità, iniziazione, nozze, ricalcando gli schemi greci copiati però da quelli afro_asiatici: danze animali, mascherate e imitative, eseguite in circolo, in coppia, in processione o su fronti contrapposti maschi/femmine.

Famose furono le Danze del Gioco di Troia in cui i giovani patrizi eseguivano una danza labirintica dell'Asia minore, importata dai primi anni dell'impero, a rievocare l'origine troiana dei Romani. Plinio però narrò che la stessa danza esisteva presso i Latini, eseguita spesso dai bambini, quindi non necessariamente importata. Forse era una danza labirintica di origine cretese cui i Romani davano lo speciale significato del vagabondare di Enea fino alla fondazione di Roma.

Nelle campagne il fenomeno fu un pò diverso, un fenomeno di “massa”, legato ai riti propiziatori o alle grandi festività in onore di un Dio, come ad esempio nei riti dionisiaci o nei Saturnalia dell’antica Roma. Erano danze di folla, sfrenate e promiscue con cui il popolo si liberava dal peso della povertà o da un’esistenza difficile; giorni e giorni di festeggiamenti dove il corpo, il movimento e quindi la danza erano libertà del corpo e dell'istinto per tutto l'anno controllati o negati.

I Romani presero dai Greci i Baccanali la cui origine era religiosa: all'inizio riservati alle sacerdotesse e ai sacerdoti di Bacco ma poi estesi al popolo con danze lascive e sfrenate. L’iconografia mostra le baccanti impegnate nella danza con l’abbigliamento in disordine, la testa e le braccia rovesciate all’indietro, la schiena e il busto flessi e in torsione, i capelli scarmigliati, le mani che impugnano sonagli, le gambe divaricate, oppure accucciate a terra con una gamba protesa in avanti.
Nelle danze dei Lupercalia si celebrava il Dio Pan il giorno nelle calende di marzo: i sacerdoti del Dio, completamente nudi, percorrevano le vie di Roma danzando e armati di un frustino percuotevano la folla.

Gli antichi Romani non si dedicavano molto alla danza, ma amavano moltissimo veder danzare. I giovani potevano sostenere anche parti femminili ma in epoca imperiale, con la liberazione della donna operata da Augusto, le donne, che in Grecia non potevano recitare nemmeno nella commedia e nella tragedia, entrarono a far parte della pantomima.

Le danze prendevano spesso il nome dal metro che ne regolava i passi. Si dissero così Dattile, Spondaiche o Giambiche, ma comunque si potevano distinguere in 4 tipi sommari: sacre, guerriere, teatrali e domestiche. Quelle teatrali si suddivisero a loro volta in: tragiche, comiche, satiriche e pantomimiche. Sembra che le danze teatrali presero piede in Grecia, e di conseguenza poi a Roma, da quando Euripide terrorizzò gli spettatori facendo danzare sul palcoscenico le Furie nelle Eumenidi, un gran successo.

La danza da teatro raggiunse in Roma una perfezione tale che la città eterna si entusiasmò per due ballerini rivali: Pilade e Bathylle. Oltre alle danze licenziose del teatro e delle feste pubbliche imperversarono le danze per rallegrare i banchetti. Le celebri saltatrici di Cadice, le Gaditane, appassionarono gli antichi Romani con le loro danze focose e molti autori ne hanno fatto menzione, come Marziale nei suoi epigrammi e Plinio il giovane in una lettera a Septicius Clarus.
A Roma le nacchere o castagnette accompagnavano il ritmo delle danze popolari, dette crotalia, talvolta di bronzo. Nei teatri si usava dare la cadenza con con zoccoli di legno o di ferro, chiamati dai Latini, e poi dai Romani, Scabilla.
Ma la Roma “pantomima romana” fu piuttosto diversa dalla greca: un solo attore-danzatore mimava una vicenda ricavata dai temi della tragedia greca; tramite la recitazione gestuale, ben presto tale ballo divenne satirico verso tutti i potenti e pure volgare e deliberatamente erotico. Era il prototipo del Pasquino che denunciava e smascherava il potere attraverso il ridicolo.

Contro i danzatori e pantomimi si scagliò ben presto la Chiesa cristiana; nonostante tutto, continuarono comunque a coltivare la danza, la musica, la pantomima. A partire dal III-IV sec. d.c. però la Chiesa cominciò a condannare la presenza della danza anche nei luoghi sacri. Per tutto l’Alto Medioevo sino al XII-XIII sec., le uniche testimonianze sulla danza sono costituite dalle numerose condanne e scomuniche per punire questa ardita forma sacrale, perchè la danza era figlia del diavolo.




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