SIRACUSA ( Sicilia )





SIRACUSAE

Siracusa ricca di monumenti e storia, è una delle più belle città del mediterraneo, dichiarata per i suoi resti archeologici patrimonio mondiale dell'Unesco.

Come una grande terrazza sul mare, si affaccia sulla sottostante costa rocciosa e sabbiosa del bellissimo mare. La città vecchia, situata nell'isolotto di Ortigia, ha visto succederci in oltre 3000 anni le maggiori civiltà del Mediterraneo.

Il nome Siracusa deriverebbe dalla lingua sicula Syraco, palude, per le paludi nell'attuale zona dei Pantanelli, da cui la parola greca Syracoùssai. Si hanno infatti tracce di abitazioni nei pressi della città sin dal IV millennio a.c., con villaggi preistorici che già avevano allacciato rapporti commerciali con i Micenei.



ORTIGIA

Davanti a Siracusa c'è un porto, e nel porto un'isola su cui giace un'antica città. Il suo nome è Ortigia, nome che deriva dal greco ortyx, quaglia, che designa la parte antica dell'attuale Siracusa. Ma Ortigia era anche il nome di uno dei figli di Archia, ed era anche un titolo di Artemide derivato, come narra Ovidio nelle Metamorfosi, dall'antico nome dell'isola di Delo o dall'isola siracusana.

Nella prima fase Ortigia accolse l'agorà, ove erano gli edifici pubblici e i templi, mentre Acradina, nato come sobborgo, era un quartiere di abitazione. L'isola era già stata nell'VIII sec., unita alla terraferma mediante una colmata di terra; in seguito collegata con vari ponti.

Al centro di Ortigia si trova oggi il Duomo, costruito inglobando il greco tempio di Athena, da cui proviene una lastra fittile della Gorgone che tiene in braccio Pegaso conservata nel locale Museo Archeologico.

Virgilio - Eneide:
"Giace della Sicania al golfo avanti
un'isoletta che a Plemmirio ondoso
è posta incontro, e dagli antichi è detta
per nome Ortigia. A quest'isola è fama,
che per vie sotto il mare il greco Alfeo
vien, da Doride intatto, infin d'Arcadia
per bocca d'Aretusa a mescolarsi
con l'onde di Sicilia
"



LA FONDAZIONE

La fondazione di Siracusa risale al 734-733 a.c. quando un gruppo di Corinzi, tra cui il poeta Eumelo di Corinto, guidati da Archia, approdarono vicino al fiume Anapo nell’isola di Ortigia. Il luogo, al centro del Mediterraneo e quindi degli scambi commerciali, era prezioso per il doppio porto e per l'abbondanza di acque e di foreste.

L'insediamento greco-corinzio cacciò così la popolazione autoctona dei Siculi verso l’entroterra, scatenando una serie di guerre vinte da Siracusa, che estese il suo dominio su territori sempre maggiori. Risalgono a questo periodo i templi più arcaici della Sicilia, come quelli di Zeus e di Apollo, e le necropoli arcaiche.



LE LATOMIE

Le Latomie, caratteristiche di Ortigia e Siracusa, erano cave di pietra, per lo più a cielo aperto, all’interno della città antica, che segnarono la guerra fra Atene e Siracusa, in cui divennero mortali prigioni per i resti dello sconfitto esercito greco. Come narra Tucidite, 7000 prigionieri di guerra furono rinchiusi nelle grandi Latomie e fatti morire orribilmente di stenti.

Dionigi fece costruire con le pietre delle Latomie una grande fortezza, sbarrante l'accesso all'isola e con il fronte volto verso Acradina. Vi realizzò anche un grande palazzo come propria residenza, lo stesso che, ricostruito da Ierone II, servì poi da residenza ai pretori romani che l'ingrandirono e abbellirono.

Cicerone descrisse le Latomie con grande ammirazione:
"Tutti voi avete sentito parlare, e la maggior parte conosce direttamente, le Latomie di Siracusa. Opera grandiosa, magnifica, dei re e dei tiranni, scavata interamente nella roccia ad opera di molti operai, fino a una straordinaria profondità. Non esiste né si può immaginare nulla di cosi chiuso da ogni parte e sicuro contro ogni tentativo di evasione: se si richiede un luogo pubblico di carcerazione, si ordina di condurre i prigionieri in queste Latomie anche dalle altre città della Sicilia."

Qualcuno ha supposto che le Latomie, esistenti non solo a Siracusa ma pure nel Lazio, vedi le Latomie di Salone, fossero antichi luoghi sacri sotterranei di civiltà molto arcaiche.
Pausania del resto narra che nelle Latomie siracusane fu posta la statua di Ligdamide, vincitore ad Olimpia (648-645 a.c.) nel pancrazio (un misto tra corsa, lotta e pugilato). Ora si sa che le olimpiadi erano sacre, che ragione ci poteve essere a porre una statua così importante dentro una cava? Nessuno l'avrebbe vista nè omaggiata. Eppure i vincitori venivano mantenuti dallo stato per un quinquennio, ricevendo l'alloro nonchè soldi e regali ovunque.



LA GUERRA CONTRO ROMA

Durante il regno di Gerone II, Roma e Siracusa avevano firmato un trattato di pace, che durò per lungo tempo, ma i guai arrivarono alla sua morte, col giovane Geronimo che ruppe la pace con i Romani portandoli in guerra, per allearsi con i Cartaginesi.
Geronimo morì in una cospirazione per mano di Dinomene e gli succedette Adranodoro che poco dopo lasciò ai fratelli Ippocrate ed Epicide il compito di difendere la città.

Intanto il Senato romano, sotto il pericolo cartaginese, doveva assicurarsi di debellare quel nemico, per cui votò la guerra contro Siracusa. L'incarico di conquistare la città fu affidato al console Marcello che, capo di milizie di terra e di mare, assediò la città nel 212 a.c. Durante l'assedio Ippocrate cercò rinforzi cartaginesi presso Eraclea Minoa ottenendo alcune vittorie contro i romani, Epicide invece rimase a Siracusa organizzando una strenua difesa.

Siracusa possedeva infatti ben 27 km di mura costruite da Dionigi I di Siracusa, che le garantivano una completa difesa per mare e per terra.

Pllutarco - Vite Parallele:
"I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l'impeto di un attacco in forze di tali proporzioni."



ARCHIMEDE

A difesa della città, vi era un valoroso esercito ben equipaggiato nonché l'ingegno di Archimede che perfezionò la difesa con mezzi rinnovati come la balista, la catapulta e lo scorpione. utilizzò, si dice, anche la manus ferrea e gli specchi ustori, di sua invenzione, ma su questi ultimi ci sono molti dubbi, perché le fonti che lo riportano sono tarde e per la fattibilità di specchi parabolici e orientati per far prender fuoco al legno o alla stoffa a così grande distanza.

Polibio - Le Storie:
"I Romani, allestiti questi mezzi, pensavano di dare l'assalto alle torri, ma Archimede, avendo preparato macchine per lanciare dardi a ogni distanza, mirando agli assalitori con le baliste e con catapulte che colpivano più lontano e sicuro, ferì molti soldati e diffuse grave scompiglio e disordine in tutto l' esercito; quando poi le macchine lanciavano troppo lontano, ricorreva ad altre meno potenti che colpissero alla distanza richiesta.
Quando i Romani furono entro il tiro dei dardi, Archimede architettò un'altra macchina contro i soldati imbarcati sulle navi: dalla parte interna del muro fece aprire frequenti ferritoie dell'altezza di un uomo, larghe circa un palmo dalla parte esterna: presso di queste fece disporre arceri e scorpioncini e colpendoli attraverso le ferritoie metteva fuori combattimento i soldati navali.
Quando essi tentavano di sollevare le sambuche, ricorreva a macchine che aveva fatto preparare lungo il muro e che, di solito invisibili, al momento del bisogno si legavano minacciose al di sopra del muro e sporgevano per gran tratto con le corna fuori dai merli: queste potevano sollevare pietre del peso di dieci talenti e anche blocchi di piombo. Quando le sambuche si avvicinavano, facevano girare con una corda nella direzione richiesta l'estremità della macchina e mediante una molla scagliavano una pietra: ne seguiva che non soltanto la sambuca veniva infranta ma pure la nave che la trasportava e i marinai correvano estremo pericolo."


I Romani intanto eseguivano assalti per mare con le quinquiremi e per terra con gli eserciti e l'uso delle sambuche, ma inutilmente, perchè Siracusa resisteva. Marcello allora decise di mantenere il semplice assedio e di prendere la città per fame.

L'assedio si protrasse per ben 18 mesi, un tempo molto lungo, e i siracusani, ormai allo stremo, cominciarono a dividersi in due fazioni, pro e contro Roma. Infine fu organizzato il tradimento. Nel 212 a.c. dopo una festa in onore di Diana, in piena notte furono aperti i cancelli della zona nord della città, consentendo alle truppe romane di entrare
nell'Epipoli e nei quartieri di Tyche e Neapolis, devastando e saccheggiando la città.

Ma Ortigia resisteva ancora, ben protetta da altre mura. Epicide richiamò in soccorso il fratello, che col sostegno di Imilcone inflisse ai Romani una sconfitta. Subito dopo Ippocrate morirà presso le rive del fiume Anapo a causa di una pestilenza, mentre Epicide vedendosi rifiutato il soccorso di Bomilcare si rifugiò ad Agrigento facendo poi perdere le sue tracce.

Alla fine del 211 a.c., i Siracusani furono costretti ad arrendersi ai Romani che penetrati in Ortigia e Acradina, si abbandonarono a uccisioni e a terribili saccheggi, anche se Marcello aveva ordinato di risparmiare i cittadini. Siracusa cadde così definitivamente in mano romana e in quell'occasione trovò la morte anche il grande scienziato siracusano Archimede, ucciso per errore da un soldato.



SIRACUSA ROMANA

Per questa importante vittoria il console Marcello entrò vittorioso a Roma col suo carico di ori e beni preziosi strappati alla città, guadagnandosi il trionfo.

Siracusa perse la sua indipendenza e le redini del Mediterraneo passarono nelle mani di Roma che ora doveva confrontarsi con Cartagine, e non aveva soldi per prodigarsi, come suo costume, per le città conquistate. Le città siciliane affrontarono un duro periodo di decadenza, diventando foederatae, liberae atque immunes, decumanae e città il cui territorio apparteneva al popolo romano.

Gravi sono le angherie e il malgoverno dei pretori romani: scompare la piccola proprietà, cominciano a costituirsi i grandi latifondi. Siracusa rimane capitale della Provincia romana di Sicilia ed è sede del pretore; viene attaccata durante la prima guerra servile che contribuisce ad aggravare le condizioni di decadenza della città.

Cicerone denunciò il malgoverno e le gravi depredazioni che Siracusa dovette subire da parte di C. Verre, propretore della Sicilia dal 73 al 71 a.c. La città vive un periodo difficile anche durante la guerra fra i triumviri, finché non va al trono Ottaviano che invia una colonia augustea nel 21 a.c., che riporta l'ordine, la ricostruzione e la pace, che durerà fino alle invasioni dei Vandali nel V sec. d.c.



ANFITEATRO ROMANO

L'anfiteatro romano, di m 140 x 119, è orientato obliquamente rispetto al teatro, che rispetta l'orientamento della Neapolis, allineandosi invece all'impianto di Acradina, in senso nord-ovest/sud-est, probabilmente condizionato da vie più antiche, provenienti da sud, dove si trovava l'ingresso principale.

Forse iniziato sotto il regno di Nerone, assunse la forma attuale solo nel sec. III-IV d.c., ed è il più grande anfiteatro della Sicilia, ed uno dei più maggiori d'Italia, di poco inferiore all'Arena di Verona, utilizzato per i combattimenti di gladiatori e di animali, mentre nel vicino teatro si svolgevano gli spettacoli teatrali.

L'anfiteatro era in gran parte scavato nella roccia, se si esclude il lato sud. La parte alta, di cui non resta praticamente nulla, era invece costruita. Oggi ne resta solo la parte scavata, mentre tutto quello costruito in blocchi di pietra è stato smantellato dagli spagnoli nel XVI sec., per costruire le fortificazioni dell'isola di Ortigia. I secoli e le intemperie hanno inciso la roccia, che oggi mostra venature diagonali alle file di sedili. Proprio per questa scadente qualità della pietra in origine l'anfiteatro era stato rivestito in blocchi di pietra.

Un complesso sistema di gradinate permetteva di accedere ai vari ordini di posti. Due grandi corridoi, con rami laterali, davano accesso all'arena, di m 69,80 x 31,60, al cui centro c'era un ampio sotterraneo di m 15,50 x 8,70, profondo m 2,50.

Il sotterraneo all'epoca era coperto da una pavimentazione di legno la cui si accedeva da un corridoio sotterraneo a sud, utilizzato per i macchinari degli spettacoli, come in tutti gli anfiteatri minori, non dotati, come il Colosseo, di sotterranei più ampi e articolati.

L'arena era chiusa tutt'intorno da un alto podio, con un corridoio anulare coperto a volta (crypta), su cui poggiava la prima serie di gradini, destinata agli spettatori di riguardo, coi nomi iscritti sulla balaustra marmorea del parapetto; insomma posti assegnati, di cui alcuni del III -IV sec. sono ancora conservati. Seguiva, dopo un corridoio, l'ima cavea, la sola in parte conservata, mentre della media cavea e summa cavea restano solo le fondazioni. L'anello superiore si concludeva con un portico, alcune colonne del quale sono conservate ai piedi del podio.

Verso l'ingresso meridionale convergeva l'asse viario che divideva l'Acradina dalla Neapolis, e che si concludeva poco prima dell'anfiteatro, con un arco onorario di età augustea, del quale restano i basamenti. Dal piazzale antistante una scalinata portava all'ingresso sud, mentre a nord si conservano i resti di una grande fontana, contemporanea all'anfiteatro. L'approvvigionamento idrico era garantito da una grande cisterna a tre navate su pilastri, ancora conservata sotto la vicina chiesa di S. Nicolo.

La cronologia dell'edifìcio è stata discussa, ma sicuramente fu realizzato subito dopo l'inserimento della colonia augustea, negli ultimi decenni del I sec. a.c., visto la tecnica edilizia con opera reticolata, archi a conci allungati, e per un frammento della grande iscrizione dedicatoria, dai bei caratteri augustei, che menziona uno dei magistrati realizzatori dell'edifìcio, un Betilieno probabilmente originario di Alatri.

Valerio Massimo ricorda uno spettacolo gladiatorio avvenuto nell'anfiteatro, e un senatoconsulto emanato sotto Nerone, nel 58 d.c., autorizzava i Siracusani a superare il numero di gladiatori normalmente permesso. Il che conferma l'importanza dell'edificio.



PISCINA ROMANA

La piscina romana sorge nella stessa zona archeologica che ospita il Teatro Greco, l'Anfiteatro Romano e la Latomia del Paradiso. E' un vasto un ambiente rettangolare che si estende in lunghezza da nord verso sud per circa 20 m. e in larghezza per circa 7 m, a 5 m. di profondità dal piano della campagna circostante.

Essendo collocata una zona di latomie, le pareti principali sono state ricavate dalla roccia mentre quelle minori sono formate da grossi conci a secco, senza malta cementizia. Il locale è suddiviso in 3 navate da una doppia fila di pilastri su cui poggiano gli architravi a piattaforma sormontati da volte a botte.

L'età più antica dello scavo sembra essere quella della Latomia. Infatti il taglio delle pareti è stato condotto con i medesimi procedimenti e le medesime tecniche. Non mancano le edicolette e gli incassi che tappezzano le pareti con lo stesso andamento vario ed irregolare con cui si ritrovano nella Latomia ed in alcune pareti rocciose dell'antica via che conduceva alla vicina cava dove poi fu tagliato l'Anfiteatro. I pilastri, che poggiano su basi quadrangolari, sono formati da grossi blocchi legati da malta cementizia.

Il termine piscina deriva dalla probabile funzione cui l'ambiente era destinato, un mastodontico serbatoio d'acqua per le naumachie che si svolgevano nell'Anfiteatro. Probabilmente riceveva l'acqua da una sorgente, che sgorgava a circa metà dell'attuale Viale Scala Greca, tramite una condotta lunga oltre 1 km. Infatti vi sono due aperture nelle pareti, di cui una a diretto contatto con un acquedotto retrostante che terminava nell'Anfiteatro.

Durante la dominazione normanna fu edificata proprio sopra la cisterna una chiesetta dedicata a S. Nicolo in cui si vedono resti di colonne, pilastri e architravi romani nel cortile della chiesa.



GINNASIO ROMANO

Oggi questo sito viene visitato da pochissime persone, complice la vegetazione che spesso cresce incolta e selvaggia. Vi si notano i resti di un grande porticato quadrangolare che chiudeva tutto il monumento, poi, al centro i resti architettonici di un tempietto di epoca romana ed i deliziosi resti semisommersi di un piccolo teatro di forma semicircolare.

Quest’area archeologica conosciuta come il ginnasio romano ma che altri studiosi vedono piuttosto come un piccolo teatro o come un’area sacra, viene visitato poco o niente dai siracusani e solo occasionalmente da pochi e coraggiosi turisti perloppiù stranieri.

Questo edifìcio, il più importante di Acradina che sia ancora conservato, è stato infatti erroneamente identificato con un ginnasio. Gli scavi, mai completati, furono realizzati tra il 1864 e il 1865.
Si entra nel monumento dall'angolo sud, che dava accesso a un quadriportico di circa 60 m x 50, notevolmente sopraelevato rispetto al piano del cortile, di 1,80 m, e vi si accedeva tramite una scala. Esso è conservato in altezza solo sui lati nord ed est: l'ingresso principale doveva aprirsi su quest'ultimo lato, come è dimostrato dalla scoperta, a una certa distanza, di un frontone di marmo.

All'esterno del portico nord, tra questo e un grande muro di blocchi parallelo, correva una strada, larga 8,74 m, certamente un asse importante, forse la via Elorina. Le colonne calcaree di questo tratto del portico erano doriche, sicuramente di una fase più antica rispetto al resto dell'edifìcio.
Questo consiste essenzialmente di un piccolo tempio quadrato, di 17,5 m x17,5 su podio di tipo italico, al quale si accedeva da due scalette laterali, una delle quali è conservata, ed entro il quale è ricavato un ambiente coperto a volta, con un pozzo. Si conservano molti elementi architettonici dell'alzato, probabilmente di ordine corinzio. La tecnica e lo stile di questi elementi architettonici permettono di attribuire l'edifìcio alla metà del I sec. d.c.



NECROPOLI ROMANA

Nella Latomia di S. Venera, la parte superficiale del banco roccioso accoglie una necropoli romana, la Necropoli Grotticelli. Il colombario più elevato, caratterizzato da colonne e da timpano rupestri viene comunemente, ma impropriamente, indicato come Tomba di Archimede.

Cicerone raccontò di avere scoperto la tomba di Archimede grazie ad una sfera inscritta in un cilindro, che vi sarebbe stata scolpita per volontà stessa dello scienziato:

"Io questore scoprii la tomba di Archimede, sconosciuta ai Siracusani, cinta con una siepe da ogni lato e vestita da rovi e spineti, sebbene negassero completamente che esistesse. Tenevo, infatti, alcuni piccoli senari, che avevo sentito essere scritti nel suo sepolcro, i quali dichiaravano che alla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Io, poi, osservando con gl'occhi tutte le cose - c'è, infatti, alle porte Agrigentine una grande abbondanza di sepolcri - volsi l'attenzione ad una colonnetta non molto sporgente in fuori da dei cespugli, sulla quale c'era sopra la figura di una sfera e di un cilindro.

E allora dissi subito ai Siracusani - c'erano ora dei principi con me - che io ero testimone di quella stessa cosa che stavo cercando. Mandati dentro con falci, molti ripulirono e aprirono il luogo. Per il quale, dopo che era stato aperto l'accesso, arrivammo alla base posta di fronte. Appariva un epigramma sulle parti posteriori corrose, di brevi righe, quasi dimezzato. Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino."

Accanto al teatro sono poi state rinvenute diverse tombe romane, scavate nella terra e rivestite in pietra calcarea e marmi, con sculture, fregi e modanature varie.


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