LE INONDAZIONI DI ROMA ANTICA





«Anche se è soggetto [il Tevere] a piene frequenti e improvvise, le inondazioni non sarebbero in nessun punto maggiori che a Roma.»
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III, 55.)

Le piene del Tevere hanno fatto parte della storia di Roma per oltre 2600 anni: dalla sua fondazione fino al XX secolo. Secondo la leggenda sulla fondazione di Roma, fu il Tevere in piena, 28 secoli fa, che trascinò la cesta di Romolo e Remo fino al Velabro, dove vennero trovati dalla lupa e forse il nome dei due gemelli derivò, secondo alcuni da Rumon, nome etrusco del Tevere. Oppure, come asseriscono altri, dal nome della Dea Rumina preposta alla protezione dei lattanti.

Gli antichi abitanti rimediarono a questo inconveniente ritirandosi sulle alture dei colli e insediando lì il centro abitato ed i principali centri politici e religiosi (Palatino e Campidoglio). Poi la città si espanse e i romani dovettero occupare anche le zone più vicine al Tevere per cui procedettero alle opere di bonifica delle zone più acquitrinose, capacità in cui indubbiamente eccelsero gli etruschi prima e i romani poi.

ROMA ALLE ORIGINI, UN ACQUITRINO
Nelle parti più basse dei colli però vennero eretti prevalentemente gli edifici pubblici, come i Fori, il Circo Massimo, il Teatro di Marcello, mentre la popolazione si rifugiava sui colli, dove l'aria era più sana e dove era più facile difendersi dai nemici. 

Prima del V sec. a... esistono scarsissime informazioni. Luciani (1985) riporta una inondazione, nell’anno 749 a.c., Carcani (1893) riporta un’inondazione nel VII anno della storia di Roma, mentre Le Gall (1953) esclude che si possa vedere un’inondazione del Tevere nell’area dove sarebbe poi sorta Roma nella leggenda, legata alla nascita di Roma, della cesta contenente Romolo e Remo trasportata dal fiume.

Fonti letterarie contengono testimonianze di inondazioni a Roma sin dal V secolo a.c..
Tuttavia nel corso dell'età classica, ed anche per tutto il medioevo, la città non veniva allagata in media più di una volta ogni 50-100 anni. In realtà veniva allagata molto più frequentemente solo che avveniva solo nella parte più bassa.

Per eliminare i vasti e malsani acquitrini presenti nelle zone a quote meno elevate e in comunicazione con il Tevere, già nel VII secolo a.c. ebbe inizio la costruzione delle cloache, condotti cioè posti ad idonea profondità sotto il piano campagna, correnti lungo la linea di compluvio delle vallette esistenti tra i colli e sfocianti direttamente nel fiume.

IL COLLE PALATINO ALLE ORIGINI
Tra il 414 a.c. (data della piena più antica, riportata da Tito Livio) ed il 1277 a Roma sono state registrate 58 piene, in media una ogni 30 anni.
Secondo Rodolfo Lanciani, dall'antichità al 1870 si sono verificate 132 inondazioni, che possono essere distribuite nei vari periodi storici come segue:

- 26 dalla fondazione della città all'inizio dell'era cristiana (circa 700 anni);
- 30 dall'anno 1 al 500 (circa 500 anni);
- 21 dal 500 al 1000 (circa 500 anni);
- 23 dal 1000 al 1500 (circa 500 anni);
- 32 dal 1500 al 1870 (circa 400 anni);

I punti più bassi di Roma (Il Pantheon è uno di essi) si trovano a circa 12 metri sul livello del mare. Questo fattore, che non favorisce il deflusso delle acque, nel secoli si è aggravato a causa dell'accumularsi di sedimenti sul letto del fiume, che ha avuto la conseguenza di diminuire ulteriormente la già scarsa pendenza (oltre che far avanzare la linea di costa).

ROMA IN EPOCA MONARCHICA
Le piene di epoca repubblicana ed imperiale ci sono note tramite gli storici classici (soprattutto Tito Livio e Cassio Dione Cocceiano), che però non forniscono elementi sufficienti per risalire ad una misurazione del livello raggiunto dalle acque. Sembra tuttavia che i romani effettuassero delle misurazioni di livello del Tevere e tracce di un idrometro sono state trovate presso ponte Sisto.

Le piene dal V al II secolo a.c. ci sono state tramandate da Tito Livio (59  – 17 d.c.) nella sua  “Ab Urbe condita”,  mentre le piene dal I sec. a.c. all’inizio del II secolo d.c. sono giunte a noi attraverso la “Storia Romana” dello storico greco Dione Cassio (155 – 235 d.c.). Completano le informazioni sulle piene del periodo romano le opere di altri autori come Tacito e Plinio (Remedia et alii, 1998). In alcuni anni si sono avute più piene (Remedia et alii, 1998): 2 piene nel 215 a.c. e ben 12 piene nel 189 a.c.
ALCUNE DELLE GRANDI INONDAZIONI DI ROMA ANTICA
- Livio narra che nel 189 a.c. il Tevere inondò la zona del Campo Marzio per ben 12 volte.
 In epoca repubblicana si verificarono ben 23 inondazioni tra il 414 a.c. ed il 44 a.c.. In questo periodo Roma  sorgeva prevalentemente sulle alture e le parti basse erano per lo più occupate da edifici pubblici, come l’enorme edificio del “Porticus Aemilia”  del II sec. a.c. costruito per il porto fluviale, nella piana tra il Tevere e l’Aventino, destinato ad accogliere le derrate alimentari provenienti dal mar Tirreno.


La situazione cambiò radicalmente dopo che Cesare ebbe indicato nel Campo Marzio la nuova zona di sviluppo della città, sviluppo incoraggiato soprattutto da Augusto, che, ritenendo sacro tutto ciò che aveva pensato il suo padre adottivo, vi costruì importanti edifici nonchè l'orologio a meridiana e il suo Mausoleo.
 Nel 54 a.c., una eccezionale piena del fiume, scatenata da abbondanti piogge, seppellì le strade dei quartieri più bassi sotto un imponente coltre d’acqua: in molti, colti di sorpresa, rimasero travolti dalla corrente, senza avere modo di ripararsi in zone più alte della città. Eccezionalmente l’acqua invase anche zone relativamente alte e solitamente considerate sicure. Inoltre, nel ritirarsi entro gli argini, il Tevere lasciò dietro sé interi quartieri allagati, con l’acqua stagnante che insistendo per giorni causò il crollo per infiltrazione di molti edifici e l’insorgere di letali epidemie.

L'imperatore Augusto, nel 27 a.c., vide il giorno della propria incoronazione funestato da un’improvvisa piena del fiume.

LA PIU' ANTICA TARGA DI COMMEMORAZIONE DELLA PIENA DEL TEVERE E' DEL 1277
 In epoca imperiale tra il 27 a.c. ed il 12 d.c. si ebbero 6 inondazioni del Tevere.

-  Forse ai tempi di Augusto, i romani avevano costruito a ponte Sisto il loro idrometro, per monitorare le variazioni del Tevere ed eventualmente ordinare l’evacuazione.

- Con Augusto Roma si espanse verso il Campo Marzio e di conseguenza fu più esposta alle piene del Tevere, per cui l'imperatore istituì un “curator alvei”, che doveva occuparsi della “manutenzione” del corso urbano del fiume, tenendone sgombro sia il letto che il greto. All'epoca l'ampiezza del letto del fiume raggiungeva i 130 metri, cioè il 30% di più della dimensione attuale.

Sotto Augusto vennero studiati anche progetti per rettificare il corso del Tevere, ma nessuno di essi fu ritenuto valido e pertanto non fu attuato. Viceversa dal III sec., due porzioni delle mura Aureliane (circa tra Ponte Nenni e Ponte Mazzini e tra Ponte Sublicio e l'ex mattatoio di Testaccio) furono costruite lungo la riva sinistra del Tevere, funzionanti anche come misura di difesa dalle piene.

In epoca antica le piene non erano ritenute eliminabili, ma occorreva adattarvisi, tanto è vero che i porti fluviali di Testaccio e di Ostia antica erano dotati di banchine su più livelli per adattarsi alle piene ed alle magre del fiume.

TARGA DELLA PIENA DEL 1422
- Tiberio istituì una commissione permanente di senatori, i Curatores Alvei Tiberis et Riparum, che aveva il compito di vigilare affinché le rive e il corso del fiume rimanessero sgombri da ostacoli.

- Nel I secolo l'imperatore Claudio aveva persino aperto, presso "Portus", alle foci del Tevere, un breve canale artificiale presso la città di Portus (che ancora esiste, col nome di canale di Fiumicino), in modo da migliorare il deflusso delle acque lungo l'ultimo tratto di Tevere, riducendo così la pressione delle piene nel tratto urbano. Naturalmente non fu un rimedio risolutivo, come dimostrò di lì a poco l'inondazione del 105, ma è un fatto che statisticamente le inondazioni diminuirono: nell'arco di 385 anni, tra il 15 ed il 398 d.c., si registrarono "soltanto" 15 alluvioni, ovvero una ogni 25 anni circa.

«Una paura particolare sia per il disastro attuale che per il futuro (venne) da un’improvvisa inondazione del Tevere, che con uno smisurato ingrossamento, abbattuto il ponte Sublicio e riversatosi per la rovina della diga contrapposta, allagò non solo le parti basse e piane della città, ma anche quelle sicure contro sciagure di tal genere; molti furono trascinati fuori dalla pubblica via, parecchi furono sorpresi nelle osterie e nelle camere da letto. Fra il popolo dilagò la fame, la povertà e la carestia. Le fondamenta dei caseggiati furono danneggiate dalle acque stagnanti».
(Tacito 69 d.c.)
Anche Traiano, per salvare Roma dagli allagamenti, fece costruire canali artificiali con lo scopo di convogliare verso il mare le eventuali piene.

 Nel II secolo a.c. il grande sviluppo economico, alimentato dall’espansione dei Romani attraverso tutto il Mediterraneo, favorì un notevole e veloce ampliamento della città, per cui anche le zone pianeggianti ai piedi dell’Aventino e nella zona di Trastevere si riempirono rapidamente di casupole e costruzioni in mattoni di fango, tutte assai vulnerabili di fronte alla violenza delle acque.

TARGHE DI INONDAZIONE DEL TEVERE DEL 1805
-  I Romani sapevano che, per contrastare le inondazioni, occorre in primo luogo rimuovere i materiali solidi e la vegetazione dal letto del fiume per il ripristino del suo regolare deflusso. Sapevano, infatti, che l’accumulo di detriti e la formazione di vegetazione in alveo o di alberi pericolanti sulle rive riducono la capacità di smaltimento nella rete delle portate in transito e quindi inducono le tracimazioni.

Per questo, come narra Aulo Gellio, un erudito del II secolo d.c., un pretore di età repubblicana diede ai privati la possibilità di agire in giudizio nell’interesse generale contro quell’appaltatore che, nonostante l’impegno assunto verso la collettività, non avesse eseguito il lavoro a regola d’arte.

- Durante l’Impero si assiste ad un crescente sviluppo della città nel Campo Marzio e al di là della via Lata (via del Corso), dove nel II sec. d.c. sorsero interi quartieri, tra cui Trastevere e la zona dell’Emporio ai piedi dell’Aventino. Ora le inondazioni del Tevere divennero molto più drammatiche, tanto che Augusto fece allargare e sistemare il letto del Tevere ed istituì (ma per alcuni fu Tiberio) i “curatores alvei Tiberis et riparum” con il compito di delimitare e tenere sgombro l’alveo.

IL TEVERE NEL XVIII SECOLO

INTERDICTUM DE RIPA MUNIENDA

I Romani erano anche consapevoli che l’erosione delle sponde poteva, col trasporto dei detriti, alterare l’equilibrio energetico del fiume e, alla prima pioggia, causare inondazioni a valle: per questo favorivano la cosiddetta "munitio riparum", cioè il rinforzo delle sponde, ben consci che quest’opera rispondeva anche all’interesse generale benché normalmente fosse effettuata dai proprietari rivieraschi privatamente e per propri interessi personali. 

Questa munitio riparum si effettuava, mettendo a dimora in riva colture arboree ed arbustive contro l’attività erosiva del fiume, o effettuando la manutenzione di argini naturali o realizzandone di artificiali anche con materiali rudimentali reperiti in loco (legno, pietra). Tali interventi sono spesso documentati dalla ricerca archeologica. 

Ebbene, lo scopo di tutelare la munitio riparum era realizzato dall’editto del pretore attraverso un’apposita prescrizione (il cosiddetto interdictum de ripa munienda) che colpiva chiunque in qualunque modo impedisse ad altri privati di effettuare lavori di rafforzamento delle rive: anche qui si vede come, nell’ambito del tribunale del pretore, venissero imposte ai privati regole giuridiche tese a supportare gli interventi di carattere tecnico contro le inondazioni.

ROMA ALLAGATA XIX SECOLO

I GEOMETRI ROMANI

Eccezionali sforzi furono poi gli sforzi dei geometri romani per il drenaggio delle acque superficiali e l’irreggimentazione dei fiumi, onde potenziare al massimo le capacità produttive del territorio e limitare i danni delle piene. Si ricorreva talvolta alla deviazione dei fiumi in canali secondari, a loro volta distribuiti in una rete capillare di canalette con cui potevano essere irrigati i singoli poderi.

Comunque era essenziale la collaborazione dei privati perché, senza un’adeguata pulizia dei canali, si sarebbe aggravato il rischio delle piene. È noto, inoltre, che i Romani solevano lasciare al fiume, soprattutto nei meandri, bacini laterali di espansione privi di edifici, proprio al fine di proteggere dalle piene gli abitati rurali delle vicinanze, spesso situati sulle alture.

- Ponte Milvio, forse il ponte in muratura più antico in assoluto, è stato per duemila anni un ponte extraurbano. È situato circa 3 km a nord di Porta del Popolo e dopo di esso la via Cassia si dirama dalla via Flaminia; quindi d'accesso fondamentale a Roma dal nord.

Questo ponte venerando è stato però sempre caratterizzato da una luce estremamente scarsa, si che in occasione delle piene si trasforma in una vera e propria diga. Le acque del Tevere (da poco ingrossate da quelle dell'Aniene) trovando lo sbarramento rappresentato dal ponte straripavano e, dopo aver percorso la via Flaminia, entravano in Roma da porta del Popolo.

«Proprio in quel tempo il Tevere o per la pioggia abbondante caduta un po’ a nord di Roma o per il forte vento che spirando dal mare spingeva indietro la sua corrente o, più probabilmente, per la volontà di qualche Dio, all’improvviso straripò con tale violenza da inondare tutti i luoghi bassi della città e raggiungere molte delle località più alte. I muri delle case, che erano fatti di mattoni, si inzupparono d’acqua e precipitarono, e tutte le bestie morirono annegate. Tutti gli uomini che non fecero in tempo a rifugiarsi su luoghi elevati, morirono».
(Cassio Dione 54 a.c.)

- Ponte Elio - oggi ponte Sant'Angelo, fatto costruire dall'imperatore Adriano come via d'accesso al proprio mausoleo (oggi Castel Sant'Angelo) nel 134, era originariamente dotato di lunghe rampe d'accesso fornite di numerosi archi, che nel corso del medioevo vennero ostruiti dalla costruzione di edifici fin sulla riva del fiume.

- Ponte Sisto - Sotto l’attuale Ponte Sisto è stato ritrovato un frammento di pietra proveniente dall’antico ponte di Agrippa, che portava incise delle cifre in numeri romani poste una sotto l’altra ad una distanza corrispondente alla misura di un piede romano. Quelle cifre rappresenterebbero il frammento di un vero e proprio idrometro, che doveva servire a controllare il crescere della acque del fiume ed a stabilire quanto mancasse al raggiungimento del livello di guardia (la scala graduata era infatti decrescente dal basso verso l’alto).

IL PANTHEON DURANTE LA PIENA DEL 1937
- Ponte Sublicio - Due le piene del 60 e del 32 a.c. D’Onofrio (1980, pag. 134) ritiene che queste due piene ed altre successive avrebbero contribuito a minare la solidità di Ponte Sublicio. Infatti nella zona dell’attuale via della Lungara vi era la “Villa Farnesina” di età romana, così denominata perché scoperta sui terreni di proprietà della famiglia Farnese.

La Villa Farnesina, i cui affreschi murali, che ne hanno permesso la datazione ora conservati al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo a piazza dei Cinquecento, è stata costruita tra il 30 e il 20 a.c. e poi abbandonata secondo gli archeologi a causa delle inondazioni del Tevere (probabilmente per le due piene avvenute nel 23 e nel 22 a.c.).

È inoltre probabile che le Mura Aureliane, costruite dall’imperatore Aureliano (270 – 275 d.c.) presenti in riva sinistra dalla Porta del Popolo fino al Ponte di Agrippa (oggi ricostruito con il nome di Ponte Sisto) e dall’altezza della Porta Portuense fino ad oltre il Monte Testaccio, svolgessero una funzione di argine in caso di piena del fiume per la parte della città compresa nel Campo Marzio.

Degli 8 ponti presenti al tempo di Costantino (Milvio, Elio, Neroniano, Valentiniano, Fabricio, Cestio, Senatorio e Sublicio), alla fine del XIV secolo ne rimanevano in piedi solo 5 (Milvio, Elio, Fabricio, Cestio e Senatorio). Le rovine degli altri 3, abbattuti dalle piene o per ragioni difensive, giacevano nel letto del fiume e nel caso del Ponte Neroniano sono ancora visibili un poco a valle di Ponte Vittorio Emanuele II.

Queste rovine, insieme a quelle dei tanti edifici crollati nel fiume, battelli affondati, molini distrutti e semplici immondizie hanno contribuito nel corso della storia a ostacolare il deflusso delle acque, rendendo sempre più facile lo straripamento del fiume.

- Sulle zone di allagamento: l’Esquilino, ovviamente, era al sicuro: le zone in cui si poteva finire a bagno con facilità erano quelle del Teatro Marcello, di Trastevere, di via Lata, la nostra via del Corso, di Campo Marzio e di via Flaminia, sino a Ponte Milvio (quest’ultima, ancora a oggi, è sempre a rischio…)

- Aureliano, diede ordine a Flavio Arabiano, prefetto dell’annona, di integrare nelle sue mura degli argini, a protezione delle aree più soggette alle inondazioni, realizzando una sorta di antenato dei nostri muraglioni.

PIAZZA DEL POPOLO 1937

IL VELABRO

L'area del Velabro era in origine paludosa e soggetta alle inondazioni del Tevere. Fu qui infatti, secondo la leggenda che si sarebbe arenata, alle pendici del Palatino, dopo aver navigato nel Tevere, la cesta con i gemelli Romolo e Remo, per essere recuperati dalla lupa o chi per lei. 

La prima cloaca fu realizzata nell’epoca dei re dal primo Tarquinio nell’anno 616 a.c. per bonificare la zona compresa tra i colli Palatino e Capitolino. Successivamente nel tempo furono costruite altre cloache per bonificare le vallate comprese tra i colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fino a che, da Tarquinio il Superbo, nell’ultimo periodo della Roma Regia, venne realizzata la Cloaca Massima a risanamento delle aree del Foro, del Circo Massimo, della Suburra e nella quale furono incanalate anche le acque del Velabro, che spesso ristagnavano nella zona dove attualmente è ubicato l’arco di Giano a quattro fornici.

Questo terreno perennemente acquitrinoso doveva tuttavia essere già quasi del tutto scomparso all'epoca dei Tarquini,  soprattutto in seguito alla costruzione della Cloaca Massima, che usufruiva dell'esperienza sviluppata dall'ingegneria etrusca, con l'utilizzo dell'arco a volta che la rendeva più stabile e duratura nel tempo. Fu una delle prime grandi opere di urbanizzazione romana.

Essa aveva origine nella Suburra e, attraverso l'Argileto, il Foro, il Velabro e il Foro Boario, si scaricava nel Tevere nei pressi di Ponte Emilio, o Ponte Rotto (che oltrepassa il Tevere poco più a nord dell'antico Ponte Sublicio). Probabilmente è la più antica fogna ancora funzionante al mondo da oltre 2000 anni.

IL VELABRO SOMMERSO
I resti di quest'ultima presenti nell'area sono costituiti da un condotto in opera cementizia (datato al I secolo d.c.), che sostituì un più antico tratto coperto con lastre di cappellaccio disposte a cappuccina e risalente al IV secolo a.c.

Tuttavia le cloache romane avevano il grave difetto di sboccare direttamente nel Tevere per cui, ad ogni piena del fiume, le acque rigurgitando dalle fogne inondavano estesamente le parti basse della città. Nel periodo Repubblicano e successivamente in quello Imperiale le cloache da opere preminentemente idrauliche, costruite cioè per la bonifica del suolo, vengono trasformate in opere idraulico–igieniche, atte a smaltire le acque superficiali e quelle usate dai Romani che, copiose giungevano a Roma per mezzo dei suoi grandiosi undici acquedotti, a cominciare dall’Appio costruito nel 311 a.c.). 

Ma come arrivava l’acqua fino al Pantheon, visto che comunque non si trovava, e non si trova, vicino al fiume? Semplice: l’acqua risaliva la Cloaca Maxima, l’antico sistema delle fognature di Roma. Un tempo le inondazioni a Roma erano molto frequenti perché durante la stagione delle piogge il livello del Tevere si alzava molto e l’assenza di argini molto alti come quelli odierni consentiva al fiume di uscire dal suo corso ed allagare la città.

Una rete di fognatura smaltisce ciò gli acquedotti, e i rifiuti vi adducono. Le opere di bonifica delle zone più depresse e la realizzazione delle fognature sin qui descritte possono considerarsi il primo tentativo di controllo delle acque superficiali e quindi di difesa della città di Roma dalle inondazioni del Tevere.

Il Velabro mantenne la sua funzione di centro commerciale fino al VI secolo, quando una disastrosa alluvione del Tevere ricordata nel 589 addirittura rialzò il livello del terreno coi detriti del letto del Tevere ormai non più bonificato dalla caduta dell'Impero. In seguito vi si insediarono solo varie e molteplici istituzioni ecclesiastiche.

L'ISOLA TIBERINA 1937

A DIFESA DELLE PIENE

- Gli incendi - Una difesa “indiretta” dalle inondazioni fu prodotta dai grandi incendi della Roma imperiale, dove la gran parte delle costruzioni era in legno, e i detriti furono utilizzati per rialzare la quota delle zone più depresse.

L’incendio del 64 d.c. durante l’impero di Nerone durò ben 9 giorni e distrusse gran parte della città dal Colle Oppio all’Appia fino alla porta Capena. I detriti furono utilizzati per colmare tra l’altro la palude Caprea (la zona ove ora sorge S.Andrea della Valle), il Velabro, nel Foro il pavimento della via Sacra fu rialzato di circa 2 metri, il livello del Campo Marzio fu rialzato di circa 3 metri, etc.

Altri incendi vi furono poi verso la fine dell’Impero ad opera dei barbari invasori: Alarico nel 410 d.c. e Genserico nel 455 d.c. Anche alcuni terremoti (Lanciani, 1985; Guidoboni, 1989; Bersani, 1994) hanno probabilmente contribuito a produrre macerie.

- Le riedificazioni - Del resto i romani quando crollava un edificio o volevano farlo abbattere, non si sbarazzavano mai dei conseguenti detriti, ma costruivano sopra a questi. E' grazie a questo sistema che gli scavi archeologici a Roma conservano tutti gli strati precedenti di vita vissuta nei vari secoli.

- La larghezza dell'alveo - Una difesa dalle inondazioni della città di Roma era costituita inoltre da una maggiore larghezza dell’alveo del fiume rispetto all’attuale, pari a circa 130 m, visto la lunghezza dei ponti del tempo.. Tale lunghezza è in accordo con quanto affermato dal famoso archeologo Lanciani, il quale scoprì che i resti dell’antico “Emporium” nei pressi oggi di via Marmorata, erano arginati da tre ordini di banchine, le quali da una larghezza di 70 m per le magre, arrivavano appunto a circa 130 m per le piene.

- La pendenza dell'alveo - Inoltre non bisogna dimenticare che il deflusso del Tevere a Roma era facilitato, rispetto alla situazione attuale, da una maggiore pendenza dell’alveo; infatti la foce del Tevere e la linea di costa erano ubicati circa 4 km più a monte, come testimonia ad esempio la posizione della città di Ostia con il suo porto. 

Infatti l’imperatore Claudio dovette costruire un nuovo porto, che per problemi di insabbiamento fu poi sostituito all’inizio del II sec. d.c. dal porto dell’imperatore Traiano, il quale aprì il canale di Fiumicino (Flumen Micinum) anche per facilitare il deflusso delle acque a mare, come difesa dalle inondazioni.

IL TEVERE IN PIENA OGGI

IL TEVERE OGGI

In media, il livello (profondità) del Tevere è di 6.5 metri; l'attuale piano stradale invece si trova circa 9 metri più in alto (cioè l'altezza approssimativa dei muraglioni tra i quali il fiume scorre nell'attraversare la città).

Grazie a quest'ultimi, oggi un'inondazione avrebbe luogo solo nel caso in cui l'acqua raggiungesse i 15 metri. Ma anticamente, quando i muraglioni non erano stati ancora costruiti, già soli 12 metri erano sufficienti per cominciare ad allagare la città, di solito iniziando dal Ghetto ebraico e a volte l'acqua cresceva ancora di più.



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