ROMOLO




ROMOLO
Nascita: Alba Longa 24 marzo del 771 a.c.
Morte: 715 a.c.
Predecessore: inizio regno
Successore: Numa Pompilio
Consorte: Ersilia
Figli: Prima e Aollio
Dinastia: di Alba Longa
Padre: Marte
Madre: Rea Silvia
Regno: 753-715 a.c.




ROMOLO E REMO

"Sul terreno su cui sarebbe nata Roma, i due fratelli trassero gli auspici: nacque una lite tra i due, nel corso del quale Remo trovò la morte. Romolo tracciò un solco intorno al Palatino: era nata la Roma Quadrata." (AA.VV. Dizionario della civiltà romana, Roma 1990, p. 174.)

Dopo la fondazione leggendaria della città, ritenuta il 21 Aprile del 753 a.c., Romolo, che derivò il suo nome dalla città, e non il contrario, ne divenne il primo Re. Era rappresentante dei Ramnes, cioè un latino.

Plutarco racconta che un certo Lucio Taruzio, matematico, astrologo ed amico di Marco Terenzio Varrone avesse calcolato il giorno della nascita dei due gemelli Romolo e Remo: il 24 marzo del 771 a.c., nel qual caso i gemelli avrebbero fondato Roma all'età di 18 anni. La leggenda narra che Romolo e Remo erano figli del Dio della guerra Marte, invaghitosi della vestale Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Albalonga, a sua volta discendente di Enea.


La pre-leggenda

La preleggenda è che l'eroe troiano Enea, figlio di Venere, scampato col padre Anchise e col figlio Ascanio alla strage dei troiani dopo la distruzione di Troia, naviga finchè non approda nel Lazio. Qui viene accolto dal re Latino, da sua moglie Amata e da sua figlia Lavinia, di cui Enea si innamora. Ma Lavinia è promessa a Turno, re dei Rutuli, pertanto non può sposare Enea che non si rassegna ed entra in guerra col rivale. Esiste però un oracolo secondo cui l'unione di Lavinia con uno straniero avrebbe dato origine a una stirpe con alti destini. Per cui il re latino rompe la promessa con Turno.
Il conflitto si estende, Enea ha dalla sua i Latini e trova alleanza presso le popolazioni greche che abitano il Palatino, guidate da re Evandro e suo figlio Pallante, dall'altra Rutuli, Volsci ed Etruschi. Dopo vari eccidi, tra cui quello di Pallante ucciso da Turno e la morte di re Latino, si decide sul singolo combattimento tra Enea e Turno. Enea vince e sposa Lavinia, poi fonda Lavinio. Come nell'Iliade tutto accade per una donna, mai per impossessarsi di un territorio, sarà vero?

Comunque il tempo passa e tra Lavinia e Ascanio, figlio di Enea, non corre buon sangue, perchè Enea è morto e Lavinia regna sui latini e su Lavinio. Il che dimostra l'epoca di retaggi matriarcali, visto che una donna può regnare. Lavinia fugge e genera Silvio, antenato di Romolo e Remo, mentre Ascanio, antenato di Numitore, va a fondare Albalonga.
Dunque Romolo discende da Enea per parte di madre, e Iulo Ascanio sarà il capostipite della Gens Iulia, almeno così sostenne Giulio Cesare.


« Nella sesta olimpiade, ventidue anni dopo che era stata istituita la prima, Romolo figlio di Marte, dopo aver vendicato le offese recate al nonno, durante le feste in onore della dea Pale fondò Roma sul Palatino. » (Velleio Patercolo - Sroria Romana)
Non appena nominato re Romolo dovette combattere contro i Ceninensi, gli Antemnati e i Crustumini, vincendoli e sottomettendoli. Poi si battè coi Sabini.

Livio, in Ab Urbe condita, racconta che:

"Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni. All'ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall'altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere."

Romolo prima di tutto fortificò il monte Palatino, dov’era stato allevato; sacrificò ad Ercole secondo il rito dei Greci e agli altri Dei secondo il rito degli Albani. Compiuta secondo i riti la sacra cerimonia, Romolo si preoccupò di popolare la sua città. Offrì perciò asilo e protezione a tutti quelli che non potevano più vivere dove si trovavano: malandrini, briganti, debitori che non pagavano, gente che era odiata o perseguitata, o chiunque foaae povero nella sua terra e cercasse di meglio, insomma aprì le porte all'immigrazione.


Le XII tavole

A Romolo sono attribuite le XII tavole delle prime leggi romane:
"La famosa tavola di bronzo antichissima, dove è riferita la Legge Regia degl'antichi, adornata attorno con nobil cornice di marmo pavonazza. Questa pesa 2147 libre ed è del seguente tenore - SENATUS POPULUSQUE ROMANUS. -" Una lapide ricorda che la lapide fu portata dal Laterano al Campidoglio da papa Gregorio 13°, e infatti ancora lì è conservata, attualmente in restauro.

Di lui Dionigi (I sec. a.c.) scrisse:
« Censurò tutti quei miti che si tramandano sugli dèi, in cui erano offese e accuse contro di essi, ritenendoli empi, dannosi, offensivi e non degni degli dèi e neppure degli uomini giusti. Prescrisse inoltre che gli uomini pensassero e parlassero riguardo agli dèi nel modo più rispettoso possibile, evitando di attribuire loro una pratica indegna della loro natura divina. Presso i Romani infatti non si racconta che Urano fu evirato dai figli né che Crono massacrò i figli per paura di essere detronizzato, che Zeus pose fine alla supremazia di Crono, che era suo padre, rinchiudendolo nelle carceri del Tartaro, non si raccontano neppure guerre, né ferite, né patti, né la loro servitù presso gli uomini. »

(Dionigi di Alicarnasso)

Secondo altre fonti reperite dallo studioso Andrea Fulvio (1638) Romolo fece un lungo dicorso ai suoi cittadini:
"Valorosi huoniiiii l'apparente; forma che voi vedete d'una Città novella e stata fortificata dalle vostre mani forti; di bastioni ma ella ha ancora bisogno di fortificamenti. Se noi faremo d'accordo; noi insieme benché pochi; senza armi nondimeno oggi la difenderemo"
Disse ancora molte altre cose nella medesìma sentenza; gli esortò a beneficamente vivere; publicò alcuni decreti come leggi in quel tempo a quella Città molto accommodati; utili di quella maniera cioè:

ROMOLO UCCISORE DI ACRONE, PORTA LE SUE SPOGLIE AL TEMPIO DI GIOVE

- Che non facessero cosa alcuna senza prima prenderne gli auspicij
- Che i loro padri havessero ad intervenire ne magistrati; ne sacrificij
- Che i plebei cultivassero il contado
- Che i Re potessero disporre di tutte le cose sacre
- Che i padri le havessero in custodia.
- Che il popolo havrebbe a creare i magistrati
- Che tutti fussero tenuti d apprender le leggi; deliberare della guerra
- Che non si presta fede alle favole che degli Iddij ti dicono.
- Che non s'adorassero gli Iddij forestieri da Fauno in fuora.
- Che di notte non si potesse vegliare ne far ritirata dentro a templi.
- Che gli uxoricidi fossero decapitati.
- Che niuno ardisse dire parole disoneste in presenza di donne.
- Che ciascuno andasse con la toga lunga infin sopra i talIoni per la Città
- Che i parti mostruosi senza fraude alcuna fussero uccisi
- Che niuno potesse ne entrare ne potesse uscire della Città se non per le porte ordinarie
- Che le mura di quella fussero sàcrosànte
- Che quella donna che fue legitiniamente maritata s'intende partecipi per metà de beni; delle cose sacre del marito; si come egli era Signor di casà cosi ella era Signora; come la figliuola heredita il padre cosi ella fusse herede del morto marito
- Che quclla che fusse convinta di adulterio il marito; i parenti la potessero ammazzare come a lor piaceva.
- Che bevendo vino in casa ella fusse punita come adultera
- Che i padri havessero libera, piena autorità sopra figliuoli di confinarli, venderli, ammazzarli.

(Andrea Fulvio - Antichità di Roma - 1638)



LA RUPE TARPEA

Ma qui sorge un altro mito, quello della vestale, Tarpeia, figlia del comandante della rocca Spurio Tarpeio, che corrotta con un paio di bracciali d'oro da Tito Tazio, aprì le porte del Campidoglio a un drappello di armati. Per ringraziamento i Sabini la schiacciarono coi loro scudi.
Occorre precisare che la rupe Tarpea era dedicata anticamente alla Signora delle selve, da Tharphos, greco che significa appunto selva boscaglia. Tanto più che il vezzo di buttare la gente dalla rocca è prettamente greco e sicuramente già vigeva.

Non a caso poi vi si rinvenne la testa di una Dea che rivestì il ruolo di Roma caput mundi. E la testa fu rinvenuta proprio sulla rupe Tarpea, e in questo mito l'augure raccomanda di non rivelare il luogo della scoperta. Come mai?



Forse per non rivelare che gli antenati di Roma furono matriarcali e con una Dea Madre, cosa che riscoprirà ben nel XIX secolo Bachofen col suo contestatissimo  " Il Matriarcato". Tanto è vero che di diversi Re di Roma si ignora la paternità, solo perchè all'epoca si diventava re in quanto figli o mariti di una regina. Per Romolo il padre diventa Marte, ma in realtà è figlio di una sacerdotessa vestale.

I miti, si sa, vengono sempre mutati dai vincitori, ma di quella reminiscenza matriarcale Roma se ne avvantaggerà, producendo la cosiddetta Pietas Romana, che tanta civiltà portò nel mondo barbaro.

Insomma Sabini e Romani decisero di finirla ponendo a capo, Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quest'ultimo morì in battaglia e i Romani le presero di santa ragione. Però Romolo, invocando Giove e promettendogli un tempio, contrattaccò e vinse. Fu allora che le donne sabine si posero tra i contendenti chiedendo la pace.

Plutarco in Vita di Romolo, racconta che:
"Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio."
Le donne dei Romani non avrebbero mai osato tanto, per questo la faccenda parve incredibile, solo le Sabine, abituate al rispetto dei maschi avrebbero potuto.

Insomma le competizioni e le battaglie iniziali ci furono, tanto più che i Sabini erano di stampo matriarcale al contrario dei Latini già patriarcali, rimaneggiate in "il ratto delle sabine". Più credibile che stanchi di combattere i due popoli stringessero alleanza, estendendola anche agli etruschi.
Romolo ratificò infatti l'alleanza sposando una sabina, una certa Ersilia, da cui ebbe una figlia, di nome Prima ed un figlio, di nome Avilio, che però non si sa che fine fecero.



IL RATTO DELLE SABINE

Plutarco, Vita di Romolo, 14,5:
"Il segnale convenuto per l'assalto era questo: Romolo si sarebbe alzato, avrebbe ripiegato il mantello, poi l'avrebbe di nuovo indossato. Molti armati di spada con gli occhi fissi su di lui, al segnale sguainano le spade e urlando si slanciano sulle figlie dei Sabini"
Insomma i Romani erano a corto di donne, non si sa perchè, a meno che, come in tanti popoli primitivi dediti alla guerra, le bambine venissero in parte eliminate, per cui decisero di rapire le Sabine.

Romolo dette ordine di non toccare le vergini per tutta la notte e di portargliele il giorno dopo. Le Sabine erano rabbiose e disperate. Romolo spiegò che non le avevano rapite per violentarle ma per sposarle e che fosse una nobile usanza greca, un bel modo per contrarre matrimonio. I greci rapivano le donne per sposarle?

Forse si, perchè nel sud Italia, in Sicilia, fino a non molto tempo fa usava la "fuitina" la piccola fuga, degli innamorati, affinchè, consumato l'accoppiamento, costringesse i parenti ad acconsentire all'unione. E il sud Italia è quanto mai greco.

Sembra che i Romani però cercassero di corteggiarle trattandole degnamente, e c'è da crederlo, perchè all'epoca le donne erano abituate al rispetto, non a caso quando questo venne meno in epoca greca, molte di loro di fecero Amazzoni conquistando, come asserì Giulio Cesare, tutta l'Asia.

Quindi pian piano le donne accettarono i matrimoni mentre i Sabini ci pensarono su, e ci pensarono parecchio, visto che quando mossero guerra le donne avevano già figli. Perchè passarono tanti mesi la storia non lo dice, o semplicemente il mito è inventato e vi fu guerra tra i due popoli seguita dalla pace.

Comunque il mito prosegue raccontando che le donne sabine, allo scontro tra i due popoli, uscirono dalla città vestite a lutto. Alcune con in braccio o al seguito i bambini piccoli. Raggiunsero piangendo il campo dei Sabini e il consiglio degli anziani, e qui si gettarono ai piedi del re. I Sabini le rimproverarono, infine si decise per la pace.

Però altre fonti, tra cui Plutarco, pure facendo un racconto analogo, dichiarano che le donne accorsero si con i figli, ma fecero i versi della guerra minacciando sia mariti che padri, e altre invece cercarono di rabbonire i padri mostrando i pargoli. Il che convince di più perchè le sabine erano all'epoca abbastanza libere e rispettate. Tanto è vero che posero delle condizioni.

I Romani dovettero infatti stabilire per contratto il trattamento delle donne: non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana; per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo; nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza; nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro; i loro figli avranno una veste speciale (praetexta) e un ciondolo d'oro (bulla aurea).

Il che fa pensare che vennero adottate le usanze sabine, che d'altronde avevano reminiscenze matriarcali, peccato che questi diritti vennero poi dimenticati. Solo il demonizzato impero romano farà tornare un trattamento più umano ed equo sia per le donne che per i figli, trattamento che cadrà di nuovo nell'inciviltà con l'avvento del cristianesimo.

"Non viene pattuita solo la pace, ma anche la fusione dei due popoli. Il regno diventa uno solo. Furono istituite anche le tre centurie di cavalieri, Ramnensi da Romolo, Tiziensi da Tazio e, quanto ai Luceri, è incerta l'origine. Da allora i due re esercitarono il potere non solo in comune ma anche in perfetta concordia." (T. Livio I,13).


SIR AVILLIAM GELL - MEMBRO DELL.' ACCADEMIA ROMANA DI ARCHEOLOCIA DELLA SOCIETA' REALE E DELLA. SOCIETÀ' DEGLI ANTIQUARI DI LONDRA -

- ILLUSTRATE CON TESTO E NOTE DA A. N I B B Y
- PUBLICO PROFESSORE DI ARCHEOLOGIA NELL'ARCHIGINNASIO ROMANO -
- MEMBRO ORDINARIO DELL'ACCADEMIA ROMANA DI ARCHEOLOGIA -
- CORRISPONDENTE DELL' ACCADEMIA REALE ERCOLANESE - ROMA - 1820.-



Ratto Delle Sabine

"Dionisio nel libro II pag. 100. il dimostra, il quale dice, che la festa istituita da Romulo, e poi dai Romani continuata a celebrare fino ai suoi tempi, e chiamata Consualia consisteva nel fare un sacrificio sopra un' ara sotterranea presso il Circo Massimo, la quale scavasi intorno; e questo sacrificio veniva seguito da corse di cavalli accoppiati e sciolti: che il Dio in onore del quale queste cose facevansi era Conso dai Romaui chiamato, che equivaleva al Nettuno de' Greci, e perciò sotterranea era l'ara, come quella del Dio scuotitore della Terra, ma altri credevano che Conso non fosse che un Genio presidente ai consigli segreti: si determina concordemente nel Circo Massimo.

Plutarco, che nella vita di Rouiulo  di questo stesso altare di Conso parlando lo dice da Romuulo fatto a bella posta trovare: Ma la guerra contro l'esercito riunito de' Sabini condotti da Tazio Re di Curi fu più dubbiosa, e micidiale per Roma: imperciocchè il Re Sabino per assalire la città stessa colle sue forze non attese che Romulo venisse a devastare il suo territorio.

Questi dall'altro canto non conoscendosi forte abbastanza per andare ad attaccare il nemico, lo aspettò a pie fermo, e per maggior sicurezza della città rialzonne le mura, fortificò con fosse, e terrapieni l'Aventino ed il monte Saturnio poi detto Capitolino, che erano più vicini alla sua città, e quasi la dominavano, e ricevuti soccorsi dalla Etruria, e da Numitore suo.

Si è veduto di sopra, che le prime mura di Roma per gli autori non sembra che fosse altro che una palizzata. Forse però dopo il ratto delle Sabine saranno state costrutte più solide, poiché Dionisio dove parla de' preparativi fatti da Romulo contro Tazio, dice, che per rendere il Muro del Palatino più sicuro a quei di dentro lo alzò con terrapieni più alti: poi uscì ad accamparsi sull'Esquilino con una parte de' suoi, lasciando il Quirinale in guardia de'suoi alleati gli Etruschi.

Si nomina pure poco dopo un Lucumone da Sorano città della Etruria, uomo valoroso, e nelle cose di guerra illustre: Dionisio continua: Le posizioni militari scelte da Romulo in tale occasione non potevano essere più saggiamente prese, se si considerano le località; mentre avea fortificato il monte Capitolino e l'Aventino, che più degli altri al Palatino accostavansi, e vi avea posto truppe in guardia, egli col nerbo delle truppe e degli alleati coprì Roma verso il nord, e nord est occupaìido il Quirinale, e l'Esquilie, che più agio gli davano ai movimenti militari essendo meno ineguali, ed assai spaziosi . 

Tazio non potendo avvicinarsi a Roma per le colline, che erano, come si è detto, occupate da Romulo e dagli Etrusci, sboccò colle sue genti nella pianura in seguito chiamata Campo Marzio e pose i suoi alloggiamenti sotto il monte Saturnio. Questo colle, che era più dappresso a Roma, e perciò era stato meglio degli altri fortificato, veniva guardato da una mano dì gente capitanata da Tarpejo.

Contro questo monte si rivolse Tazio, considerandolo come il punto più importante per poter battere Roma, e pervenne ad impadronirsene, sia per tradimento, come l'opinione generale pretende, sia per sorpresa: e siccome in questa fatto ebbe gran parte Tarpeja , figlia dì colui, che vi commandava, perciò da quella epoca il monte ottenne il nome di Tarpejo, nome  che rimase sempre ad una parte di esso ( quantunque il resto dopo prendesse altra denominazione dì Capitolium ), e fu quella, che riserbata al supplizio de' rei continuò ad appellarsi la rupe, o il sasso Tarpejo, siccome si appella tutt'ora.

 All' avviso della espugnazione di un posto così importante Romulo co' suoi alleati venne in soccorso di Roma, e cercò di riprendere il colle perduto  ma fu indarno, che rimasto egli stesso ferito nella pugna, e morto Lucumone, capo degli Etrusci, i Sabini attaccarono la città stessa .

Questa però veniva custodita dal fiore della gioventù, i quali sboccarono contro i nemici, cercando di respingerli: nello stesso tempo Romulo riavutosi dal colpo ricevuto, corse a rianimare i suoi, e per meglio riuscire fece voto a Giove di edificargli un tempio sotto la denominazione di Statore nel sito stesso.

Sono varie le opinioni degli antichi sopra Tarpeja, e sopra la presa del Campidoglio fatta dai Sabini , le quali possono leggersi in Dionisio, in Livio e in Plutarco nella vita di Romulo.
Che poi il monte venisse denominato Tarpejo, e continuasse cosi a chiamarsi fino alla fondazione del Tempio di Giove Capitolino da Tarrjuinio , nella quale occasione il monte dissesi Capitolium e la rupe dalla quale si gittavano i rei conservò sola il nome di Tarpeja, lo mostra Plutarco in questi termini nella vita di Romulo.

Tra i due popoli la concordia fu istantanea o completa , e da un tale avvenimento , il sito , nel quale venne conchìiiso il trattato fu detto Via Sacra. Dionisio, che di questa concordia parla più a lungo, racconta, che secondo il trattato, Romulo co' suoi Romani rimase padrone della Roma primitiva: Tazio co' Sa- bini si stabili sul colle Tarpejo  e per addizione, siccome i due popoli non aveano spazio sufficiente, una parte del Quirinale, e del Celio fu loro assegnata dove questi due colli più vicini si trovano al Tarpejo ed al Palatino.

Ma dobbiamo qui prevenire il lettore, che con ciò non vuol credersi da noi, che il Quirinale, ed il Celio fossero chiusi nelle mura imperciocché gli antichi vanno d' accordo nell'assicurarci, che dopo la riunione de' Romani a' Sabini il solo monte Capitolino, o Tarpejo fu colla valle intermedia riunito al Palatino con mura.

Infatti Dionisio dice che questa pace si concluse verso la metà della Via.  Cosi per rendere Dionisio analogo a se stesso, e concorde con ciò, che Tacito racconta va inteso ciò che dice nel libro II. questa valle era allora ingombrala da boschi, e dalla palude accennata di sopra, la quale venne riempiuta, ed i boschi furono tagliati i e trovandosi posta tra i due colli, fu deciso, che servirebbe loro di mercato, o Foro in comune.

Secondo questo racconto è ragionevole supporre, che dal Palatino al Tarpejo fossero dirette due cortine di mura, le quali continuando sul ciglio delle rupi verso il Campo Marzio, vennero a chiudere.

Si vegga il passo citato di Dionisio nella nota precedente, e quello che questo stesso Scrittore dice. parlando del Tempio di Vesta stabilito da dentro tutto intiero il Tarpejo: nello stesso tempo questo accrescimento rese inutile quella parte del muro primitivo di Roma, che dominava il Foro ma forse questa non venne tosto abbattuta.

I due Re governarono pacificamente parecchi anni i loro popoli riuniti e pare che la concordia non fosse in guisa alcuna alterata ma è facile giudicare che l'ambizione di Romulo non vedesse di buon occhio la sua autorità divisa, e per conseguenza è da credersi, che se non fu 1' autore, almeno fomentò le differenze che insorsero fra Tazio e i Laurenti, le quali finirono coll'assassinio del Re Saibino: che se di ciò non abbiamo una prova diretta, l'indifferenza, che mostrò Romulo nella morte del suo col- lega, fa molto sospettare della sua fede.

Ciò deve credersi per la gelosia, che fra i due Re dovea regnare, e soprattutto per i passi di Livio, e di Ovidio, che nominano la porla del Palatino, che più sotto vedremo essere la Mugonia , esistente ancora ai tempi loro; ed è appunto questa la porta, che stava nel lato del colle, che sovrastava al Foro, che veniva designata col nome di Porta vetus Palata.

Livio nel capo VI. del I libro cosi narra questa morte "Però non produsse alcun cangiamento nel recinto, che rimase lo stesso fino alla morte di Romulo avvenuta a 71 anni avanti dell'era volgare, alla quale epoca Roma non chiudeva dentro le mura, che il Palatino, ed il Tarpejo, e la valle, che separa i due colli. questo fatto"

Dionisio nel libro II narra Jo stesso avvenimento con più lunghi particolari, ma con poca varietà, e chiama Laviniati quelli che Livio appella Laurenti, ed aggiunge che la morte di Tazio avvenne 1'anno VI  del suo regno con Romulo.

Plutarco va di accordo con Dionisio, e con Livio, e fa Laurenti gli offesi dai seguaci di Tazio, e Lavinio il luogo della uccisione sua siccome Livio: quindi aggiungendo i sospetti, che corsero in questo affare circa Romulo, soggiunge, che ciò non alterò punto la buona armonia de'Sabini dimoranti in Roma, i quali altri per amore, altri per timore restarono quieti.

 Il regno pacifico di Nama Pompilio quantunque non accrescesse la popolazione dì Roma con mezzi violenti, come il suo predecessore, pure favorì molto al suo aumento, cosicché fu di bisogno aggrandire il recinto. Del che abbiamo una prova in Dionisio, il quale ci assicura, che Numa ampliando le mura della città chiuse dentro il monte Quirinale, fin allora stato senza difesa.

Ma a Dionisio si oppone Livio, che dice il Quirinale essere stato riunito a Roma da se..rse ricevuto altri accrescimenti dopo la riunione con Tazio il dimostra non solo il silenzio degli anticlii , che di altro accrescimeuto non parlano; ma ancora fa asserzione di Plinio, che uel capo V. del III. libro della sua Storia Naturale afferma che Romulo non lasciò alla sua morte la città con più di tre o quattro porte, il che mostra una estensione assai limitata.

D' altronde siccome vedremo nel progresso del discordo o li accrescimenti fatti a Roma da Numa , da Tulio, da Anco, e da Servio, necessariamente ne segue che alla morte di Romulo la città non comprendesse dentro le mura che i colli Palatino e Tarpeo e la valle che divideva i due colli stessi.

Questo passo di Dionisio serve di dichiarazione all' altro di questo stesso scrittore riferito nella nota e da questo apparisce, che il Quirinale sotto Romulo cominciò solo ad abitarsi, ma non fu rinchiuso deatro le mura, come fra poco Servìo Tullio ed in tale discordia non si trova altro mezzo da conciliare i duo autori, che supponendo avere Numa cinto soltanto di mura quella parte del colle Quirinale, che più a Roma, o per dir meglio al monte Tarpejo accostavasi, lasciando il resto di fuori.

Imperciocché la estrema lunghezza vedremo del Celio, che solo venne nel recinto rinchiuso da Tnllo Ostiìio, e che sotto Romulo non cominciò ad abitarsi.  Il monte Quirinale oggi si appressa di molto al Campidoglio."


LA VERSIONE DI ANTONIO NIBBY (grande storico archeologo dell'800)

"Ma la guerra contro l'esercito riunito dei Sabini condotti da Tazio Re di Curi appare  dubbiosa e micidiale per Roma: imperciocchè il Re Sabino portossi ad assalire la città stessa colle sue forze, e non attese che Romulo venisse a devastare il suo territorio. Questi dall'altro canto non conoscendosi forte abbastanza per andare ad attaccare il nemico, lo aspettò a pie fermo, e per maggior sicurezza della città rialzonne le mura, fortificò con fosse, e terrapieni l'Aventino ed il monte Saturnio poi detto Capitolino, che erano più vicini alla sua città, e quasi la dominavano, e ricevuti soccorsi dalla Etruria, e da Numitore suo avo, uscl ad accamparsi sull'Esquilino con una parte de' suoi, lasciando il Quirinale in guardia de'suoi alleati gli Etruschi.

Romulo mentre avea fortificato il monte Capitolino, e l'Aventino, che più degli altri al Palatino aecostavansi, e vi avea posto truppe in guardia, egli col nerbo delle truppe e degli alleati coprì Roma verso il nord, e nord est occupando il Quirinale e l'Esquilie, che più agio gli davano ai movimenti militari essendo meno ineguali, ed assai spaziosi.

Tazio non potendo avvicinarsi a Roma per le colline, che erano, come si è detto, occupate da Romulo, e dagli Etrusci, sboccò colle sue genti nella pianura in seguito chiamata Campo Marzio, e pose i suoi alloggiamenti sotto il monte Saturnio. Questo colle, che era più dappresso a Roma, e perciò era stato meglio degli altri fortificato, veniva guardato da una mano dì gente capitanata da Tarpejo. Contro questo  monte si rivolse Tazio, considerandolo come il punto più importante per poter battere Roma, e pervenne ad impadronirsene, sia per tradimento, come l'opinione generale pretende, sia per sorpresa: e siccome in questo fatto ebbe gran parte Tarpeja, figlia dì colui che vi comandava, perciò da quella epoca il monte ottenne il nome di Tarpejo, nome, che rimase sempre ad una parte di esso (quantunque il resto dopo prendesse altra denominazione dì Capitolium), e fu quella, che riserbata al supplizio de' rei continuò ad appellarsi la rupe, o il sasso Tarpejo, siccome si appella tutt' ora. 

All'avviso della espugnazione di un posto così importante Romulo co' suoi alleati venne in soccorso di Roma, e cercò di riprendere il colle perduto; ma fu indarno, che rimasto egli stesso ferito nella pugna, e morto Lucumone, capo degli Etrusci, i Sabini attaccarono la città stessa. Questa però veniva custodita dal fiore della gioventù, i quali sboccarono contro i nemici, cercando di respingerli: nello stesso tempo Romulo riavutosi dal colpo ricevuto, corse a rianimare i suoi, e per meglio riuscire fece voto a Giove di edificargli un tempio sotto la denominazione di Statore nel sito stesso, nel quale avea gittate le fondamenta della sua città.

La pugna ricominciò più furiosa nella valle fra i due colli Palatino, e Capitolino ; ivi Mezio Curzio , che comandava la cavalleria Sabina, inesperto de' luoghi, trovossi intrigato in una palude, che esisteva fra i due colli, e che dopo tale avvenimento fu detta il Lago Curzio: la battaglia insensibilmente erasi portata verso la estremità del monte, che poi prese il nome di via Sacra, e continuava incerta, ed accanita, quando un nuovo stratagemma fu posto in opera da Romulo, di far uscire le donne perchè fossero mediatrici fra i loro padri, e i mariti: il ritrovato di Romulo andò a seconda de' suoi desideri la pacificaiiione fra i due popoli fu istantanea o completa, e da un tale avvenimento, il sito, nel quale venne conchìuso il trattato fa detto Via Sacra.

Dionisio, che di questa concordia parìa più a lungo, racconta, che secondo il trattato, Romulo co' suoi Romani rimase padrone della Roma primitiva: Tazio co' Sabini si stabili sul colle Tarpejo e per addizione, siccome i due popoli non aveano spazio sufficiente, una parte del Quirinale, e del Celio fu loro assegnata dove questi flue colli più vicini si trovano al Tarpejo, ed al Palatino."


I DUE RE

Infatti Roma venne governata da due Re che necessariamente dettero alla città un nuovo ordinamento, dividendo la popolazione in tre “tribù”:
  1. i Ramnes, formata dai latini,
  2. i Tities, formata dai sabini,
  3. i Luceres, formata dagli etruschi.
    Ognuna delle tribù fu divisa in dieci “curie” (o Comizi Curiati) che si riunivano in assemblee, decidendo a maggioranza leggi e iniziative per il bene dei cittadini.
    Il consiglio degli anziani, che coadiuvava il Re e ne decideva l'elezione, venne portato a 200 membri. Scelti fra le famiglie più importanti, i “Patres”, determinò il nome “patrizi”, divenendo in seguito il “Senato”.

    Ogni curia doveva contribuire all’esercito, fornendo una “centuria” di 100 fanti e una “decuria” di 10 cavalieri: in tutto dunque l’esercito era formato da 3000 fanti e 300 cavalieri, sotto il comando del re.

    Di Tito Tazio non si parla mai, ma egli fu re insieme a Romolo, per cui i sette re di Roma furono in definitiva otto. Re Tazio si stabilì con il popolo sabino sul Quirinale mentre i romani rimasero sul Campidoglio.
    Qualche anno dopo, alcuni parenti di Tazio maltrattarono gli ambasciatori dei Laurenti che fecero appello al diritto delle genti. Tazio appoggiò i consanguinei ma non la giustizia, per cui il castigo divino non tardò a venire: mentre era a Lavinio, intento a un solenne sacrificio, fu sorpreso dagli avversari e ucciso.

    Tito Livio commenta: "Si dice che Romolo abbia accettato quell'evento con minor dolore di quanto fosse giusto attendersi, forse a causa di quella divisione del potere che lo lasciava poco tranquillo, forse perché riteneva che Tazio fosse stato ucciso, tutto sommato, giustamente".
    Insomma Tito Tazio morì presto, forse in un’imboscata presso Lavinio, e lasciò Romolo unico re che stabilì un nuovo luogo dove riunire le assemblee: il Foro, una pianura alla base del Campidoglio, che era stata prosciugata dagli Etruschi dalle acque insalubri.



    ROMOLO

    « Nella sesta olimpiade, ventidue anni dopo che era stata istituita la prima, Romolo figlio di Marte, dopo aver vendicato le offese recate al nonno, durante le feste in onore della dea Pale fondò Roma sul Palatino. »
    (Velleio Patercolo, Storia romana, II, CXXXI)

    Romolo in qualità di re prese a guardia personale 12 littori, poi scelse 100 senatori e i loro discendenti si chiamarono patrizi. Così divise Roma in due classi, i patrizi e i plebei, in base alle origini nobili o meno delle persone ma non in base alla ricchezza. I plebei non avevano diritti politici e l’unico modo per tutelarsi era diventare “clienti” di un patrizio, fornendogli servizi in cambio di sussistenza e protezione. I patrizi erano la classe minore ma governativa, e i senatori continuarono ad essere scelti tra i patrizi.

    Romolo fu un capo politico e religioso, ma anche militare annettendo a Roma nuovi territori, conquistati all’etrusca Veio e alla latina Fidene. Come capo religioso controllò le festività e gli Deai da onorare, in pratica tutto il calendario. Fu chiamato Romolo Quirino perchè assimilato al Dio sabino Quirino, anche se alcuni autori non sono d'accordo, ma molte cose lo fanno pensare, ad esempio che il colle Quirinale fu abitato per lungo tempo dai Sabini, e che qui eressero il tempio al Dio Quirino, e il fatto che Cures fosse il nime di una città sabina, e che Quirino fosse protettore delle Curie, che da lui presero il nome.

    I Fidenati, che avevano attaccato Roma, furono sconfitti con uno stratagemma. I legionari romani, in inferiorità numerica, avevano infatti finto una ritirata con lo scopo di portare il nemico allo scoperto. I Fidenati caddero nel tranello e furono annientati con un contrattacco a sorpresa.



    LA REGGIA DI ROMOLO

    La Casa Romuli, l’abitazione in cui il primo re di Roma avrebbe risieduto, era riconosciuta in una piccola capanna, frequentemente risanata e ricostruita, posta verso l’angolo sud-ovest del colle Palatino.
    I lavori di scavo del 1946 misero in luce, proprio in quest’area del Palatino, i frammenti di alcune capanne che, grazie alle sostanze rinvenute sulla pavimentazione, fu possibile confrontare con le urne cinerarie a capanna all’interno della necropoli del Foro Romano, e datarle quindi alla I età del Ferro, nei secoli IX e VIII a.c.

    Questa importante scoperta avvalora la tradizione sia in merito alla data della fondazione di Roma, sia sulla posizione della leggendaria Casa Romuli. I suoi resti riguardano però solo la pavimentazione delle capanne, realizzate attraverso l’incisione e lo scavo del tufo e incorniciate da una piccola fessura utile al drenaggio dell’acqua piovana in modo che non penetrasse all’interno dell’abitazione.
    La casa più grande, quella che si suppone la Reggia, è ha forma di un rettangolo ovalizzato di m. 4,90 x 3,60. La pavimentazione ha sei fori circolari, di cui uno al centro, sicuramente per i pali che sostenevano il tetto e le pareti. Altri quattro fori su uno dei lati inferiori della pavimentazione indicherebbero l'alloggiamento dei sostegni per la porta d’ingresso, alta poco più di un metro. Altri fori all’esterno della capanna, sostenevano probabilmente una pensilina.


    Per ulteriori informazioni: LA REGIA


    LA MORTE

    Romolo scomparve nel nulla durante un eclissi di sole accompagnata da un temporale. Questo episodio venne interpretato come divino e confermava la discendenza del re dal Dio Marte. Questa interpretazione venne confermata dal patrizio Giulio Proculo, amico fedele del Re. Molti sospettarono un attentato da parte di alcuni senatori che avrebbero ucciso Romolo facendone sparire il cadavere, tesi probabile.

    Romolo, al momento della scomparsa, aveva 55 anni ed avrebbe governato per 37 anni. Ma la sua esistenza è leggenda o realtà?
    Dai recentissimi scavi ai piedi del Palatino, è emersa un'area corredata di reperti preziosi che corrisponderebbe a una Reggia dell'VIII sec. a.c., che potrebbe senza dubbio essere la Reggia di Romolo, o comunque di chi per lui. Perchè alla base di ogni leggenda, come l'archeologia ha più volte dimostrato, c'è una realtà.




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    3 comment:

    Anonimo ha detto...

    Bravissimi, un signor sito, ma si sa qualcosa sull'aspetto di Romolo o chiedo troppo?

    Lucius on 2 dicembre 2010 17:21 ha detto...

    Ti ringrazio ma aimè non si ha alcun resto scultoreo, pittorico o effige di alcun tipo che ritragga Romolo.

    Anonimo ha detto...

    Storia che merita di essere raccontata

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