I FRATELLI GRACCHI



TIBERIO E CAIO GRACCO

Nome: Tiuberius Sempronius Graccus
Nascita: Roma, 163 a.c.
Morte: Roma, 133 a.c.
Gens: Sempronia
Padre: Tiberio Sempronio Gracco, plebeo, dopo di lui gli morirono 9 figli
Madre: Cornelia, patrizia, che ebbe 12 figli, i cui sopravvissuti furono Tiberio, Caio e Sempronio.

"Gli animali selvaggi che vivono in Italia, hanno le loro tane; ognuno di essi conosce un giaciglio, un nascondiglio. Soltanto gli uomini che combattono e muoiono per l'Italia non possono contare su altro che sull'aria e la luce; con la moglie e i figli vivono per le strade, anziché su un campo. I generali mentono quando, prima delle battaglie, scongiurano i soldati di difendere contro il nemico i focolari e le tombe, perché la maggior parte dei romani non ha un focolare, e nessuno ha una tomba dei suoi antenati. Soltanto per il lusso e la gloria degli altri, devono spargere il loro sangue e morire. Si chiamano i padroni del mondo, e non possono dire di essere padroni di una sola zolla di terra." 
(Tiberio Gracco - Discorsi)



I FRATELLI GRACCHI

Tiberio, nato nel 162 a.c., e Gaio Gracco, nato nel 154, imparentati con il grande Scipione Africano, noto per la sua onestà, capacità ed idee democratiche, furono i protagonisti politici di un poco edificante periodo della storia romana. 

Tiberio era nato nel 163 a.c. e Caio nel 154 a.c. Ciò comportò un lasso di tempo fra le attività politiche dei due. Tiberio era  "mansueto e sereno", Caio "teso e impetuoso", Caio era portato all'ira e affidava al servo Licinio il compito di far risuonare uno strumento per avvertirlo quando una discussione tendeva a riscaldarsi. L'oratoria di Tiberio era elegante e misurata, quella di Caio affascinante e piena di effetti.

TIBERIO GRACCO

TIBERIO SEMPRONIO GRACCO

Il legame genealogico paterno con la gens plebea permise a Tiberio prima, a Gaio poi, l'ascesa al tribunato plebeo (133 a.. e 123 a.c.), primo contatto con l'attività politica senatoriale. 

Poco più che fanciullo fece parte dei sacerdoti, subentrando al padre morto nel 148 a.c., grazie anche all'approvazione dell'influente senatore Appio Claudio che poco più tardi gli dette in moglie la figlia Claudia, da cui non ebbe figli. 

Nel 146 a.c. a soli 17 anni Tiberio militò in Libia sotto il comando del cognato Scipione Emiliano. Nove anni dopo al suo ritorno a Roma venne eletto questore e dovette partire per la guerra contro i Numantini al comando del console Gaio Ostilio Mancino.

L'esito della guerra fu disastroso e, una volta messi in fuga i Romani, i nemici si dichiararono disposti a trattare soltanto con Tiberio, memori delle gesta del padre che in passato era stato loro alleato. Accettò di trattare con i Numantini anche per recuperare il diario e le tavole del suo ufficio di questore che erano state rubate nel saccheggio successivo alla fuga romana.

Tornato a Roma fu accusato e biasimato per il suo gesto, ma il popolo e le famiglie dei 20000 soldati le cui vite furono risparmiate, lo acclamarono loro salvatore. La reazione ostile venne invece dai senatori perchè i romani, fallita la presa di Numanzia avevano dovuto patteggiare la pace da vinti. 

Il senato rimandò a Numanzia Gaio Ostilio Mancino come prigioniero per causa di disonore e non ratificò la pace che Tiberio aveva formulato. Poi inviarono Scipione Emiliano in terra numantina che nel 133 a.c. il generale vinse e conquistò.


La questione terriera

Anticamente lo Stato suddivideva i campi conquistati tra i soldati, ma le continue guerre avevano finito con l'arricchire solo chi era già ricco, facendolo diventare un grande latifondista. Erano i debiti a rovinare i piccoli proprietari.

Roma si era riempita di ex proprietari rifugiatisi in città per vivere di espedienti o di clientelismo; restando in campagna sarebbero divenuti coloni di un ricco proprietario che al massimo li avrebbe pagati con l'ottava parte del raccolto. Oppure avrebbero fatto la vita del bracciante, il che era peggio che fare lo schiavo, in quanto non si aveva alcuna garanzia sul vitto e l'alloggio.

Poichè vi era dunque una forte tendenza al latifondismo da parte di ricchi speculatori, intorno al 145 a.c. la Lex Licinia vietò di possedere più di cinquecento jugeri (circa centoventicinque ettari) di terra. Inizialmente questo giovò ai piccoli contadini ma presto gli speculatori, servendosi di prestanomi, aggirarono l'ostacolo.

CORNELIA MADRE DEI GRACCHI

Tribunato della plebe

Tiberio ebbe comunque il popolo dalla sua e fu eletto tribuno della plebe nel 133 a.c. e si dedicò subito a compilare la Lex Agraria, legge agraria, con l'aiuto del pontefice massimo Crasso e del console Publio Muzio Scevola, per la redistribuzione delle terre del suolo italico, usurpate dai ricchi ai più poveri e offerte ai forestieri per la lavorazione.

Influenzato dalle idee di due filosofi stoici, Diofane di Mitilene e Blossio di Cuma, Tiberio Gracco progettò una riforma di legge che limitasse l'occupazione delle terre dello stato a 125 ettari e riassegnava le terre eccedenti ai contadini in rovina. Una famiglia nobile poteva avere 500 iugeri di terreno, più 250 per ogni figlio, ma non più di 1000; i terreni confiscati furono distribuiti in modo che ogni famiglia della plebe contadina avesse 30 iugeri (7,5 ettari), il minimo per la sopravvivenza di una famiglia.

Il provvedimento era sostenuto dal popolo anche attraverso scritte sui maggiori monumenti e sulle pareti dei portici di Roma, ma fu rifiutata dai ricchi che tentarono inutilmente di incitare una rivolta contro Tiberio. La sua elezione a tribuno della plebe, fu ottenuta senza comprare un voto, e si era già distinto nell'assedio di Cartagine e nella guerra in Spagna, ed era stato un irreprensibile questore.

Alleati e sostenitori di Tiberio Gracco furono Publio Licinio Crasso Muciano, detto Dives, pontefice massimo; il giureconsulto Muzio Scevola che era allora console e Appio Claudio, suocero di Tiberio.


La sua proposta indicava in 125 ettari il massimo di terra pubblica che un privato potesse possedere, con possibilità di arrivare fino a 250 in base al numero dei figli per famiglia. Il terreno eccedente doveva venire diviso in lotti inalienabili di 7,5 ettari, da distribuire ai cittadini proletari. Chi subiva un'espropriazione di terra pubblica, veniva compensato con la proprietà su quella che gli rimaneva.

Si nominava pertanto una commissione agraria che giudicasse i casi controversi. Lo scopo di questa legge era di limitare il latifondo a favore della classe di piccoli e medi proprietari terrieri, che era alla base del reclutamento dell'esercito. Quando l'opposizione oligarchica tentò di fermare Tiberio, egli rispose con azioni dal carattere eversivo, che gli avrebbero fatto perdere l'appoggio di quei senatori che all'inizio erano con lui.

Gli avversari politici di Tiberio Gracco convinsero l'altro tribuno della plebe, Marco Ottavio, ad opporre il veto. Tiberio ritirò la proposta e la sostituì con una più dura verso i contravventori. Vi furono così accesi scontri fra Tiberio Gracco e Marco Ottavio.

Tiberio ricorse allora ad una legge che prevedeva la votazione popolare per confermare in carica o destituire Marco Ottavio. Nel corso della votazione, quando era ormai evidente che il popolo era con Tiberio, Marco Ottavio cedette ed accettò di abbandonare la carica di tribuno. Vinse pertanto la sovranità popolare.

Fu proposta la legge agraria e furono eletti tre magistrati per espropriare e distribuire le terre; lo stesso Tiberio, Appio Claudio, suo suocero, e Caio, suo fratello. Iniziò subito in Senato lo scontro fra Tiberio e gli ottimati.

Nel giorno in cui il popolo era chiamato a votare i nemici di Tiberio asportarono le urne creando gran tumulto, ma lo scontro fu evitato per l'intervento dei consoli Manlio e Fulvio che convinsero Tiberio a dibattere la questione in senato. 

Qui però non ottenne alcuna soddisfazione per cui il tribuno Tiberio propose la destituzione di Ottavio che il giorno dopo fu approvata dal concilio della plebe portando così anche all'approvazione della legge. La plebe tumultuava e Ottavio fu a fatica sottratto dalle grinfie della folla inferocita.

La legge passò e la supervisione dell'operazione fu affidata allo stesso Tiberio, al suocero Claudio Pulcro (princeps del senato) e al fratello Gaio Sempronio Gracco. Intanto i ricchi gli facevano ostruzionismo, fino a rifiutare la costruzione di un edificio pubblico adibito al controllo della legge agraria e all'avvelenamento di un amico di Tiberio.


L'EREDITA' DI PERGAMO

Morì in quei giorni Attalo III re di Pergamo lasciando suo erede il popolo romano. Tiberio si scontrò in Senato proponendo, di fronte ai comizi tributi, di far decidere il popolo e non, come era consuetudine per le faccende di politica estera, il senato. 

Fra gli altri Tiberio entrò in polemica con Tito Annio Lusco e con Cecilio Metello Macedonico. Per conciliarsi il popolo Tiberio Gracco emanò leggi che diminuivano la durata del servizio militare, ed altre tese a limitare il potere del Senato.

Durante le elezioni il senatore Fulvio Flacco avvertì Tiberio che i ricchi erano pronti ad eliminarlo.
Cominciarono i disordini fra la folla. Vi fu un aspro scontro verbale in Senato fra Scipione Nasica e Publio Muzio Scevola. Nasica, per quanto cugino dei Gracchi, fu loro avversario politico perchè danneggiato, in quanto ricco latifondista, dalla legge agraria. 


L'ASSASSINIO

Intanto i suoi amici pensarono di farlo candidare nuovamente al tribunato (andando contro la Lex Villia del 180 a.c.), cosa che avrebbe potuto fare solo dopo dieci anni, e perciò doveva accattivarsi i favori della plebe. I patrizi lo accusarono allora di aspirare alla corona, di voler eliminare tutti i tribuni, di aver dato molte terre ai suoi parenti. Ma Tiberio basava il suo potere sulla plebe e per questo propose leggi sull'abrogazione del servizio militare per lungo tempo, sulla concessione del diritto all'appello contro tutti i magistrati e sull'ingresso in senato di un maggior numero di cavalieri.

Il giorno della votazione non disponeva però della maggioranza ed i suoi alleati fecero ostruzionismo fino al rinvio dell'assemblea al giorno dopo: Tiberio scoppiò a piangere per paura di possibili attentati alla sua persona suscitando commozione nel popolo che si offrì di sorvegliare la sua casa durante la notte.

Per questo Nasica promosse il linciaggio di Tiberio Gracco e dei suoi sostenitori, ponendosi alla guida di un gruppo di senatorie seguì una carneficina nella quale persero la vita oltre trecento cittadini romani e tra loro lo stesso Tiberio, ucciso a bastonate. Il suo cadavere fu gettato nel Tevere e i suoi amici condannati a morte o esiliati senza processo. Seguì poi la persecuzione degli amici di Tiberio, e vennero uccisi l'oratore Diofane, maestro dei gracchi e Gaio Villio della tribù Tromentina.

La plebe era inferocita contro Nasica che uccidendo un tribuno aveva commesso sacrilegio. Per tenerla calma il popolo il Senato non si oppose alla distribuzione di terre e scelse Publio Crasso (suocero di Caio Gracco) per sostituire Tiberio nella commissione di assegnazione.

Nasica venne inviato per prudenza in Asia, dove poco dopo morì a Pergamo. Anche Scipione Africano, in Numanzia, risultò impopolare quando si compiacque pubblicamente della fine di Tiberio Gracco.



GAIO GRACCO

«Sono rimasto in provincia in quanto ritenevo fosse utile a voi, e non perché lo ritenessi proficuo alla mia ambizione: non mi sono avvicinato a nessuna taverna, e non ho lasciato oziare nemmeno i giovani di immacolata bellezza, mentre i vostri figli erano più interessati ai banchetti che all'esercito. E in provincia ho vissuto in modo che nessuno potesse affermare che io avessi ricevuto in dono anche un soldo solo o effettuato spese personali. Ho trascorso ben due anni nella provincia, e se una prostituta si è introdotta in casa mia, o se lo schiavetto di qualcuno è stato sedotto da me, potete ritenermi la persona più scellerata e depravata del mondo; ma considerando che mi sono così castamente tenuto alla larga dai loro servi, potrete rivalutare il modo in cui voi credete io mi sia comportato con i vostri figli! E così, o Quiriti, quelle borse che all'andata erano piene d'argento, al mio ritorno a Roma le ho riconsegnate vuote, mentre altri hanno riportato a casa piene di soldi quelle anfore che si erano portati dietro piene di vino

(Gaio Gracco - Discorsi)

Caio Gracco, che alla morte del fratello era solo un ragazzo, rimase in disparte per diversi anni, poi intraprese la carriera pubblica fra la preoccupazione degli ottimati e divenne questore nel 126 a.c. per la Sardegna insieme al console Lucio Aurelio Oreste.

In Sardegna Caio acquistò popolarità destando preoccupazione nel senato che più tardi riconfermò Oreste nella carica di proconsole in Sardegna ma Caio, contrariamente alle consuetudini non rimase con lui ma tornò a Roma dove fu processato per insubordinazione. Caio vinse brillantemente la causa.

Subì altri processi per l'accusa di aver partecipato alla ribellione di Fregelle (125 a.c.). Vinta anche questa causa si presentò all'elezione del tribuno delle plebe per il 123 a.c. Vinse ed esercitò la sua grande eloquenza sempre rammentando al popolo la figura del fratello. Caio ottenne molto prestigio e potere, sia a Roma che nelle provincie. Carismatico ed infaticabile fu ottimo politico e si guadagnò la benevolenza di molti.

Nella primavera del 122 a.c. Caio partì per l'Africa per costruire una nuova colonia sul luogo della distrutta Cartagine. In sua assenza Livio Druso fece di tutto per screditarlo. Fulvio Flacco, amico e collaboratore di Gracco, non godeva di ottima fama e i sospetti contro di lui ricaddero su Caio che successivamente rischiò di essere coinvolto anche nell'inchiesta per la morte di Scipione Africano.
Con difficoltà Caio riuscì ad insediare la nuova colonia e dopo settanta giorni tornò a Roma.

Al ritorno di Caio molti italici accorsero intorno a lui, tanto che il Senato votò una legge che proibiva la dimora in città a chi non avesse diritto al voto. Deciso a continuare i programmi politici di Tiberio propose due leggi: la prima vietava ad un magistrato destituito dal popolo di ricandidarsi, con riferimento evidente a Marco Ottavio, la seconda prevedeva che il magistrato che avesse bandito un cittadino senza processo fosse giudicato dal popolo.

« Uomini pessimi hanno ucciso l'ottimo mio fratello Tiberio! Ecco! Vedete quanto pienamente io gli somigli! »
(Gaio Gracco - Discorsi)

Il suo programma era più organico, cercando l'appoggio di quelle forze potenzialmente ostili all'oligarchia, come Italici, plebei, cavalieri. 
- Promosse una nuova legge agraria per confermare quella del fratello che non era stata realizzata. 
- Promosse la fondazione di colonie e la costruzione di nuove strade e di granai.
- Propose agevolazioni per i militari, stabilì che l'equipaggiamento dei soldati fosse a carico dello stato
- Propose il diritto di voto per gli Italici.
- Propose una Lex frumentaria che calmierava il prezzo del grano per la plebe. 
- Propose una legge giudiziariaria che diminuiva il potere dei senatori in tribunale.
- Lanciò una campagna di deduzione di colonie, non solo in Italia.
- Assegnò il tribunale che giudicava il peculato nelle province a giudici dell'ordine equestre (lo stesso ordine cui appartenevano i publicani, coloro che avevano dallo stato gli appalti per la riscossione delle tasse nelle province).
- Concesse a buone condizioni l'appalto per la riscossione delle tasse nella provincia d'Asia ai publicani.
- Istituì l'uso di misurare le strade e di piantare le pietre miliari che segnavano distanze di mille passi.

Caio appoggiò la candidatura al consolato dell'amico Caio Fannio e fu rieletto tribuno per iniziativa popolare. Caio Fannio però non gli fu leale e anzi lottò contro Caio Gracco il quale aveva sostenuto la sua candidatura. Caio ottenne tuttavia molto prestigio e potere, sia a Roma che nelle provincie, col suo carisma e la sua continua attività fu un ottimo politico e si guadagnò la benevolenza di molti. 

Rieletto tribuno per il 122, propose di dare la cittadinanza romana a quanti avevano il diritto latino, e il diritto latino agli italici; di sorteggiare l'ordine di votazione delle centurie dei comizi centuriati, così che non fosse subito palese l'orientamento delle prime centurie e si vanificasse la votazione delle ultime. 

Lucio Opimio, eletto console nel 121 a.c., fece abrogare diverse disposizioni graccane fra cui la Lex Rubria che stabiliva la deduzione di una colonia a Cartagine. Caio ed i suoi amici organizzarono una sedizione e presto si scontrarono con la fazione opposta. Quinto Antillio, littore di Opimio, in una cerimonia pubblica oltraggiò i graccani e venne ucciso.

L'incidente venne utilizzato dagli avversari di Caio per attaccarlo e Opimio venne investito di pieni poteri con il "Senatus Consultum Ultimum". Parte degli alleati di Caio, gli uomini di Fulvio Flacco, tentò l'occupazione dell'Aventino, mentre Caio decideva di affrontare la sorte fra i lamenti della moglie.

Caio Gracco e Fulvio Flacco tentarono di trattare con il Senato mandando come messaggero il figlio di Fulvio Flacco ma Opimio fece arrestare il giovane ed attaccò Fulvio Flacco. Negli scontri Fulvio Flacco rimane ucciso. Caio rifugiò nel tempio di Diana dove degli amici lo convinsero a non uccidersi.

Il senato, nel 121, lo nominò nemico pubblico: assediato sull'Aventino, Gaio fuggì con il servo Filocrate ma vedendosi raggiunto dagli inseguitori si fece uccidere dal servo che a sua volta si suicidò. La testa di Caio Gracco fu pagata a peso d'oro da Opimio ed alle spoglie sue e di Fulvio Flacco fu negata la sepoltura.

Opimio, primo console ad essere investito dei pieni poteri da un consulto, più tardi si lasciò corrompere dal re Giugurta e finì i suoi giorni nel disonore mentre i Gracchi furono riabilitati e rimpianti dai Romani.


IL SEGUITO

l'uccisione dei gracchi sarà un'onta che Roma non dimenticherà mai, ma altri moriranno senza poter far applicare la legge agraria. Saranno anche queste mancate riforme a determinare il passaggio dalla repubblica all'impero e sarà proprio Giulio Cesare a imporre la Lex Agraria.


BIBLIO

- Tom Holland - Rubicon: The Last Years of the Roman Republic. Abacus - 2004 -
- Bernstein, Alvin H. - Tiberius Sempronius Gracchus : tradition and apostasy - Ithaca: Cornell University Press - 1978 -
- 1969 - Boren, Henry C. - The Gracchi - New York: Twayne -
- De Leon, Daniel - The Warning of the Gracchi - New York: New York Labor News - 1902 -
- Earl, Donald C. - Tiberius Gracchus: a study in politics - Bruxelles-Berchem: Latomus - 1963 -
- Riddle, John M.  - Tiberius Gracchus: destroyer or reformer of the Republic? - Lexington, MA: Heath - 1970 -
- Stockton, David - The Gracchi - Oxford: Clarendon Press - 1979 -


2 comment:

Unknown on 2 aprile 2017 04:18 ha detto...

Tiberio è l'italia e il senato sono i corrotti non eletti, Gli schiavi dei ricchi del senato, sono gli immigrati, La storia si ripete dopo millenni... ((Grazie a voi per esserci))

Unknown on 15 novembre 2019 22:47 ha detto...

Ce ne: abbastanza grazie

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