ACQUEDOTTO CLAUDIO



ACQUEDOTTO CLAUDIO

L'acquedotto dell'Acqua Claudia, iniziato da Caligola nel 38 d.c. e portato a termine da Claudio nel 52 (ma Tacito Ann. XI.13 indica il completamento nel 47), è l'ottavo e più importante degli acquedotti di Roma.

Questo prese il nome dall'imperatore che l'aveva realizzato con una notevole spesa dovuta alla mole dell'impresa, al costo di tecnologie più evolute e all'aumentata percentuale di mano d'opera di lavoratori liberi rispetto agli schiavi. Plinio il Vecchio informa (Nat. Hist. XXXVI, 122) che l'acquedotto costò, insieme a quello dell'Anio Novus, ben 350 milioni di sesterzi, come 230 milioni di euro o 210 milioni di sterline o 450 miliardi di lire.

Ma la potente fornitura d'acqua non fu fortunata, perchè dopo essere stata in uso solo per dieci anni, venne meno totalmente, e fu interrotta per nove anni, finché Vespasiano la restaurò nel 71, e dieci anni dopo Titus dovette riparare l'acquedotto ancora una volta.

Il 3 luglio 88 fu completato un tunnel sotto il monte Aeflanus, vicino a Tibur (Tivoli). Non sappiamo di altri restauri, se non dallo studio dei resti stessi, che mostrano che una buona parte della riparazione è stata fatta nel II e nel III secolo (Plinio NH XXXVI.122; Frontinus, de aquis; Suet. Claud.; Procop. BG; Not. app.; Pol. Silv. 545, 5461; Cassiod. Var. VII.6; Victor).

L'AGRO ROMANO

LE SORGENTI

Le sorgenti principali erano la "Fons Cerulea" (per la sua trasparenza azzurra) e la "Fons Curtius", che fornivano un'acqua molto pregiata, ritenuta inferiore per qualità solamente alla Marcia. Esse si trovavano nell'alta valle dell'Aniene e davano luogo a due piccoli laghi, presso il Monte di Ripoli, all'altezza del XXXVIII miglio della via Sublacensis, tra Marano Equo e Carsoli o, più esattamente, a 300 passi da un diverticolo di quella strada sulla sinistra, in prossimità delle Sorgenti dell'Acqua Marcia. 

Oggi si identificano con il gruppo delle Sorgenti Serene e con il laghetto di Santa Lucia, che si trovano lungo la via Sublacense. L'acquedotto riceveva però anche altre sorgenti, come la Fons Albudinus, captate al tempo di Augusto e oggi dette "delle Rosoline", ed effettuava scambi con lo stesso Acquedotto della Marcia, in modo che la portata dell'uno e dell'altro fosse regolata secondo necessità.



LE MISURE

La lunghezza del suo canale è riportata nell'iscrizione sulla porta Maggiore come 45 miglia (Plinio ne riporta 40 miglia), in canale sotterraneo e in strutture sopra terra, mentre Frontino la dà 1 miglio e 406 passi in più, il che probabilmente si spiega con la sua misurazione fino al Fons Albudinus, che è stato aggiunto tra il tempo di Claudio e il suo.

Inoltre km 4,5 (3076 passi) erano di ponti, nel tratto superiore, mentre 10,5 (7095 passi) erano di sostruzioni e archi. La portata giornaliera era di 4607 quinarie (pari a mc 191.190 e 2211 l al secondo), delle quali tuttavia, dopo le erogazioni intermedie e le intercettazioni abusive, solo 3312 giungevano alla piscina limaria, dove l'acqua si mescolava a quella dell'Anio Novus.

INTERSECAZIONE CAPOLAVORO DEGLI ACQUEDOTTI CLAUDIO E MARCIO - TOR FISCALE


IL PERCORSO

L'Acquedotto Claudio iniziava seguendo sulla destra la valle dell'Aniene mantenendosi alto e tagliando con tratti rettilinei le curve delle pendici collinari. Alla chiusa di San Cosimato, mentre un ramo proseguiva a destra, passava con un ponte sulla riva sinistra affiancandosi agli altri acquedotti che passavano in loco (Anio Novus, Marcia e, dopo Vicovaro, Anio Vetus). 

Proprio sotto Vicovaro si ricongiungeva con il ramo suddetto e, sempre lungo la riva sinistra dell'Aniene, proseguiva fino a Tivoli scavalcando piccoli affluenti con ponti in parte conservati nella struttura originaria in opera quadrata di tufo e con restauri d'età flavia, adrianea e severiana. Da sottolineare, prima di Castel Madama, il ponte sul Fosso della Noce, a due ordini sovrapposti di arcate, lungo 135 m.

Dopo aver aggirato con un'ampia curva il Monte Sant'Angelo in Arcese e toccata Tivoli, l'acquedotto si dirigeva a sud verso la via Praenestina e attraversava le valli profonde tra San Gregorio e Gallicano su altissimi ponti gettati sui Fossi dell'Acqua Raminga, della Mola di San Gregorio, di Caipoli e Collafri. Superata (insieme all'Anio Novus) la tagliata della strada a Santa Maria di Cavamonte, piegava a ovest verso la via Latina e i Colli Albani.

Attraversava quindi altre valli con una nuova serie di ponti sul Fosso dell'Acqua Nera, a nove arcate, delle quali la centrale a due ordini (sempre nella caratteristica opera laterizia del tempo di Settimio Severo), e il ponte sul Fosso di Biserano, a una sola arcata, in opera quadrata di tufo su nucleo cementizio; e con "viadotti" come quello, lungo circa 80 metri, sul Fosso della Pallavicina, presso il laghetto di Monno, e quelli sui Fossi delle Marmorelle, di Casale Mattia, di Prata Porci.

ACQUEDOTTO CLAUDIO VIA TURATI ROMA
Al VII miglio della via Latina nell'odierna località delle Capannelle, l'acquedotto della Claudia usciva all'aperto e passava nella grande piscina limaria, oltre la quale emergeva su archi al di sopra del piano di campagna appoggiandosi prima, per poco più di m 900 (609 passi), su una substructio a muro pieno in blocchi di peperino, poi, per poco più di 9 chilometri e mezzo (6491 passi), su arcuazioni  sempre più alte, che portavano anche il canale dell'Anio novus, ed entrambi i canali passavano attraverso la via Labicana e via Praenestina da un grande arco monumentale, che in seguito divenne Porta Maggiore.

Era il più alto di tutti gli acquedotti, celebrato in duemila dipinti e foto, che da duemila anni caratterizzano il paesaggio della Campagna romana, a sud di Roma. Dalla porta Maggiore l'Arcus Caelimontani si separava a sinistra e trasportava le acque attraverso il Celio al Palatino, all'Aventino e alla Transtiberina (Frontino, I.20).

L'acquedotto principale si dirigeva verso la piscina terminale "post hortos Pallantianos"; e data la sua notevole altezza deve anche aver fornito le parti più alte della città, l'Esquilino, il Viminale e il Quirinale.

Gli archi, su cui fu poggiato quasi contemporaneamente l'acquedotto dell'Anio Novus, erano in opera quadrata di peperino e tufo rosso, con i blocchi di chiave in travertino. I piloni misurano m 3,35 sulla fronte per m 3,10 di profondità e distano tra loro m 5,5. Gli archi, che s'impostano su di essi leggermente arretrati, hanno una luce di m 6. Il canale dell'Anio Novus è invece costruito in opera reticolata e laterizi.

CASALE ROMA VECCHIA
L'acquedotto, al Casale di Roma Vecchia, dove c'è il tratto conservato più lungo (di km 1,5), è alto m 17. Più avanti, presso l' Osteria del Tavolato, nella depressione del Quadraro, le arcate, sostenute da pilastri molto slanciati, hanno un'altezza massima di m 27,40. Per tutto il tratto restante, fino a Roma, l'altezza media si mantiene tra i 17 e i 22 metri.

Nei punti in cui l'acquedotto è interrotto per i crolli, si vedono assai bene in sezione i due canali sovrapposti: quello dell'Acqua Claudia sta subito sopra gli archi, è realizzato, come quelli, in opera quadrata ed è distinto sulla fiancata da tre linee di blocchi sovrapposti in orizzontale, mentre al di sopra e al di sotto aggettano lievemente le lastre di copertura e quelle di base. Entrambi i canali misurano all'interno m 1,14 di larghezza per 1,75 di altezza.

La sorgente Augusta (o Aqua Marcia) fu anche travasata nell'acqua Claudia quando la Marcia era piena; ma a volte anche la Claudia non poteva contenerla, e andava sprecata (Frontino ii.72).

ACQUEDOTTO CLAUDIO NEL PARCO DEGLI ACQUEDOTTI

I RESTAURI

Dopo il restauro di Vespasiano nel 71 d.c. seguì quello di Tito nell'anno 81, poi gli interventi successivi si riconoscono per le diverse tecniche murarie sovrapposte alla struttura originaria. 
Possiamo quindi riscontrare:
- l"'opera listata" del periodo flavio,
- l'opera mista del tempo di Traiano e di Adriano,
- l'opera laterizia dell' età severiana
- opera "vittata" del periodo tardo-imperiale,
- "rattoppi" d'epoca medievale, quando si perse tutta l'immensa bravura edile romana.


I modi:

- Il consolidamento degli archi venne realizzato con l'aggiunta di anelli o "sottarchi" interni, in opera laterizia e in qualche caso con il completo "accecamento" delle luci;
- il consolidamento dei pilastri fu invece realizzato, per lo più al tempo de Severi e in quello di Diocleziano o di Massenzio, con "fasciature" in laterizio e opera listata.
- Nel 399, Arcadio e Onorio promossero opere di protezione delle sorgenti dagli straripamenti dell'Aniene.

In età  moderna è spesso avvenuto che per riutilizzare i grandi blocchi lapidei squadrati sia stata smantellata la struttura originaria in opera quadrata e lasciata intatta quella dei rinforzi in laterizio cosicché all'interno di questi si conservano ora le sole impronte de blocchi asportati, talvolta per tutta l'altezza dei pilastri e fino agli archi.

Questa mostruosa opera di spoglio ben si vede nel tratto di arcuazioni che va da Tor Fiscale a Porta Furba, dove l'acquedotto è attraversato dalla via Tusculana. Oltre questa invece si trova un tratto di ben 1300 metri (per un'altezza di m 19-20) perfettamente conservato, sia nella struttura originaria sia in quella degli interventi di consolidamento e restauro.

E' noto nel mondo lo "spettacolo" creato dall'affiancamento all'Acquedotto Claudio delle arcate dell'Acquedotto Marcio: per circa 300 metri i due imponenti manufatti entrano perfino a contatto, in modo che il centro dei pilastri dell'uno viene a coincidere col centro degli archi dell'altro, mentre le comuni "fasciature" dei restauri finiscono per costituire un'unica colossale muraglia dello spessore d'una decina di metri.

Un punto caratteristico di questo tratto è quello di Tor Fiscale (Fiscale in quanto tesoriere del papa), con la trecentesca torre che s'innalza per una trentina di metri proprio al di sopra dei due acquedotti, il “colosso” dell’agro romano, l'icona delle vedute pittoresche dei migliori quadri dei viaggiatori europei che venivano a sospirare in Italia alla vista della bellezza delle antiche rovine.



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