CULTO DI NENIA





Nenia era una divinità femminile a cui i Romani avevano eretto un tempio presso la Porta Viminale. Da lei deriva il termine odierno "nenia", un canto lento, ritornante ogni verso sulla stessa formula melodica o sullo stesso grado tonale.

Secondo Macrobio, Nenia era uno dei nomi della Morte, a Roma invocata con fervore contro i nemici di Roma, o contro altri, ma per Ovidio (Fasti) Nenia è Nenia e non altro, tutelare dei canti funebri.

Da lei deriva la locuzione latina naenia, le reiterate lamentazioni di parenti e prefiche (donne che venivano pagate per piangere) negli accompagnamenti funebri o innanzi al sepolcro del caro estinto, accompagnati dal suono della tibia (doppio flauto).

Con lo stesso termine si indicava anche la compilazione di particolari formule magiche che venivano ripetute tre, sei o nove volte. Nenia era infatti una antichissima Dea preromana oltre che romana, che si occupava di predire la malattia o la guarigione, insomma se la persona malata sarebbe guarita o sarebbe morta.

Comunque la Dea si preoccupava di far morire serenamente ogni persona in fin di vita. Per questo fu scambiata spesso con la Dea della Morte, ma in realtà nenia si occupava della premorte degli umani. I suoi canti anticamente non si facevano ai funerali ma iniziavano quando la persona incurabile si avviava alla morte, cercando di farla cadere in un dolce sonno che le permettesse un dolce passaggio nell'aldilà.

Sembra che in tempi arcaici, quando gli uomini non temevano così tanto la morte in quanto più a contatto con le campagne e quindi la natura, dove vita e morte sono di casa, il malato o l'anziano poteva ascoltare i canti di accompagnamento alla morte, una specie di nenia simile a quella che si canta ai bambini per farli dormire.

Sembra che la Dea venisse rappresentata con un biflauto da cui faceva uscire le note calmanti e sonnifere, e un serto di mirto (la pianta dei morti) tra i capelli. Di solito veniva onorata, oltre che con rami di mirto, con rose appassite unite a boccioli, segno dell'avvicendarsi ciclico di vita e morte.

Proprio per questo doppio filo la Dea veniva deputata anche al canto che faceva addormentare i neonati, quindi collegata al sonno e alla morte che era a sua volta una specie di sonno. Le si offrivano anche papaveri rossi immersi nel vino che venivano in parte bevuto dai sacerdoti e in parte versato sulla statua della Dea. 

In tempi più antichi c'era una sacerdotessa preposta al culto che si dedicava anche alla divinazione, come il culto si trasferì dalle campagne a Roma, la sacerdotessa venne soppiantata da un sacerdote e venne cessata la pratica della divinazione.

Alla Dea si chiedeva una dolce morte per i propri cari, e una morte amara per i nemici personali o contro Re e popoli nemici che Roma doveva abbattere in guerra. Pur passando a divinità minore, a Roma, forse per guardarsi dai nemici dell'Urbe non si cessò mai di onorarla in determinati giorni dell'anno o quando Roma doveva entrare in guerra e combattere.



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