AQUA VEGETIANA



I RESTI DELLE TERME ROMANE DI BACUCCO DOVE AFFLUIVA L'AQUA VEGETIANA

Autore dell'acquedotto:
  Lucius Mummius Niger Valerius Vegetus
Nascita: Iliberri (Granada), 70-72
Morte: -
Madre: Cornelia Severina
Moglie: Etrilia Afra
Consolato: nel 112


MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE  DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME  CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE, DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ATTRAVERSO CUI L’ACQUA STESSA VIENE CONDOTTA, CON UN’AREA DI DIECI  PIEDI PER LE STRUTTURE MURARIE E DI SEI PIEDI PER LE TUBATURE, ATTRAVERSO I  FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE,  I FONDI BEBIANO E FELINIANO DI AVILEO COMMODO, IL FONDO PETRONIANO DI  PUBLIO TULLIO VARRONE, IL FONDO VOLSONIANO DI ERENNIO POLIBIO, IL FONDO  FUNDANIANO DI CETENNIO PROCULO, IL FONDO CUTTOLONIANO DI CORNELIO  LATINO, IL FONDO SERRANO INFERIORE DI QUENTINNO VERECUNDO, IL FONDO  CAPITONIANO DI PISTRANO CELSO, E PER IL LATO SINISTRO DELLA VIA PUBBLICA  FERENTIENSE E PER IL FONDO SCIRPIANO DI PISTRANIA LEPIDA, LUNGO LA VIA  CASSIA E LA SUA VILLA CALVISIANA, NONCHE’ PER ALTRI CONFINI PUBBLICI  AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE

Il testo testimoniava la costruzione di un grandioso acquedotto privato romano, la cosiddetta Aqua  Vegetiana, la cui realizzazione viene fatta risalire alla fine dell’impero di Adriano (117-138) se non  addirittura all’età di Antonino Pio (138-161). Probabilmente posizionate lungo tutto il tracciato del manufatto, le epigrafi erano una sorta di  “segnaletica” che certificava la proprietà dell’acquedotto e il suo legittimo passaggio attraverso terreni privati e pubbliche strade.



UN ACQUEDOTTO PRIVATO

Il proprietario dell’acquedotto, Mummio Nigro Valerio Vegeto, apparteneva alla famiglia senatoriale
romana dei Valerii Vegeti, Originari della Betica (Andalusia), i Vegeti beneficiavano di vastissime
proprietà nel sud della penisola spagnola e nel territorio pugliese; la loro ricchezza era legata alla
produzione e commercio dell’olio nonché al prestito di denaro ad interesse, attività quest’ultima
documentata dal Kalendarium Vegetianum, una sorta di registro dei crediti che l’impero acquisì
dalla famiglia, per confisca o donazione, durante i primi anni del governo di Marco Aurelio  (161-180 d.c.).

Alcuni esponenti dei Vegeti ricoprirono importanti cariche pubbliche; per far fronte ai loro impegni politici presso la capitale dell’Impero fecero costruire sul colle del Quirinale una fastosa domus della
quale si suppose di aver trovato le tracce nel corso di scavi archeologici eseguiti nel XVII secolo.
Il capostipite della famiglia fu un Quinto Valerius Vegetus che rivestì la carica di console nell’anno
91 d.c. sotto l’imperatore Domiziano; ma si ritiene che la sua ascesa all’ordine senatoriale avvenne già all’epoca di Vespasiano.

La sua città di provenienza era Florentia Iliberritana, l’attuale Granada; due epigrafi rinvenute
presso quest’importante municipio betico attestano che egli era figlio della sacerdotessa (flaminica)
Cornelia Severina e marito di una certa Etrilia Afra, membro di una famiglia originaria della colonia
spagnola di Tucci.

Oltre all’epigrafe dell’Aqua Vegetiana, esistono altre fonti sopravvissute a quasi duemila anni di storia che documentano l’esistenza di una chiara discendenza di questo Valerio Vegeto “granadino”.
I Fasti Consulares citano un Q.[uinto] Valerius Vegetus console suffetto (sostituto) nell’anno 112 d.c.,
sotto l’imperatore Traiano; gli storici lo considerano unanimemente il figlio dell’omonimo e precedente console iberico.

Ad Aecae, l’odierna Troia in provincia di Foggia, è stata ritrovata una lapide dedicatoria a Iuppiter
Dolichenus Exuperantissimus che reca il nome di un L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus C. Aucidius Tertullus.

Le evidenti discrepanze onomastiche possono essere spiegate ammettendo l’intervento di un’adozione, istituto piuttosto diffuso tra i romani. Alcuni autori ritengono che i due predetti personaggi siano, in realtà, la stessa persona e che questa coincida con il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’acquedotto viterbese.

Dopo il consolato del 112, Quinto Valerio Vegeto fu, dunque, adottato da un L. Mummius  Niger, forse padre o fratello della Mummia Nigrina cantata da Marziale. Alla morte del padre putativo, Quinto Valerio Vegeto ne ereditò il patrimonio, in particolare  concentrato in Puglia, che riunì a quello già posseduto in Spagna e in Etruria.

Per effetto della successione, aggiunse ai cognomi originari quelli che attestavano l’adesione alla gens Mummia, da cui il nome Mummio Nigro Valerio Vegeto delle iscrizioni viterbesi. Quanto al sintagma “Seuerinus C. Aucidius Tertullus” dell’iscrizione pugliese, assente nelle altre fonti, richiamava semplicemente ascendenti iberici.

Tuttavia, l’ipotesi appena descritta presuppone che questo «unico» Valerio Vegeto abbia avuto una
vita particolarmente lunga per l’epoca. L’epigrafe di Aecae, infatti, viene generalmente fatta risalire  alla fine dell’impero di Antonino Pio (138-161) se non all’età di Marco Aurelio (161-180), periodi nei  quali Valerio Vegeto, console nel 112, doveva avere un’ottantina d’anni, atteso che la carica consolare  si acquisiva, solitamente, intorno ai 40 anni.

Altri studiosi forniscono una diversa lettura delle testimonianze archeologiche di cui disponiamo e
suggeriscono di attribuirle a personaggi distinti, seppure legati da parentela diretta, e appartenenti a
tre successive generazioni.

Il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’Aqua Vegetiana sarebbe stato il figlio di una Valeria sorella del
Valerio Vegeto console nell’anno 112 e di un Mummius Niger, membro dei Mummi originari della  Spagna meridionale.

Alcuni studi dimostrerebbero che Mummio Nigro Valerio Vegeto, alla pari dello zio, rivestì la carica
consolare; viene, infatti, identificato con il Niger che in un diploma militare datato 125 viene
indicato quale console assieme a P. Lucius Cosconianus.

Mummio Nigro Valerio Vegeto si sarebbe quindi sposato con una aristocratica legata, per parentela
o adozione, alla famiglia degli Atilii Branduae, importante gens romana cui apparteneva Atilia  Caucidia Tertulla, moglie del senatore Appio Annio Gallo e madre di Appia Annia Regilla.

Dal matrimonio nacque il L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus Caucidius Tertullus
menzionato nella lapide dedicatoria di Aecae, figura che sarebbe vissuta sotto l’impero di Marco  Aurelio (161-180). Egli ereditò i possedimenti materni in Puglia e aggiunse al polinomio paterno i  cognomi  “Severinus”, relativo all’ava spagnola Cornelia Severina, e “Caucidius Tertullus”, che
richiamava con evidenza le ascendenze della madre.

Non mancano, in fine, ipotesi intermedie che si limitano ad identificare il Mummio Nigro Valerio 
Vegeto “viterbese” con quello “pugliese”; dunque, un unico personaggio vissuto sotto Adriano e  Antonino Pio, figlio del console Valerio Vegeto ricordato dai Fasti e di una donna della casa
dei Mummii, a sua volta collegata in qualche modo ad un ramo degli Atilii Branduae con interessi  nella Regio II.



DA:  L’ACQUEDOTTO DI MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO

IL BOTTINO DI S. MARIA IN GRADI

"Ridottosi alquanto il flusso d’acqua della Fontana Grande, il 18 gennaio 1640 i conservatori comunali Bernardino Carelli e Pierfrancesco Bussi si diedero a sondare la condotta di alimentazione sotterranea che aveva il proprio capo presso il convento di S. Maria in Gradi. Secondo quanto riportato dal Libro delle Riforme del Comune di Viterbo, si scavò presso un oliveto confinante con il muro dei domenicani e la torre del Citerno e si rivenne un antico muro sotto il quale si apriva un bottino per la raccolta delle acque.

Quel collettore era servito da cinque cunicoli, di cui due asciutti; nel primo di questi, i conservatori trovarono due epigrafi su peperino, assai corrose, dalle quali trascrissero, male interpretandole, queste poche parole: “Mummius Niger Valerius Vichiu Consules Civitatis Viterbii Acquam Collis Quintiani … Anno DCCCCLI”[2], ovverosia “Mummio Nigro Valerio Vico (?) console della città di Viterbo – Acqua del colle Quinzano – Anno 951”.

Nel 1824, una spedizione di studiosi locali scese di nuovo nel bottino presso il terreno di S. Maria in Gradi, stavolta coltivato come vigneto. Il gruppo di ricercatori era composto da Pio Semeria, Luigi Anselmi, Stefano Camilli e Francesco Orioli; quest’ultimo così racconta quell’esplorazione:

“la trovai (la lapide) tuttora murata nell' antico suo posto sotto una vigna presso il convento di S. Maria ad Gradus, e dopo tre giorni di continuate comuni ispezioni, cosi potei finalmente copiarla con qualche speranza d' essere stato fedelissimo trascrittore.


MVMMIVS NIGER
EPIGRAFE RINVENUTA A S. MARIA IN
GRADI (Ingrandibile)
VALERIVS VIGELVS [VEGETUS] CONSVLAR
AQVAM SVAM VIGEILAINAM [VEGETIANAM] QVAE
NASCITVR IN FVNDO ANIONIANO [ANTONIANO]
MAIORE P. IVLII [TULLI] VARRONIS CVM EO LOCO
IN QVO IS FONS EST EMANCIPATVS DUXIT
PER MILLIA PASSVVM VDCCCCL IN VIL
LAM SVAM CALVISIANAM QVAE EST
AD AQVAS PASSERIANAS SVAS COMPARA
TIS ET EMANCIPATIS SIBI LOCIS ITINERI
BVSQVE EIVS AQVAE A POSSESSORIBVS
SVI CVIVSQVE FVNDI PER QVAE AQVA
SUB [SUPRA SCRIPTA] DVCTA EST PER LATITVDINEM STRVCTV
RIS PEDES DECEM FISTVLIS PER LATITVDI
NEM PEDES SEX PER FVNDOS ANIONIAN [ANTONIANO)
MAIOREM ET ANIONIANVM [ANTONIANO] MINOR
P.IVLII [TULLII] VARRONIS ET BALBIANVM [BAEBIANUM] ET
PHELINIANVM [PHILIANUM] AVLCEI [AVILEI] COMMODI
ET PETRONIANVM P.IVLII [TULLI] VARRONIS
ET VOLSONIANVM HERENNI POLYBI
ET FVNDANIANVM CAETENNI PROCULI
ET CVTTOLONIANVM CORNELI LATIALIS
ET SERRANVM INFERIOREM QVINTINI
VERECVNDI ET CAPITONIANVM PISTRANI
CELSI ET PER CREPIDINEM SINISTERIOR [SINISTRIOREM]
VIAE PVBLICAE FERENTIENSES ET SCIRPI
ANVM PISTRANIAE LEPIDAE ET PER VIAM
CASSIAM IN VILLAM CALV1SIANAM SVAM
ITEM PER VIAS LIMITESQVE PVBLICOS
EX PERMISSV S.C.

Poco lungi dal primo sasso è un secondo uguale, contenente la stessa epigrafe, o almeno analoga, ma notabilmente più danneggiata dal tempo, giacché vi si legge solamente:

… ALISET …
SIS ET SCIRPI … STRANIAE LEPIDAE
ET PER VIAM CASSIM IN VILLAM SVAM
CALVISIANAM ITEM PERVIAS LIMIT...
QUE PVBLICO SEX PERMISSV ”

Questa seconda e mal conservata lapide andò irrimediabilmente perduta nel tempo, anche se fu possibile catalogarla nel XIX secolo grazie all’opera dell’epigrafista Eugen Bormann.

La prima e completa iscrizione venne, invece, asportata dal bottino e trasportata al Museo Civico di Viterbo dove fu oggetto di schedatura e di varie traduzioni; purtroppo, andò in frantumi durante i bombardamenti aerei che colpirono il complesso museale durante la II Guerra Mondiale. Di essa non resta che una scheggia con sole quattro righe, grande 26x22 centimetri, oggi visibile presso l’ingresso del Museo, incassata nel muro di destra.

Nel 1934, durante i lavori di apertura dell’attuale via Ascenzi, non lontano dalla chiesa di S. Maria della Salute, fu ritrovata un terzo esemplare dell’epigrafe, stavolta su marmo bianco, riutilizzato nei secoli successivi come lastra pavimentale. Oggi è conservato nel Museo della Rocca Albornoz e si presenta in quattro frammenti che compongono un parallelepipedo di 44x60 cm. dai contorni mutilati. Il testo superstite è pressappoco la metà di quello della lastra rinvenuta nel bottino di S. Maria in Gradi.

FRAMMENTO MARMOREO RINVENUTO IN VIA ASCENZI

Ecco la traduzione completa dell’iscrizione:

MUMMIO NIGRO VALERIO VEGETO, DI RANGO CONSOLARE, HA CONDOTTO LA SUA ACQUA VEGEZIANA DALLA FONTE, CHE NASCE NEL FONDO ANTONIANO MAGGIORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE, AVENDOLA ACQUISTATA IN PIENA LIBERTÀ INSIEME CON IL LUOGO DA CUI SCATURISCE, PER 5950 PASSI VERSO LA SUA VILLA CALVISIANA, CHE SI TROVA PRESSO LE SUE ACQUE PASSERIANE, DOPO AVER ACQUISTATO E AFFRANCATO I LUOGHI E I PERCORSI DI QUELL’ACQUA DAI POSSESSORI DI CIASCUN FONDO ATTRAVERSO CUI L’ACQUA STESSA VIENE CONDOTTA, CON UN’AREA DI DIECI PIEDI PER LE STRUTTURE MURARIE E DI SEI PIEDI PER LE TUBATURE, ATTRAVERSO I FONDI ANTONIANO MAGGIORE E ANTONIANO MINORE DI PUBLIO TULLIO VARRONE, I FONDI BEBIANO E FELINIANO DI AVILEO COMMODO, IL FONDO PETRONIANO DI PUBLIO TULLIO VARRONE, IL FONDO VOLSONIANO DI ERENNIO POLIBIO, IL FONDO FUNDANIANO DI CETENNIO PROCULO, IL FONDO CUTTOLONIANO DI CORNELIO LATINO, IL FONDO SERRANO INFERIORE DI QUENTINNO VERECUNDO, IL FONDO CAPITONIANO DI PISTRANO CELSO, E PER IL LATO SINISTRO DELLA VIA PUBBLICA FERENTIENSE E PER IL FONDO SCIRPIANO DI PISTRANIA LEPIDA, LUNGO LA VIA CASSIA E LA SUA VILLA CALVISIANA, NONCHE’ PER ALTRI CONFINI PUBBLICI AVENDONE OTTENUTO IL PERMESSO IN BASE AD UN DECRETO SENATORIALE.

Il testo testimoniava la costruzione di un grandioso acquedotto privato romano, la cosiddetta Aqua Vegetiana, la cui realizzazione viene fatta risalire alla fine dell’impero di Adriano (117-138) se non addirittura all’età di Antonino Pio (138-161).

Probabilmente posizionate lungo tutto il tracciato del manufatto, le epigrafi erano una sorta di “segnaletica” che certificava la proprietà dell’acquedotto e il suo legittimo passaggio attraverso terreni privati e pubbliche strade.



UN PADRONE D’ORIGINE ISPANICA

Il proprietario dell’acquedotto, Mummio Nigro Valerio Vegeto, apparteneva alla famiglia senatoriale romana dei Valerii Vegeti.

Alcuni esponenti dei Vegeti ricoprirono importanti cariche pubbliche; per far fronte ai loro impegni politici presso la capitale dell’Impero fecero costruire sul colle del Quirinale una fastosa domus della quale si suppose di aver trovato le tracce nel corso di scavi archeologici eseguiti nel XVII secolo.

Oltre all’epigrafe dell’Aqua Vegetiana, esistono altre fonti sopravvissute a quasi duemila anni di storia che documentano l’esistenza di una chiara discendenza di questo Valerio Vegeto “granadino”.
I Fasti Consulares citano un Q.[uinto] Valerius Vegetus console suffetto (sostituto) nell’anno 112 d.c., sotto l’imperatore Traiano; gli storici lo considerano unanimemente il figlio dell’omonimo e precedente console iberico.

Ad Aecae, l’odierna Troia in provincia di Foggia, è stata ritrovata una lapide dedicatoria a Iuppiter Dolichenus Exuperantissimus che reca il nomedi un L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus C. Aucidius Tertullus.

Alcuni autori ritengono che i due predetti personaggi siano, in realtà, la stessa persona e che questa coincida con il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’acquedotto viterbese. Le evidenti discrepanze onomastiche possono essere spiegate ammettendo l’intervento di un’adozione, istituto piuttosto diffuso tra i romani.

Dopo il consolato del 112, Quinto Valerio Vegeto fu, dunque, adottato da un L. Mummius Niger, forse padre o fratello della Mummia Nigrina cantata da Marziale. Alla morte del padre putativo, Quinto Valerio Vegeto ne ereditò il patrimonio, in particolare concentrato in Puglia, che riunì a quello già posseduto in Spagna e in Etruria.

Per effetto della successione, aggiunse ai cognomi originari quelli che attestavano l’adesione alla gens Mummia, da cui il nome Mummio Nigro Valerio Vegeto delle iscrizioni viterbesi. Quanto al sintagma “Seuerinus C. Aucidius Tertullus” dell’iscrizione pugliese, assente nelle altre fonti, richiamava semplicemente ascendenti iberici.

Altri studiosi forniscono una diversa lettura delle testimonianze archeologiche di cui disponiamo e suggeriscono di attribuirle a personaggi distinti, seppure legati da parentela diretta, e appartenenti a tre successive generazioni.

Il Mummio Nigro Valerio Vegeto dell’Aqua Vegetiana sarebbe stato il figlio di una Valeria sorella del Valerio Vegeto console nell’anno 112 e di un Mummius Niger, membro dei Mummi originari della Spagna meridionale.

Alcuni studi dimostrerebbero che Mummio Nigro Valerio Vegeto, alla pari dello zio, rivestì la carica consolare; viene, infatti, identificato con il Niger che in un diploma militare datato 125 viene indicato quale console assieme a P. Lucius Cosconianus.

Mummio Nigro Valerio Vegeto si sarebbe quindi sposato con una aristocratica legata, per parentela o adozione, alla famiglia degli Atilii Branduae, importante gens romana cui apparteneva Atilia Caucidia Tertulla, moglie del senatore Appio Annio Gallo e madre di Appia Annia Regilla.

Dal matrimonio nacque il L. Mummius Niger Q. Valerius Vegetus Seuerinus Caucidius Tertullus menzionato nella lapide dedicatoria di Aecae, figura che sarebbe vissuta sotto l’impero di Marco Aurelio (161-180). Egli ereditò i possedimenti materni in Puglia e aggiunse al polinomio paterno i cognomi “Severinus”, relativo all’ava spagnola Cornelia Severina, e “Caucidius Tertullus”, che richiamava con evidenza le ascendenze della madre.

Non mancano, in fine, ipotesi intermedie che si limitano adidentificare il Mummio Nigro Valerio Vegeto “viterbese” con quello “pugliese”; dunque, un unico personaggio vissuto sotto Adriano e Antonino Pio, figlio del console Valerio Vegeto ricordato dai Fasti e di una donna della casa dei Mummii, a sua volta collegata in qualche modo ad un ramo degli Atilii Branduae con interessi nella Regio II.



UN POTENTE CONSOLE TARQUINIESE

Le epigrafi dell’Aqua Vegetiana sono un’interessante testimonianza sia delle tecniche costruttive degli acquedotti romani (latitudinem structuris pedes decem fistulis per latitudinem pedes sex) che della pratica di acquistare la sorgente e la striscia di terreno sulla quale realizzare il manufatto privato (comparatis et emancipatis sibi locis itineribusque eius aquae a possessoribus sui cuiusque fundi, per quae aqua supra scripta, ducta est).

Ma, soprattutto, forniscono un minuzioso quadro dei fondi che venivano attraversati dal condotto, che si dice essere lungo 5.950 passi, vale a dire quasi 9 kilometri. Per ciascuna tenuta viene indicato il nome del relativo proprietario.

Tra tutti spicca quello di tal Corneli Latialis, proprietario del fondo Cuttoloniano, da alcuni identificato con Cornelius Latinus medico nominato sotto Antonino Pio. Herenni Polybi del fondo Volsoniano potrebbe, invece, essere legato ad una gens, gli Herenni o Hereni, più volte attestata in Etruria soprattutto in epoca repubblicana. Il “Proculo” della tenuta Fundaniano doveva appartenere ai Caetennii di Volsinii (Bolsena), una famiglia di cui non si conoscono personaggi di alto lignaggio, ma che doveva la sua ricchezza al commercio e alle attività artigianali.



UNA VERA E PROPRIA MAPPA FONDIARIA

Considerata la scomparsa di qualsiasi emergenza architettonica dell’acquedotto, la ricostruzione del suo percorso sulla base della moderna topografia non è agevole. Si può, comunque, azzardare un’ipotesi costruita su qualche suggestiva corrispondenza onomastica e sui pochi dettagli topografici certi. Uno di questi è il caput acquae che, come detto, era presso il convento di S. Maria in Gradi, la cui area corrisponde grossomodo con una parte del «fondo Antoniano Maggiore» (aquam quae nascitur in fundo antoniano maiore).

L’acquedotto scendeva lungo la direttrice dell’odierna via S. Maria in Gradi dove, in epoca medievale, fu intercettato dalla condotta che portava l’acqua a Fontana Grande; in un manoscritto di fine Ottocento, si legge che il «fontanaro» Settimio Piacentini aveva individuato il punto dell’innesto all’altezza dello spiazzo che anticipa i gradini e la facciata della chiesa di Gradi.

RAFFIGURAZIONE DI UNA SEPIA
L’area di S. Sisto fino a Fontana Grande, e forse oltre, costituivano il «fondo Antoniano Minore»; un’eco di questo possedimento varroniano è verosimilmente rimasta nel vico o casale Antoniano attestato nel IX secolo, la cui pieve, S. Pietro, era situata lungo l’attuale via La Fontaine.

Giunto nei pressi del giardino di Villa Gentili, l’acquedotto Vegetiano piegava piuttosto repentinamente verso nord ed iniziava a correva lungo il terrapieno che accompagnava le mura medievali dalla Porta di S. Sisto fino a quella che, ancora nel Cinquecento, era una cava di pietrame.

Si può azzardare l’ipotesi che all’altezza dell’odierna Porta Romana il naturale scorrimento dell’acquedotto venisse deviato da una barriera che assolveva anche alla funzione di chiusa. La Fontana del Sepale, pertanto, era forse così chiamata per aver tratto le sue acque da quell’antica cateratta, una «sepia» appunto.

Dopo questa parentesi, torniamo alla descrizione del percorso compiuto dall’acquedotto romano. Questo continuava verso settentrione, lungo un pendio che, in sostanza, ricalcava la direttrice della cinta muraria fino a Porta della Verità e alla successiva costa che ospita i ruderi del palazzo di Federico II; di quest’antica struttura ancora oggi è visibile un pozzo circolare che attingeva ad un cunicolo dove nel Duecento doveva scorrere un rivo d’acqua, probabile retaggio dell’Aqua Vegetiana.

Buona parte dell’acquedotto era infatti sotterranea e si svolgeva attraverso canali coperti scavati nella roccia o costruiti in muratura che venivano impermeabilizzati attraverso un rivestimento in cocciopesto (opus signinum) composto da frammenti di laterizi e malta; di tratto in tratto, per la necessaria areazione o per le operazioni di pulizia, si apriva nella copertura uno spiramen che assumeva l’aspetto di un vero e proprio pozzo. Da quanto indicato nelle epigrafi sappiamo, tuttavia, che erano presenti lunghe sezioni realizzate con tubi di piombo o di peperino innestati tra loro con una maschiettatura.

A ridosso dell’attuale Porta S. Marco iniziava un forte dislivello che anticipava il vallone tagliato dal torrente Urcionio, che qui formava addirittura delle cascatelle. Per valicare il salto e consentire al dotto di raggiungere il lato opposto fu necessario costruire un piccolo ponte con delle arcate.

Poiché l’acquedotto attraversava 12 fondi (incluso quello d’arrivo) su una distanza complessiva di circa 8,800 kilometri, si può sommariamente affermare che in media vi doveva essere una tenuta ogni 800 metri; di conseguenza, le proprietà di Avileo Commodo, cioè i fondi Bebiano e Feliniano, e il fundus petronianum dei Varroni dovevano costituire le ultime tenute ricadenti nel circuito dell’odierna città.

La condotta procedeva in linea con il tratto urbano della moderna Cassia, come dimostrerebbero alcuni tubi in peperino rinvenuti nel 1931 presso Prato Giardino. Quindi muoveva verso nord, in direzione dell’area termale del Bagnaccio, seguendo grossomodo la direttrice della strada vicinale Piazza d’Armi.

Dopo aver tagliato i fondi di Erennio Polibio, Cetennio Proculo, Cornelio Latino, Quentino Verecundo e Pistrani Celsi, l’acquedotto raggiungeva la sostruzione sinistra della strada Ferentana che, provenendo dall’odierna contrada Pian di Giorgio, scendeva fino a Valle Palombella.

DETTAGLIO DELLE ACQUE PASSERIS - TAVOLA PEUNTIGERIANA
(Ingrandibile)
In questo segmento la strada attraversava le proprietà di Pistrania Lepida, ovverosia il fondo Scirpiano, la cui denominazione derivava dalla fitta presenza di scirpis, cioè erbe palustri, giunchi; la tenuta ricomprendeva le terme di Prato Vecchio e quelle del Bacucco, quest’ultime alimentate dalla sorgente delle Serpi, il cui nome potrebbe essere anch’esso un’alterazione del fitonimo «scirpi».

L’acquedotto costeggiava la Ferentana fino al punto in cui questa intersecava la via consolare Cassia, quindi terminava il suo percorso nei pressi della Villa Calvisiana di Mummio Nigro Valerio Vigeto situata nel territorio delle Acquae Passeris.

L’Acqua Passeriana era un’importante stazione di posta (mansio) della Cassia situata nei pressi dei Bagni del Bacucco. Vi dovevano essere un edificio principale destinato all’ospitalità dei viaggiatori, gli alloggiamenti per i postiglioni, i magazzini e le scuderie nonché gli insediamenti per i residenti e le immancabili piscine alimentate dalle sorgenti ipotermali; il tutto sotto la sovrintendenza di un ufficiale governativo, il mansionarius.

Le Acquae Passeris sono chiaramente raffigurate nella Tavola Peutingeriana come una grande struttura quadrangolare avente un’area scoperta al centro. In questa sorta di mappa stradale dell’impero romano, la stazione è indicata a cavallo di una linea rossa che rappresenta la Cassia, a metà distanza tra Volsinis (Bolsena) eForum Cassii (Vetralla).

Il fatto che nelle epigrafi viterbesi si attesti l’appartenenza dell’Acqua Passeriana a Mummio Nigro Valerio Vigeto (aquas passerianas suas) lascia supporre che nel II secolo d.c.  fosse stata inglobata nei vasti possedimenti del ricco aristocratico romano divenendo una sorta di porto viario privato.

Centro dell’intera tenuta era la Villa Calvisiana, la cui esatta ubicazione è sconosciuta; doveva ergersi in un’area compresa tra le falde di Monte Jugo e i Bagni della Colonnella, in una posizione in cui la vista poteva agevolmente intercettare l’intera pianura tagliata dalla Cassia e chiudersi a meridione sulle rotonde linee dei monti Cimini.

Di questo sontuoso edificio, così come del suo acquedotto tratto dalle falde dei Cimini, non rimane più nulla; di tanto in tanto un frammento ceramico, qualche tessera musiva o resti di tubature plumbee riaffiorano tra i solchi della terra arata dei campi, ma niente altro.

Di Ser Marcus de Montfort
Disegni di Marco Serafinelli de Castro Celleni



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