CHIETI - TEATE (Abruzzo)



STATUA DELLE TERME

Teate, odierna Chieti, è un antico centro dei Marrucini, un popolo italico di lingua osco-umbra, sito in Abruzzo tra i fiumi Pescara ad ovest ed Alento ad est. Questa si sviluppò a partire dal II secolo a.c. ma poi si arricchì quando divenne municipio romano.

Dopo la guerra sociale fino alle guerre del periodo tardo-repubblicano ed imperiale la città venne chiamata dai romani Teate Marrucinorum ma dai Marrucini era chiamata Touta Marouca (in latino corrisponde alla Res Pubblica). Divenne poi uno dei principali centri nella Regio IV (Abruzzo e Sannio) della ripartizione territoriale italiana di Augusto, tra il I e il II secolo d.c.

Secondo alcuni studiosi la nascita di Teate risalirebbe all'11 maggio del 1181 a.c., quando fu fondata da emigranti di origine greca al seguito dell'eroe troiano Achille che l'avrebbe dedicata a sua madre Teti, la Dea del mare. Secondo altri però venne fondata dai Pelasgi in onore della Dea Teti.

In epoca romana la città era protetta da muri in opera reticolata dal lato del fiume Pescara. 
L'aspetto urbano era articolato su terrazzamenti a piani gradonati, era reso funzionale da strade e raccordi in parte coperti (viae tectae), e servito da sistemi idrici.

Dalle indagini archeologiche si è potuto ricostruire lo spazio urbano all'epoca romana, in cui si trovavano:il foro (corrispondente all'attuale corso Marrucino), da cui saliva una strada che portava all'acropoli, dove sorgeva l'anfiteatro (e in precedenza  i tre templi in stile greco); il teatro (con la scena affacciata verso il Gran Sasso); e le terme ( fuori dall'abitato), che costituivano ultimo edificio pubblico in ordine cronologico delle opere monumentali romane, risalente al I sec.d.c. Vi erano anche ambienti sotterranei, aventi funzioni commerciali.  

Tanta munificenza rivela un periodo di massimo splendore che, con ogni probabilità, deve riferirsi a quello dell' Imperatore Claudio, come risulta anche da alcuni frammenti lapidari e scultorei.

IL MUSEO

LA STORIA

I Marrucini combatterono contro Roma già nel 304 a.c. ma presto si concluse con un trattato di pace chiesto dai Marrucini e da altri alleati italici. Da quel momento i Marrucini divennero fedeli alleati dei Romani, combattendo a loro favore contro Pirro, contro i Galli Cisalpini, contro Perseo di Macedonia, contro Annibale ed Asdrubale. 

Nel periodo in cui vennero decorati i santuarî viene ricordata la partecipazione alla battaglia di Pidna (Liv., xliv, 40, 5) di una valorosa cohors Marrucina tra le file dell'esercito romano comandato da L. Emilio Paolo.

Però Teate partecipò alla Guerra sociale contro Roma ma solo per il riconoscimento della cittadinanza romana ormai reclamata da tutti gli italici.

Qui perse la vita, sconfitto da Gaio Mario, il condottiero marrucino Erio Asinio,  o Asinius Herius, praetor Marrucinorum, fra i più autorevoli capi dell'esercito italico confederato. Roma vinse la Guerra Sociale ma i Teatini ottennero la cittadinanza come tutti i popoli italici.  

Nel 91 a.c. Teate fu eretta a Municipio e pertanto le venne dato un nuovo assetto urbano, cioè quello romano, con cardo massimo e decumano massimo, con un foro, un teatro, un anfiteatro, un acquedotto con relative canalizzazioni anche sotterranee e le terme.



GLI SCAVI

Furono decisivi gli scavi archeologici degli anni sessanta che reperirono, ai piedi della collina della Civitella, delle terrecotte architettoniche, frammenti di statue, ornamenti in bronzo e di mosaici, nonchè alcuni depositi in una favissa, facenti parte di alcuni templi del II sec. a.c. ed ora esposti nel Museo archeologico della Civitella.

I templi dell'acropoli vennero demoliti nel III sec., ma attraverso i reperti in terracotta si è potuto risalire in qualche modo alla loro conformazione. Questi sorgevano su un podio fornito di scalinata frontale che conduceva nel pronao colonnato che immetteva nella cella. Il tempio era riccamente ornato frontalmente da statue e da placche di rivestimento.

In seguito vennero smantellati e le decorazioni furono portate più a valle poichè in età cesariana venne edificato un porticato con i vari templi al centro della città antica, inglobando poi l'area sacra del pozzo verso la I metà del I sec. d.c.
L'ANFITEATRO

L'ANFITEATRO

A breve distanza dal teatro, presso il lato meridionale delle mura urbane, si trova un grande anfiteatro di età sillana, con rifacimenti successivi. L'anfiteatro romano, sorto su un complesso templare di epoca precedente, era totalmente scomparso e solo nell'ottocento si era cominciato a riportare alla luce qualche antico reperto, poi tutto tacque. 

Solo gli scavi condotti per costruire un serbatoio idrico, evidenziarono nel 1982 la presenza dell'anfiteatro, che portarono progressivamente all'individuazione dell'ingresso meridionale, del podio e del palco imperiale, oltre a frammenti di oggettistica varia. 

L'anfiteatro,  del I sec. d.c., probabilmente realizzato immediatamente dopo la costruzione del teatro, venne costruito seguendo l'andamento naturale del terreno, lungo le pendici orientali dell'antica acropoli della Civitella. Era di medie dimensioni (60x40 metri), aveva forma ellittica ed era collegato a sud e a nord con i sistemi viari.  Si sa che era destinato ai giochi gladiatori.

Gli scavi hanno portato parte del muro che cinge l'arena e la tribuna d'onore con struttura ad opus reticolatum bicromatico con dei ricorsi in laterizio (come il teatro). Questo poteva contenere circa quattromila posti e tutt'ora, ampiamente restaurato, è utilizzabile. Non sono state rinvenute tracce della summa cavea che doveva essere, visti gli elementi strutturali, in legno.

La costruzione dell'anfiteatro è stata recentemente attribuita a Sextus Pedius Lusianus Hirrutus, personaggio illustre rientrato in patria dopo aver ricoperto importanti cariche alla metà del I sec. d.c. La struttura fu quasi integralmente spogliata prima del VII sec. d.c. quando, a seguito del crollo della struttura di accesso, venne destinata a cimitero cristiano.

IL TEATRO

IL TEATRO

Fuori del quartiere della Civitella e dirigendosi verso il centro di Chieti si possono notare, all'incrocio di Via di Porta Napoli e di Via Generale Pianell, i ruderi del teatro risalente al I sec. d.c. I palazzi che circondano il teatro hanno nascosto del tutto l'orchestra ed il proscenio. 

Attualmente è visibile il lato nord-orientale del muro della cavea in opus mixtum (opus reticulatum e opus lateritium). La cavea, che ha come sfondo il Gran Sasso d'Italia è posta in parte sulle pendici del colle della Civitella ed in parte è coperta da volte a botte.

Il teatro, di circa 80 m di diametro, e che poteva contenere circa 5000 spettatori, era composto da due livelli come dimostra parte del corridoio semicircolare che sbarrava il piano sovrastante. L'ingresso principale immetteva in una salita a gradoni sostituita dal Vico II Porta Reale, immettendosi in un corridoio che era posto sopra la cavea, sorretto come usava da svariati archi.

Venne ristrutturato in età imperiale per volere degli imperatori della dinastia severiana, quando furono realizzati gli ambulacri esterni alla cavea che fu ampliata inglobando i muri di età repubblicana.
Col divieto dei teatri dall'edificio vennero continuamente asportati materiali per costruire altri edifici.



LE TERME

GLI SCAVI DELLE TERME
Situate nella zona orientale della città, risalgono al II sec. d.c., con accesso mediante una scalinata che introduceva in un corridoio obliquo elegantemente mosaicato a crocette nere su sfondo bianco.

Il corridoio immetteva in un atrio colonnato con pavimentazione musiva raffigurante Nettuno. Da qui si potevano raggiungere tre sale rialzate mediante le suspensurae che costituivano il calidarium.

Di fronte all'atrio quadrato vi era il frigidarium, con vasche semicircolari ricoperte di marmo e, sul fondo, una più grande.

PAVIMENTAZIONE DELLE TERME
Poco discosta vi è una quarta vasca, di cui si è conservato solamente il fondo rivestito in opera signina (particolarmente adatta per rendere impermeabili ambienti quali vasche e cisterne) e una parte del nucleo delle quattro pareti.

La zona orientale è andata distrutta per l'instabilità del terreno. Le Terme si avvalevano dell'acquedotto e di una cisterna.

Le terme erano decorate con preziosi marmi, e mosaici in pasta vitrea, nonchè statue e fregi. I marmi erano preziosi, di provenienza Greca e dell'Asia Minore, il che denota la ricchezza della città. Con il decadimento dell'età imperiale il centro abitato si restrinse e il luogo decadde coperto da terra ed erbacce.

Dell'impianto termale restano colonnati, murature e pavimenti musivi, in parte coperti da ripari protettivi, il tutto purtroppo, e non si sa perchè, non visitabili.

LA CHIETI SOTTERRANEA CON CUNICOLI E CISTERNE

LA CISTERNA

L'acqua delle terme era fornita da una cisterna posta in un ambiente sotterraneo composto di nove vani comunicanti tra di loro addossati alla collina. I vani erano strutturati in maniera di sopportare la pressione dell'acqua e del terreno mediante nicchie posti intorno ai nove ambienti. La cisterna era di grande capacità e a tutt'oggi è ottimamente conservata.



I TEMPLI ROMANI

Pur essendo situati in piazza dei Templi romani, comunemente sono detti tempietti di San Paolo, ed essendo non solo pagani ma antichissimi. Sono stati individuati con certezza da Desiderio Scerna con gli scavi iniziati negli anni '20 del XX secolo. Nel 1997, durante lavori di restauro del complesso templare, fu portato alla luce un ulteriore ambiente ipogeo.

Trattasi del luogo di culto più antico di Chieti, il centro sacro del II sec.a.c. posto sull'acropoli della Civitella e constava di tre templi eretti su un alto podio, con gradinata centrale. 

Essi era dedicati alle divinità orientali come Artemide persiana, la Potnia Theron, ed Ercole seduto su una roccia, raffigurazione fino ad oggi attestata soltanto a Chieti. Inoltre, nei due templi di tipo greco si trovavano due frontoni e un frontoncino. 

Tuttavia le fondamenta rivelano un periodo anteriore, per la presenza di mura formate da grandi blocchi poligonali di tufo appartenuti indubbiamente a un grande tempio del IV o V sec. a.c.. La fronte dei tre templi è rivolta verso sud-est verso l'antico foro preromano. Nei vani e nelle cripte sono stati rinvenuti, frammenti scultorei, busti, pietre sepolcrali, iscrizioni e monete.

I TEMPLI GEMELLI

I Templi gemelli

I primi due templi sono costituiti da cella, pronao e cripta, mentre l'ultimo è composto solamente di cella e cripta. Le mura in calcestruzzo dei primi due templi e l'utilizzo dell'opus reticolatum denotano le costruzioni come romane.
Nel vano del II tempio vi è un pozzo di 38 metri che doveva anch'esso essere pertinente ad un santuario più antico. 

Dai ritrovamenti frammentari  relativi al primo frontone, sono stati dedotti undici personaggi: al centro  la triade capitolina con Giove, Giunone e Minerva; a destra di Giove Mercurio, che guida  tre giovani donne, (ninfe?). Alla sinistra di Giove c'e Venere o Diana, cui facevano seguito Marte armato,  Apollo mudo e il terzo ignoto.

SCORCIO DEI TEMPLI GEMELLI
Nel secondo frontone i due Dioscuri rappresentati al centro in costume orientale come Cabiri e accompagnati da alcune divinità tra cui Eracle, Ares, Artemide, Atena, Afrodite.

Nel terzo frontone si mostra Apollo, affiancato dalle Muse. Alle due estremità  la statua di Ercole, con clava e pelle di leone, e Mercurio, inventore della lira. 

Il frontoncino rinvenuto recava invece un corteo di personaggi armati, fra cui alcuni in abiti orientali; unica figura femminile era la Vittoria, nell'atto di incoronare il vincitore. 

I templi presentano la caratteristica dei tasselli (cubilia) di pietra e laterizi con ricorsi di spessi mattoni e fodere di lastre di marmo e pietra. Gli edifici furono livellati e le decorazioni depositate poco più a valle quando, in età cesariana, fu costruito un portico a sostruzione della collina.


Il Terzo Tempio

Il terzo tempio appare più tardo, nel III sec. quando a Teate fu istituita una colonia romana per cui venne edificato un Capitolium con la consueta triade divina: Giove, Giunone e Minerva.

Nell'area sono state trovate anche: lastre di decorazione architettonica in terracotta, sculture, una testa colossale e un bozzetto di lastre o statue di maggiori dimensioni, che ritrae un personaggio maschile seduto e, sotto, alcune lettere greche di incerta interpretazione.

Questo complesso cultuale gravitava attorno ad un pozzo sacro e i reperti vengono interpretati come offerte votive alle divinità venerate nei templi.

Sono state rinvenute anche molte monete, di periodi molto diversi (dal V sec.a.c.), risalenti a Velia (provenienza basso Tirreno), alla Magna Grecia (in particolare dalla zecca di Neapolis, IV-III sec.a.c.), coniate in bronzo; fino all'epoca romana più recente. Sulla stessa area vennero riedificati edifici che seppellirono i templi provocandone l'oblio.


Il Quarto Tempio

Anticamente vi era anche un quarto tempio ora sostituito dal palazzo della posta. Accanto al palazzo emergono comunque i ruderi del quarto tempio romano, nelle cui fondamenta appaiono pezzi d'opera in tufo e in pietra calcarea regolarmente squadrati, provenienti da costruzioni italiche. L'edificio era a pianta rettangolare del quale si può ammirare solamente parte della cella in opus mixtum con i resti del pavimento in lastrine di marmo.

Un'iscrizione attesta l'attività edilizia gestita da Marco Vezio Marcello e dalla moglie Elvidia Priscilla, due personaggi di grande prestigio e rilievo di Teate, che godevano dei favori di Nerone e che costruirono e/o restaurarono diverse opere di edilizia per evergetismo, cioè a loro spese.

PARTICOLARE DEL SEPOLCRO DI LUSIUS STORAX

SEPOLCRO DI LUSIUS STORAX

Lusius Storax, o Gaius Lusius Storax Romaniensis (Teate, ... – I secolo) fu un ricco liberto e uomo politico teatino. Gli venne conferito l'onore di seviro augustale e sacerdote, una carica su cui improntò la sua vita.

Il seviro augustale era una delle magistrature minori e a carattere prevalentemente onorario.

Nelle città municipali, infatti, la carica, concessa grazie alla riforma amministrativa di Augusto, veniva di solito rivestita dai liberti arricchitisi e consisteva prevalentemente nell'organizzare giochi e spettacoli.
Tra questi grande importanza avevano i combattimenti dei gladiatori per la cui organizzazione erano necessarie ingenti somme che spesso i liberti, grazie ai traffici di varia natura da loro gestiti, generalmente possedevano.

Il sevirato assunse dunque un forte valore simbolico per i liberti come mezzo di testimoniare non solo l'affrancamento dalla schiavitù, ma soprattutto la propria ascesa sociale.
Essere liberti ed essere ricchi li poneva su un piano sociale di un certo rispetto.

Questa carica riguardava soprattutto il culto dell'imperatore che, nelle provincie dell'impero, nei municipî e nelle colonie venne esercitato fin da quando egli era in vita. 

Inoltre venne associato, per desiderio dell'imperatore, al culto della Dea Roma. Per cui essere leali e fedeli verso l'imperatore era come esserlo verso Roma e la sua Dea. 

Così gli enti pubblici e i privati cittadini più ricchi, fecero a gara per erigere a loro spese nei loro municipi i templi e i sacelli dedicati a Roma e ad Augusto. 

Gli addetti al culto del fondatore dell'Impero nelle città municipali e nelle colonie si dissero pertanto Augustales, e l'investitura del loro ufficio si disse Augustalitas

SEPOLCRO DI LUSIUS (zommabile)
Essi formavano un collegio di sei membri attivi (seviri augustales), che duravano in carica un anno, mantenendo il titolo anche dopo lo scadere della loro carica ufficiale.

Un'iscrizione del 2 d.c., rinvenuta nella colonia di Narbo Martius (Narbonne), capoluogo della Gallia Narbonese (Corpus Inscr. Lat., XII, 4333), ricorda la fondazione e la dedicazione dell'ara Augusti, ed era prescritto che ogni anno sei cittadini plebei del luogo, cavalieri romani, facessero a loro spese un sacrificio in onore dell'imperatore, con distribuzione d'incenso e di vino a tutti gli abitanti.
Questi sei magistrati ad sacra si dissero seviri augustales, pertanto erano dei sacerdoti, come si evince dallo stesso sepolcro di Lusio, ma durante tutto il I e oltre la metà del II secolo dell'Impero i seviri augustales nei municipî furono una vera e propria magistratura, più che un sacerdozio.  

La durata della loro carica fu annuale, come tutte le cariche che comportavano spese obbligatorie, ma l'ufficio poteva anche essere affidato di nuovo, in un anno successivo, alla stessa persona (reiterum); in qualche caso la carica fu affidata anche per la terza volta (tertium).

Ogni anno si ammetteva un dato numero di nuovi augustales, i quali per quell'anno dovevano sostenere una serie di prestazioni (summa honoraria, ludi, spettacoli pubblici). Insomma era un onore ma pure un forte onere che tuttavia concedeva a chi se ne fregiasse, il privilegio di essere ammesso talvolta anche in case patrizie. Ma ogni privilegio ha il suo rovescio, perchè, come per tutte le cariche onerose, anche questa col tempo divenne forzata, tale cioè che non se ne poteva rifiutare l'investitura. 

Era un do ut des, venivano comminati delle opere o degli affari che arricchivano qualcuno e questi a sua volta riceveva un'investitura che lo obbligava in parte a ripagare il guadagno.

Lusius pertanto fu organizzatore di giochi e di eventi che in parte almeno pagava di tasca sua onde meritarsi il plauso dei suoi concittadini per quel particolare fenomeno dell'antica Roma per cui per farsi votare e ricordare bisognava non solo corrompere, ma anche elargire al popolo o ai propri concittadini dei beni visibili e tangibili.

Parliamo dell'evergetismo, fenomeno unico, visto che non è stato mai più applicato, almeno in termine di edifici. Così Lusius fece completare la costruzione di un anfiteatro ellittico nella sua Teate (attuale Chieti). Nella cerimonia di inaugurazione fece combattere i gladiatori. 

Nel suo monumento funebre a tempietto sono raffigurati un basso rilievo, la sua investitura e la battaglia dei gladiatori.




IL MONUMENTO SEPOLCRALE

Si tratta di un sepolcro a tempietto d'età imperiale, conservato nel Museo archeologico nazionale d'Abruzzo a Chieti, datato, per il tipo di epigrafia e per altri particolari, il tipo delle armature dei gladiatori, tra il 30 e il 50.

Il sepolcro è un interessante documento di quella corrente "plebea", in questo caso italica, ma in altri casi provinciale, che nel giro di tre secoli divenne arte di Stato. Questo tipo di arte, che non aveva pretese di classicismo greco, per necessità di risparmio, si permise soluzioni spesso ingenue ma pure innovative e talvolta geniali. 

Una di queste soluzioni erano la narrazione riassuntiva di più momenti, l'uso della prospettiva deformata, la proporzione ingrandita per il personaggio principale, i ludi a un piano inferiore, e così via. Venne spesso usata in quelle opere imperiali del IV sec., quando le finanze già cominciavano a scarseggiare, come l'Arco di Costantino o il Dado di Teodosio.

Il monumento consta di due rilievi, fregio e frontone. 
Sul fregio è raffigurato un ludo gladiatorio che Lusius doveva aver offerto per la sua elezione. Vi si notano gladiatori e incitatori in varie pose, dal saluto alla preparazione, alla lotta, alla vittoria o alla sconfitta, come si trattasse di una scena unica. 
Questo sistema di racconto in contemporanea tra azioni che si susseguivano caratterizzò anche la colonna Antonina. Il committente voleva mettere in risalto la sontuosità del ludus, il cui costo era proporzionale ai lottatori impegnati nonchè ai soldi impiegati per l'evento. 

TRIBUNAL
Questo rilievo è composto con calcolato equilibrio e un ritmato uso di pause e movimenti. Il fondo è neutro e i dettagli sono curati con cura, soprattutto i muscoli, i panneggi, ecc. Come se questo tipo di rilievo fosse in uso già da tempo a Roma, insomma uno stile sperimentato.

La scena del frontone rappresenta l'investitura di Lusius Storax e consta di due piani sovrapposti. Ai lati si trovano due gruppi di suonatori: cornicines (suonatori di corno) a destra e tubicines (suonatori di tuba, un tipo di tromba) a sinistra. In basso a sinistra, in primo piano, si trova un sedile con tre giovinetti, evidentemente tre camilli (assistenti dei sacerdoti nei sacrifici) che simboleggiano l'avvenuto sacrificio connesso con l'investitura. 

Il centro è occupato dal tribunal (un tribunale che stabiliva le cariche oltre le colpe), con al centro Storax e ai lati due bisellia (sedili onorari a due posti, senza spalliera nè braccioli), ove siedono i quattuorviri (una speciedi funzionari di polizia) di Teate (Chieti), affiancati da un littore (guardia personale del magistrato) in piedi.

A destra, accanto ai tre camilli, si trova un personaggio con bastone, che potrebbe essere un augure Sacerdoti che interpretavano i voli degli uccelli) o un lanista (commerciante di gladiatori).

Il secondo piano ha come sfondo un colonnato, probabilmente il foro di Teate, la sede del ludus illustrato nel fregio. Le figure in secondo piano sono undici personaggi togati (il collegio dei seviri augustali, con sei uscenti e cinque entranti in carica, ai quali va ovviamente aggiunto Storax) e un littore.


Tra i seviri, tutti sembrano intenti ad osservare i giochi, mentre uno è accostato all'orecchio di Storax e due a destra invece contano del denaro in uno scrigno, testimonianza dell'avvenuto pagamento da parte di Storax della summa honoraria (la somma pattuita): questa certificazione non avvenne certamente durante il ludus, ma era un episodio impotante dell'evento.

All'estrema sinistra, sempre in secondo piano, si svolge una concitata scena di zuffa con quattro personaggi (una donna a braccia spalancate, un uomo che tira un pugno sulla faccia di un altro), forse una documentazione di un piccolo tumulto popolare durante il ludus, come nel caso della zuffa fra Pompeiani e Nocerini ritrovata su una pittura "plebea" di Pompei.

La zuffa dei Nocerini fu tragica e funesta, tanto che fece chiudere il ludus gladiatoris, ma una zuffa contenuta faceva a suo modo spettacolo e pertanto non solo rientrava nel costume ma vivacizzava i giochi valorizzandoli.




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero