QUINTO MARCIO FILIPPO




Nome: Quintus Marcius Philippus
Nascita: II sec. a.c.
Morte: ?
Incarico politico: 186-169 a.c.



I BACCANALI

Vissuto nel II sec. a.c., pretore in Sicilia nel 188 a.c., poi console nel 186, per la prima volta, insieme a Spurio Postumio Albino. In quell'anno, il Senato romano, preoccupato per l'eccessiva diffusione del culto di Bacco, emise un senatoconsulto, noto come Senatus consultum de Bacchanalibus, in cui conferiva ai due consoli dell'anno il compito di sciogliere il culto, di distruggere templi con la confisca dei beni e l'arresto dei capi, nonchè la persecuzione degli adepti di Bacco. Quinto Marcio era discendente dei Marcii, un'antica e prestigiosa famiglia romana osservante degli antichi costumi, inoltre era anche stimato come generale, posto di comando ottenuto dopo un glorioso cursum honoris.

TITO LIVIO Ab Urbe Condita XXXIX 8, 1 ; 3-8"Insequens annus Sp. Postumium Albinum et Q. Marcium Philippum consules ab exercitu bellorumque et provinciarum cura ad intestinae coniurationis vindictam avertit..... Consulibus ambobus quaestio de clandestinis coniurationibus decreta est. Graecus ignobilis in Etruriam primum venit nulla cum arte earum, quas multas ad animorum corporumque cultum nobis eruditissima omnium gens invexit, sacrificulus et vates; nec is qui aperta religione, propalam et quaestum et disciplinam profitendo, animos errore imbueret, sed occultorum et nocturnorum antistes sacrorum. Initia erant, quae primo paucis tradita sunt, deinde vulgari coepta sunt per viros mulieresque. Additae voluptates religioni vini et epularum, quo plurium animi illicerentur. Cum vinum animos incendissent, et nox et mixti feminis mares, aetatis tenerae maioribus, discrimen omne pudoris exstinxissent, corruptelae primum omnis generis fieri coeptae, cum ad id quisque, quo natura pronioris libidinis esset, paratam voluptatem haberet....." 

"L’anno seguentei, i consoli Spurio Postumio Albino e Quinto Marcio Filippo furono distolti dall’esercito, e dalla direzione delle operazioni belliche nelle province, per la repressione di una congiura interna. […] Da entrambi i consoli fu decretata un’inchiesta sulle cospirazioni segrete. Uno sconosciuto Greco giunse la prima volta in Etruria, senza nessuna conoscenza di quelle arti che quel popolo, di gran lunga il più erudito di tutti, ha introdotto ; un sacerdote e indovino, e non uno che con riti pubblici, e professando apertamente il suo mestiere e la sua dottrina, inspirasse negli animi concetti balzani, ma custode di riti che si svolgevano al riparo delle tenebre. Si trattava di misteri, che in un primo momento furono rivelati a pochi, ma che poi cominciarono a spargersi per bocca di uomini e donne. Furono aggiunti alle pratiche religiose i piaceri del vino e del banchetto, perché gli animi dei più ne fossero attratti. Dopo che il vino ebbe infiammato gli animi, e le tenebre, e gli uomini mescolati alle donne, e quelle di giovane età con i più vecchi, ebbero cancellato ogni confine del pudore, subito cominciarono a esser commesse nefandezze di ogni genere, perché ciascuno è pronto a soddisfare i piaceri verso i quali è per natura di più incline a quella libidine. E non uno solo era il genere di colpa, le violenze colpivano senza distinzione uomini liberi e donne; ma falsi testimoni, falsificazione di sigilli, testamenti e prove uscivano dalla stessa bottega, e sempre di lì venefici e massacri interni, talmente segreti che talvolta non rimanevano neppure i corpi per la sepoltura. Molto si osava con dolo, di più con la violenza. La violenza dilagava indisturbata perché, coperti dalle urla e dallo strepito dei timpani e dei cembali, nessun grido d’aiuto di cittadini poteva essere udito in mezzo agli stupri e alle stragi."

Sembra che Quinto Marcio ottemperasse brillantemente al compito, che fu però una sorta di caccia alle streghe, infatti il senato più che da motivazioni reali, fu mosso dal timore che certi Sacri Misteri distogliessero dalla religiosità di stato ben guidata da imperatore e uomini illustri, e più che altro all'ombra dei templi segreti si potesse tramare contro lo stato. Neppure i Sacri Misteri di Iside furono visti di buon occhio, al punto che il culto isiaco fu spesso proibito e successivamente riabilitato.



LA DISFATTA 

Dopo aver portato a termine questo compito, con condanne a morte, esilii vari e la fine dei Baccanali,  Quinto venne inviato a debellare gli Apuani, che ogni tanto facevano scorribande osando attaccare perfino Pisa. Così al comando di 3.000 fanti e 150 cavalieri romani e 5.000 fanti e 200 cavalieri dei “socii”, avanzò verso la Val di Magra. Livio scrisse che in terra Ligure i legionari avrebbero trovato “armi e solo armi ed un popolo che nelle armi aveva riposto ogni speranza... e così fu. Sembra che i Romani, imprudentemente spinti da Quinto ad avventurarsi in territori sconosciuti e boschi impenetrabili, vennero accerchiati in una gola e massacrati, secondo altri furono invece attirati in un'imboscata facendosi inseguire, dopo varie scaramucce, dagli Apuani.
Fattostà che i romani subirono la più grave scontta di tutte le guerre contro i Liguri. Restarono infatti sul campo 4.000 uomini e vennero perse 3 insegne delle legioni, 11 insegne degli alleati,  e la maggior parte delle armi mollate dai Romani in fuga, mentre il resto dell’esercito si ritirò nel più completo disordine.

Scrive Tito Livio per la sconfitta romana, "si stancarono prima gli Apui di inseguire, che i romani di fuggire" Da quel giorno il luogo del disastro fu chiamato "Saltus Marcius" cioè dove Marcio era precipitato, ovvero aveva perso il suo nome glorioso.
Lo storico Lorenzo Marcuccetti ha individuato, quale luogo della battaglia, una località nel comune di Stazzema, sovrastata da un colle che ancora oggi porta il nome di "colle Marcio"

Nonostante la breve durata dei loro successi gli Apuani, uomini e donne, furono ricordati a lungo come valenti guerrieri dai romani e Tito Livio li descrive così: "Le donne combattono come gli uomini, spietate e feroci come fiere"



LA MACEDONIA

Marcio Filippo tornò in patria piuttosto avvilito, ma tuttavia il popolo non perse la fiducia in lui, e neppure il senato, sia perchè aveva avi gloriosi, sia perchè era stato sempre un buon generale.
Infatti nel 183 a.c., su richiesta del Senato, Marcio Filippo ebbe un'altra possibilità e venne inviato come ambasciatore nel Regno di Macedonia presso Filippo V. Questa scelta del senato dipese probabilmente dal fatto che il padre di Marcio Filippo aveva già avuto in passato dei buoni rapporti con Filippo V, per cui forse sarebbe stato ascoltato. Inviato quando la guerra contro Filippo era già prevista, si adoperò persuasivamente affinchè il sovrano macedone mandasse i suoi ambasciatori presso il senato, riuscendo a convincere Filippo V a ritirare le sue guarnigioni da alcune città costiere della Tracia. Da alcuni romani ciò fu vista come un'azione poco dignitosa perchè ricorreva alla menzogna, in quanto Roma aveva in realtà in animo di attaccare il re macedone solo che non aveva ancora pronto il suo esercito.

Ma se l'esercito macedone era già dislocato e quello romano no, forse chi intendeva espandersi al momento era proprio re Filippo. Comunque nel 182 a.c., al suo ritorno dalla Grecia, Marcio relazionò il senato sulla situazione in Macedonia e Peloponneso suggerendo che Filippo V, pur avendo ottemperato alle richieste di Roma, in realtà aveva mire espansive e appena possibile avrebbe attaccato Roma. Nel 180 a.c. Marcio raccolse ancora la fiducia del senato e fu nominato sacrorum decemviro.
Questo decemvirato, che aveva funzioni religiose, era stato concesso su pressione della plebe che reclamava il suo posto nell'amministrazione della religione di stato (cinque decemviri plebei e cinque patrizi). Furono nominati per la prima volta nel 367 a.c. al posto dei duumviri patrizi che avevano avuto la cura e la consultazione dei libri Sibillini e la celebrazione dei Ludi Apollinei. Questa nomina era di grande prestigio per Quinto, perchè la carica sacerdotale era a vita, un onore per tutta la familia.

Tra la fine del 172 e l'inizio del 171 a.c., dopo la morte di Filippo V e l'ascesa al trono di Macedonia di Perseo, Marcio venne di nuovo inviato in Grecia alla testa di una delegazione con Aulo Atilio Serrano e altri tre giovani romani. A Corcyra gli ambasciatori presero con loro 2000 soldati, si suddivisero i compiti e partirono per le varie destinazioni: Marcio e Serrano in Epiro, Etolia e Tessaglia incontrando i capi delle varie nazioni e ringraziandoli per il supporto fornito a Roma nella guerra contro Filippo e Antioco.

Poi incontrarono Perseo in una località della Tessaglia presso il corso inferiore del fiume Peneo. I romani lo accusarono di aver violato l'accordo preesistente attaccando alcuni alleati di Roma nella regione. Perseo si difese sostenendo di aver reagito ad alcune aggressioni subite. Infine si accordò promettendo che avrebbe inviato dei propri inviati a Roma per spiegare al senato le sue posizioni. Si giunse così ancora una volta, grazie alla capcità persuasiva di Quinto Marcio ad una sorta di armistizio, a cui Roma premeva molto in quanto, diversamente da Perseo, non era affatto pronta per una guerra.  Tito Livio (XLII, 47, 2) parla dell'affermazione di una nova sapientia, un inedito modo di pensare e di agire negli affari di stato, in contraddizione con i principi che fino a quel momento avevano mosso la politica estera romana, a cominciare dalla preoccupazione per il carattere “giusto” della guerra.

Da lì la delegazione romana si recò in Beozia ove incontrarono i rappresentanti di alcune città della Lega beotica, fra cui Coronea e Tebe. Marcio e Atilio convinsero i delegati delle principali città greche a infrangere l'alleanza con Perseo ottenendo lo scioglimento della Lega beotica. Dopo aver così completato la loro attività in Grecia, Marcio e Atilio tornarono a Roma all'inizio dell'inverno. Per i successi ottenuti Aulo Atilio fu eletto console nel 170, mentre l'anno dopo, nel 169 a.c. Quinto Marcio Filippo fu eletto console per la seconda volta insieme a Gneo Servilio Cepione.



LA GUERRA

Mentre il suo collega restò a Roma, Marcio venne inviato in Macedonia, dove era in corso la guerra contro Perseo, a rilevare il console Aulo Ostilio Mancino al comando delle truppe romane. All'inizio della primavera del 169 a.c., Marcio Filippo arrivò a Brindisi con 5.000 uomini di rinforzi ed insieme al cugino Gaio Marcio Figulo, che era al comando della flotta, salparono per la Grecia.

Il giorno successivo arrivarono a Corcira ed il giorno dopo ad Azio, nella regione della Acarnania. Quinto sbarcò ad Ambracia e procedette via terra verso la Tessaglia per incontrare Ostilio Mancino accampato presso Palaepharsalus. Dopo aver preso il comando delle truppe, Ostilio decise di lasciare la Tessaglia e puntare subito sulla Macedonia. 

Si mise quindi in marcia verso nord giungendo dopo circa dieci giorni nella regione montuosa della Perrebia, al confine fra Macedonia e Tessaglia, occupando le città di Azorus e Doliche. Da qui decise di indirizzarsi verso le città della costa dell'Egeo passando per la zona montuosa dell'Olimpo.

Dopo alcuni giorni di arrampicata su un terreno ripido e accidentato, i soldati romani raggiunto il passo di Lapathus, trovarono ad attenderli 12.000 soldati macedoni comandati dal generale Hippias, inviato da Perseo a difesa del territorio. I romani attaccarono per due giorni, ma il passo era molto stretto e la difesa era favorita. 
Marcio, resosi conto che quel passaggio avrebbe richiesto molto tempo, e che i suoi uomini rischiavano la decimazione, decise di tentare il passaggio per una strada diversa, più sicura ma più lunga e impervia. Dopo quattro giorni di faticosa traversata raggiunsero la costa fra Heracleum e Libethrum. La sconfitta e l'onta della sconfitta cogli Apuani venne così sanata, questa volta aveva portato in salvo i suoi uomini.
Occupando la città di Dion, sempre nel 169, Quinto Marcio sostenne di aver visto ancora integre le statue di Lisippo che albergavano nel tempio di Zeus, tra queste la bellissima statua di Alessandro Magno.

Nel 167 a.c. il Senato elegge 10 legati per provvedere al nuovo ordinamento della Macedonia. Ne fanno parte: Aulo Postumio Albino Lusco, Caio Claudio Pulcro, Quinto Fabio Labeone, Caio Licinio Crasso, Gneo Domizio Enobarbo, Servio Cornelio Silla, Lucio Giunio, Tito Numisio Tarquiniense, lo storico Aulo Terenzio Varrone e il nostro Quinto Marcio Filippo.

Dovette infine cedere il comando a Lucio Emilio Paolo della gens Aemilia, che sconfisse Perseo nella Battaglia di Pidna. Con Lucio Emilio Paolo poi Marcio condivise anche la carica di censore nel 164 a.c




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