IL BRINDISI ROMANO




Gesto conviviale molto comune, un rituale che si compie fra due o più persone che alzando assieme il bicchiere, prima di berne il contenuto, lo fanno tintinnare recitando una formula, in segno di saluto, di benevolenza, di augurio pro salute e prosperità di qualcuno, o per augurasi l'esito fausto di un'impresa, o per auspicare un evento positivo, o per festeggiare qualcosa di fausto già avvenuto.



IL NOME

Sulle origini del nome vi sono varie interpretazioni. Il termine "brindisi" deriverebbe dall'antico tedesco bring dir's cioè "Io porgo a te" attraverso lo spagnolo brindis.ma la più plausibile potrebbe essere questa. Nel periodo di massimo splendore di Roma, Brindisi era forse il porto più importante. Quando i marinai attraversavano i mari impervi dell’Adriatico, di ritorno verso Brindisi, aspettavano con ansia l’avvistamento della terra ferma, del porto più vicino. Quindi al vedere la terra ferma, probabilmente gridavano “Brindisium”, dando il via alle libagioni di vino per la contentezza.
Il vino romano era un vino trattato, per paura dell’acetificazione e di altri processi deteriorativi. Il vino, nel simposio, era sempre diluito con acqua secondo le decisioni del "rex convivii" o "magister" o "arbiter bibendi", sorteggiato spesso coi dadi, che decideva:

- le proporzioni acqua-vino, 
- la quantità che se ne poteva bere, 
- il numero delle coppe da bere,
- l’ordine da seguire nel versare il vino ai convitati.

Alla persona amata si suole dedicare una coppa per ogni lettera del suo nome. Marziale fa riferimento a questa convenzione quando ricorda con amarezza: “Sette calici a Giustina, a Levina sei ne bevi, cinque a Licia, a Ida tre. Col Falerno che versai numerai ogni amica, vien nessuna; dunque, o sonno, vieni a me”.



Altra usanza riguardo all'amata era di cedere a lei la propria coppa, bere un sorso da quella, poi in tingervi un dito e scrivere sulla tovaglia il nome dell'amata.

I recipienti per brindare presso i romani erano:

Bicchiere
In argento o stagno, sostituiti da bicchieri in vetro che presentano le stesse forme dei pochi in argento. I bicchieri in vetro sono cilindrici, a coppa o conici. Venivano esposti su tavolini per mostrare l'opulenza della domus ai visitatori.

Calice

In bronzo o argento, soprattutto in ambiente etrusco, soprattutto di bucchero. Le riproduzioni in bronzo sono rare. Sostituito col vetro.

Kotyle
Coppa profonda con due anse, in bronzo, argento o oro. Per bere e brindare.

Kylix

Coppa in bronzo con due anse, bassa e aperta, con alto piede, spesso in ceramica, raro in metallo.

La pratica ha origini antichissime: già nei poemi omerici gli eroi bevevano convivialmente, e non dimentichiamo il brindisi di Ulisse a Polifemo, per convincerlo a bere il suo vino e ubriacarsi; e durante il convivio dove i convitati dedicavano bevute in onore delle divinità o di personaggi illustri.

- La folotesia dei greci era il brindisi in cui si levava la coppa in onore di un amico, si chiamava il suo nome, si beveva un sorso di vino passandogli la coppa perché ne bevesse anche Lui, e trattenesse la coppa come pegno d'amicizia, aggiungendo qualche formula di augurio come:

"Bevi, accomodati, accetta questa bevuta in amicizia" oppure
"Bevo, benaugurante, alla tua salute".




IL BRINDISI ROMANO

Presso i Romani, si sviluppò il
- "bibere graeco more", cioè il fare brindisi secondo il costume greco cioè la bevuta per l'amicizia,

- la "propinatio" ('bere prima", oppure "offrire, donare"), fu invece l'antesignana dell'aperitivo, in genere fatto con vini leggeri, speziati e poco dolci, col significato di bere "alla salute". 

- Durante il banchetto i brindisi continuavano e i Romani solevano usare formule come "bene vos, bene nos, bene te, bene me" per augurare il meglio ai propri commensali. 

- Nei conviti si facevano anche brindisi all'amore come narrano Plinio e Ovidio, per la propria ragazza o per conquistare una ragazza, o per brindare ad essa se è assente.

- In genere era il padrone di casa che stabiliva i brindisi, a meno che non ci fosse un ospite così importante a cui cedere l'onore. Ma solitamente anche gli ospiti, specie se poeti, aggiungevano i loro brindisi.

- Non mancavano mai i brindisi per le vittorie romane in battaglia.

Nella suddivisione della cena veniva lasciato il posto per la comissatio o epidipnis, cioè il brindisi finale, cioè dopo il dolce.

Alceo, poeta lirico greco del VII - VI sec. a.c., invita a dimenticare le ansie della giornata abbandonandosi al dolce oblio del vino, senza attendere che cali la sera per dare il via al simposio.



Beviamo: perché aspettiamo le lucerne? Un dito è il giorno;
ragazzo mio, tira giù grandi coppe decorate:
il vino, infatti, il figlio di Semele e Zeus, oblio dei mali,
donò agli uomini. Mesci mescolando una misura d’acqua e due di vino,
colme fino all’orlo, e l’una l’altra coppa scacci

[Alc. fr.346 v]

La frase di Orazio "Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus" («Ora bisogna bere, ora bisogna far risuonare la terra con libero piede», cioè ci si può dare alla pazza gioia, perchè era morta Cleopatra) viene di solito abbreviata in "Nunc est bibendum". Ma era presa dall'esortazione del poeta Alceo, per la gioia della morte del tiranno Mirsilo di Mitilene.

Nei primi secoli del Medioevo questa usanza cadde in disuso poiché l'atto del brindisi era considerato peccaminoso per un buon cristiano, però S. Ambrogio narra di un uso dei cristiani di brindare non alla salute dei vivi, ma alla memoria dei martiri e dei santi, che fu detto:
"Bibere in amore sanctorum vel animae defuncti". Che allegria! 

Ma alla chiesa non piacque neanche questo, solo più tardi nel '500, vi fu una parziale ripresa della gioia di vivere e di questo cerimoniale. Anche Luigi XIV (1638-1715) vietò i brindisi, permettendo solo quelli fatti in occasione dell’Epifania. Venne poi di moda il motto: "Prosit' che letteralmente significa: "che sia di giovamento". Questa formula era usata in Chiesa quando il sacerdote terminava la Santa Messa. 

Plinio (Naturalis Historia, XXXI, racconta la pratica del "bere le corone": consisteva nello sfogliare i fiori delle proprie corone nel vino ed offrire poi la coppa alla persona amata. Un brindisi del genere venne proposto a Marco Antonio da Cleopatra, la quale era offesa con lui poiché si portava sempre dietro un assaggiatore, non fidandosi del personale della regina; cosi, per vendicarsi, intrise la Sua corona di veleno e propose a Marco Antonio di "bere le corone"; quando però questi stava per portarsi alle labbra la coppa, Cleopatra lo fermò perché il diffidente romano le piaceva molto. Chiamò un condannato a morte al quale fece bere quel vino, che cadde fulminato ai piedi di Marco 
Antonio.


Un altro brindisi di Orazio fu "Bene pasti et bene poti...Nunc bibemus" (buoni cibi, buone bevande, dunque beviamo).

"Si tibi serotina noceat potatio, vina hora matutina rebibas". (Se il bere alla sera ti è di danno, ribevi al mattino, e sarai guarito). (Scuola medica salernitana) Tradotto in versi: "A chi il troppo vin bevuto alla sera avrà nociuto, troverà che medicina è il riberne la mattina"

"E voi dove vi piace andate, acque turbamento del vino,
andate pure dagli astemi: qui c’è il fuoco di Bacco".
(Catullo)

Nel vino voglio soffocare i dolori,
al vino chiedo che faccia scendere
negli occhi stanchi, consolatore, il sonno
(Tibullo)

Il vino ha dunque una vita più lunga della nostra?
Ma noi, fragili creature umane, ci vendicheremo ingoiandolo tutto.
Nel vino è la vita.
(Petronio Arbitro)

“Il primo bicchiere è per la sete;
il secondo, per la gioia,
il terzo, per il piacere;
il quarto, per la follia.”
(Apuleio)

RECIPIENTI ROMANI IN VETRO
Ovidio, Ars amandi, I, 571-572, narra l'usanza consisteva nel passare la coppa all'amica dopo aver bevuto, d'intingere il dito nel vino e di scrivere col dito cosi bagnato il nome dell'amica sul tavolo.
La sua suddivisione interna prevedeva: gustatio, antipasto, primae mensae, cena vera e propria, secundae mensae, dessert, comissatio o epidipnis, 'brindisi finale'.

Di solito il primo brindisi lo faceva il padrone di casa, forse per dimostrare che il vino non era avvelenato, ma più probabilmente per far valere un suo potere, a cui poteva rinunciare solo in favore di un ospite particolarmente importante. In questo caso il secondo brindisi restava del padrone di casa. Spesso era lo stesso dominus a chiedere a un ospite di indirizzare un brindisi secondo un suo desiderio.

Una delle consuetudini romane era quella di bere nel brindisi tanti bicchieri di vino quante erano le lettere che componevano il nome della persona scelta. Il banchetto terminava comunque con una libagione ai Lari, di cui venivano esposte le statuette sacre.

Ma i primi a brindare, secondo le antiche tradizioni, furono anzitutto gli Dei:

"Seduti intorno a Zeus, gli Dei stavano a convegno  
sul pavimento d'oro, e fra loro Ebe veneranda 
mesceva come vino il nettare; quelli Con le coppe d'oro 
brindavano gli uni agli altri, volgendo lo sguardo"
(Iliade IV, 1 SSS. )



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