STADIO DOMIZIANO - CIRCO AGONALE





LA STORIA

Prima della costruzione dello stadio di Domiziano, nell'area del Campo Marzio presso il Pantheon, sorsero le terme Neroniane Alessandrine, fatte costruire da Nerone nel 62 d.c. e completamente restaurate da Alessandro Severo nel 227.

Presso le terme Nerone fece realizzare una grande palestra contornata da giardini che, secondo Svetonio, suggerì all'imperatore Domiziano l'idea di costruire un nuovo stadio per abbellire il Campo Marzio e per poter far svolgere le gare ginniche e le corse dei cavalli.

Nell’86 d.c., l’imperatore Domiziano istituì dunque l’Agon Capitolinus in onore di Giove, con gare che si svolgevano ogni quattro anni, con competizioni ginniche precedute da quelle letterarie e musicali all'uso greco.

Il complesso eterogeneo di competizioni includeva, oltre a gare sportive, competizioni di tipo artistico, prevedendo un abbinamento per cui alla corsa a piedi e all’eloquenza, succedevano il pugilato e la poesia latina, il lancio del disco e la poesia greca, quindi il lancio del giavellotto e la musica, in una successione competitiva mista in cui, alle discipline atletiche, si alternavano le dispute culturali.

L’Agone, ideato da Domiziano, era segnato nel programma delle feste della capitale con un ricco cerimoniale, aperto da un fasto inaugurale segnato dalla presenza dell’imperatore che, per l’occasione, si mostrava ( Svetonio, Vite dei Cesari):

“con i sandali ai piedi e indossando una toga purpurea di foggia greca, la testa cinta da una corona d’oro che recava le immagini di Giove, Giunone e Minerva mentre attorno a lui stavano seduti il Flamine Diale e il sacerdote dei Flavi, vestiti allo stesso modo, a eccezione del fatto che le loro corone recavano invece il suo ritratto”

Per l’agone l’imperatore fece costruire uno stadio di 275 m di lunghezza e 106 di larghezza, e un Odeon per le audizioni musicali. I Cataloghi Regionari, elenco di monumenti di età costantiniana, asseriscono potesse contenere circa 30.000 spettatori.

L'edificio dell'Odeon, destinato agli spettacoli musicali, aveva una capienza di circa 10.000 spettatori. Anche in questo caso la forma dell’antico edificio è stata ricalcata dal Palazzo Massimo, la cui facciata su Corso Vittorio Emanuele segue la linea curva della cavea. Dell’Odeon rimane forse solo una alta colonna di marmo cipollino, probabilmente appartenente all’antica scena, che si trova al centro di Piazza dei Massimi, davanti alla facciata posteriore del Palazzo. Dalle fonti sappiamo che questo edificio venne restaurato sotto Traiano dal suo architetto Apollodoro di Damasco.

La pista misurava 276 m di lunghezza e 54 di larghezza e aveva un lato curvo nella parte settentrionale. Questo fu il primo edificio costruito in muratura a Roma e destinato alle competizioni atletiche, precedentemente svolte in strutture lignee smontabili, oppure nel Circo Massimo o nel Circo Flaminio, generalmente destinati alle corse con le bighe.

La forma degli stadi era simile a quella dei circhi, ma senza la spina, obelisco o struttura in muratura centrale che divideva con le mete la pista a metà, indispensabile per le corse delle bighe, e non c'erano i carceres (i cancelli da cui uscivano i cavalli da corsa).
L’obelisco attuale di Piazza Navona non ornava dunque lo stadio domiziano, bensì il Circo di Massenzio sull’Appia Antica.

Si presume non sia vero che piazza Navona venisse usata per le battaglie navali, cioè per la naumachia, leggenda che sarebbe nata perchè la attuale piazza Navona veniva allagata nei secoli scorsi solitamente nel mese di agosto per lenire il caldo; anticamente la piazza era concava, si bloccavano le chiusure delle tre fontane e l'acqua usciva in modo da allagare la piazza. Ma in realtà le leggende sono altre.




SANTA AGNESE IN AGONE

A piazza Navona c'era il tempio di Angerona la Dea Muta, Dea per cui si celebravano sacri misteri, e il cui gesto di intimare il silenzio fu passato poi ad Asclepio. Nel tempio si esercitava la prostituzione sacra, per cui nel tempio c'era il Lupanare, il sacro monastero che così si chiamava dai tempi della Dea Lupa, quando le sue "sacerdotesse vergini", le Lupe, esercitavano la ierodulia. Non si trattava dunque di un postribolo ma di luogo sacro, ma da qui fu montata la storia della tredicenne santa costretta a prostituirsi, che però fa cadere fulminato chi osa avvicinarsi a lei.

Di lei si sa che il suo nome risultava tra i martiri del Canone Romano, ma della sua storia non si sa nulla. Per alcuni fu martirizzata sotto Valeriano, per altri sotto Domiziano. S. Ambrogio scrisse per lei: "Quest'oggi è il natale di una vergine, imitiamone la purezza. E’ il natale di una martire, immoliamo delle vittime." che sa tanto di un pezzo riservato alla Dea Angerona, che era vergine come tutte le Grandi Madri antiche e a cui sicuramente si immolavano vittime.

In quanto alle battaglie navali Svetonio narra che vi si svolgevano, e se nel '700 la piazza poteva essere allagata è perchè i Romani l'avevano all'epoca già resa impermeabile.

L’edificio, messo fuori uso dall’incendio avvenuto all’epoca di Macrino, fu restaurato nel 217 d.c. e nel 228 d.c.; al tempo di Alessandro Severo, furono eseguiti altri lavori. È probabile quindi che lo Stadio sia stato utilizzato per lo svolgimento degli agonas (gare ginniche) per tutto il IV sec. Comunque era perfettamente conservato e funzionante ancora nel 356 d.c.

Probabilmente già nell’VIII sec. in uno dei fornici era sorta la prima chiesa dedicata a S. Agnese. Successivamente lo stadio venne adibito, come gli altri monumenti romani, a cava di materiali; le strutture elevate vennero inglobate nelle fondazioni di palazzi e chiese.

Parti dei fornici dello stadio vennero alla luce nel 1886-1889 durante lavori eseguiti tra piazza Navona e piazza Sant’Apollinare, nell’allargamento della via Agonale e sul lato sud, all’inizio di via della Cuccagna. Nel 1936 in occasione dell’apertura della nuova via che allacciava piazza Navona con il Ponte Umberto, iniziava la demolizione e ricostruzione delle case esistenti sull’emiciclo nord dello Stadio.

Da piazza Tor Sanguigna si accede agli scavi conservati al di sotto del palazzo, in parte visibili anche dalla strada, affacciandosi da un balcone presente lungo il marciapiede all’esterno del palazzo. I resti, a circa m 3,50 sotto il livello stradale, sono costituiti da arcate poggianti su pilastri in blocchi di travertino con semicolonne ioniche e da muri radiali in opera laterizia che erano le sostruzioni della cavea.




DESCRIZIONE

L’ingresso era sottolineato da una coppia di colonne in marmo, mentre il resto della facciata era realizzata in blocchi di travertino con semicolonne addossate. La struttura era invece in laterizio, e si disponeva su tre ambulacri ad arcate che sostenevano due piani di gradinate. Ogni cinque arcate vi era una scala che conduceva ai piani superiori. Ancora oggi le cantine dei palazzi che circondano la piazza sono costituite dalle arcate dello Stadio.

Si conservano anche i resti delle scale che immettevano ai piani superiori delle gradinate. Le pareti interne sono rivestite di stucco sobriamente decorato come appare dainumerosi resti. Originariamente la facciata esterna dello Stadio era costituita da una doppia serie di arcate poggianti su pilastri: l’inferiore di ordine ionico e il superiore di ordine corinzio. Ogni cinque fornici vi era un sistema di scale che immettevano al podio, all’ima e alla summa cavea.

La cavea era divisa in due ordini di gradinate separate da un passaggio sovrastante gli ambulacri centrali; un altro stava sopra i portici esterni, e uno ai piedi del podio. Le gradinate erano interrotte in corrispondenza degli assi principali da palchi destinati all’imperatore e alle autorità civili e religiose.

Quello che si trovava alla metà del lato occidentale era il più sontuoso, come risulta dai frammenti marmorei rinvenuti. Dall’esterno dell’edificio si accedeva con ingressi preceduti da protiri.

È probabile che i due ingressi principali fossero uno sul lato meridionale verso l’Odeon e il Teatro di Pompeo, l’altro sul lato nord. Gli altri due ingressi si aprivano al centro dei lati lunghi: di uno di essi restano tracce a destra della chiesa di S. Agnese.

Alla decorazione dello Stadio appartengono numerosi frammenti di statue, forse dei fornici del secondo ordine, e decorazioni architettoniche rinvenute durante gli scavi degli anni '30. Il gruppo più interessante è il cosiddetto Pasquino, oggi in via del Babbuino, che fu rinvenuto in piazza Navona presso l’angolo con via della Cuccagna.

Appartenente al gruppo di Patroclo e Menelao, è praticamente ed è noto per le satire che venivano affisse sul piedistallo. Altre testimonianze dello stadio sono visibili anche al di sotto della chiesa di S.Agnese in Agone, il cui primo nucleo fu edificato all’interno delle sue rovine, probabilmente in corrispondenza di una delle entrate principali. Molti altri resti, ben più difficilmente visitabili, possono essere rinvenuti all’interno delle cantine di tutti i palazzi che si affacciano sulla piazza.

Lo Stadio, ancora in uso nel IV sec. d.c., cominciò a decadere nel secolo successivo. Tuttavia le gare continuarono a svolgersi nel Campus Agonis, snaturato poi in «Navone» e, per analogia con la forma della cavea simile a una nave, la piazza assunse il nome di «Navona». Le case edificate sopra i resti della cavea hanno conservato la forma dello Stadio lasciando libera da costruzioni tutta l’area trasformata in piazza monumentale, cioè Piazza Navona, mentre il nome di via Agonale è rimasta ad una via che si immette sulla piazza.

Dopo aver trovato l'attuale sistemazione per intervento di Papa Innocenzo X, nella piazza furono organizzati fino al XIX secolo, vari generi di spettacoli, celebrazioni, e durante il mese di agosto, quando la piazza veniva allagata chiudendo gli scarichi delle fontane, perfino spettacoli acquei e naumachie.


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