IL BAMBINO ROMANO



PITTURA DI BAMBINI CHE GIOCANO

Varrone racconta che dagli otto ai sedici anni il piccolo era puer Dal II secolo a.C. per le femmine si cominciò ad usare il termine puera ed il suo diminutivo puella.
Non tutti i bambini però venivano allevati, alcuni venivano abbandonati ed esposti.



ESPOSIZIONE

L'esposizione avveniva in luoghi frequentati da passanti, nelle vicinanze di pubbliche latrine o presso discariche, dove il neonato poteva morire di fame e freddo o essere straziato da cani e uccelli rapaci.

A Roma c'era la colonna "Lattaria" nel Foro Olitorio, accanto a cui venivano esposti i bimbi, nella speranza che venissero nutriti dai passanti.

Plutarco ritiene la povertà dei genitori un'attenuante dell'abbandono e lo storico Musonio Rufo denuncia i genitori ricchi che in epoca imperiale, per assicurare il benessere ai figli che allevano "uccidono i loro fratelli" con l'esposizione, equiparata ad una condanna a morte.



ABBIGLIAMENTO

I neonati romani venivano alla nascita fasciati come mummie, lasciando fuori solo la testa ed a volte i piedi, usanza durata purtroppo fino alla prima parte del 1900 d.c.

Solo quando era in grado di reggersi carponi, molto più tardi dei bambini attuali, visto che la fasciatura bloccava movimento e muscoli, gli si poneva un taglio ovale di lana bianca, una tunica bianca insomma, ma se il piccolo era di rango elevato, la toga praetexta aveva bordi di porpora, a indicarne il rango.
A Roma la toga bordata di rosso fu assegnata solo a fanciulli, magistrati e pontefici, secondo la tradizione etrusca.

Le femmine portavano collanine d'oro o argento con pasta vitrea, ma a tutti i piccoli di un certo lignaggio si poneva sulla veste una spilla doro con un ciondolo: la bulla aurea.



I GIOCHI

I bambini romani giocavano.
I maschi alla guerra salendo a cavallo di una canna, o su carrozzini trainati da capre o altri animali domestici, o battendosi con spadine di giunco, o a palla, o con il "ludus latrunculorum" (gioco dei ladruncoli) e il "ludus duodecim scriptorum" (gioco dei dodici scrittori), oppure il gioco dei dadi, degli astragali, a testa e croce, a morra, di regola vietati ai grandi, ai quali erano consentiti soltanto in dicembre nei Saturnali.
Le femmine giocavano a cerchietto, lanciando il cerchio con due bacchette, o a palla, o con le noci lanciate, o con le bambole.
I bambini possedevano anche una specie di domino, in genere di legno, e gli astragali, piccole ossa di ovini, articolati tra tibia e perone, usati per gioco come dadi.



Astragali

Mentre i dadi avevano sei facce, gli astragali ne avevano quattro: una liscia, una ruvida, una concava ed una convessa.
In un disegno trovato a Ercolano una fanciulla, dopo aver gettato in aria i cinque astragali, ha voltato la mano destra e ne ha raccolto la ricaduta di tre sul dorso, mentre due stanno cadendo a terra, accanto a quelli persi da un tiro precedente. La mano è ancora stesa in avanti con il palmo verso terra e le dita tese ad impedire la caduta degli astragali. La ragazza accovacciata davanti a lei controlla il risultato.

Un gruppo di terracotta da Capua, databile 340-330 a.c., raffigura due fanciulle accovacciate, intente nel gioco con gli astragali che tengono in entrambe le mani: si usava lanciarli in aria per poi cercare di recuperarli al volo nel maggior numero possibile.


Bambole

Alle bambine si regalava una bambola (pupa), tenuta fino al giorno delle nozze e poi consegnata agli dei Lari della sua casa o alla divinità preferita.
Nel 1899, scavando a Roma nel quartiere Prati, si rinvennero dei sarcofaghi romani. Dentro uno di questi, su cui era inciso il nome della ragazza sepolta quasi ventenne: Crepereia Tryphaena, trovarono una bellissima bambola d'avorio, snodata, grazie ai perni eburnei a incastro, nella testa, nelle gambe e le braccia, pettinata alla moda dell’epoca, come l’imperatrice Faustina.
Al pollice della mano destra la bambola aveva un anellino, e accanto un piccolo scrigno, col corredo in miniatura della bambola: gioiellini d’oro, due piccoli pettini in avorio e due specchietti.


Noci

In un bassorilievo delle ragazzine romane dai capelli raccolti in un semplice nodino, giocano alle noci. Una accovacciata, dispone le tre noci di base. A sinistra la bambina seduta su un bassissimo sgabello, ha ricevuto da una compagna la noce da tirare e fissa il bersaglio. Un’altra ragazza regge la veste colma delle noci vinte.

Il Ludus castellorum o le "ocellate" ebbero grande popolarità. Consisteva nell'abbattere piccole piramidi di noci o altri semi di frutta, come si vede su un rilievo di epoca imperiale. Ma vi erano  delle varianti, come quella raffigurata sulla destra dello stesso rilievo: due ragazzini fanno scivolare la noce su un piano inclinato cercando di centrare un mucchietto di noci. Un'altra versione era la "tropa", che consisteva nel far cadere le noci in una serie di buchette scavate nel terreno, o nella bocca di un vaso dal collo stretto.

Ovidio descrive almeno sette modi di giocare alle noci. Uno nel disporre a terra tre noci a triangolo e nel farne cadere con delicatezza e precisione una quarta, che doveva rimanere in equilibrio su quelle di base.
Si racconta che Augusto imperatore giocasse alle noci con i bambini per rilassarsi.
A Roma esisteva un'espressione: "lasciare le noci", che indicava la fine dell'infanzia.
Forse una parte di Augusto era rimasta bambina.

RAGAZZE IN BIKINI CHE GIOCANO A PALLA (Villa Romana del Casale, Piazza Armerina - Enna)


La Palla

Marziale distingue vari tipi di palla: follis, di pelle e vuota dentro, paganica ripiena di piume, e harpasta ripiena di sabbia.
Famoso il mosaico di Piazza Armerina, in Sicilia, dove delle ragazze in bikini giocano con la palla lanciandosela tra di loro.


Tabulae Lusoriae

Erano giochi da tavolo, sia per bambini che per adulti, visto che si trovavano anche negli edifici pubblici. In genere le tabulae lusoriae, tavole da gioco, erano piani portatili in legno, semplici o intarsiate, o di marmo, bronzo, o pietre pregiate. Diverse venivano incise o scolpite sulle pavimentazioni degli edifici pubblici. Erano:
  • filetto
  • gioco delle fossette
  • i latruncoli o gioco dei legionari (ludus latrunculorum)
  • gioco delle dodici linee (duodecim scripta)
  • gioco "dei Reges", o della composizione delle lettere

Il ludus ladrunculorum, gioco dei ladruncoli, o semplicemente Latrunculi (da cui il termine italiano di ladruncoli), o Latrones (ladro di strada), era praticato molto dai legionari, simile al gioco odierno della dama. In questo gioco la scacchiera era composta da caselle dello stesso colore, mentre le pedine erano di colore diverso; su ciascun campo poteva essere messa solo una pedina; le pedine si spostavano in linea retta nelle 4 direzioni con numero di passi a piacere. Insomma un gioco strategico il cui scopo era di circondare le pedine avversarie, perchè la pedina circondata dall'avversario metteva in pericolo se stessa e tutte le altre dello stesso colore. L'avversario però, anche sacrificando qualcuna delle proprie pedine, poteva sfondare l'assedio riconquistando libertà di movimento sul retrofronte dell'avversario, con possibilità di graduale conquista della scacchiera.


Il gioco dei Reges, (da regor reges= regola) raggruppava lettere anche senza senso determinato, con le stesse parole, di significato non chiaro, disposte su quattro righe e distinte in due campi, non sempre nello stesso ordine, ma in maniera tale che nella prima riga ci siano sempre dieci lettere, nella seconda e terza otto e nella quarta e ultima sette.
Un esemplare sta nei Musei Capitolini con sequenza di lettere ben calcolate nelle colonne: due E nella seconda, quattro G nella quarta, tre R e una S nell'ultima, e lettere che si alternano come R ed S nella quinta ed G ed E nell'ottava.


Duodecim Scripta
Su una tavola, in genere di marmo, erano scritte 2 parole, ognuna di 6 caratteri, disposte su 3 righe, per un totale di 36 lettere. Si usavano 3 dadi e 30 pedine, 15 bianche e 15 nere; ogni casella poteva contenere più di una pedina. Il giocatore poteva muovere da una a tre pedine:
  • una sommando il punteggio dei tre dadi;
  • due pedine utilizzando per una il punteggio di due dadi e il resto per la seconda;
  • tre pedine utilizzando il punteggio di ogni singolo dado.
Vinceva chi faceva uscire per primo dalla tavola le proprie pedine, seguendo un certo percorso, scegliendo la somma o la scomposizione dei numeri totalizzati con i dadi.


Aes signatum (carte da gioco)

Esiste una nuova teoria che vuole che le carte da gioco derivino direttamente da lingotti romani conosciuti come aes signatum (minerale - rame o bronzo - contrassegnato, del peso di circa 1,5 kg).

AES SIGNATUM
Su questi lingotti di forma rettangolare vi erano, tra varie figure, un sole (o anche un'aquila), una spada, un bastone ed una coppa. 

Per cui gli assi e i relativi semi sarebbero direttamente ispirati ad antichissime monete romane chiamate Assi 

Queste monete non sarebbero mai entrate nella ricostruzione storica in quanto praticamente sconosciute (se ne conoscono pochissimi esemplari).

L' Aes Signatum, come quello di fianco illustrato, apparve durante la Repubblica Romana dopo il 450 a.c. Era in bronzo. misurava 185,00 × 90,00 mm e pesava 1616,62 g. (Biblioteca Apostolica Vaticana, Roma). Probabilmente veniva usata anche o soprattutto dagli adulti.
 

Regali

I bambini romani ricevevano per consuetudine dei regali almeno nella ricorrenza del Solstizio d'Inverno, il nostro Natale. Ricevevano la Strenna (dono della Dea Strinna o Strinia che fungeva da Babbo Natale), consistente in dolci di marzapane in forma di pupazzi, giocattoli di legno e pupazzetti di legno, oppure in metallo prezioso.
Bambole di terracotta si regalavano alle bambine quando ancora si trascinavano carponi a fine dicembre, durante le feste dei Saturnali.



RAPPORTO GENITORI FIGLI

Il rapporto dei genitori con i fanciulli era più severo di oggi, le madri soprattutto però davano manifestazioni d'affetto, di meno in epoca repubblicana, temendo che indebolissero i bimbi.

Plutarco scrive che il genitore, quando baciava un figlio, ne prendeva le orecchie tra le mani invitandolo a fare altrettanto, alludendo al fatto che si faceva loro del bene attraverso l'ascolto di entrambi.

Il fanciullo per i Romani non era un piccolo uomo, né fisicamente, né moralmente. Era considerato debole intellettualmente, del resto gli Etruschi non seppellivano i neonati dentro la tomba di famiglia, non considerandoli come esseri propriamente umani.

Seneca notava: "Non vedi quanto diversamente i padri dimostrino il loro affetto dalle madri? Quelli comandano che i figli siano svegliati per dedicarsi in tempo agli studi. Anche nei giorni festivi non sopportano che se ne restino in ozio, e spremono loro sudore ed a volte lacrime. Le madri invece vorrebbero che non fossero mai tristi, che non piangessero mai, che non faticassero mai."

L'educazione dei romani tendeva a sviluppare attitudini morali, intellettuali e fisiche, lasciando la cultura ad una fase successiva. Perciò le espressioni usate erano prima educare (guidare) e solo piu tardi instituere o docere (insegnare).

Scopo principale dell'educazione romana era la continentia, la continenza, moderazione nel mangiare e bere, nel contenimento dell'ira, nella pudicizia, poi nel rispetto dei genitori, degli antenati, degli anziani, della religione, di tutte le religioni e delle idee, il tutto condensato in un'unica parola: pietas.
Qualsiasi forma di esagerazione era sospetta, ovvero diventava fanatismo. Non era mai troppo invece il rispetto per la legge e la difesa della patria.

Per i Greci la formazione dei giovani spettava allo Stato; per i Romani alla famiglia, e in seguito al precettore e alla scuola.
Mentre i Greci esaltavano l'arte del suonare, cantare, danzare, dipingere, e in atletica la corsa, il salto, la lotta ed il lancio del disco, tutto ciò non entrò nell'educazione romana che aveva uno scopo eminentemente pratico. Così era importante la palestra, ma l'equitazione era l'atletica preferita. Musica canto e danza erano invece guardate con sospetto perchè poco si addicevano al futuro guerriero romano.

Nel corso del III e del II secolo a.c., vi sarà conflitto tra queste due impostazioni, superato solo in epoca imperiale con la prevalenza del modello greco, sostenuto dagli Scipioni, contro l'impostazione conservatrice di Catone il Censore, nemico della civiltà ellenistica, in nome di una Romanità intesa come costume degli antenati, codificato nel V secolo a.c. nelle XII Tavole.



I MODI

Varrone narra che al fanciullo si vietasse di fare il bagno caldo, di mangiare troppo o sdraiato e pure di dormire il giusto, cioè poco. Il buon Pater familias romano si teneva spesso il figlio maschio accanto.

Aulo Gellio racconta che il ragazzo romano nella sua toga bordata di rosso trotterellava dietro al padre al Foro e in processione al tempio. Imparava guardando il padre: come ci si comportasse con gli altri, come si parlasse, come si offrissero i sacrifici agli dei.

I fanciulli andavano protetti dalla corruzione degli adulti, come molestie sessuali, che minacciavano ragazzi e ragazze sin dall'infanzia e come cattivo esempio di abitudine ai piaceri.
Tuttavia era molto tollerato il picchiare i figli per educarli, sia in casa che a scuola.

BAMBINI ROMANI E LO STUDIO

LO STUDIO

Scuola primaria:

Chi ne aveva la possibilità assumeva un precettore per i figli, che insegnasse a leggere e a scrivere in latino e in greco, nonchè a contare. I precettori più ambiti furono i greci e gli etruschi, perchè ritenuti di cultura superiore seppur sottomessi come popolo a Roma.

Se il fanciullo non era di famiglia ricca andava alla scuola primaria, che era pubblica. A Roma ci furono scuole elementari dalla metà del V o dagli inizi del IV Secolo a.c., per fanciulli tra gli 8 e gli 11 anni di ambo i sessi.

Molto studiata fu l'Odissea che celebra la tenacia, la saggezza, l'onestà, la fedeltà, l'amore familiare. Meno gradita l'Iliade, che celebra la sconfitta dei Troiani, considerati con Enea i loro lontani progenitori. Ma si studiavano prosa e poesia greca e latina.

Da i Precetti dello Pseudo Dositeo: "Il fanciullo viene svegliato al mattino di buon'ora da uno schiavo, che apre la finestra, l'aiuta a vestirsi, a lavarsi viso e denti; se fa freddo indossa calzature pesanti, tunica di lana, sciarpa intorno al collo e mantello con cappuccio; prima di andare a scuola va a salutare i genitori; può capitare che lungo il cammino il fanciullo si fermi dal fornaio per farsi comprare la merenda dallo schiavo che l'accompagna."

L'anno scolastico iniziava a fine Marzo, dopo le feste di Minerva, patrona dei maestri, che andavano dal 19 al 23.
Durante l'anno c'era un giorno di festa ogni nove. Poi le vacanze dei Saturnali tra il 17 ed il 23 di dicembre e una pausa estiva.

Marziale: "si riposi la sferza di cuoio e dorma fino alle idi di ottobre... se i ragazzi d'estate stanno bene, già imparano abbastanza." Il che dimostra con quale durezza si infliggessero punizioni ai bambini.

Ogni giorno le lezioni cominciavano all'alba per sei ore con una breve interruzione all'ora sesta, mezzogiorno, quando gli scolari tornavano a casa per il prandium (pranzo).

L'ambiente scolastico era spesso all'aperto: sotto la pensilina di una bottega (pergula) o dentro di essa (taberna) in cui giungono i rumori della strada, da cui le classi erano separate solo da tende. Come mobilio una seggiola con spalliera (cathedra) o senza (sella) per il maestro, banchi o sgabelli per gli alunni, una lavagna, tavolette, qualche abaco e il pallottoliere per l'aritmetica.

I 23 segni dell'alfabeto latino venivano imparati a memoria con declamazioni e cantilene corali, in cui le lettere vengono pronunciate unite a tutte le combinazioni possibili. Gli alunni, a seconda del livello, si distinguevanono in abecedarii (fermi all'alfabeto che studiavano sull'abaco), syllabarii (fino alle sillabe), nominarii (che conoscevano le parole).

Marziale era esasperato dal chiasso mattutino della scolaresca: "Ancora i galletti crestati non hanno rotto il silenzio e tu già tuoni con il tuo feroce brontolio e le tue percosse, noi vicini ti supplichiamo: lasciaci dormire, non per tutta, ma almeno per parte della notte."

La scrittura si imparava insieme alla lettura: il maestro tracciava le lettere sulle tavolette degli alunni, ne spiegava il suono e guidava la mano dei fanciulli per copiare.
Cicerone riferì che i fanciulli romani avevano difficoltà a pronunciare correttamente la "erre", alla quale davano spesso il suono della "elle".
Spesso, soprattutto nel I secolo, si facevano recitare scioglilingua, nonchè leggere e copiare testi con contenuti moralistici; nel periodo repubblicano soprattutto alla legge delle XII Tavole, insieme di leggi di diritto sacro, pubblico, penale, privato e processuale.

Quando il maestro non era soddisfatto della scrittura dell'alunno, scriveva frasi di esortazione o minaccia, come "sii diligente" o "sii diligente o fanciullo per non essere scorticato". Su una tavoletta di legno imbiancato conservata ai Musei Statali di Berlino, questa frase appare copiata quattro volte per punizione.
La memorizzazione era l'esercizio più richiesto. Nella scuola elementare il maestro si occupava insieme di principianti ed alunni a livelli più elevati, dividendo soltanto i fanciulli in gruppi (classes).

Quintiliano criticò i programmi del ludimagister, il maestro elementare, che per insegnare meccanicamente a leggere e scrivere disponeva di otto anni, ma non si sforzava di perfezionare o rinnovare metodi di una monotonia esasperante.

Per l'aritmetica c'era uno specialista (calculator) che faceva usare il pallottoliere, una tavoletta di legno rettangolare, con bordi rilevati, in cui scorrevano gettoni forati a cui era attribuito un valore. I fanciulli imparavano l'aritmetica facendo uso di sassolini (calculi).


Scuole superiori

Dalle scuole superiori si usciva conoscendo a perfezione latino e greco. Gli autori più letti erano i latini Andronico ed Ennio, e il greco Omero.
Alle ragazze piaceva il commediografo Menandro e tra innamorati era di moda parlare in greco. La lingua greca era largamente conosciuta per i contatti di data antichissima, vedi la Magna Grecia, e per un gran numero di schiavi greci, precettori nelle più agiate famiglie romane.

Il maestro era il naturale esecutore dei castighi, anche per mancanze commesse fuori dalla scuola. Orazio ricordò il suo maestro Orbilio come "plagosus" (manesco).
In età repubblicana il maestro elementare, per lo più schiavi o liberti greci, perse prestigio e venne mal retribuito, anche perchè essendo quasi tutti alfabetizzati, non sembrava che l'altro avesse una cultura così eccezionale.

Spesso questi insegnanti non venivano pagati, o ricevevano solo regali dai genitori, vista l'iscrizione, piena di gratitudine, di un maestro elementare di Pompei: "possa colui che mi ha pagato quanto dovuto per il mio insegnamento, ottenere tutto quanto chiede agli dei".


Istruzione pubblica ma solo oratoria

Svetonio racconta che "Vespasiano fu il primo a stanziare una somma annua di 100000 sesterzi, prelevata dalle casse dello Stato, da destinare all´insegnamento della retorica greca e latina."

Anche se le cattedre istituite furono solo due, e riguardarono esclusivamente la città di Roma, era una novità importante. Con questa decisione di Vespasiano, nel I sec, d.c., lo Stato creò infatti delle cattedre di insegnamento a proprie spese.

Insomma nacque l´istruzione superiore a carattere pubblico. A coprire il primo insegnamento di retorica latina fu il grande Quintiliano, professore dal curriculum impeccabile. Risultato del suo insegnamento fu infatti quella Istituzione dell'Oratore che ha costituito per secoli uno dei pilastri dell'educazione occidentale.

Ci si può stupire del fatto che l´investimento statale di Vespasiano riguardasse solo la retorica, e non altre discipline a carattere più tecnico o scientifico. Il fatto è che per l´imperatore, così come per tutta la civiltà antica, l'istruzione superiore era sinonimo di formazione alla vita pubblica, un campo in cui la retorica esercitava un predominio indiscusso.



FINE DELLA FANCIULLEZZA

La fine della fanciullezza era segnata da una cerimonia pubblica e privata: la vestizione della toga virile. Il ragazzo di circa sedici anni veniva ufficialmente dichiarato adulto. Ma potevano contrarre matrimonio fin dai quattordici anni.
A questa età il fanciullo diventerà cittadino a tutti gli effetti, pur restando sempre sottomesso all'autorità paterna.

La cerimonia accadeva nelle feste del Dio Libero, dette Liberalia, il 17 di Marzo. Dapprima il ragazzo, nel sacrificio al tempietto dei Lari, consacrava agli dei domestici in presenza del padre il ciondolo portafortuna (bulla) e la toga pretexta, poi, indossata la toga di lana bruna degli adulti, andava in Campidoglio con tutta la famiglia, compresi amici e clientes del padre.

La città era in festa, traversata da tutti i cortei familiari, nelle strade vecchie donne con piccoli fornelli vendevano dolci speciali a base di miele. Quando qualcuno comprava un dolce, una parte veniva offerta al Dio Libero sul fornello.

Raggiunta la toga virile, il tempo dei giochi e dell'apprendimento erano finiti. Potevano diventare oratori, soldati, magistrati o sacerdoti.
Ma il passaggio dalla "pueritia all'adulescentia" scopriva anche i piaceri dei banchetti, delle donne, delle uscite notturne, e in ciò potevano perdersi, loro e i loro soldi.

I più ambiziosi partivano volontari nell'esercito per partecipare alle dieci campagne militari necessarie per potere intraprendere la carriera politica.

Plutarco ammonisce: "ci sono giovani che nell'atto stesso di deporre la toga puerile, depongono anche ogni senso di pudore e di rispetto e, sciolto l'abito che li teneva composti, si riempiono subito di sregolatezza...tu devi pensare che il passaggio dalla fanciullezza all'età adulta non significa non avere più un'autorità a cui sottostare, ma semplicemente cambiarla, perché al posto di una persona stipendiata o di uno schiavo assumi a guida divina dell'esistenza la tua stessa ragione".




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1 comment:

Anonimo ha detto...

Perché non si può fare copia e incolla?

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