L'UOMO ROMANO




Quando parliamo di Romani parliamo di uomini liberi, perchè gli schiavi non avevano cittadinanza romana.

L'uomo romano aveva 3 nomi: il "praenomen" (nome di battestimo), il "nomen" (nome di famiglia) e il "cognomen" (soprannome o nome di un ramo della famiglia, trasformato oggi nel cognome).
Per esempio:
Muzio Cordio Scevola aveva come nome Muzio, della gens (famiglia antenata) Cordi, soprannominato Scevola che significa mancino, (in realtà si bruciò la mano destra).
Gaio Giulio Cesare aveva come nome Gaio, della gens Giulia e di questa del ramo dei Cesari.


LE VESTI

Augusto appoggiò gli antichi valori repubblicani occupandosi anche di abbigliamento e fece della toga una divisa obbligatoria per i senatori e per gli uomini di alto censo, un po' come i colletti bianchi di oggi.

Gli uomini usavano sotto il subligar o cintus, che copriva il basso ventre, sostituito poi dalla tunica interior o subacula o strictoria, una camiciola a pelle.
Sopra si indossava la tunica: due pezzi di stoffa di cotone o lana o lino cuciti insieme, in modo che quello davanti arrivasse alle ginocchia e quello dietro, un po' più lungo, ai polpacci. Alla vita una cintura di cuoio o stoffa. Una sorte di T shirt. Le maniche, quando c'erano, erano molto ampie alla spalla, e si restringevano fino ai gomiti. Col tempo, la tunica divenne lunga fino ai piedi. La tunica fungeva pure da pigiama per la notte, stranamente i romani mantenevano durante la notte la veste del giorno, che veniva semmai cambiata la mattina seguente.
Di solito era di lino o di lana non sbiancata quindi di un colore beige.

Nel III secolo d.C. si usarono larghe maniche sino ai polsi, come la Dalmatica, in lino, lana o seta, che alcuni portavano al posto della toga. Era usata anche dai sacerdoti cristiani e mitraici talvolta senza maniche, chiamata allora Colubium. Vennero di moda anche i pantaloni aderenti e lunghi sino ai piedi.

La tunica palmata era una tunica speciale, ornata di ricami a forma di foglia di palma, che veniva indossata dai trionfatori.
La seta era usata per la tunica talare: il vestito da matrimonio.

Il clavus era un ornamento della tunica o toga, una lunga striscia colorata di porpora o d'oro, con disegni diversi a seconda del rango, latus clavus (senatori), angustus clavus (cavalieri), e così via.

L'abbigliamento più classico, che si usava nelle cerimonie e dagli uomini illustri era la toga, generalmente di lana, un pezzo unico a semicerchio, lunga tre volte e larga due volte l'altezza di chi la metteva.
La toga veniva indossata, piegata orizzontalmente nel mezzo, formando così delle spesse pieghe, poi veniva appoggiata sulla spalla sinistra, cosicché un terzo della lunghezza cadesse sul davanti. Il resto dell'indumento traversava diametralmente la schiena coprendo la spalla destra, poi posata sul polso destro e risaliva avvolgendo la spalla sinistra.
L'angolo, che si veniva così a creare, si riduceva, fermando la toga sul petto, e lasciandola ricadere in un insieme di pieghe, spesso usate come tasche, chiamate sinus.

La toga era l'abbigliamento ufficiale di chi svolgeva attività importanti, dal senatore, al console al magistrato al politico, al ricco in genere. Era comunque vietata agli stranieri, agli schiavi e ai liberti.
Per indossarla c'era uno schiavo specializzato (vestiplicus), che sin dalla sera precedente ne disponeva le pieghe per facilitare il lavoro nel giorno successivo.
Il togato che si presentava ad un comizio politico, doveva indossare una toga bianchissima (sbiancata da un bagno in calce liquida), che doveva rendere l'immagine di una persona pulita e candida (da cui il termine candidato).

Su tunica e toga venivano posti degli ornamenti, che indicavano il rango e la ricchezza. Molto comuni erano due strisce color porpora, le clavi. Venivano poste davanti e dietro, sopra le spalle, ricadendo perpendicolari sui piedi. I Senatori potevano indossare ampie clavi, gli equites clavi più strette. Con le clavi non si usava la cinta.

Quando il clima era un po' rigido, i romani indossavano la paenula, una mantella di lana pesante o di pelle sottile, quasi sempre chiusa, con l'unica apertura per la testa, e con un cappuccio cucito dietro. La stoffa che ricadeva sulle braccia, veniva ripiegata per libertà di movimento.
Contrariamente a ciò che si pensa i Romani sapevano cucire le stoffe, usando aghi d'avorio o d'osso, per applicazioni di strisce di stoffa, o per cuciture vere e proprie, o per applicazioni di spillette e bottoni preziosi, invece non conoscevano le asole, per cui i bottoni erano puramente ornamentali.

Di solito gli uomini non indossavano ornamenti sul capo. Quando faceva molto freddo, coprivano la testa con la toga.
Col passare del tempo, si indossarono più tuniche contemporaneamente, più stretta la prima, più ampia l'ultima. Dal III-IV secolo d.C. venne usata la tunica manicata, precedentemente indossata dai sacerdoti e dagli attori.

I ragazzi, portavano la toga pretesta bordata di porpora sino all'età di 16 anni, la stessa toga che usavano i senatori, poi indossavano la toga virilis per fare il primo ingresso nel foro con un rito di passaggio dalla adolescenza alla maturità.
I trionfatori sfoggiavano un abito particolare di origine Etrusca, la toga purpurea, indossata sopra la toga palmata. Dal III secolo a.C. la toga purpurea fu sostituita dalla toga picta con decorazioni ricamate.

Nell'esercito si portava il paludamentum, un mantello simile alla clamide greca per i gradi più alti, altri mantelli come il sagum e la poenula per quelli più bassi. I militari doffusero un mantello Gallico, chiamato palla gallica o caracalla, da cui prese il nome dell'imperatore Caracalla.
I Romani non indossavano pantaloni, considerate vesti barbare, ma sotto Traiano, proprio perchè si assoldavano sempre più barbari nell'esercito, i legionari adottarono i pantaloni, aderenti e lunghi appena sotto al ginocchio.


LE CALZATURE

I Romani non indossavano indumenti ai piedi, tranne che al nord dove faceva più freddo, ma non erano veri calzini bensì fasce di lana, nell'Urbe invece si girava a piedi nudi dentro le calzature. Quest'ultime erano chiuse come stivaletti o aperte come sandali, fatte con tante strisce di cuoio e talvolta chiodate come si usava un tempo per i soldati o i contadini europei, per non consumare la suola. Si chiamavano le caligae, in genere usate dai soldati, da cui il soprannome Caligola dato a un imperatore che amava indossarle.

C'erano poi i calcei, una specie di morbidi mocassini molto amati dai ricchi romani, sicuramente le calzature più care e confortevoli, ma dentro casa ogni calzatura usata all'esterno veniva tolta, si tratti di padroni o di ospiti, per una questione di igiene. In questo erano più scrupolosi di noi, che consentiamo agli amici di portare dall'esterno all'interno ciò che le suole hanno raccolto.
Dentro casa di indossavano sandali in genere senza lacci, come pantofole, con suola di cuoio o di sughero. Naturalmente gli ospiti se li portavano da casa loro.



IL PATER FAMILIAS

L'uomo romano era il "pater familias", quindi padre anche della moglie oltre che dei figli, a lui spettavano le decisioni e il potere. Nascendo come un popolo bellicoso di pecorari all'inizio le regole familiari erano fortemente squilibrate in favore del maschio.

Le figlie neonate potevano essere uccise impunemente, la moglie poteva essere uccisa solo per aver bevuto vino, il marito poteva ripudiare la moglie o addirittura ucciderla per tradimento.
Il contatto coi Sabini prima e con gli Etruschi poi, mitigò l'asprezza delle leggi e dei costumi, visto che ambedue i popoli rispettavano le donne.

Il Pater Familias ideale però per i Romani era quello che non usava violenza nè alla moglie, nè ai figli, nè agli schiavi, ma si prendeva cura di tutti e tre con pietas e giustizia. Egli doveva badare a che fossero ben vestiti nutriti e curati dalle malattie. In più doveva attendere all'educazione dei figli maschi, perchè a quella delle femmine badava la madre.

Comunque il potere esercitato dal marito romano non fu mai dispotico come quello orientale, barbaro o greco. In oriente erano in voga numerose mogli e numerose concubine su cui il signore aveva diritto di vita e di morte, tra i barbari l'uomo aveva diritto di vita e di morte su mogli e figli, tra i greci questo diritto non c'era, però le donne erano murate vive nei ginecei, e non potevano neppure andare al mercato per la spesa, nè partecipare ai banchetti, cui erano ammesse solo le prostitute d'alto bordo, le etere.

La donna romana, a seguto delle leggi di Ottaviano, potà scegliere di contrarre un matrimonio che la sciogliesse dalla podestà maritale, il sine manu, autorità che in Italia fu ristabilita grazie alla Chiesa cattolica, e che fu tolta ben duemila anni dopo. Inoltre la donna romana in epoca imperiale poteva divorziare esattamente come l'uomo, anche questo abolito dalla chiesa e restaurato duemila anni dopo. La civiltà romana fu all'avanguardia di molte xconquiste moderne in fatto di costumi e leggi.




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7 comment:

Anonimo ha detto...

"Nascendo come un popolo bellicoso di pecorari all'inizio le regole familiari erano fortemente squilibrate in favore del maschio"

ammazza che livello storico.....

Vabè che i libri della raccomandata Cantarella
sono dello stesso tenore,se non ancora più
misandrici.

Pseudotoria riscritta in versione femministoide
e tristezza a palate.


P.s.

"soprannominato Scevola che significa mancino, (in realtà si bruciò la mano destra)".

Proprio perchè si bruciò la destra fu soprannominato
mancino.



Saluti.

Lucius on 9 febbraio 2012 15:34 ha detto...

Non si tratta di femminismo ma delle leggi instaurate da Romolo secondo cui ad esempio, il capo famiglia poteva esporre, cioè uccidere liberamente le figlie femmine mentre doveva avere 5 pareri concordi per uccidere il figlio maschio. L'uomo poteva ripudiare la moglie ma non avveniva il contrario, etc.

Anonimo ha detto...

Forse sei tu che scarseggi, lo sai che il padre aveva potere di vita e di morte su moglie e figli? Poi con l'impero cambiò tutto.

Anonimo ha detto...

Il problema dell'esposizione è nel fatto
che fosse sposto un figlio,non che fosse femmina.

Senza contare che venivano esposti sia maschi che femmine
e che era richiesto che almeno la prima femmina non fosse
esposta.

Non si può giudicare con la mentalità di allora,
ma con quella odierna(figlia del cristianesimo,
non dell'umanesimo)è esecrabile che fosse esposto
un figlio di qualsiasi sesso fosse.
Lo stesso vale per il potere di vita e di morte;
anch'esso valeva per figli e figlie
(e sicuramente una condanna di quel tipo
avveniva più spesso con figli maschi,come
dimostra la storia di Lucio Iunio Bruto,tra i tanti
esempi possibili).



Esposizione o potere di vita e di morte,
entrambi problemi che riguardavano entrambi
i sessi.E decaduti grazie al cristianesimo.




Saluti.

Lucius on 13 febbraio 2012 09:19 ha detto...

Preferirei rileggessi quello che ho scritto, visto che ti è sfuggito. Posso aggiungere, il marito poteva uccidere la moglie se le puzzava l'alito di vino il che vuol dire "quando gli girava." Il marito poteva uccidere la moglie per adulterio, anche se la cosa non era certa ma lo sospettava la comunità, praticamente il diritto d'onore. Tutto questo finì in epoca imperiale perchè da augusto in poi il diritto cambiò diventando un faro per il mondo intero.

Anonimo ha detto...

"quando l'altio le sapeva di vino" non significa "quando le girava",
ma era dovuto allo Ius Osculi:
il quale era legato a vari fattori,quali la sacralità del vino(ben lontano dall'uso ricreativo che se ne fa oggi),
oltre al fatto che una donna che
assume alcol si allontana da quella virtù che si richiedeva ad una matrona(come a qualsiasi romano).


Ancora una volta uno scivolono dovuto alla rilettura della storia
nella mitologica ottica femminista.




Saluti.

Anonimo ha detto...

Da Wikipedia:
Alle donne era interdetto, da una legge regia che lo storico Dionigi di Alicarnasso faceva risalire a Romolo, il consumo del vino. Chi contravveniva a questa regola poteva essere tranquillamente uccisa da un proprio congiunto, senza processo pubblico ma ricorrendo a forme di giustizia sommaria. Vi furono donne che vennero soppresse per inedia, o a bastonate. Si narra che un tale Egnazio Mecennio, con il consenso di Romolo, avesse percosso a morte sua moglie, rea di aver bevuto del vino. Stabilire se la donna avesse bevuto oppure no, non era però facile. I mores romani prevedevano che si potesse condannare a morte anche una donna trovata semplicemente con le chiavi della cantina. Per tutti gli altri casi, però, si doveva far riferimento allo ius osculi, che si concretizzava nell’attribuzione al paterfamilias e ai parenti e congiunti prossimi, di saggiare l’alito di una donna per capire se avesse consumato vino. Lo ius osculi poneva la donna in una condizione di sottomissione ed inferiorità.

Ma è inutile proseguire perchè hai il terrore sacro che le donne possano avere gli stessi diritti dei maschi, per paura di scoprire che le donne siano pari o più intelligenti di tanti maschietti. Questa è la ragione per cui per secoli si è impedito alla donna di studiare e lavorare. Ti consiglio di indagare sul perchè ti senti inferiore.

LISA

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