I CLIENTES



Cliente significa "colui che ascolta i consigli", dal vocabolo "cliens" (cliente) la cui radice è costituita dal verbo greco "klùo" (ascoltare, accettare i consigli).


LA CLIENTELA ROMANA

La testimonianza più importante sull’istituto arcaico della clientela è costituita da un brano di Dionisio di Alicarnasso, in cui viene descritta la costituzione di Romolo. Scrive lo storico che il fondatore non volle che le classi inferiori a Roma subissero da parte dei potenti un trattamento duro e degno degli schiavi, come accadeva ai Penesti tessali o ai Teti ateniesi arcaici, ma fece sì che i ceti inferiori afferissero, attraverso l'istituto della clientela, alla protezione ed al patronato dei potenti. Romolo avrebbe fatto questo per evitare le guerre intestine che caratterizzavano altre città.

I clienti romani dunque (che Dionisio chiama “pelavtai”) ricevettero, secondo Dionisio, un trattamento diverso e migliore di quello dei "clienti" di altri popoli. Fra questi altri popoli erano probabilmente presi in considerazione, oltre che i Greci, gli Etruschi, che trattavano i loro clienti alla stregua dei Penesti tessali, cioè di popolazioni soggette, in uno stato di “quasi-servitù”.

A Roma non esistettero dunque categorie di residenti paragonabili ai meteci o ai perieci delle città greche, o ai Penesti degli Etruschi. Dionisio di Alicarnasso permette di apprezzare la differenza fra Etruschi, presso i quali c’erano “clienti” trattati alla stregua dei Penesti tessali, vale a dire non molto meglio degli Iloti, e i Romani, i cui clienti dovevano scegliersi un patronus, che li assistesse in giudizio e che fungesse per loro quasi da padre.
Dunque, secondo Dionisio, Roma attribuì ai patres familias una funzione molto più ampia di quella che spettava ai patres familias etruschi.

L'evoluzione storica relativa alla clientela romulea, prospettata da Dionisio, anticipava le strutture politiche repubblicane, sia perchè  i primi re furono eletti dal popolo e quindi scelti per le loro virtù, sia perchè i romani ebbero sempre una cultura per il diritto, molto più e prima di altri popoli.

Nel concetto romano di pater familias si rispecchia il sistema della clientela, che ai patresfamilias affidava le mogli, i figli, i clienti e gli schiavi, che un vero romano doveva trattare con equità e generosità provvedendo a tutti i loro bisogni.

Caduta la monarchia, le differenze di ricchezza e prestigio fra i Romani dovettero diventare più rilevanti nella gestione della res publica, e questo spiega l'acuirsi della contrapposizione fra patrizi e plebei, ma anche l'importanza dell'istituto della clientela nel sistema di potere dei patrizi. Le fonti infatti delineano un processo attraverso il quale i Romani più poveri e dediti ai lavori dei campi si ponevano sotto il patronato dei nobili, mentre altri gruppi di Romani di idee più democratiche davano vita al movimento della plebe.

Esiste una tradizione secondo la quale il nome di Patres sarebbe stato attribuito a una parte dei senatori, per il fatto che essi assegnavano terreni a persone socialmente inferiori, come fossero state loro figli. Patres era dunque il nome dei capi delle gentes patrizie in quanto patroni dei loro clienti. Ben presto però quel nome venne a designare quei senatori patrizi che erano depositari degli auspici del popolo, dopo avere rivestito la carica consolare (e questo avvenne dopo l’istituzione del consolato, cioè in epoca repubblicana).

Da questi Patres discendevano i patrici, i patrizi, cioè coloro che pretendevano i pieni diritti all'interno della civitas. Pertanto i grandi sistemi gentilizi del patriziato erano costituiti da discendenti reali dal Pater, che tramandava loro per via genetica lo status sociale, e da clienti, per i quali i Patres svolgevano una funzione di patronato e garantivano loro alcuni diritti civili ed economici.



DOVERI ED OBBLIGHI

Quella del cliens era una particolare occupazione che contribuiva alla formazione del reddito, e non era collegata a una particolare classe sociale, ma occorreva però essere uomini liberi e non schiavi. Nell'antica Roma si chiamavano dunque clientes le persone subordinate a un patrono. In cambio di protezione, assistenza giudiziaria e distribuzioni di cibo e denaro (sportula), i clientes procuravano al patrono voti alle elezioni, procuravano informazioni,  facevano viaggi o particolari commissioni per lui e si arruolavano per lui.

Il rapporto era ereditario, consacrato dalla pratica, dalla legge o dalle combinazioni. L'ereditarietà comportava una garanzia di fedeltà e di responsabilità, che erano date per scontate poichè i padri o gli zii si erano comportati degnamente, e dunque avevano insegnato la stessa fedeltà a figli e nipoti.

Intere comunità divennero clientes dei generali romani che le avevano conquistate. Un ricco generale aveva il suo seguito, che lo osannava nei trionfi, lo accoglieva tessendo le sue lodi, e talvolta si arruolava presso la sua milizia. Ancora oggi si chiamano "clientele" i gruppi di cittadini elettori che sorreggono i politici ottenendone favori, in una rete di reciproci interessi (il famigerato clientelismo).

l Clienti quantunque non fossero del tutto liberi cittadini, si trovavano in un certo stato di protetta libertà. Il patrono dava al cliente una parte delle sue terre; però il possedimento era precario e poteva essere tolto in caso di infedeltà o inadempienza alle richieste. Il cliente doveva adoperarsi quando il patrono era candidato ai pubblici uffici, aumentare il suo seguito cercando voti per lui, circondandolo con segni di ossequio e di riverenza quando girava per la città, o andando ai Comizi per far numero e per applaudire, o parlando bene di lui per aumentarne la buona fama.

Era peraltro dovere del patrono di aiutare il cliente coi suoi consigli e con la sua autorità, procurargli aiuti vari, con doni o soldi, ed in date occasioni doveva offrrirgli denaro ed ammetterlo alla sua mensa. Marziale ci fa conoscere un buffo talismano che certi clienti solevano offrire ai loro patroni, cioè un dattero avvolto in una foglia d'oro.

I clienti, tenuti in poco conto dalla popolazione, ma preziosi per i politici e gli affaristi, dovevano recarsi di buon'ora alla domus del loro protettore per ossequiarlo, per chiedere qualcosa ma soprattutto per ascoltare le richieste del patrono. Il cliente doveva mostrarsi sempre grato e ammirato dal suo patrono, che a sua volta doveva mostrarsi benevolo e generoso.



LE CLASSI CLIENTALARI

Gli antichi romani, dal liberto al gran signore, si sentivano vincolati al rispetto (obsequium) nei confronti di quanti erano più potenti di loro, ma del resto accade anche oggi nel mondo moderno. Il liberto nei confronti di chi lo aveva liberato (il patronus) e da cui continuava a dipendere, il parassita nei confronti del signore che (in quanto patronus) aveva l'abbligo di accogliere in casa i clientes postulanti, di soccorrerli in caso di necessità e talvolta di invitarli a pranzo. Periodicamente i clientes ricevevano anche un rifornimento di vettovaglie o somme in denaro quando andavano a visitare il loro protettore.

I clientes erano di vario tipo, a seconda delle lro capacità. Alcuni infatti, particolarmente svegli e sagaci, riuscivano a fare molto per il loro patrono, fino a diventare indispensabili. In tal caso il dominus ripagava bene i suoi servigi, se non altro per paura che qualcun altro glielo sottrraesse.

Ai tempi di Traiano l'uso del clientelismo era talmente diffuso che si era stabilita per ogni famiglia signorile una tariffa, la sportularia, corrispondente a sei sesterzi per persona. Spesso la sportula era una risorsa per sopravvivere: avvocati senza cause, medici senza pazienti, insegnanti senza alunni, artisti senza commissioni si presentavano alla porta del patronus per la sopravvivenza quotidiana. Da cui si comprende che non necessariamente i clientes erano gente ignorante o di poca cultura, e a volte era sufficiente una raccomandazione del patrono per ottenere un po' di lavoro o più fiducia sul mercato.

Anche quelli che avevano un mestiere, in genere piccoli artigiani, aggiungevano la piccola entrata della sportula al loro reddito e prima di andare al lavoro, ancor prima che facesse giorno, si mettevano in fila per la sportula. Naturalmente se il dominus gli ordinava un prodotto che erano in grado di eseguire, o una consulenza pertinente, avevano la precedenza assoluta su tutti gli altri, e la commissione doveva essere svolta con cura e celermente.



LA SALUTATIO MATTUTINA

L'importanza di un potente era commisurata alla clientela che aspettava in anticamera il patrono per la salutatio matutina. Questi avrebbe perso in reputazione se non avesse ascoltato le lagnanze o le richieste di aiuto e non avesse risposto ai saluti della folla che lo attendeva dall'alba. Una rigida procedura regolava questo rito quotidiano della clientela.

Il cliens per essere ricevuto doveva indossare la toga, essere pulito, coi capelli in ordine e sbarbato, e doveva chiamarlo dominus. Mancavano invece gli inchini, perchè i romani no n si inchinavano nè inginocchiano davanti a nessuno, neppure all'imperatore e tantomeno agli Dei. L'usanza di inchinarsi, inginocchiarsi o peggio prosternarsi è orientale e i romani la giudicavano giustamente un usanza barbara e priva di dignità.

L'obbligo della toga, indumento di una certa importanza e quindi costoso, costituiva spesso una difficoltà a cui provvedeva lo stesso patronus a corrisponderla in speciali occasioni assieme alle cinque o sei libbre d'argento corrisposte ogni anno. Se il dominus era ricco nobile la toga era di buon tessuto e dimostrava la ricchezza e la generosità del protettore.

Il patrono riceveva i clientes nell'atrio che era grande, luminoso, chiuso dal resto della casa con delle tende, e fornito di una sedia importante dove sedeva il patrono, e di una o due sedie meno importanti dove potevano sedere i clientes.

Quindi nella casa del domus tutto doveva essere elegante e gradevole, anche i clientes, che dovevano essere garbati, puliti, profumati e ben vestiti. Il turno per ricevere l'elargizione non veniva stabilito in base all'ordine di arrivo ma in base all'importanza sociale, per cui i pretori sopravanzavano i tribuni, i cavalieri i liberi e questi a loro volta i liberti.

Le donne non partecipavano né come patrone né come clienti, salvo il caso di vedove che chiedevano per sé quanto il patronus aveva fatto per il cliente defunto, ma erano eccezioni perchè le donne dovevano star fuori dagli affari degli uomini.



IL CLIENS DELLA GENS

I clientes erano liberi cittadini associati in genere ad una gens per nascita, per interesse o dipendenza economica. I clienti entravano infatti pienamente a far parte della gens del patrono, di cui prendevano il nomen gentile; infatti i clienti portavano il nomen del patrono.
Ma essere clientes procurava molti favori, per cui a volte costituiva un onore se il patrono era ricco, valoroso e nobile. Quando la gens Fabia combatté sul fiume Cremera contro gli Etruschi di Veio, i 300 Fabii furono accompagnati da alcune migliaia di loro clientes.

I "Clientes" per i romani erano però uomini senza arte nè parte che, aggregandosi ad una famiglia patrizia, oltre a mettere d'accordo il pranzo con la cena, stringevano dunque con il "patronus" un patto di mutuo soccorso. Il "patronus", il cui prestigio era direttamente proporzionale al numero dei "clientes", si impegnava a soccorrerli nelle necessità e ad assisterli nei tribunali, nelle malattie o nelle necessità finianziarie, mentre quest'ultimi dovevano essere pronti a scattare per qualsiasi richiesta o incombenza del protettore.

Dal libero al patrizio, quindi, tutti avevano un patronus, un protettore, che si prendeva cura di loro: i liberti rimanevano alle dipendenze del padrone che li aveva liberati, i parassiti che cercavano soccorso in caso di necessità,  magari anche solo un pasto. Spesso il patronus forniva ai propri clientes, una sportula di cibo da portarsi a casa, altre volte li invitava a fermarsi per il pranzo, più spesso forniva loro delle somme in denaro o rassicuranti impegni ad intervenire in loro favore in caso di problemi.

Mai un patronus si sarebbe esentato dal ricevere i clientes o ne avrebbe rifiutati di nuovi: era un obbligo morale e sociale accogliere in casa questi postulanti, pena la perdita di reputazione se non avesse ascoltato le lamentele o non avesse risposto ai saluti di coloro che spesso lo attendevano da prima dell’alba.

Bisogna infine dire che i romani erano assai esigenti nella ritualistica quotidiana, ma sapevano essere altrettanto generosi.

La clientela si stabiliva attraverso:
  • la dedìtio, spontanea sottomissione di un gruppo al potere di una gens;
  • l’applicàtio, sottoposizione di un cittadino straniero al potere protettivo di un gruppo gentilizio.
Il cliens ebbe rilievo giuridico solo nel periodo arcaico: secondo la legge delle XII Tavole, per cui a carico del patrono gravava un vero e proprio obbligo di assistere e difendere il proprio cliens, finché quest’ultimo gli avesse mostrato obbedienza. Successuvamente il rapporto di clientela perse i suoi connotati giuridici per assumere quelli di uso e costume.

Nel caso di stranieri che si fossero posti sotto la protezione di un pater, è possibile che la prassi formale che doveva essere seguita fosse quella dell’adplicatio, alla quale accenna Cicerone, laddove menziona il caso di uno straniero che aveva diritto di soggiornare a Roma come esule dopo essersi scelto un patronus, e che poi era morto senza avere fatto testamento.

Cicerone non spiega come il patrono avrebbe potuto, in base allo ius adplicationis, dimostrare i suoi diritti all’eredità, evidentemente in forme analoghe a quelle previste per il passaggio di un’eredità da liberti intestati e privi di eredi a patroni. Non è facile dire se l'adplicatio fosse la forma prevalente attraverso la quale uno straniero entrava a far parte, in epoca arcaica, della clientela di un patrono romano. Ancor meno facile è poi definire il modo in cui un Romano povero poteva diventare cliente, cioè come fosse possibile che un civis Romanus, ancora sottoposto alla patria potestas, diventasse cliente di un Pater, riconoscendo nei suoi confronti obblighi molto simili a quelli che lo legavano al padre naturale.

La città di Gergovia nel 52 a.c.
"Con la fine dell'inverno (primi di aprile), Cesare era deciso a riprendere la campagna militare per condurre a termine in modo definitivo l'occupazione dell'intera Gallia, quando venne a conoscenza di alcuni dissidi interni sorti nell'alleata popolazione degli Edui. La situazione era assai critica e necessitava di un intervento del proconsole romano per evitare una guerra civile tra due fazioni opposte. Cesare racconta che, quell'anno, erano stati creati, contrariamente alla normale tradizione di questo popolo, non uno ma due magistrati supremi con potere regale: Convittolitave e Coto. Questa doppia magistratura aveva determinato che l'intero popolo fosse in armi, il senato fosse diviso, il popolo pure, e ciascuno dei due contendenti avesse propri clienti."



LA CITTADINANZA

Alcuni pensano che i clienti non sarebbero stati originariamente in possesso del diritto di cittadinanza, visto che i clienti non potevano intentare una qualsiasi azione giudiziaria se non con l'aiuto del patronus; ad un certo momento però avrebbero ottenuto la cittadinanza, visto che fu vietata loro qualsiasi azione contraria al patrono in sede giudiziaria.

Risulta però poco credibile che una città che concedeva la cittadinanza anche ai servi manomessi. i liberti, non l'avesse concessa ai clienti, ed è anche strano che le fonti riportino insieme, nella medesima legge romulea, sia la disposizione riguardante il patronato in giudizio, sia il divieto di accusare o di testimoniare contro il padrone, il che presuppone che il cliente potesse accusare altre persone.

Sarebbe assurdo che un atto essenzialmente privato, come quello di chi si affida alla fides del patrono diventandone cliente, avesse avuto come conseguenza la decadenza del cliente dalla civitas e la sua conseguente espulsione dalle curie, tanto più che le fonti ricordano come i patrizi controllassero le votazioni nei comizi attraverso i suffragi dei clienti.

Per la clientela reclutata tra gli stranieri, si dovrebbe ipotizzare che gli stranieri poveri e plebei venissero a creare un ceto, vincolato con legami privati alle gentes patrizie, masse di residenti privi della cittadinanza. La successiva concessione della cittadinanza ad una moltitudine così grande di persone avrebbe costituito l'avvenimento più rilevante nella storia romana arcaica dopo la creazione della repubblica, avvenimento del quale però la tradizione non conserva alcun ricordo. Appare dunque evidente che i clienti fossero cittadini, la cui capacità giuridica era ridotta da obblighi di legge nei confronti dei patroni.

Alla metà del V secolo fu istituita la censura, o censimento attraverso cui cui si accedeva alla civitas. Da un certo momento, l'acquisizione della cittadinanza non comportò più la partecipazione all’assemblea delle curie. Due nuovi criteri di appartenenza al corpo civico e due nuove assemblee popolari vennero affermandosi nel corso del I sec. della repubblica: il criterio della residenzialità nelle tribù territoriali, cui corrispondeva l'assemblea tributa, e il criterio del censo, cui corrispondeva l'assemblea centuriata. Però, sia nel caso del filius familias, sia nel caso del servo manomesso, o del cliens, l'acquisizione della cittadinanza era sempre proposta dal padre o dal patrono, che in qualche modo erano necessariamente i mediatori tra la città ed il figlio, il liberto o il cliente.




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