MEDICO DELLA MUTUA ROMANA



MEDICO ROMANO

L'ARCHITETCTER

Pochi lo sanno, ma nel 142 d.c., venne istituita, in tutto l'Impero Romano, per ordine di Antonino Pio, la professione del medico municipale, chiamato architecter, ovvero il medico pubblico cittadino, insomma il medico della mutua degli antichi romani. Naturalmente il medico stava in città, per i villaggi invece i cittadini malati dovevano raggiungere la città più prossima, il municipio più vicino. Il medico privato invece era chiamato medicus.

Ne ebbero diritto tutti i cives romani, pertanto esclusi gli schiavi e gli stranieri, ma vigeva per tutto l'impero romano, da occidente all'oriente, dal settentrione europeo al meridione africano.
Mai stato fece opera tanto grandiosa. L'architecter faceva diagnosi, dava le erbe e le medicine, operava chirurgicamente, curava i denti e le ossa rotte.

I Romani infatti avevano medici, medicine, chirurghi e dentisti, anche se non si conoscevano nè batteri nè virus, scoperti solo nel 1800, per cui erano sconosciuti il contagio e le cause di molte malattie, tuttavia i medici romani, anche se non sterilizzavano, tenevano in gran conto la pulizia, tanto che avevano bende pulite e cofanetti e cassette ove tenevano gli attrezzi ben puliti e, se erano di ferro, ben oliati con puro olio di oliva.

Anticamente la medicina proveniva dalle erbe, e la loro ricerca era affidata alle donne. Anche se teoricamente doveva essere il pater familia a prendersi cura della famiglia e pure degli schiavi, in realtà erano le romane a prendersi cura dei familiari con impacchi, decotti, impiastri e tisane dei malati in famiglia, ed erano sempre le donne a fare le levatrici.

Catone si irritò molto per l'uso di valersi dei medici, soprattutto quelli greci che avevano invaso Roma, trascurando i buoni usi antichi e ci ha tramandato che la medicina domestica si basava essenzialmente sull'uso del cavolo, del vino e sul pronunciamento di filastrocche magiche (formule o invocazioni). Egli sintetizza così la cura del pater familiae:
 "Forniti di una canna verde, si reciti la formula "motas uaeta daries dardaries, asiadarides una te pes" e si canti ogni giorno "haut haut istasis tarsis ardannabon" e si guarirà così ogni male"
(Marco Porcio Catone, "De agri coltura", 160)

Per fortuna però c'erano le donne della famiglia e poi i medici, e per ciò che riguardava invece le malattie più gravi o la chirurgia, gli uomini che ne avevano possibilità andavano a studiarla nei paesi più progrediti in materia, in Grecia e in Egitto, ma esisteva anche una progredita medicina etrusca.

Nell'ambulatorio veniva attrezzata una piccola farmacia dove le sostanze semplici erano collocate in scatole di legno o vasi di terracotta o di ceramica sigillata (aretina) con l'indicazione del contenuto.
Anche nelle case si attrezzarono minuscole farmacie, con cofanetti in metallo, osso o avorio, con diversi scomparti, con bende e medicinali di base per un pronto soccorso.



IL MEDICO DI AUGUSTO


Augusto assunse come medico personale un giovane liberto, Antonio Musa, che salvò l’imperatore, gravemente malato al fegato (23 d.c.), da morte sicura. Quando il medico curò Augusto, che, dopo aver conquistato la Cantabria, era gravemente malato e prossimo alla morte, allora Musa, avendo constatato l'inefficacia delle fomentazioni calde, sperimentò quelle fredde, salvando l'imperatore. Le fomentazioni erano medicine liquide usate per applicazioni locali (per lo più calde), dopo averne imbevuto compresse di garza, o cotone, o pannolini in genere.

Quando Augusto guarì, fece erigere una statua di Antonio e la pose accanto all'altare privato di Esculapio, poi lo elesse cavaliere, con il diritto di portare l’anello d’oro, e gli donò 400.000 sesterzi. Le terapie di Antonio Musa erano basate sull’impiego della Fecola Aminea e formule magiche.

Oltre agli onori, Musa riscosse fama e fiducia, divenendo il medico più importante del tempo. Le proprie terapie a base di bagni freddi indussero malati di ogni genere a recarsi nelle località dove potevano usufruirne, trascurando ad esempio, come fece Orazio, le acque termali di Baia. Antonio Musa non ebbe uguale fortuna quando tentò di guarire Marco Claudio Marcello, il primo marito di Giulia, l'unica figlia di Augusto.

In famiglia, Antonio non era l'unico a interessarsi di medicina. Anche suo fratello, Euforbo, fu medico di una casa reale, quella di Giuba II, re della Numidia: pare che i due fratelli insieme sperimentassero una idroterapia a bassa temperatura.

A Roma già vigeva all'epoca di Augusto la figura del Medico di corte (Medicus palatinus), dell’Archiatra sacii palatii, il medico dell’imperatore, ma pure un servizio pubblico di assistenza medica nei seguenti campi:

- Assistenza medica ai gladiatori
- Assistenza nei giardini pubblici, nelle biblioteche, nelle Terme
- Assistenza al personale del porto di Ostia
- Assistenza per le Vestali

Il tutto pagato dallo Stato.

Dal 142 d.c. il medico della mutua poteva redigere certificati, prestare assistenza ai poveri, o ai meno abbienti, però poteva esercitare anche privatamente.




IL PRONTO SOCCORSO

A Roma, e negli altri municipi dell'impero, non esistevano gli ospedali ma c'erano botteghe-ambulatorio sulla strada, con scaffali, cassapanche, tavolini  e cassette per le attrezzature, riposti negli appositi armadi con uno o più lettini. Se l'ambulatorio era per i poveri le attrezzature venivano appese con ganci alle pareti o poggiate sulle mensole.

Comunque queste botteghe, modeste o lussuose, fungevano pure da posti di soccorso per un incidente stradale o avvenuto in una casa non distante. Si potevano fermare le emorragie, bendare e legare le ossa, somministrare calmanti o eccitanti, fare brevi anestesie, intervenire su attacchi di cuore o ictus, per svenimenti e ferite varie.

I romani sapevano anestetizzare e pure addormentare i pazienti, tanto che operavano pure al cervello, cose che scompariranno nel medioevo in quanto la chiesa cristiana bruciò tutti i libri scientifici cancellando un'intera civiltà. Tutto ciò che abbiamo conservato deriva dai libri usati dai monaci per scrivere sui bordi liberi dei libri, non possedendo più nemmeno la carta. Il resto finì nei falò dei fanatici, a cominciare dalla biblioteca alessandrina bruciata dal criminale Cirillo che istigò il linciamento della scienziata e filosofa Ipazia, e che la chiesa per questo fece santo.

Non era infrequente, non esistendo i frigoriferi, il caso di avvelenamento da cibo: per prima cosa il medico provocava il vomito e successivamente passava ai depuratori o, se si trattava di vero e proprio veleno, agli antidoti, anch'essi preparati nelle farmacie. Alcune botteghe, più grandi e attrezzate fungevano pure da cliniche private, dove i pazienti, dopo l'intervento chirurgico, potevano essere seguiti e curati. Il medico preparava personalmente le pomate, gli infusi, gli impiastri sulle ferite ecc., a volte con segreti del mestiere riservati solo a lui.

Se il medico era famoso, fuori delle botteghe si formava la fila e il passaparola faceva la fortuna o la sfortuna del medico. Per farsi pubblicità infatti sovente il medico, dopo aver aperto l'ambulatorio, offriva gratis le sue prestazioni per un certo periodo, trascorso il quali iniziava a scrivere in bella calligrafia i prezzi per le sue prestazioni, in strada e ben visibili, in modo che gli utenti non dovessero disturbare per chiedere informazioni.

L’onorario di un medico non è certo: Plinio ci dice che guadagnavano moltissimo, così come le altre professioni sanitarie (paramedici, fisioterapisti, massaggiatori…), mentre Seneca afferma che i medici ricevevano una ben misera remunerazione (mercedula), tenuto conto della loro fondamentale opera salutare; Plauto diceva medicus/mendicus (intendendo che non si arricchiva con il proprio lavoro).




LA SALA CHIRURGICA

La sala chirurgica dei medici della mutua erano accanto o molto vicine agli ambulatori dei medici della mutua, e qui disponevano di attrezzi chirurgici molto simili a quelli moderni. Gli strumenti chirurgici di ferro venivano avvolti in bende imbevute di olio per impedirne la ruggine, quelli di bronzo venivano lavati con aceto per il verderame. Tra i reperti di ferro e di bronzo si contano:
  • astuccio aperto pieghevole con ferri chirurgici cioe' bisturi, e una leva per le ossa.
  • astuccio con cardini per strumenti chirurgici.
  • bisturi, a spatolae e a lancetta.
  • un attrezzo lenticolare che veniva introdotto nel cranio del paziente dopo che questo era stato perforato con un altro strumento (quindi anestetizzavano e addormentavano).
  • piccole forbici.
  • cauterio bronzeo a piastrina.
  • cauterio a lancetta.
  • forceps (forcipe) a semicucchiaio (per il parto).
  • attrezzo di ferro usato per estrarre le punte delle frecce dalle ferite.
  • pinze.
  • scalpelli.
  • sonde.
  • bottiglietta di ceramica a forma di piede che di solito conteneva olio o acqua calda per il chirurgo callista.
Esistevano infatti pure le cure dei piedi, per togliere i calli, le verruche o curare le piaghe, nonchè per le unghie incarnite. Pur non conoscendo virus e batteri i medici detergevano le ferite con una spugna o un batuffolo di lana imbevuti nell'aceto o nel vino, di per sè disinfettanti, o, in mancanza, nell'acqua fredda, poi decideva se intervenire con strumenti chirurgici o dare punti di sutura.

Una specie di disinfettante erano gli "empiastri" che si mettevano sulle ferita con una spatola, nonchè sostanze cicatrizzanti delle quali la più usata era l'argilla rossa. Per calmare il dolore esistevano preparazioni applicate attorno alla ferita o pozioni da ingerire. Talvolta le ferite venivano ricoperte da una fasciatura. Dopo alcuni giorni, in genere due, si toglievano le bende e si disinfettava nuovamente.
La stanza delle operazioni era molto simile ai moderni ambulatori, con il tavolo e una sedia dallo schienale alto dove si sedeva il dottore, e un lettino per il paziente.

LA FARMACIA ROMANA

LE FARMACIE

I primi farmaci realizzati a Roma venivano prodotti dai medici con l'aiuto dei loro discepoli che andavano a raccogliere le erbe o i minerali, li depuravano, essiccavano, sminuzzavano, mescolavano e altro, fino a raccoglierle nei vasetti, o in sacchetti, o diluirli nelle bottiglie di vetro ecc.
Solo a partire dal II secolo a.c. ebbe inizio la prima farmacia romana, che non solo vendeva le medicine ma era un laboratorio in cui se ne fabbricavano dalle materie prime.

L'istituzione dei medici della mutua contribuì non poco all'apertura delle farmacie, perchè il compito dei medici era incessante, vista la vastità della clientela, e per quanto i medici della mutua fossero dislocati nei vari quartieri, non avevano certo il tempo di creare prodotti di farmacia, per cui attrezzarono ognuno una propria farmacia che si riforniva a sua volta nelle farmacie di stato.

I farmacisti si servivano di cucchiaini in bronzo per polveri e paste, ampolle per i liquidi, vasi in bronzo o in terracotta, pestelli in pietra per sminuzzare, e bilance a uno o due piatti. I farmaci erano complessi, dovuti a una mescolanza di sostanze semplici per cui i medici facevano ricette o ne inventavano di nuove, a volte valendosi anche di pratiche magiche. A Roma la magia non era proibita, a meno che non fosse esercitata contro qualcuno provocandone la morte.

Però le farmacie di stato, quelle che dovevano rifornire le piccole farmacie dei medici di stato, cioè i medici della mutua, non erano molto raffinate, anche perchè non dovevano vendere prodotti nè convincere qualcuno. Si limitavano pertanto ai prodotti essenziali per ogni malattia ma in grande quantità, e ne tenevano precisi resoconti per i controlli statali esercitati su di loro.



GLI SCHIAVI

Dunque il medico della mutua non valeva per gli schiavi, e difficilmente i padroni si rivolgevano ai medici privati per curare gli schiavi, per cui spesso li portavano nel Tempio di Esculapio a Roma sperando nell'intervento del Dio. Infatti Augusto, che era molto clemente con i suoi schiavi e che per lo più li trasformò in liberti, promulgò una legge per cui lo schiavo che non veniva curato dal medico, se era portato nel tempio di Esculapio e guariva, diventava automaticamente libero.

C'erano però delle tenute agricole che servivano a curare gli schiavi, e potevano essere tenute sia da uomini che da donne. Le donne infatti conoscevano tutti segreti delle erbe e si prodigavano per curare gli schiavi consentendo loro anche lunghe degenze non gradite nelle domus padronali.

Lo schiavo riceveva cibo sano e dietetico, respirava aria pura, se era il caso passeggiava e riceveva puntualmente le sue medicine. Se invece doveva giacere su un letto poteva farlo, naturalmente in camerate, ma con fasce, bende stecche e quant'altro.

Il soggiorno naturalmente costava poco, così i romani, per non avere l'ingombro in casa e per avere chi li assistesse, portavano gli schiavi nelle "case di cura" extraurbane, naturalmente a pagamento ma a prezzo modesto, dove si praticava l'agricoltura con orti e frutteti, dove si allevavano gli animali e soprattutto dove c'erano gli orti dove crescevano le più svariate erbe curative.

VALETUDINARIUM ORIGINALE E RICOSTRUITO A CARMENTUM

L'ESERCITO

Si sa che l'esercito romano si portava sempre inservienti per curare le ferite di guerra e steccare le ossa ma fu Giulio Cesare che ordinò le prime scuole di medicina, e fu anche il primo a portare i medici specialistici nell'esercito per curare i feriti.

Dalle scuole di alto livello internazionale, visto che disponevano di insegnanti etruschi, greci, libici, egizi e romani,  nacquero veri e propri ospedali militari dove venivano praticate la chirurgia e la medicina per la cura delle ferite in guerra

Qui, oltre a studiare sui libri, si imparava anche a livello pratico. Il maestro portava gli alunni nelle visite dei pazienti, come avviene nei moderni ospedali: ci si esercitava a tastare il polso, a toccare la fronte per la temperatura, ad esplorare occhi e bocca, a sentire il battito del cuore appoggiando l'orecchio sul petto, a osservare il colorito del paziente, e ad ascoltare la descrizione dei suoi sintomi per la diagnosi.

Possiamo dire che la vera medicina romana nacque nelle scuole romane e si diffuse negli ospedali da campo. Cesare sapeva che certe ferite se curate presto e bene potevano guarire in breve tempo, se trascurate potevano invalidare e pure uccidere. Poichè le guerre di Cesare duravano anni, si era munito di piccoli ospedali da campo dove si provvedevano le prime cure e si facevano le prescrizioni. Al primo centro amico il soldato poteva essere affidato alle cure locali, salvo poi rimettere il legionario a cavallo per fargli raggiungere l'esercito.

I medici usavano pure gli assistenti, spesso i legionari stessi, soprattutto negli interventi chirurgici, istruendoli quindi un po' nel campo. Così gli assistenti diventavano medici legionari e a loro volta potevano prestare un primo soccorso ai caduti prima di trasportarli negli ospedali da campo. Insomma i legionari sapevano fare di tutto, operai, ingegneri, idraulici e pure medici.

Gli ospedali da campo erano detti "Valetudinaria". Furono costruiti lungo l'intero limes fin dal tempo dell'imperatore Augusto, quali ospedali militari all'interno di ciascun castrum legionario o ausiliario.
Ne restano importanti vestigia in Svizzera, Inghilterra, Germania ma esistevano in tutto il territorio di conquista. Erano rettangolari con al centro un ampio cortile e lungo i quattro lati erano posizionati i vari settori: sale operatorie, stanze di degenza, latrine, ambulatori dei medici, la farmacia, accettazione dei malati, uffici amministrativi.

IL MEDICO MUNICIPALE

LE RESPONSABILITA' MEDICHE

- L’assistenza andava erogata anche ai criminali e ai nemici.
- Il medico doveva rifiutare l’aborto (anche se si sa che lo si praticava nascostamente)
- Di fronte alla legge il medico aveva responsabilità giuridiche ed era passibile di sanzioni (secondo un’antica legge del 286 a.c., la Lex Aquilia) ed era tenuto al risarcimento del danno
- Secondo la Lex Cornelia, dell’ 81 a.c., i medici erano penalmente responsabili per eventuali avvelenamenti, se procuravano o vendevano veleni a qualcuno. 
- Era punita la castrazione a scopo di piacere. 
- Veniva punito il medico che seduceva la moglie di un cliente.

Vi erano anche donne-medico nel mondo sanitario romano, soprattutto in campo ostetrico, ma anche al di fuori di questo. Vi erano medici specializzati, anche se la specializzazione era molto criticata. In teoria la chirurgia doveva essere impiegata in estrema-ratio (per ragioni veramente urgenti e gravi). Come anestetico si usavano l’oppio, il giusquiamo, la belladonna e altro.




LE PALESTRE

Anche nelle palestre, c'erano medici per traumi e ferite: dalle lussazioni alle distorsioni muscolari, ai traumi ossei, intervenendo con medicine, esercizi e diete. Anticamente era il pater familias ad occuparsi dell'addestramento ginnico dei figli maschi, ma in seguito furono gli stessi proprietari delle palestre ad occuparsene.

Così le palestre non solo fornivano i medici in caso di incidenti, e non erano inusuali perchè i ragazzini dovevano prepararsi per diventare futuri soldati, ma fornivano pure i personal-trainer, spesso legionari in congedo e pure di una certa fama.

Ippocrate influenzò molto la medicina romana, infatti in alcuni libri romani si descrive il comportamento che il medico deve tenere durante la visita: deve esser discreto, parlare a bassa voce, essere sorridente, esprimere fiducia e ottimismo per la guarigione, e se il paziente è agitato, deve calmarlo con persuasione e dolcezza.

Così il personal trainer divenne una specie di secondo padre consigliando e incoraggiando il suo allievo, senza penalizzarlo per i suoi errori, e anzi guidandolo verso l'addestramento più efficace per farne un vero legionario.



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