IL TEMPIO ROMANO



IL TEMPIO ROMANO

LA DIMORA DEGLI DEI


Il tempio fu il più importante edificio sacro di Roma antica, altre forme furono l'aedes, il cacellum, l'ara e l'edicola. Il termine templum è latino, ma non indicava tanto l'edificio, ma un luogo consacrato secondo una precisa ritualità e una dedica alla divinità, orientato secondo i punti cardinali e secondo la divinità cui ci si rivolgeva.

Spesso però il termine aedes, che un tempo era lo spazio sacro delimitato, con o senza ara, significava tempio come dimora del dio.

Il tempio, in quanto dimora del dio, era il luogo sacro, consacrato e inaugurato, dove si svolgevano le cerimonie, le preghiere e nella cui cella venivano conservati gli oggetti di culto nonchè quelli votivi offerti dai fedeli. A volte nei templi si svolgevano anche attività profane, come le sedute del Senato o la celebrazione dei trionfi, non perchè i templi potessero essere usati profanamente ma perchè certe importanti riunioni o cerimonie svolte per il benessere del popolo romano erano comunque sacro.Ne furono esempi il Tempio di Giove sul Campidoglio, davanti al quale si fermavano i cortei trionfali, ed il Tempio di Saturno, dove era conservato l'erario e sul cui podio erano affissi i documenti pubblici.

In genere gli edifici sacri erano alla fine di un percorso processionale, un tempo con un tragitto anulare che passava intorno al tempio, per riguardare successivamente solo la facciata e la porta d’ingresso alla cella, sede della statua di culto.

Le immagini dovevano dare l’impressione di essere vive, pronte a balzare via, con energia a stento trattenuta, da un ambiente per loro non idoneo, simile ad una gabbia. A tal fine le statue, spesso con proporzioni maggiori dell'umano venivano sapientemente dipinte onde sembrare di carne ed ossa.

Così i templi romani, seppure in genere di proporzioni maggiori di quelli greci, avevano celle più piccole. Per buona parte del II secolo a.c. i templi conservarono,  una tipologia italica, con un pronao quasi pari di misura alla cella. La ragione maggiora sta nel fatto che le celle non erano aperte al pubblico, perchè i fedeli restavano sempre all'esterno e pure i sacrifici si compivano aldifuori, sull'ara posta ai piedi della gradinata
Solo verso la fine del II sec. con l’introduzione dello pseudoperiptero, la cella si ampliò e venne decorata sontuosamente.


Argan:
Diversamente dal canone greco, che consiste in un sistema di rapporti o proporzioni ideali, il “tipo” è uno schema di distribuzione di spazi e di parti in relazione alla funzione pratica o rappresentativa dell'edificio (...) il tipo del tempio romano deriva da quello etrusco e, poi dal greco; ma la sua forma corrisponde a una diversa funzione, poiché il rito religioso è anche funzione pubblica, a cui partecipano le autorità dello stato e la popolazione, esso si svolge all'esterno: davanti al tempio vi è perciò un vasto spazio libero; la costruzione si erge su un alto basamento”. I templi romani si differenziano da quelli greci, in primo luogo per l'ubicazione. Essi infatti sorgono per lo più in contesti urbani, e non in posizione dominante come avveniva per i templi greci ubicati nelle acropoli. Lo schema costruttivo del tempio, si rifà al precedente modello etrusco. Sulla facciata principale, si apre un profondo portico elevato su di un alto podio a gradini. La cella però è più grande e le colonne, si ispirano anche agli ordini ionico e corinzio. Il colonnato che circonda la cella diviene una serie di semi-colonne addossate alle pareti laterali. In età imperiale il tempio, si evolverà in altre forme e sarà anche a pianta centrale (circolare o poligonale) più ampio e/o arricchito da nicchie ed absidi. Alcuni esempi di templi romani: il tempio della Fortuna virile del I a.c; il Tempio di Vesta a Tivoli del I d.c. Ed il tempio di Marte Ultore del 42 a. c."



LA STORIA

(Clicca per ingrandire)
Il tempio cominciò ad assumere una forma monumentale nell'architettura greca, probabilmente a partire dal megaron miceneo, a partire dagli inizi del VII sec. a.c., e si sviluppò con l'introduzione degli ordini colonnati che circondavano la cella. Primi e massimi esempli greci:

* Tempio di Artemide ad Efeso, una delle Sette meraviglie del mondo.
* Partenone sull'Acropoli di Atene.
* Eretteo anch'esso sull'Acropoli di Atene.

Il tempio etrusco, come quello romano da esso derivato, ha la caratteristica, come nelle architetture religiose orientali, di avere una facciata principale, con un ingresso e scalinata principale su un unico lato, diversamente dal tempio greco, normalmente con scalinata su tutti i lati. All'interno, come quello romano da esso derivato, è diviso in tre celle (vedi il tempio della Triade Capitolina sul Campidoglio a Roma).

Nell'architettura romana il tempio si ispira inizialmente ai modelli etruschi, ma presto attinge all'architettura ellenistica. La più marcata differenza del tempio romano rispetto a quello greco è la sua sopraelevazione su un alto podio, accessibile da una scalinata spesso frontale. Inoltre si tende a dare maggiore importanza alla facciata, mentre il retro è spesso addossato a un muro di recinzione e privo dunque del colonnato. Templi greco-romani sono stati spesso inglobati nell'architettura posteriore celandosi sotto cattedrali (Siracusa) o in normali case (Himera, Camarina) ciò che ne ha permesso la conservazione delle strutture. Esempi romani:

* Tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio a Roma
* Pantheon nel Campo Marzio a Roma.



ARCHITETTURA

L'architettura romana si rifà in genere a quelle greca ed etrusca, e altrettanto per i templi. La differenza maggiore tra tempio romano e tempio greco è la sopraelevazione del romano su un alto podio, con scalinata in genere frontale. Inoltre si privilegia la facciata, mentre il retro è addossato a un muro di recinzione e privo di colonnato.

Per tutto il periodo repubblicano le forme architettoniche  si rifanno alle precedenti tradizioni italiche, a loro volta influenzate dall'arte greca, anche se con importanti innovazioni etrusche, come l'uso dell'arco. In età imperiale i templi divennero vasti ambienti con volte e archi sorretti da pilastri, dove i colonnati non erano più di sostegno, ma involucri decorativi delle parti portanti in muratura. L'adozione del cementizio comporta  spazi non più rigidamente quadrangolari, ma si sbizzarrisce nelle forme.

Dall'arco si originano le coperture a volta:
  • più archi successivi determinano la volta a botte;
  • due volte a botte incrociate ortogonalmente determinano lacrociera, compresa fra sei archi, quattro laterali e due trasversali.
Le superfici curve determinano anche la volta a vela e la cupola, che i romani impostano essenzialmente su
una base circolare, come nel Pantheon. Archi e volte vengono costruiti con l'aiuto di centine, sostegni lignei sagomati ad arco su cui si dispongono i mattoni e si gettano gli impasti di malta: quando la muratura è secca la centina viene rimossa.
In età imperiale il tempio, spesso anche a pianta centrale (circolare o poligonale) e ingigantito nelle dimensioni, si arricchisce di nicchie ed absidi, spazi semicircolari ricavati nelle pareti e destinati ad accogliere statue o realizzati per rendere più articolata la pianta di un edificio. La copertura non è più costituita solo da un tetto a due falde, ma anche da volte a botte o a cupola.

Gli ordini architettonici usati furono il corinzio, lo ionico, il tuscanico ed il composito.
STILE PSEUDOPERIPTERO
  • l'trusco-italico fu utilizzato nel VI e V sec a.c., come nel Tempio di Giove Ottimo Massimo
  • il prostilo aveva il colonnato frontale; come il tempio di Antonino e Faustina nel Foro Romano 
  • il periptero aveva con colonne su tutti i lati, come nel caso del Tempio dei Castori nel Foro 
  • il periptero sine portico non aveva il colonnato posteriore, utilizzato soprattutto in età repubblicana, come il Tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare 
  • lo pseudoperiptero era come il prostilo ma con semicolonne sui lati lunghi, come nel Tempio di Portuno
  • il tholos aveva pianta rotonda circondato da colonne, come il Tempio di Vesta.
Le colonne erano solitamente lisce per i capitelli tuscanici e compositi e scanalate per gli altri tipi. ma I materiali usati nell'edilizia templare romana furono il tufo, il legno e i mattoni crudi in età arcaica. Dall'età repubblicana furono adottati l'opera quadrata in tufo e travertino, mentre in epoca imperiale fu utilizzato anche il marmo.



LA COSTRUZIONE

Con l’età ellenistica prende avvio un diverso modo di concepire il rapporto tra la statua di culto e il tempio che la conteneva. Nel Partenone e nel tempio di Zeus a Olimpia, Fidia aveva attentamente concepito le sue statue crisoelefantine tenendo conto dello spazio che le circondava. L’artista deve aver considerato il senso di misura e di ordine avvertito dallo spettatore fin dalla porta d’ingresso nella sala.

COSTRUZIONE DEL TEMPIO
La realizzazione del tempio era scandita da cinque fasi:
  • votum, promessa della costruzione del tempio ad un dio, generalmente per supplica o ringraziamento in occasione di battaglie, lotte interne o calamità naturali;
  • locatio, la scelta del luogo della costruzione del tempio;
  • inauguratio, prima della costruzione il luogo prescelto veniva delimitato e sacralizzato dagli Auguri;
  • consacratio, terminata la costruzione, i Pontefici consacravano il tempio alla divinità;
  • dedicatio, la dedica ufficiale al dio, che in quel giorno (dies natalis) veniva celebrato con cerimonie annuali.

In quanto al tipo di esecuzione o templi romani usano tecniche diverse tra loro e vi distinguiamo diversi tipi di Opus::
  • Opera poligonale (opus siliceum): diffusa nell'Italia centrale, tra il VI e il II secolo a.c., eseguita con la sovrapposizione di massi in pietra non lavorati, anche di notevoli dimensioni, senza malte, grappe o perni. Veniva utilizzata per mura di terrazzamento e contenimento di terrapieni. Le mura di recinzione poligonali sono invece preromane.
  • Opera quadrata (opus quadratum): con blocchi squadrati e uniformi, messi in opera in filari omogenei con piani di appoggio continui. I romani la utilizzarono a partire dal VI sec. a.c. perfezionandola con una maggiore regolarità del taglio e una disposizione più articolata dei blocchi. L'uso continua anche dopo l'introduzione del cementizio per tutta l'età imperiale.
  • Opera africana (opus africanum) o a telaio: paramento costruito da catene verticali di blocchi di pietra nelle quali si alternano pietre verticali e orizzontali, riempita con un'opera simile a quella a graticcio. Venne utilizzata in Africa Settentrionale dal IV sec. a.c.
  • Opera cementizia (opus caementicium): murature costituite in cementizio, ossia malta (calce con sabbia o pozzolana) mescolata a pietre (caementa). L'opera cementizia costituisce generalmente solo il nucleo portante della muratura, rivestita all'esterno con un paramento che fa da contenitore sui due lati.
A seconda dei  paramenti possono distinguersi:
  • Opera incerta (opus incertum): paramento costituito da pietre irregolari a faccia piana, utilizzato soprattutto dagli inizi del II sec. a.c. fino a poco dopo la metà del I sec. a.c. Le pietre utilizzate nella muratura venivano legate con malta e fra una pietra e l'altra venivano aggiunti i pezzi più piccoli. Il tutto era poi cosparso da una gettata di malta liquida che era in grado di espandersi in tutta la muratura.
  • Opera reticolata (opus reticolatum): paramento costituito da piccole piramidi tronche a base quadrata in pietra (tufelli o cubilia), con la punta inserita nel cementizio e disposte in diagonale a formare un reticolo, utilizzata soprattutto a partire dalla prima metà del I sec. a.c. e fino all'epoca giulio-claudia. 
  • Opera quasi reticolata: paramento molto simile al reticolato, molto meno accurato e uniforme. Utilizzata dalla fine del II sec. a.c.
  • Opera laterizia (opus testaceum e opus latericium): paramento costituito, inizialmente, da tegole smarginate e, poi, da mattoni o laterizi, di forma triangolare, con la punta inserita nel cementizio, utilizzata dalla fine del I sec. a.c. e per tutta l'età imperiale.
  • Opera mista (opus mixtum): paramento costituito da opera reticolata, con ammorsature in opera laterizia agli angoli ed agli spigoli, utilizzata soprattutto nel II sec. d.c.
  • Opera listata (opus vittatum): paramento costituito da ricorsi alternati di laterizi e di piccoli blocchi in tufo (tufelli), utilizzata soprattutto dagli inizi del IV sec. d.c. In modo analogo all'opera mista, a volte con ammorsature in laterizio negli spigoli ed agli angoli.
  • Opera a graticcio (opus craticium): muratura leggera costituito da un telaio portante di legno poggiato su uno zoccolo in muratura riempito da argilla. Utilizzato per i tramezzi delle abitazioni. 
I paramenti potevano poi essere rivestiti in vari modi:
  • con intonaco, decorato con pitture ad affresco
  • ad encausto
  • con ornamenti in stucco, 
  • con mosaici parietali (più rari di quelli pavimentali).
Strutture destinate ad usi particolari, come le vasche destinate a contenere liquidi, o le cisterne, venivano rivestite da cocciopesto (opus signinum), un composto di calce, sabbia o pozzolana e frantumi di laterizio omogenei, utilizzato come impermeabilizzante.

I pavimenti potevano essere:
  • in opera spicata (opus spicatum), mattoni rettangolari disposti di taglio a spina di pesce
  • in mosaico (opus tessellatum o opus vermiculatum, per le tessere molto piccole e disposte secondo i contorni delle figure)
  • in opera scutulata (opus scutulatum), con scaglie di pietra o marmo, di vario colore e formato, inserite in fondi di vario tipo e disposte sparse o secondo motivi decorativi, utilizzate dal I secolo a.c.)
  • opus sectile, ossia con lastre di diversi marmi colorati disposte in modo da formare disegni geometrici.


ORDINI ARCHITETTONICI

A seconda principalmente del tipo di capitello, gli ordini si distinguono in: dorico, ionico e corinzio, in Grecia, con l'aggiunta del tuscanico e del composito a Roma.

Il tuscanico rappresenta invece una variante locale italica del dorico e l'ordine composito, una creazione romana dell'epoca di Augusto mescolando gli stili ionico e corinzio insieme.

Non solo il capitello, ma anche gli altri elementi dell'ordine sono differenti sulla base di questa medesima suddivisione: tuttavia va rilevato che nell'architettura romana si mescolano elementi di ordini diversi, un uso iniziato in epoca ellenistica.

Queste sono le caratteristiche dei diversi ordini:


Ordine dorico

Base mancante: il fusto della colonna, rastremata verso l'alto poggia direttamente sul pavimento.
Fusto con scanalature che si incontrano formando un angolo vivo, invece che essere separate da listelli e sono 20 come negli ordini ionico e corinzio. Capitello dorico formato da abaco più echino.
Architrave intero con guttae, ossia piccoli elementi a forma di tronco di cono, al di sotto della fascia sporgente di coronamento. Fregio suddiviso in metope, riquadri piani decorati a pittura o a rilievo, e triglifi, elementi più sporgenti solcati da scanalature. Cornice con una parte superiore più sporgente, decorata sul soffitto con tavolette ornate da file di guttae. Priva di dentelli nella parte inferiore.


Ordine tuscanico

Base presente: con modanatura con profilo a semicerchio convesso. Fusto come nell'ordine dorico, oppure liscio. Capitello tuscanico. Architrave teoricamente come nell'ordine dorico. Fregio teoricamente come nell'ordine dorico. Cornice come nell'ordine dorico.


Ordine ionico

Base presente: con forme diverse a seconda del luogo e del periodo, la più nota e comune è quella a "base attica", con fusto a scanalature separate da listelli e non a spigolo vivo. Capitello ionico
Architrave suddiviso in fasce, ciascuna leggermente sporgente rispetto a quella inferiore, e coronato superiormente da modanature. Fregio continuo. Cornice decorata con dentelli.


Ordine corinzio

Base presente. Fusto scanalato come nell'ordine ionico. Capitello corinzio. Architrave come nell'ordine ionico. Fregio continuo come nell'ordine ionico. Cornice come nell'ordine ionico.


Ordine composito

Base presente. Fusto scanalato come nell'ordine ionico. Capitello composito Architrave come nell'ordine ionico. Fregio continuo come nell'ordine ionico. Cornice come nell'ordine ionico.
Coll'avvento del Cristianesimo i templi e le statue pagane vennero abbattuti, salvandosi solo gli edifici trasformati in chiese. Solo nel Rinascimento si avrà la scoperta di tanta bellezza oltraggiata e sepolta, che ancora oggi è insuperata.


ORIENTAMENTO DEL TEMPIO

Solitamente i templi romani, come quelli greci, erano orientati ad oriente, talvolta a sud e raramente ad ovest. Ad esempio il tempio di Giove Capitolino e il Pantheon sono rivolti a oriente, il tempio di Giove Anxur (Giove bambino) è rivolto a sud, e il tempio di Ecate era rivolto ad ovest.
Si sostiene che solo le divinità ctonie, cioè dell'Ade, fossero rivolte al tramonto del sole, riguardando il mondo dell'oltretomba.
Naturalmente gli orientamenti nell'urbe dovettero poi adattarsi, come altrove, allo spazio conteso o limitato da altri edifici.



DA ROBERTO LANCIANI


I TEMPLI DI ROMA ANTICA

Le antiche guide di Roma, pubblicati a metà del IV secolo, citano:
- 425 templi,
- 304 sacrari,
- 80 statue di Dei in metalli preziosi (oro o argento o elettro, cioè una lega di oro e argento)
- 63 statue d'avorio,
- 555 statue di bronzo
Il numero di statue di marmo non è dato. Si è detto, tuttavia, che Roma disponeva di due popolazioni di uguale dimensione, una viva e una di marmo. (La popolazione di Roma variò da un milione a un milione e mezzo di abitanti, per cui almeno 800 statue di marmo)

ENTABLATURA DEL TEMPIO DI CONCORDIA
(Timpano-architrave e decorazione interna)
Ho avuto l'opportunità di testimoniare o condurre la scoperta di vari templi, altari, santuari e statue di bronzo. Il numero di statue e busti in marmo scoperti negli ultimi venticinque anni, sia a Roma che in Campagna, può essere indicato a mille (ma a Roma non esistono mille statue, il che significa che le hanno vendute all'estero).

Prima di iniziare la descrizione di questi bellissimi monumenti, devo alludere ad alcuni dettagli riguardanti la gestione e l'organizzazione di antichi luoghi di culto, su cui le recenti scoperte hanno gettato una considerevole e, in alcuni casi, inaspettata luce.

I templi romani, come le chiese di oggi, sono stati utilizzati non solo come luoghi di culto, ma come gallerie di immagini, musei statuari, e "armadi" di oggetti preziosi. Nel capitolo V di "Roma antica" ho dato il catalogo delle opere d'arte esposte nel tempio di Apollo sul Palatino.
L'elenco comprende:
- L'Apollo e Artemide che guidano una quadriga, di Lysias;
- Cinquanta statue dei Danaids;
- Cinquanta dei figli d'Egitto;
- Gli Eracle di Lysippos;
- Augusto con gli attributi di Apollo (una statua di bronzo alta 50 m); (il colosso di Nerone era alto 36 m circa)
- Il frontone del tempio, di Bupalos e di Anthermos;
- Statue di Apollo, di Skopas;
- Leto, di Kefisodotos, figlio di Praxiteles;
- Artemide, di Timoteos;
- Le nove Muses;
- Anche un lampadario, precedentemente dedicato da Alessandro Magno a Kyme;
- Medaglie di uomini eminenti;
- Una collezione d'oro;
- Un altro di gemme e intagli;
- Sculture in avorio;
- Esemplari di paleografia;
- E due biblioteche

Il tempio di Apollo non era affatto l'unico museo sacro dell'antica Roma. C'erano dozzine di essi, iniziando con il Tempio di Concordia, così lodato da Plinio. Questo tempio, costruito da Camillo, ai piedi del Campidoglio e restaurato da Tiberio e da Settimo Severo, c'era ancora al tempo di papa Adriano I (772-795), quando l'iscrizione sul suo fronte fu copiata per l'ultimo Tempio dall'Einsiedlensis. "Quando ho fatto la mia prima visita a Roma," dice Poggio Bracciolini, "ho visto il Tempio di Concordo quasi intatto (ædem fere integram), costruito in marmo bianco. Da allora i romani l'hanno demolito e trasformato la struttura in un forno a calce ".

La piattaforma del tempio e alcuni frammenti delle sue decorazioni architettoniche sono state scoperte nel 1817. Il lettore può apprezzare la grazia di queste decorazioni, da un frammento dell'entablatura ora nel portico del Tabularium e una delle colonne della cella, ora nel Palazzo dei Conservatori.

La cella conteneva una nicchia centrale e dieci laterali, in cui sono stati collocati undici capolavori di scalpelli greci, e cioè
- l'Apollo e l'Hera, di Baton;
- Leto che cura Apollo e Artemide, di Euphranor;
- Asklepios e Hygieia, di Nikeratos;
- Ares e Hermes, di Piston;
- Zeus, Athena e Demeter, di Sthennis.
Non è noto il nome dello scultore della Concordia nell'abside.
Plinio parla anche di:
- una immagine di Theodoros, che rappresenta Cassandra;
- di quattro elefanti, tagliati in ossidiana, un miracolo di abilità e manodopera e di una collezione di pietre preziose, tra le quali era la sardonia impostata nel leggendario anello dei Polykrates di Samos.

La maggior parte di questi tesori era stata offerta alla Dea (Concordia) da Augusto, spinto dalla liberalità che Giulio Cesare aveva mostrato alla sua Dea ancestrale Venus Genetrix.
Sappiamo da Plinio, xxxv. 9, che Cesare fu il primo a dare il dovuto onore ai dipinti, esponendoli nel suo Forum Giulio.
Egli pagò circa 72.000 dollari (ottanta talenti), per due opere di Timomachos, che rappresentano Medea e Aiace.
Alla base del Tempio di Venere Genetrix collocò la sua statua equestre, il cui cavallo, modellato da Lysippos, aveva appoggiato una volta la figura di Alessandro Magno.
La statua di Venere era opera di Arkesilaos, e il suo seno era ricoperto di stringhe di perle britanniche. Plinio (xxxvii.5), dopo aver menzionato la collezione di gemme fatta da Scaurus e un altro fatto da Mithradates, che Pompeo il Grande aveva offerto a Giove Capitolino, aggiunge: "Questi esempi sono stati superati dal dittatore Cesare, che ha offerto a Venus Genetrix sei collezioni di cammei e di intagli ".
Un catalogo descrittivo di questi valori e opere d'arte è stato conservato in ogni tempio, e talvolta inciso su marmo. Le scorte comprendevano anche i mobili e le proprietà della sacrestia. Nel 1871 il seguente documento notevole è stato scoperto nel tempio di Diana Nemorensis. L'inventario, inciso su un pilastro in marmo alto tre metri, è ora conservato nel castello di Orsini a Nemi. È stato pubblicato da Henzen in "Hermes", vol. Vi. P. 8, e recita come segue, in traduzione:


Oggetti offerti [o appartenenti] a entrambi i templi [il tempio di Iside e quello di Bubastis]: 

- Diciassette statue;
- Una testa del Sole;
- Quattro immagini d'argento;
- Un medaglione; Due altari di bronzo;
- Un treppiede (a forma di uno a Delphi);
- Una tazza di libagioni; Un patera; Un diadema [per la statua della dea] costellata di gemme;
- Un sistrum di argento dorato;
- Una coppa dorata;
- Un patera decorato con orecchie di mais;
- Una collana appesa a beryl;
- Due braccialetti con gemme;
- Sette collane con gemme;
- Nove orecchini con gemme;
- Due naufli [raro guscio dei Propontis];
- Una corona con ventidue topazi e ottanta diamanti;
- Una ringhiera d'ottone sostenuta da otto hermulæ;
- Un costume di lino che comprende una tunica, un pallio, una cintura e una stola, tutti rifilati d'argento;
- Un costume simile senza tagli.


[Oggetti offerti] a Bubastis: 

- Un costume di seta viola;
- Un altro di colore turchese;
- Un vaso di marmo con piedistallo;
- Una brocca d'acqua;
- Un costume di lino con decorazioni d'oro e una cintura d'oro;
- Un altro di lino bianco chiaro.

Gli oggetti descritti in questo catalogo non appartengono al Tempio di Diana, uno dei più ricchi dell'Italia centrale; Ma a due piccoli santuari, di Iside e Bubastis, costruiti da un devoto all'interno della recinzione sacra, sul lato nord della piazza.

Gli antichi hanno mostrato un gusto notevolmente cattivo nel caricare le statue dei loro dèi con preziosi ornamenti e rovinare la bellezza dei loro templi con appendici di ogni tinta e descrizione. Un documento pubblicato da Muratori parla di una statua di Iside che fu dedicata da una signora di nome Fabia Fabiana come memoriale della sua nipote deceduta Avita.
- La statua, gettata in argento, pesava una cinquantasette e mezzo chili e fu impregnata di ornamenti e gioielli oltre la concezione.
- La dea ha indossato un diadema in cui sono state fissate sei perle, due smeraldi, sette berilli, un carbuncolo, un giacinto e due teste di frecce glaciali;
- Anche orecchini con smeraldi e perle,
- una collana composta da trenta perle e diciassette smeraldi,
- due fermagli,
- due anelli sul dito,
- uno sul terzo, - uno sul dito medio;
- E molte altre gemme sulle scarpe, sulle caviglie e sui polsi.

Un'altra iscrizione scoperta a Costantino, in Algeria, descrive una statua di Giove dedicata nel Campidoglio di quella città. I devoti avevano messo
- in testa una corona di quercia d'argento, con trenta foglie e quindici ghiande;
- Avevano caricato la mano destra con un disco argento, una vittoria che agitava una foglia di palma e una corona di quaranta foglie;
- E nell'altro aveva fissato una verga d'argento e altri emblemi.

Le tendine e i pannelli non solo disfiguravano l'interno dei templi, ma erano una fonte di pericolo dalla loro combustibilità. Quando sentiamo di incendi che distrruggono il Pantheon nel 110, il Tempio di Apollo nel 363, quello di Venere e Roma nel 307 e quello di Pace nel 191, possiamo supporre che essi siano stati avviati e nutriti dai materiali infiammabili di cui erano pieni gli interni. Non vi è alcuna altra spiegazione da dare, in quanto le strutture erano ignifughe, ad eccezione del tetto. Per quanto riguarda la disfigurazione di edifici sacri con tutti i tipi di cortine, basta citare le parole di Livio (xl 51). "Nell'anno di Roma, 574, i censori M. Fulvius Nobilior e M. Æmilius Lepidus ripristinavano il tempio di Giove sul Campidoglio. In questa occasione rimuovevano dalle colonne tutte le tavole, i medaglioni e le bandiere militari di ogni genere che avevano appeso su di esse".

Il diritto di effettuare sacrifici è stato talvolta concesso ai civili, a pagamento di una tassa. Un'iscrizione scoperta tra le rovine del Tempio di Malakbelos, fuori Porta Portese, sul sito della nuova stazione ferroviaria, riferisce come un importatore di vino, Quinto Octavio Daphnicus, avendo costruito a proprie spese una sala per banchetti all'interno della recinzione sacra, venne premiato con l'immunitas sacrum faciendi, ovvero il diritto di eseguire sacrifici senza l'assistenza dei sacerdoti. Le prestazioni sono state regolate da tariffe che specificano un prezzo per ogni elemento; E uno di questi è sopravvissuto fino al nostro tempo.

Iscrizione
 ....
- Per il sangue di - (forse un toro)
- E per il suo nascondiglio
- Se la vittima è assolutamente bruciata XXV assi.
- Per il sangue e la pelle di un agnello IV assi.
- Se l'agnello sia completamente bruciato,
- Per un gallo (interamente bruciato) III assi.
- Per solo sangue XIII assi.
- Per una corona IV assi.
- Per acqua calda (per testa) II assi.

Il significato di questa tariffa sarà facilmente compreso se ricordiamo i dettagli di un sacrificio greco-romano, per quanto riguarda la ripartizione della carne della vittima. Le parti che furono il rispettivo dei sacerdoti differivano in adorazioni diverse; A volte sentiamo delle gambe e della pelle, a volte della lingua e della spalla.

Nel caso di sacrifici privati ​​il ​​resto dell'animale è stato portato a casa dal sacrificatore, da utilizzare per un pasto o inviato come un regalo agli amici. Questo era ovviamente impossibile nel caso di "olocausti", in cui la vittima fu bruciata interamente sull'altare.

Nel rituale romano, la pelle e le interiora erano sempre proprietà del tempio. Nel suddetto tariffario vengono addebitati due prezzi: una più piccola per sacrifici ordinari, quando solo gli intestini sono stati bruciati e il resto della carne è stato portato a casa dal sacrificatore; Una più grande per "olocausti", che richiedeva un uso molto più lungo dell'altare, dello spiedo, della griglia e di altri strumenti sacrifici. Quattro assi vengono addebitati per ogni corona o corona di fiori, la metà di quella quantità per l'acqua calda.

Il sito di un santuario può essere determinato non solo dalle sue rovine effettive, ma in molti casi dal contenuto della sua favissa o delle fosse, talvolta raccolte in un gruppo, talvolta si diffondono su un notevole spazio di terra. L'origine di questi depositi di oggetti votivi in ​​terracotta o bronzo è la seguente:

- Ogni santuario o luogo di pellegrinaggio è stato dotato di una o più sale per la fiera e la custodia di ex voto.
- Le pareti di queste stanze furono costellate di unghie sulle quali i test e le figure di ex voto erano appesi in righe per mezzo di un foro sul retro.
- C'erano anche spazi orizzontali, piccoli gradini come quelli di un larario, o mensole, su cui erano collocati quegli oggetti che potevano stare in piedi.
- Quando entrambe le superfici sono state riempite, e non è stata lasciata alcuna stanza per l'afflusso quotidiano di offerte votive, i sacerdoti hanno rimosso i rifiuti della raccolta, cioè i terracotta, e seppelliti nelle volte (favissæ) del tempio, o in trincea scavate per lo scopo all'interno o vicino alla recinzione sacra.

Durante questi ultimi anni sono stato presente alla scoperta di cinque depositi di ex voto, ognuno dei quali segna il sito di un luogo di pellegrinaggio.
- Il primo è stato trovato nel marzo 1876, sul sito di un tempio di Ercole, fuori dalla Porta S. Lorenzo; - Il secondo nella primavera del 1885, sul sito del Tempio di Diana Nemorensis;
- Il terzo nel 1886, vicino all'Isola di Esculapio (ora di S. Bartolomeo);
- Il quarto nel 1887, vicino al santuario di Minerva Medica;
- L'ultimo nel 1889, sul sito del tempio di Giunone a Veio.

NEMI E SITO DEL TEMPIO DI DIANA

Tempio di Ercole

L'esistenza di un tempio di Ercole, al di fuori della Porta S. Lorenzo, nell'ambito del cimitero moderno, fu resa nota per la prima volta nel 1862, in seguito alla scoperta di un altare a lui accolto da Marcus Minucius, il "Magister equitum "o tenente generale di Q. Fabius Maximus (217 a.c.). Questo altare è ora esposto nel Museo Capitolino.
Quattordici anni dopo, nel 1876, le favissé del tempio furono trovate nella sezione del cimitero chiamato Pincio. C'erano.
- circa duecento pezzi di terracotta,
- vasi di fabbricazione etrusca e italo-greca;
- diverse statuette di bronzo,
- pezzi di æs rude e æs grave librale, uno dei quali dalla città di Luceria. Questo deposito sembra essere stato sepolto all'inizio del VI sec. di Roma.


Tempio di Diana Nemorense

Lo scavo del tempio di Diana Nemorensis fu intrapreso nel 1885 da Sir John Savile Lumley, ora Lord Savile di Rufford, ambasciatore inglese a Roma, con il gentile consenso del governo italiano. Sembra che questo Artemisium Nemorense non sia solo un luogo di culto e di devozione, ma anche uno stabilimento idroterapeutico.

Le acque impiegate per la cura sono quelle che sorgono dalle rocce laviche di Nemi e che fino a qualche anno fa cadevano in cascate graziose nel lago, in un luogo chiamato "Le Mole".

LATO DELLA NAVE DELL'ISOLA TIBERINA COL
SIMBOLO DI ESCULAPIO
Ora forniscono alla città di Albano, che da tempo soffre di carestia d'acqua. Posso garantire la loro efficacia terapeutica dall'esperienza personale; Infatti posso onestamente mettere la mia offerta votiva alla dea a lungo dimenticata, dopo aver recuperato la salute e la forza seguendo la vecchia cura. 

Diana, tuttavia, è stata principalmente adorata in questo luogo come Diana Lucina. Non ho bisogno di inserire particolari su questo argomento. Gli ex-voto raccolti in grande quantità da Lord Savile, che rappresentano le giovani madri che allattano la loro primogenita, e altre offerte della stessa natura, testimoniano l'abilità dei sacerdoti. 

Forse hanno praticato altri rami di chirurgia, perché tra le curiosità riportate alla luce nel 1885 sono diverse figure con grandi aperture sul davanti, attraverso le quali si vedono gli intestini. Il professor Tommasi-Crudeli, che ha fatto uno studio di questa classe di curiosità, afferma che essi non possono essere considerati veri modelli anatomici perché il lavoro è troppo ruvido e primitivo per consentire di distinguere l'intestino dall'altro. Il numero di oggetti raccolti da Lord Savile può essere stimato a tremila.


Tempio di Esculapio

Oggetti caratteristici di una natura simile-seni tagliati e mostrando l'anatomia - sono stati trovati in gran numero in e vicino all'isola del Tevere, dove il Tempio di Æsculapius era in piedi, sulla poppa della nave di marmo. Sembra che la strada che conduce dal Campus Marzio al Pons Fabricius e, al di là del tempio, sia stata foderata con negozi e cabine per la vendita di ex voto, come avviene ora con gli approcci ai santuari di Einsiedeln, Lourdes, Mariahilf e S. Jago.

Nelle fondamenta delle nuove banchine del Tevere, sopra e sotto il ponte, gli ex voto sono stati trovati in strati regolari lungo la linea delle banche, mentre nell'isola stessa sono venuti a luce in quantità molto minori. Come gli oggetti votivi depositati in questo santuario, a partire dal 292 a.c. alla caduta dell'Impero, non possono essere contati da migliaia, ma da milioni di esemplari, credo che il letto del Tevere sia stato usato come favissa.


Minerva Medica

Il nome di Minerva Medica è familiare agli studenti e ai visitatori della vecchia Roma;  ma il monumento che lo porta, un nymphæum dei giardini dei Licinii, vicino alla Porta Maggiore, non ha alcuna connessione con la dea della sapienza.

FRAMMENTO DI LAMPADA
DEDICATA A MINERVA
Minerva Medica era il nome di una strada sull'Esquilina, così chiamata da un santuario che si trovava all'incrocio, o vicino all'incrocio, con la Via Merulana, non lontano dalla chiesa di SS. Pietro e Marcellino. 

Le sue fondamenta63 e il suo deposito di ex voto sono state scoperte nel 1887. La forma e la natura delle offerte testimoniano innumerevoli casi di recupero eseguiti dalla dea misericordiosa, l'Atene Hygieia o la Paionia dei Greci. C'è un frammento di una lampada scritta con il suo nome, che non lascia dubbi sull'identità del deposito. 

C'è anche una testa votiva, non gettata dallo stampo, ma modellato un stecco, che allude a Minerva come restauratrice di capelli. Il cuoio capelluto è ricoperto di peli spessi davanti e in cima, mentre i lati sono calvi o mostrano solo una crescita incipiente. È evidente perciò che la donna la cui testa ritratta che abbiamo trovato abbia perso i riccioli durante una certa malattia, e averli recuperati attraverso l'intercessione di Minerva, come credeva piamente, le offriva questo curioso segno di gratitudine. Questo, almeno, è il parere di Visconti. 

Un'altra testimonianza dell'efficienza di Minerva nel restaurare i capelli è stata trovata a Piacenza, una tavoletta votiva che mette MINERVÆ MEMORI da parte di una signora chiamata Tullia Superiana, RESTITUTIONE SIBI FACTA CAPILLORUM (per aver ripristinato i capelli).

TESTA VOTIVA

Tempio di Giunone a Veio

Per quanto riguarda la moltitudine di ex voto, nessun altro tempio o deposito scoperto nel mio tempo può essere confrontato con la favissà del Tempio di Giunone a Veio. Nelle tradizioni romane questo tempio era considerato come il luogo in cui Camillo uscì dal cunicolo, o dalla via, il giorno della cattura della città. 

La storia narra che Camillo, dopo aver passato il suo cuniculo sotto il Tempio di Giunone all'interno della cittadella, ha ascoltato l'aruspex etrusco dichiarare al re di Veii che la vittoria sarebbe andata a colui che avesse completato il sacrificio. Su questo, i soldati romani corsero senza sosta, afferrarono le vittime e le portavano a Camillo, che le offriva alla dea con la propria mano mentre i suoi seguaci stavano conquistando la città. 

Il racconto è certamente più o meno costruito; Ma, come osserva Livio, "è indegno dimostrare o negare queste cose". Siamo contenti di sapere che all'interno della cittadella di Veio, nella Piazza d'Armi di oggi, c'era un tempio di grande venerazione e antichità, e che era dedicato a Giunone. Entrambi i punti sono stati dimostrati e illustrati da scoperte moderne.

Gli ex voti dei santuari latini furono, come ho appena notato, sepolti nelle favisse; Ma a Veio, a causa del pericolo e della difficoltà di scavargli all'interno della cittadella, e in roccia solida, gli ex-votos sono stati spostati e buttati dal bordo della scogliera nella valle sottostante. Il luogo scelto era il lato nord del crinale roccioso che collega la cittadella con la città, che torreggia torri 158 m sopra il fossato del Cremera.

GLI SCOGLI SOTTO LA CITTADELLA DI VEIO (Oggi chiamata Piazza d'Armi)
La massa di oggetti gettati qui nel corso dei secoli ha prodotto una pendenza che raggiunge quasi la cima della scogliera. Il lettore apprezzerà l'importanza del deposito dal fatto che la miniera sia stata sfruttata sin dall'antichità di Alessandro VII. (1655-1667);

E nella primavera del 1889, quando furono fatti i più recenti scavi, dalla tarda imperatrice Theresa del Brasile, la massa di terra-cotta portata in superficie era tale che il lavoro doveva essere rinunciato dopo pochi giorni, perché non c'era più spazio nella fattoria per lo stoccaggio del bottino. Pietro Sante Bartoli ha lasciato un resoconto degli scavi fatti sullo stesso posto dal cardinale Chigi, durante il pontificato di Alessandro VII. I topografi moderni non sembrano essere consapevoli di questo fatto; Non è menzionato da Dennis, o Gell, o Nibby, anche se è l'unica prova della scoperta del famoso santuario. 

"Non lontano dall'isola Farnese sorge una collina (la Piazza d'Armi), sorge dalla valle del Cremera, sull'altopiano su cui il cardinale Chigi ha scoperto un bellissimo tempio con colonne dell'ordine ionico. Il fregio è intagliato con 66 Trofei e armature di vario tipo, i rilievi del piedritto rappresentano l'imperatore Antonino che sta sacrificando un montone e una scrofa.
Sebbene i pannelli siano sparsi intorno al tempio e le figure siano rotte, a quanto pare manca un pezzo importante. È un altare alto quattro piedi, con figure di tipo etrusco, che è stato rimosso al Palazzo Chigi (ora Odescalchi).

Le colonne e marmi del tempio furono acquistati dal cardinale Falconieri per costruire ed ornare una cappella nella chiesa di S. Giovanni de 'Fiorentini .... Non lontano dal tempio è stato trovato uno strato di ex voto, così ricco che l'intero territorio romano è ora sovrastato da terracotte. Ogni parte del corpo umano è rappresentata: mani, piedi, dita, occhi, naso, bocca, seni, lingue, interiora, polmoni, simboli di fecondità, figure intere di uomini e donne, cavalli, buoi, pecore, suini, in quantità tali da fare diverse centinaia di carrelli. C'erano anche statuette di bronzo, utensili sacri e specchio, tutti rubati o distrutti. Ho visto un operaio che rompeva oggetti meravigliosi (cose insigni) in piccoli frammenti per farne maniglie per i coltelli ".

Quando le fattorie di Isola Farnese e Vaccareccia, in cui si trovano i resti di Veio e dei suoi grossi cimiteri, sono stati venduti, pochi anni fa, dall'imperatrice del Brasile al marchese Ferraioli, le parti interessate hanno convenuto che il diritto di scavo e gli oggetti scoperti dovrebbero appartenere a lei, per un numero limitato di anni, fino al 1891, credo.
La prima campagna, aperta il 2 gennaio 1889 e chiusa a giugno, deve essere considerata come uno dei contributi più importanti per lo studio della civiltà etrusca che sono stati forniti in ritardo agli studenti, sia per caso che per progettazione. Se l'imperatrice avesse potuto realizzare i suoi piani per altri due o tre anni, tutta la città e la necropoli sarebbero state esplorate, analizzate e illustrate, nel modo più rigorosamente scientifico.
Gli eventi politici e la morte di questa nobile donna hanno portato a termine l'impresa. Per tornare, però, al letto di oggetti votivi in ​​terracotta e bronzo, sono riuscito a fare una stima approssimativa delle sue dimensioni, lunghe 250 piedi, di 50 piedi di larghezza e da 3 a 4 in profondità; Quasi 44000 mc. Gli oggetti raccolti in due settimane sono 4000; I frammenti sepolti di nuovo come inutili, raddoppiano quel numero. Le teste delle sole dee sono di 447, di cui 370 sono di fronte, il resto di profilo.
La vena contiene 52 varietà di tipi; All'elenco di Bartoli, dobbiamo aggiungere busti, maschere, braccia, seni, grembiuli, spine, viscere, polmoni, dita, figure tagliate sul petto e mostrando l'anatomia, cifre approssimativamente umane, o embrioni maschi e femmine che finiscono come il tronco di un albero con ceppi corrispondenti ai piedi, figure di ermafroditi, torsioni umane modellate senza testa, braccia senza mani, gambe senza gambe, mani in possesso di mele o gioielli, figurine di gemelli infermieristici, belle statue di vita di donne drappeggiate , Con mani e piedi mobili, ratti, cinghiali, succhi di suini, mucche, montoni, mele e altri frutti, e "marmi".

UNO HIERON PELASGICO, O PIATTAFORMA DI ALTARE A SEGNI
Le prime strutture dedicate agli dèi a Roma furono chiamate aræ, e avevano la forma di un cubo di muratura, al centro di una piattaforma quadrata. Sono stati modellati, in una misura, sullo schema dei hierones Pelasgici, in cui il territorio di Tibur e Signia è particolarmente abbondante. Le are più conosciute nella storia romana e nella topografia sono sei in numero, ovvero:

- l'ara maxima Herculis; 
- la Roma quadrata; 
- L'ara di Aio Locuzio; 
- L'ara di Dite e Proserpina; 
- L'ara pacis Augustæ; 
- l'ara incendii Neroniani. 

I più antichi di questi furono costruiti con pietre dure; Quelli di periodi successivi hanno preso la forma caratteristica dell'altare di Verminus, rappresentato a pagina 52 della mia "Roma antica", e dell'altare sollevato a Veiove dai membri della famiglia giuliana, a Boville, luogo di nascita, dove è stata trovata Dalle Colonnelle nel 1823. Ora è nella villa di quella famiglia sul Quirinale. Nei tempi imperiali la forma convenzionale è stata conservata, con l'aggiunta di due pulvini o voluti, sui bordi opposti della cornice, come rappresentato nell'illustrazione a pagina 35 di "Ancient Rome" (un altare in marmo trovato a Ostia).




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1 comment:

Anonimo ha detto...

davvero utile

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