LILYBAEUM - MARSALA (Sicilia)





Lilibeo fu un'antica città, posta all'estremo ovest della Sicilia, precisamente sotto l'attuale Marsala, situata sul Capo Boeo, che segna il confine marittimo fra il mar Tirreno e il mar Mediterraneo, essendo l'estrema punta occidentale dell'isola.

Oggi fa parte dell'area archeologica di Capo Boeo, che si estende per ben 28 ettari, e fa parte delle coste e delle isole dello Stagnone, una laguna diventata riserva naturale perché habitat ideale di riproduzione e di ristoro per tantissime specie animali.

Tra queste i fenicotteri rosa che sempre più spesso – e in gruppi sempre più numerosi – scelgono lo stagnone ed in particolare l'Isola Grande (comunemente conosciuta come Isola Lunga) come luogo di riposo. 

Lo stagnone è uno dei pochissimi habitat naturali al mondo per la Posidonia, una rara qualità di pianta marina, simile all'erbetta da giardino.

Nei momenti di bassa marea, lo stagnone si trasforma in una immensa prateria, quasi come un campo di calcio in mezzo al mare.

Diodoro (90 - 27 a.c.) riporta che Lilibeo fu fondata dai punici esuli, fuggiti da Mothia, distrutta da Dionisio di Siracusa nel 397 a.c.

« (Mothia) Era situata su un'isola che dista sei stadi dalla Sicilia ed era abbellita artisticamente in sommo grado con numerose belle case, grazie alla prosperità degli abitanti. »
(Diodoro Siculo)
SCAVI DEL 2008
Lilibeo, grazie alla sua posizione di guardia tra Mediterraneo e Tirreno, fu inizialmente un avamposto cartaginese. Assunse poi grande importanza sotto il dominio romano quando vi ebbe sede uno dei due questori che Roma inviava in Sicilia (l'altro aveva sede a Siracusa).

A Lilibeo, tra gli altri, fu questore Cicerone (106 - 43 a.c.), evidentemente molto apprezzato visto che poi i siciliani gli affidarono la causa contro Verre. La città divenne così il centro più grande e più importante della Sicilia occidentale.


DECUMANO

LA STORIA

Nell'anno 397 a.c., la città di Mozia, ubicata sull'isola di San Pantaleo, nella laguna detta dello Stagnone, venne distrutta da Dionisio I, tiranno di Siracusa. I superstiti si rifugiarono sulla costa siciliana e qui fondarono la città che chiamarono Lilibeo. La città venne cinta di mura e da due profondi fossati a nord e a sud di esse, di cui oggi, a Marsala, sono visibili alcuni tratti.
Le fortificazioni dovevano essere molto poderose, tanto da consentire alla città di resistere all'assedio dionisiano del 368 a.c., "mentre le triremi erano dentro il porto di Drepana, i Cartaginesi le attaccarono, le imbarcazioni siracusane furono distrutte e l'assedio fu rotto". 

PAVIMENTO IN MARMO BIANCO E COLONNA A SAN  BOEO
Dovettero.poi resistere all'assedio di Pirro avvenuto nel 277 a.c.che durò ben due mesi. Si narra che il sovrano, abbandonando Lilibeo e la Sicilia, rivolgendosi ad alcuni compagni esclamasse: 
"Che meraviglioso campo di battaglia stiamo lasciando, amici miei, a Cartaginesi e Romani!"
Infatti anche i Romani, durante la I guerra punica, (264 - 261 a.c.) attaccarono Lilibeo ma non riuscirono ad espugnarla. Fu solo nel 241 a.c., con gli accordi di pace, che Cartagine cedette a Roma tutti i propri possedimenti in Sicilia.

Diventata romana, Lilibeo diventò presto un vivissimo centro commerciale, grazie al suo porto e agli intensi traffici marittimi nel Mediterraneo. Si arricchì di splendide ville ed edifici pubblici, tanto che Cicerone, già questore di Lilibeo, la definì splendidissima civitas nell'anno 75 a.c.

La città prosperò fin tanto che durò l'impero romano, alcuni romani vi si trasferirono per il clima caldo e il mare azzurro, edificando splendide ville sulle coste o all'interno. Ma pure i locali si romanizzarono, imparando ad apprezzare le comodità e i lussi dei romani, a cominciare dalle terme, e poi le biblioteche, i portici, i parchi, le fontane, le basiliche, i templi e così via.

Alla caduta dell'Impero Romano, Lilibeo venne devastata dai Vandali all'inizio del V sec., passando sotto il potere del re dei Vandali Trasamondo (450 – 523) che la governò fino alla morte nonostante i successivi accordi con Odoacre che occupò il resto della Sicilia.

IL NOME

Il nome potrebbe derivare dal greco Lilýbaion ("che guarda la Libia", nome che indicava tutta la costa settentrionale dell'Africa) oppure avere origine da una fonte così chiamata, oggi incorporata dalla chiesa di San Giovanni al Boeo. 

LA GROTTA DELLA SIBILLA

LA GROTTA DELLA SIBILLA

Sotto la chiesa si trova la cosiddetta "Grotta della Sibilla", che la tradizione collega quale sepolcro o dimora alla Sibilla Cumana o alla Sibilla Sicula o Sibilla Lillybetana. La Grotta, che si trova a - 4,80 m, è costituita sostanzialmente da un vano centrale, di forma circolare, è scavato nella roccia fino ad una certa altezza, ed è coperto da una cupola bassa, costruita in muratura, con lucernario collegato con il pavimento della chiesa.

Il vano centrale è occupato da una vasca quadrata, non molto profonda. ed è connesso con due ambienti, uno orientato a Nord, l'altro ad Ovest. L'ambiente settentrionale, interamente scavato nella roccia, è semicircolare ed absidato. A livello del pavimento, sgorga una sorgente che alimenta la vasca dell'ambiente centrale. 

La tradizione tramanda che la grotta fosse una delle dimore dove la Sibilla Cumana avesse esercitato la sua attività oracolare, e/o che fosse anche stato il suo sepolcro. 

Gli studiosi sostengono che non vi sia alcuna conferma in merito all'antro della Sibilla, mentre ritengono che in tempi antichi probabilmente non del tutto ipogeico, vi fosse un ambiente termale di pertinenza di una ricca dimora romana.

Però invece le prove ci sono e le fonti ne parlano:

1) Diodoro Siculo, per primo, ce ne dà notizia nella sua “Biblioteca storica”. Narrando lo sbarco di Annibale, che si accingeva a porre sotto assedio Selinunte, sul promontorio del Boeo nel 409 a.c., lo storico così scrive: “… Annibale cartaginese portava le sue truppe sul promontorio di fronte la Libia e poneva l’accampamento accanto a quel pozzo chiamato Lilibeo…”.

2) G. Pitrè nel suo “Feste patronali in Sicilia” ricorda come la popolazione marsalese attribuiva al pozzo d’acqua una serie di poteri salvifici e come ancora nel 1900 nei giorni della festa di San Giovanni in molti vi si facevano salassare e “li salassi erano in tanto numero che talvolta se ne contarono sopra 400”.

LA GROTTA DELLA SIBILLA
3) Altra fonte storica, nella quale si accenna chiaramente a un culto oracolare legato al Pozzo, la troviamo in Solino che, tra il III e IV secolo, nella sua opera “Collectanae rerum memorabilium” testimonia che “Lilybetano Lilybeum oppidum decus est Sibillae sepulcro” ovvero che sul promontorio lilibetano, la città di Lilibeo si onora del sepolcro della Sibilla.

4) Inoltre E. Ciaceri, nella sua opera “Coins of ancient Sicily”, scrive di una moneta proveniente da Lilybeo, ove al dritto è raffigurata una testa velata, normalmente interpretata come una divinità femminile, ed al rovescio un tripode avvolto da un serpente; secondo lo studioso essa raffigurerebbe proprio la nostra Sibilla messa in relazione con Apollo Pitico, del quale essa stessa era sacerdotessa.

Tale tradizione sembrerebbe trovare qualche conferma nel recentissimo ritrovamento (gennaio 2005), 
durante gli scavi nell’area contigua alla chiesa di San Giovanni Battista, di una statua mutila a grandezza naturale, identificata come Venere Callipige databile, forse, al II secolo d.c.

Non c'è meraviglia che un luogo così sacro non fosse poi stato benedetto dall'erezione di un santuario o di un'edicola, e sul fatto che Venere fosse legata alle acque non c'è alcun dubbio. così come se la chiesa ha edificato proprio là sopra significa che doveva, come spesso accadeva, far dimenticare un luogo pagano piuttosto venerato. 

La chiesa vi ha collocato il San Giovanni Battista collocato sull'altare arcaico e collegato al battesimo, per cui doveva far dimenticare ai fedeli l'acqua miracolosa, il santuario venereo e la Sibilla Cumana.


Descrizione:

Alla Grotta si accede da due aperture praticate nel pavimento della navata della chiesa, l’accesso più antico ha due rampe di scale collegate ad un corridoio; il secondo accesso è costituito da un corridoio collegato a tre rampe di scale realizzate nel XVII secolo.

Al centro dello spazio circolare è una vasca quadrata nella quale una canaletta convoglia l’acqua che sgorga da una fonte, situata nel pavimento di un ambiente contiguo; connessi con quest’ultimo sono due vani, in uno interamente scavato nella roccia ed absidato, è alloggiato, davanti alla sorgente, un altare in pietra con una scultura marmorea ad alto rilievo, che raffigura San Giovanni Battista, opera del XV sec.; l’altro, pur esso scavato nella roccia, è di forma irregolare, presenta infatti tre pareti rette ed una absidata.

Non meraviglia pertanto la croce latina scolpita a basso rilievo sul soffitto del più antico ingresso alla Grotta, databile tra V e VI sec.. La tradizione non poteva essere cancellata ma solo sostituita. Certamente la tradizione della Sibilla che oracolava vivendo reclusa volontariamente in una grotta e che riceveva la venerazione del popolo fa una certa impressione oggi, dove una donna che viva solitaria e per giunta famosa non passerebbe indenne a stupri, offese o omicidio. Se non avesse dato oracoli verificati la gente sicuramente non l'avrebbe onorata tanto e per tanti secoli.

LA VENERE CALLIPIGIA DI MARSALA

LA VENERE CALLIPIGIA

Il 14 gennaio 2005 durante i lavori di scavo archeologico nell'area di pertinenza della Chiesa di San Giovanni Battista al Boeo in Marsala è stata rinvenuta una statua marmorea raffigurante Venere Callipigia (o Venere dal bel sedere), databile alla seconda metà del II sec. 
La statua è acefala e manchevole della metà del braccio destro, che copriva o indicava il seno, di più della metà del braccio sinistro, che reggeva l'himation (indumento greco che si portava sopra una spalla, ma, a differenza della clamide, non richiedeva di essere fissato tramite una fibula), di metà circa della gamba destra e di parte della gamba sinistra.
L'opera, scolpita in un unico blocco di marmo pario, molto probabilmente di provenienza greca, è di bellissima fattura: la rotondità dei seni e del fondoschiena scoperto dall'himation, voluttuoso e morbido, evocano il significato mitologico di Afrodite, simbolo dell'istinto e della forza vitale della fecondità e della generazione.
Tante e tali amputazioni fu dovuto dall'odio cristiano per gli Dei pagani che indusse alla distruzione di un patrimonio artistico che è stato incomparato e incomparabile nella sua straordinaria bellezza. Solo artisti come Michelangelo potevano competere con tanta bravura e stile ma di Michelangelo ce n'è stato uno solo, e l'arte greco-romana è rimasta ineguagliata. Non è la religione che distrugge l'arte ma solo l'ignoranza.
VILLA ROMANA

GLI SCAVI

I resti dell'antica Lilibeo si trovano nell'attuale centro urbano di Marsala e, insieme all' isola di Mozia che la fronteggia dal mare (purtroppo di proprietà privata e inglese), costituiscono una cava di sorprese archeologiche soprattutto  fenicio-puniche ma pure romane. 

L'area è stata completamente abbandonata in epoca medievale, ma ancora oggi, facendo una passeggiata all'interno, è impossibile non calpestare pezzi di terracotta antica, o per i più appassionati non notare cinte murarie che escono dal terreno.

Nel 1939 è stato messo in luce un grande edificio romano provvisto di ambienti spaziosi, distribuiti attorno ad un atrio tetrastilo e ad un peristilio. L’insula è fiancheggiata da strade parzialmente lastricate. 

Nel 1972 una breve campagna di scavi ha consentito di accertare la presenza di due fasi edilizie diverse: la più antica del II-I secolo a.c.; la più recente della fine del II-III sec. d.c. Dal 2002 ad oggi è in corso la realizzazione del Parco Archeologico di Marsala, dove gli archeologi lavorano in una distesa di verde in mezzo alla città, scoprendo via via nuovi tesori. 

La campagna di scavo degli anni 2000 ha portato alla luce strutture murarie, lastricati in marmo, reperti di rilevante interesse come la Statua in marmo di Venere Callipigia del II secolo d.c., il timpano in pietra con un'iscrizione latina, oggetti ornamentali come spille, monete, ecc.

Sono riemersi (per ora non visitabili per lavori pubblici) resti dell'abitato (una intera insula con due ricche residenze di età imperiale romana, con pavimentazioni a mosaico e impianti termali privati), delle fortificazioni puniche (mura e fossato) e delle ricche necropoli di età ellenistica e romana. 

Molto importante l'ipogeo di Crispia Salvia (1996) con una camera sotterranea (visitabile con prenotazione) dedicata da un marito alla moglie "Crispia Salvia" in uso dal II sec. d.c., con le pareti interamente decorate da scene dipinte in una vivace policromia (una flautista con danzatori, un banchetto funebre, eroti fra ghirlande, cesti colmi di fiori e frutta).

IPOGEO DI CRISPIA SALVIA

IPOGEO DI CRISPIA SALVIA 

Situato nella necropoli di Lilibeo, oggi in via Massimo D'Azeglio a Marsala, come testimonia l'epigrafe latina risalente al II sec. d.c., venne dedicato a Crispia Salvia dal marito Iulius Demetrius. La donna è stata sposata per 15 anni ed è morta a circa 45 anni. 

L'importanza di attribuire l'età alla donna e di specificare gli anni di matrimonio potrebbe voler dire secondo alcuni studiosi che la donna sia stata già sposata, ma si è trovata la stessa cosa in diversi epigrafi destinate alle mogli ai mariti e pure i figli, dove i congiunti inconsolabili ricordavano gli anni, i mesi e addirittura i giorni, per cui è un'interpretazione che suscita dubbi. 

I nomi della donna rivelano le sue nobili origini, appartenendo a due gens i Crispius, che svolgevano delle attività economiche nella Sicilia occidentale, visti i ritrovamenti di utensili e tegole con bollo A. C. Crispi a Segesta, ed i Salvii anch'essi riconducibili a Lilibeo.

Del marito Iulius Demetrius non si possono facilmente conoscere le origini dato che il nome era diffuso in tutte le città della Sicilia, sia da personaggi di alto rango che da liberti ma non si esclude l'origine nobile. 

L'affresco riporta varie scene tra cui cinque danzatori ed una donna seduta. Ciascuno dei danzatori poggia un braccio sulla spalla di quello che lo precede, il primo a destra ha in mano un fiore, l'ultimo una corona. La donna suona un “aulos” a canne doppie. Nella scena sono cosparsi dei fiori rossi.

Ed ecco l'epigrafe dell'ipogeo di Crispia Salvia.



La foto che la ritrae è una ricostruzione dell'epigrafe intera, in quanto la parte a sinistra è conservata all'interno del Museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala, la parte a destra invece si trova nell'Ipogeo stesso. Facciamo fatica a comprendere come mai tutta l'epigrafe non sia stata portata al museo lasciando magari una copia di essa nell'ipogeo.

CRISPIA SALVIA
VIXIT ANNOS
PLUS MINUS XLV
UXORI DULCISSIMAE
IULIUS DEMETRI
US QUAE
VIXIT CUM SUO
MARITO ANN XV
LIBENTI ANIMO

Nel resto della scena alcuni commensali siedono o sono sdraiati sui triclini, attorno ad un tavolino a
tre gambe di puro stile pompeiano, ovvero romano, su cui è poggiato un bicchiere di vetro mezzo pieno, che brindano col vino in calici anch'essi di vetro, sempre attorniati di fiori rossi.

Nella parte alta della scena due pavoni reggono una ghirlanda e un Kalathos, un vaso greco in ceramica con pareti quasi verticali svasato in cima, a volte con bordo molto largo.


In un'altra parete dell'ipogeo, sovrastante la fossa di sepoltura scavata nel tufo e dipinta di ocra, evidentemente una fossa per l'inumazione della salma, troneggiano due amorini in volo che sorreggono una ghirlanda sorreggendola con dei nastri verdi.

Ai lati della tomba l'affresco rappresenta due uccelli che sembrerebbero due colombi, il che sottolineerebbe il rapporto d'amore tra i due coniugi, visto che anche all'epoca le colombe erano simbolo d'amore e infatti erano considerati tra gli attributi di Venere.

Del resto tutto l'ipogeo sembra testimoniare un rapporto d'amore e anche qui i fiori rossi sono sparsi ovunque, in memoria della felicità della coppia quando era ancora in vita. Probabilmente è per questo che il marito ha contato gli anni di convivenza, in segno di rimpianto per ciò che fu e che non potrà più avere.

L'ipogeo è stato scoperto nel 1994 a seguito della demolizione di un edificio. Consta di una camera funeraria di forma trapezoidale di circa 25 m² cui si accede da un dromos ricavato nella roccia, mentre oggi si trova al di sotto dell'edificio di cinque piani che vi è stato riedificato (sig!) e che si trova in via Massimo D'Azeglio a Marsala.

NAVE PUNICA

Museo "Baglio Anselmi"


Gli scavi in corso (2007) stanno riportando in luce il tracciato dell'antico decumano massimo, la principale arteria stradale dell'antica Lilibeo. 
E' stata inoltre rimessa in luce negli scavi dell'area della chiesa di San Giovanni al Boeo (Giglio, 2005) un'importante statua di marmo raffigurante Venere Callipigia ("dal bel sedere"), oggi esposta al Museo Archeologico Regionale "Bagli Anselmi". 
Il Museo Archeologico "Baglio Anselmi", sito sul promontorio di Capo Boeo, espone molti altri importanti reperti preistorici e romani provenienti dagli scavi archeologici del territorio.
Attualmente, nel Museo Baglio Anselmi, è conservata una nave punica. Fu usata durante la Battaglia delle Isole Egadi, che concluse la Prima guerra punica, ed è un esemplare unico al mondo di nave da guerra cartaginese. 
Le particolari alghe della Riserva naturale regionale delle Isole dello Stagnone di Marsala (dove era concentrata l'attività marittima della città), con un effetto-nylon, tramite un processo simile alla conservazione sottovuoto, hanno protetto la nave fino a conservare anche i chiodi utilizzati per la sua costruzione.
La nave è eccezionale perché ha permesso di documentare il sistema di costruzione navale dei Cartaginesi, che aveva suscitato meraviglie nell'antichità (Plinio, Polibio) per la velocità costruttiva della prefabbricazione in cantiere. Naturalmente i romani studiarono e copiarono ampiamente il sistema, tanto da dotarsi in pochissimo tempo di una potentissima flotta navale che dominò sul Mediterraneo e oltre.

Ogni asse della nave punica di Marsala reca inciso un simbolo dell'alfabeto fenicio-punico utile ai carpentieri per il rapido assemblaggio dello scafo. Sono presenti anche un gran numero di anfore trasportate dalla nave e alcuni equipaggiamenti come lance, un ceppo di legno utile forse per alimentare il fuoco dei cuochi sulla nave, alcuni ossi di olive, delle foglie vegetali e una corda ottimamente conservate.

SCAVI DELL'INSULA

LA VILLA ROMANA (O INSULA ROMANA)

Nel parco archeologico a Capo Boeo si trovano i resti di una grande villa romana, gli scavi hanno rivelato una prima struttura del I-II sec a.c ed una successiva del I-II sec d.c.
Una intera insula, delimitata da due strade lastricate, è stato scoperta poco prima del 1939. 

Si tratta di un’unica lussuosa abitazione, provvista di ambienti spaziosi, distribuiti intorno ad un atrio tetrastilo ed a un vasto peristilio.

La domus presenta al suo interno un complesso termale di vaste dimensioni, abbellito da splendidi mosaici policromi, tra i quali spiccano le scene di caccia della palestra.

La casa, infatti, è frutto di accorpamenti di isolati più antichi, di trasformazioni edilizie dovute all’inglobamento di alcune importanti arterie cittadine, privatizzate o deviate, come spesso accade quando non c'è uno stato forte a far valere le sue leggi, o quando opera diffusamente la corruzione. 

La domus presenta al suo interno un complesso termale di vaste dimensioni, abbellito da splendidi mosaici policromi, tra i quali spiccano le scene di caccia della palestra
Recentemente è stato invece scoperto l’imponente decumano maximus, che rappresenta senza dubbio il rinvenimento più eccezionale della città antica. Orientato in direzione E-W, era interdetto ai carri e terminava verso il mare con una grande scalinata. Lungo l’asse viario riscoperto è visibile un’iscrizione pubblica relativa al magistrato che contribuì alla realizzazione del grande asse viario che, per inciso, è esattamente in linea con la via XI Maggio, in città. Da notare l’eccellente sistema di canalizzazione delle acque piovane.

Interessanti sono, tra le altre, due sepolture rinvenute sul decumano maximus, tombe a cassa congiunte da una parete in comune, ove sono riportate delle scritte in greco di colore rosse precedute e seguite dal simbolo della croce, oltre ad una grande croce sotto ogni scritta. Le tombe sono databili a cavallo del VI e VII sec. e sono importanti per il rituale che le scritte descrivono, quasi un vero esorcismo per benedire le anime dei due morti.





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