MONS QUERQUETULANUS - IL CELIO







CAELIMONTIUM

O Monte Celio, è il nome di una delle XIV regioni, la II,  in cui Augusto divise  Roma. La regione è  costituita da una lunga dorsale di circa 2 km che dalla zona di Porta Maggiore giunge fino a Porta Capena e al Colosseo, e dalla porta Capena (s. Gregorio) a porta Caelimontana (ss. Quattro coronati). La strada che dal centro dell'urbe conduceva a questa seconda porta (Via dei ss. Quattro), divideva la II dalla III regione (Lanciani).
Esso però indica principalmente uno dei mitici sette colli romani. Oltre al colle Celio, infatti, ricordiamo il Palatino, il Campidoglio, l’Esquilino, il Viminale, l’Aventino e il Quirinale: i celebri sette colli di Roma. La collina del Celio è costituita da una lunga dorsale (circa 2 chilometri) che dalla zona di Porta Maggiore giunge fino a Porta Capena e al Colosseo.

Gli itinerarii Costantiniani recano:

"Regia II Caelimontium. Continet: templum Claudii, macellum magnum, lupanarios, antrum Cyclopis, cohortem V vigilum, caput Africae, arborem sanctam, castra peregrina, domum Philippi et Victilianam, ludum matutinum et Gallicum, spoliarium, samiarium, (annamentarium) micam auream.

Vici VII, aediculae VII, vicomagistri XL VIII, curatores II, insulae HI. DC, domes CXXVII, horrea XVH, balinea LXXXV, lacos LXV, pistrina XV.
Continet pedes XII. CC."


Caelimontium fu anche il nome d'una piazza della regione stessa, come risulta dalla denominazione Caelimontienses che si legge due volte nei frammenti di editti del prefetto della città, nello stosso modo che vi si leggono nomi di altri vici o piazze. A questo medesimo logo dovrebbe riferirsi l'iscrizione di un I collare di servo fuggitivo, rinvenuto a Roma, sul quale, si legge da un lato:
"Tene me qui aufugi et revoca me in Caelimontium ad domum Elpidii v{iri) c(lari$simi) Bonoso"
e dall'altro : "Tene me et revoca me in foro Martis ad Afaximianum antiquarium"



CAELIUS

Il colle Celio è uno dei sette colli su cui venne fondata Roma, "a ovest diviso dal Palatino per la vallata che cominciando dal Septizonium mette capo all'arco di Costantino; ad est prolungantesi verso il Laterano; al nord confinante con l'Esquilino e le Carinae e al sud limitato dalla cinta Serviana."

E' una specie di lungo promontorio, lungo circa 2 chilometri e largo dai 400 ai 500 m, con un'estenzione di circa 60 ettari, che si distacca da un pianoro dal quale nascono anche l'Esquilino, il Viminale e il Quirinale. E' inserito nella regione del Caelimontium, una delle XIV regioni in cui Augusto divise Roma, esattamente la II. La regione è tutta dentro quel tratto di cortina, che va dalla porta Capena (s. Gregorio) alia Caelimontana (ss. Quattro coronati); la strada che dal centro della città conduceva a questa seconda porta (Via dei ss. Quattro), divideva la II dalla III regione (Lanciani).

In origine il nome doveva essere Querquetulanus mons per la ricchezza di querce, o lucus querquetulanus, dicuiresta ancora la via odierna Querquetulana, mentre l'origine del nome Caelius viene concordemente fatta risalire all'etrusco Celio Vibenna, uno dei due fratelli di Vulci che  secondo quanto tradizionalmente narrato da fonti etrusche, di favorire il sesto re romano, Servio Tullio, nel corso della conquista del monte Celio e successivamente nell’occupazione di Roma.

Nel periodo dell’antica Roma, questo colle era suddiviso in tre aree: il Coelius, l’area sulla quale oggi sorge la Basilica dei Santissimi Giovanni e Paolo; il Coeliolus, la parte del colle Celio dove oggi si innalza la chiesa dei Santissimi Quattro Coronati; la Succusa, situata tra il Coeliolus ed il Coelius. Tutte e tre queste aree caratterizzavano il Coelimontium. 

Il Celio, in latino Mons Celio, venne abitato sotto il regno di Tullo Ostilio, quando l'intera popolazione di Alba Longa venne forzatamente insediata sul colle Celio. Secondo una tradizione riportata da Tito Livio, la collina ha ricevuto il suo nome da Celio Vibenna, sia perché ha fondato un insediamento o perché il suo amico Servio Tullio voluto onorare lui dopo la sua morte.
In realtà il mons Caelius fu inserito nel perimetro cittadino, almeno parzialmente già con Romolo, poi con Tullo Ostilio e Anco Marzio. Si trova menzionato nell'elenco del Septimontium e fece parte della I regione cittadina 
(Suburana) nella suddivisione serviana.

Il rione iniziò ad identificarsi come un quartiere residenziale quando, nel periodo dell’età tardo-repubblicana, sulle sue pendici iniziarono ad essere innalzate abitazioni particolarmente signorili ed eleganti come, ad esempio quella del praefectus fabrum dell’imperatore Cesare, Mamurra: lo scrittore Plinio, parlando di questa abitazione, la descrive come quella che per prima fu dotata di pareti rivestite in marmo e di colonne realizzate in marmo lunense e cipollino.

Tutta la zona del Laterano (basilica ecc.),  venne rialzata per ricavare una piattaforma artificiale su cui poter costruire i vari edifici; in epoca tarda una stretta valle, corrispondente alla parte interna di Porta Asinaria, fu colmata con scarichi, mentre un’altra depressione esistente tra S. Giovanni in Laterano e S. Croce è stata livellata in epoca moderna per la realizzazione dell’attuale quartiere.

Nel corso del periodo imperiale, l’area situata sulla cima del colle Celio, si caratterizzò per il suo aspetto fortemente residenziale a differenza delle pendici del colle orientate verso il Colosseo e verso il Colle Esquilino, le quali erano caratterizzate dalla prevalente presenza di insulae, abitazioni realizzate su più livelli e destinate ad essere affittate.
Tra le abitazioni residenziali più rilevanti è possibile ricordare la villa che vide la nascita dell’imperatore Marco Aurelio, chiamata Villa di Domizia Lucilla Minore. Tutta la cresta del colle Celio era anticamente percorsa da una vecchia strada denominata Via Caelimontana: essa si snodava dall’Arco di Dolabella, che originariamente era denominato Porta Caelimontana, e si dirigeva verso la Porta Maggiore seguendo un percorso che oggi è perfettamente ricalcato dalle odierne Via di Santo Stefano Rotondo, dalla Piazza di San Giovanni in Laterano e dalla Via Domenico Fontana. Inoltre, sulla superficie del rione Celio, che non è molto estesa, fu innalzato l’anfiteatro che ancora oggi simboleggia l’eternità della città di Roma, il Colosseo.

 La medesima direzione era percorsa anche dalle linee dei quattro acquedotti che si snodavano sul monte Celio: Claudia, Marcia, Appia e Iulia. L’acqua Appia, la Marcia e la Iulia facevano parte di un acquedotto sotterraneo mentre, soltanto l’acqua Claudia scorreva sugli archi: dall’acqua Claudia, infatti, si diramava, infatti l’Acquedotto neroniano realizzato su desiderio dell’imperatore Nerone con l’obiettivo di rifornire d’acqua la sua Domus Aurea.



VALLE DELLE CAMENE

In epoca repubblicana-Roma il Celio era un quartiere residenziale e il luogo di residenze dei ricchi. Gli scavi archeologici sotto le Terme di Caracalla hanno scoperto i resti di ville sontuose con affreschi e mosaici. La valle intorno all'attuale viale delle Terme di Caracalla, era in tempi antichi ricoperta di boschi, grotte e sorgenti d’acqua, ed era detta valle delle Camenae. Livio narra che il re Numa Pompilio, il successore di Romolo, avesse i suoi incontri notturni con la dea Egeria, che in quelle occasioni gli forniva tutte le indicazioni per i riti più graditi a ciascuna divinità, e dei relativi uffici sacerdotali. Ma gli dette anche consigli sul governo, sulle leggi e sulle riforme del calendario.

Si ritiene che la porta che apriva alla valle si chiamasse Camena e che fosse antecedente alla cinta serviana. Il primo accenno risale all’epoca del re Tullo Ostilio (metà del VII sec. a.c.), riferendo che presso la porta venne eretto il monumento funerario ad Orazia, sorella degli Orazi, una Giulietta ante-litteram, uccisa perché colpevole di essersi innamorata del suo romeo, cioè di uno dei Curiazi.



CAELICULUS

Il Caeliolus (o Caeliculus o Caelius Minor) corrisponde ad una sezione del colle, forse quella più occidentale, verso la valle poi occupata dal Colosseo, oppure quella attualmente occupata dalla chiesa dei Santi Quattro Coronati.



L'EDIFICAZIONE

Dai resti rinvenuti nell'area del colle si desume una proliferazione edilizia abitativa della seconda metà del II sec.d.c., mentre edifici precedenti del I sec. a.c. furono probabilmente distrutti da un incendio del 27 d.C. Nel IV secolo vi avevano sede ricche domus inserite in vasti parchi, come quelle delle famiglie dei Simmaci (presso cui sorse la basilica hilariana) e dei Tetrici e quella di Fausta (domus Faustae), forse identificabile con la moglie di Costantino. Le proprietà degli Annii e di Domizia Lucilla (della famiglia di Marco Aurelio) e dei Quintilii, entrarono a far parte della domus Vectiliana di Commodo.
TEMPIO DEL DIVO CLAUDIO

In epoca repubblicana gran parte il colle stava al di fuori del pomerio, per cui vi poterono edificare templi a divinità straniere, come il tempio di Minerva Capta o l'antichissimo sacello di Diana fuori dalle mura serviane. A quest'epoca risalgono alcuni sepolcri, come quello a camera sulla via Celimontana, poco prima di piazza San Giovanni in Laterano. 

In età imperiale il Celio costituì la II delle 14 regioni della città, detta Caelimontium. La zona tra il Laterano e Porta Maggiore venne inclusa nella V regio (Esquiliae), anche se fisicamente fa parte del Celio. Verso il Colosseo, nel punto più elevato, sorse il tempio del Divo Claudio, dedicato all'imperatore Claudio, divinizzato dopo la morte. Tra le strutture antiche di maggiore interesse  le mura del IV sec. a.c. che attraversavano la parte occidentale della regione, e le Mura Aureliane, con le Porte Metronia, Asinaria e Maggiore, che limitavano la collina lungo tutto il versante sud-est. Nella parte alta del colle correva poi il ramo Celimontano dell’acquedotto Claudio che attraversava tutta la zona, da est a ovest, come una lunga spina dorsale.

Nella parte extrapomerio del colle sorsero diverse caserme: in corrispondenza della chiesa di Santo Stefano Rotondo c'erano i castra peregrina di epoca traianea. Accanto è stata rinvenuta la ricca dimora dei Valeri di fronte a cui si trovava la sede della V coorte dei vigili (statio cohortis V vigilum).
Tra i complessi più importanti dobbiamo ricordare l’Anfiteatro Flavio e il Castrense (i due unici anfiteatri della città) situati alle estremità occidentale e orientale dell’area. Grandi impianti termali erano nella zona di S. Croce (terme di Elena) e del Laterano (terme di via dell’Amba Aradam e del Battistero Lateranense). Nella zona compresa tra le chiese di S. Giovanni e S. Maria in Domnica erano le caserme dei Castra Priora, dei Castra Nova e dei Castra Peregrina.

In un possedimento della famiglia dei Laterani Settimio Severo fece edificare tra il 193 e il 197 i castra nova equitum singularium ossia una nuova caserma per il corpo di cavalieri della guarda imperiale, di fronte alla vecchia caserma costruita sotto Traiano (castra priora equitum singularium). Quando il corpo militare fu sciolto da Costantino l'area dell'accampamento severiano fu in parte occupata dalla nuova basilica dedicata al Salvatore che divenne poi San Giovanni in Laterano.

Assai numerose erano poi le ville e le case di ogni tipo, i cui resti sono ancora in gran parte conservati. Possiamo ricordare, ad esempio, i grandi complessi residenziali del Sessorio e del Laterano, le domus di S. Croce (via Eleniana), quelle sotto la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo e il palazzo dell’INPS in via dell’Amba Aradam. Tra le insulae, o case di tipo popolare, possiamo ricordare quella di S. Clemente o il complesso di abitazioni situate lungo il Clivo di Scauro e presso S. Gregorio.

 Per quanto riguarda infine i templi, peraltro non numerosi e conosciuti soprattutto attraverso le fonti letterarie, oltre ai suggestivi mitrei di S. Clemente e S. Stefano Rotondo, vi era il grande complesso del Claudiano, con il tempio posto al centro di un’ampia piattaforma corrispondente all’attuale giardino della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

Importanti strade formavano il reticolo viario della regione; ricordiamo fra tutte la Labicana, che univa la zona Lateranense con la valle del Colosseo, e la Celimontana che conduceva al tempio di Claudio. In quest’ultimo punto iniziava il Clivo di Scauro, che, correndo ancora incassato tra le facciate superstiti di antiche case, costituisce un suggestivo esempio di strada romana.

Gli edifici del Celio furono fortemente danneggiati durante il sacco di Alarico del 410 e a partire da quest'epoca si vanno accentuando sul colle abbandono e ruralizzazione.



LE ZONE

1) Parti ed estensione

L'insenatura che comincia dal Colosseo e si prolunga fin nella parte settentrionale del Celio, divide questo in due alture distinte: una ad occidcnte, verso il Palatino e corrispondente alia chiesa dei ss. Giovanni e Paolo; l'altra ad oriente verso la pendice dell'Esquilino, ove oggi sorge la chiesa dei ss. Quattro Coronati. La sua area comprendeva quindi, oltre le due chiese suddette, S. Stefano Rotondo e il Laterano. molto probabile che il nome di Caelioltis o Caelius minor (Varro Cic.) si riferisca appunto a questa seconda altura, laddove quello di Caelius comprendeva tutto il colle.
A quale delle due parti corrisponda il Campus Caelemontanus d'una lapide urbana (Claudio Glypto hymnonologo de campo Caelemoncan ovixit etc.), è dubbio; difficile identificarlo col Campus Afartialis in cui si celebravano gli Equiria, quando il Campus Martins era inondato dal Tevere (Ovidio). 
H Becker  rigetta Fopinione del Piale, che lo pone nell'avvallamento fra le alture dei ss. Giovanni e Paolo e dei ss. Quattro Coronati, cssendo il luogo poco adatto a quegli spettacoli, e crede piti probabile che sia da ricercare nella prossimità del Laterano; tanto più che nel medioevo la piazza del Laterano si chiamava Campus Lateranus, e in Martio diccvasi la vicina chiesa di s. Maria Imperatrice. II Gilbert s'accosta a questa opinionc, secondo la quale il Campus Martialis si potrcbbe immaginare a mezzogiomo del Celio, verso la via Appia.
Secondo lui il nome trasse origine da un santuario di Marte, che sorgeva innanzi all'odiema porta di s. Sebastiano e da cui si disse ad Martis tutto un tratto di terreno della estensione di circa un miglio.


2) Nomi varii

RESTI DEL TEMPIO DEL DIVO CLAUDIO
Stando a una tradizione di cui si fa eco Tacito, Querquetulanus sarebbe stato il nome originario del colle, dalle selve di querce che lo coprivano nella remota antichità; nome a cui piu tardi si sarebbe sostituito l'altro di Caelius da quello etrusco Caeles Vibenna, che l'avrebbe per primo occupato. Quale che sia il valore storico di questa tradizione, certo è che etimolugicamente Caelius viene da caedere, e che esso fu il nome piu generalmente usato in ogni tempo e in questa forma appunto e non in quella di Coelius.

E come d'ordinario il colle è detto Caelius mons negli scrittori in genere, come nello stesso discorso di Claudio: montem Caelium occupavit et a duce suo Caelio ita appellitatus etc, cosi da questa denominazione sorse l'altra dl Caelimons, che se non è la forma primitiva e classica, senza dubbio doveva essere nell'uso del linguaggio popolare. Essa ricorre in una iscrizione urbana dedicata: Herculi luliano lovi Caelio, Genio Caelimontis etc. La lapide, gia veduta nei secoli scorsi e poi smarrita, fu ritrovata pochi anni or sono, e nella recente pubblicazione che ne è stata fatta, è da notare che nella pietra non è scritto, come si da nel Corpus, Caeli montis , ma Caelimontis.

Da qui il Caelimontanus campus e il Caelimontani arcus, come è chiamata una parte dell'acquedotto Claudio, quella che sorgeva sul Celio e fu restaurata da Severo e Caracalla: Arcus Caelimontanus plurifariam vetustate conlapsos et conruptos a solo sua pecunia restituerunt.
Notevole è pure in quella pietra urbana la prima ed unica rappresentazione che si conosca di uno dei sette colli di Roma: una figura virile barbata e seminuda, che siede sopra un monte, in cima al quale estende i suoi rami una piauta d'alloro, che la figura stessa abbraccia con la sinistra. Meno ancora frequente ed officiale fa il nome di Mons Augustus, che il Celio ebbe sotto Tiberio, qnando, come narrano Tacito e Svetonio, essendo stato danneggiato da un grande incendio, questo imperatore elargì una somma per le ricostruzioni.


3) Prima delta città Serviana

Sulla primitiva colonizzazione del Celio, e quindi pel periodo anteriore alia città Serviana, si hanno due tradizioni. La prima fa emigrare il lucumone Caeles Vibenna dalFEtruria in Roma, per venire in soccorso di Romolo in ostilità coi Sabini, e stabilirsi con le sue schiere sul colle (Varrone - Cicerone - Dionyso). Secondo l'altra, lo stesso Vibenna avrebbe emigrato sotto Tarquinio Prisco. Da esse è sorta I'opinione, nei tempi passati generalmente accolta, oggi sostenuta ancora da qualche scrittore, sull'origine etrusca di una delle tre tribù della popolazione romana, cioè dei Luceres, cbe sarebbero appunto rappresentati dagli abitanti del Cello.

Un'ipotesi affatto singolare e nuova è quella proposta dal Gilbert che, partendo dal fatto dei culti locali, ammette due o tre immigrazioni successive da Falerii e da TuscuImn. Alla piu antica, a quella da Falerii, corrisponderebbe l'occupazione della parte occidentale del Celio, e il culto della dea Cama sarebbe stata propria di questa colonizzazione.
Alia seconda, quella da Tusculum, si riferirebbe la colonizzazione della paite orientale, il Celiolo, centro del culto di Diana, divinità per eccellenza latina e di Tusculum.

ALCUNI RESTI ESPOSTI NELLA VILLA MATTEI
Con questi Tuschi che erano Latini, ma condotti e dominati da stirpi tirrene o elleniche, s'introdusse pure il culto della dea Minerva, che ebbe sede su una pendice tra il Celiolo e l'Esquilino. Queste colonizzazioni riunite insieme, con un predominio dell'elemento latino, formano quindi un comune separato da quello del Palatino e del Quirinale, e aggregantesi il comune dei re Esquilino. Tillus Hostilius e Caeles Vibenna sono identici; quello ha la personificazione del comune del Celio dal punto di vista latino, questo, dal punto di vista etrusco.
 Secondo l'autore starebbero a prova della esistenza di questo comune separato, oltre a tale personificazione e alla circostanza che Tullus Hostilius si fa dimorare sul Celio, gli avanzi di fortificazioni tra il Celio e 11 Palatino, da non confondere con le mura Serviane, l'esistenza d'una porta della città, la Qnerquetulana, che non sarebbe della città Serviana, e un contrasto tra i cittadini del Celio, che sono detti avventizi, e quelli della città del Palatino, detti pubblici.

La tradizione connette pure la storia primitiva del Celio con la distruzione di Alba Longa, in quanto che, compiuto questo avvenimento, Tnllus Hostilius trapianta gli Albani sul colle, e quindi lo incorpora nella città (Livio). Secondo un'altra versione invece (Cicerone), l'aggregazione della cittù sarebbe avvenuta sotto
Ancus Marcius. Quanto questa tradizione sia incerta, anzi infondata, si vede principalmente da ciò, che il Celio non appare siccome parte della città nel Septimontium (Palatium, Velia, Cermalus, Oppius, Cispius, Fagutal e Subura), cioè di quella al cui tempo si riferisce appunto l'avvenimento circa Alba Longa e in genere la storia della prima metà della monarchia.


4) Nella città Serviana: porte e vie

Negli ultimi tempi nella monarchia, quando l'antica citta del Septimontium segui quella cosl detta delle quattro regioni o tribu in cui essa fu divisa, nella sua cinta furono compresi oltre al Quirinalis, Viminalis e Capitolinus, anche il Caelius. Ciò appare dall'importante luogo di Varrone, che descrivendo la distribuzione dei 27 sacrari degli Argei nelle quattro regioni, ne pone il primo sul Caelius, il quarto sul Ceroliensis e il sesto sulla Subura. E Subura era il nome della regione prima comprendente non soltanto questo antico distretto, ma il Caelius, tutta la vallata ove poscia sorse il Colosseum, con una parte della Sacra via, le Carinae o parte occidentale dell'Esquilino confinanti con la Subura nel senso stretto, e l'avvallamento tra quelle e il Celio, il così detto Ceroliensis.
Accresciuta piti tardi la città d'altre parti, p. e. l'Aventinus, e cinta di nuove opere fortificatorie che danno ad essa il nome di Serviana, il Celio fu compreso dal lato meridionale ed orientale nella linea delle nuove mura.
Di queste però non si hanno avanzi sicuri; tali non sono le costruzioni su cui riposano i sotterranei di s. Clemente : tracce pare che se ne sieno viste negli anni passati sull'altura dei ss. Quattro coronati. Gli avanzi di mura, della stessa specie delle costruzioni Serviane, scoperti sul lato verso il Palatino, fra la cappella di s. Silvia e s. Gregorio, è dubbio se facessero parte di quelle costruzioni, a difesa degli scoscendimenti della pendice del colle, ovvero di fortificazioni isolate di tutto il Celio, anteriori alla cinta Serviana. Le costruzioni ch« si vedono al lato verso la via Appia, sono del tempo imperiale.

RESTI DELLA CURIA OSTILIA
Una sola porta avea la cinta Serviana sul Celio, ed era la Porta Caelimontana che dalla testimonianza
di Cicerone (in Pisone) sappiamo essere stata prossima all'Esquilina, e che Livio pone nel mezzo, tra la Collina sul Qnirinale e la Naevia sull'Aventino. Non sembra dubbio, specialmente per avanzi di mura che restano al settentrione della chiesa del ss. Quattro coronati, che essa sia sorta in questo punto. Ad essa metteva capo la via Capitis Africae, l'odiema via della Navicella, che dalla via Sacra presso il Colosseo conduceva al punto della chiesa suddetta.
Se un'altra via esterna alla porta vi sia stata, non si può determinare. Una seconda via, anzi la principale e in origine l'unica che dal lato del Palatino menava al Celio, era il vicus Scauri, corrispondente forse alia via che passa fra le chiese dei ss. Giovanni e Paolo  e S. Gregorio.
Quanto alla Porta Querquetulana, generalmente s'ammette che essa sia una delle porte Serviane e che debba porsi poco più al settentrione della precedente, tra l'Oppius (Esqailino) e il Caelins, a di dipresso ove oggi sta la chiesa dei ss. Pietro e Marcellino.
Soltanto il Gilbert  ritiene che essa sia anteriore alia cinta Servana, e propriamente l'unica porta che metteva alla fortezza del Celio, quando questo formava un comune a sè, separato da quello del Palatino e del Qnirinale.


5) Culti e santuari

Sono meno frequenti che in altri luoghi di Roma. Si conoscono i segnenti:

a) Minerva Capta. — II culto fu introdotto dii Falerii (Ovid, fasti). Minervium è chiamato il tempio nei documenti degli Argei (Varrone), e sorgeva alia pendice del colle, presso il Colosseo (Ovidio fasti)

b) Dea Cama, — Il culto sarebbe state introdotto in Roma da lunius Brutus (Macrobio.). Fanum Camae chiama Tertulliano (Ovidio) il tempio, di cai non si può determinare il luogo preciso; secoudo il Gilbert sorgeva sulla parte occidentale del colle.

c) Diana. — Il console dell'anno 58 a.c., L. Calpumius Piso, ne eresse il tempio sal Celiolus (Cicerone).

d) Hercules Victor — Una iscrlzione delTanno 145 a.c.  ricorda nn^aedes dedicata ad Ercole da L. Mommias ritomato vittorioso dall'Achaia. Essa fa trovata sul Cello, ma è molto dubbio se la pietra, usata poscia per costruzione, sia stata originariamente in quel luogo.

e) Divus Claudius. — Un tempio a lui dedicato, cominciato da Agrippina, e distrutto da Nerone per la costruzione del suo acquedotto, fa riedificato da Vespasiano (Svetonio) sulla sporgenza del colle di fronte al Colosseo.

f) lupiter Redux — II tempio ci è noto per an' iscrizione ritrovata presso la chiesa di s. Maria Navicella, sul colle:
Pro salute et reditu d(omini) n(ostri) imp(eratoris)
Caesaris C Julio Vero Maximino pio felici invicto Aug{usto). 
Domitius Bassus (centurio) fiiumentariorum) agens vice principis
peregrinorum templum lovis Reducis C{astrOrum) P(eregrinorum) 
omni cultu de suo exornavit in Borghesi 

ha provato che, ove è scritto il nome di Massimino, sia da leggere quelli, abrasi, di Alessandro Severo e di
Giulia Mammea. Il tempio sorgeva nel mezzo del Castrum stesso. Un Grenins Caelimontis ci è noto per una lapide riferita di sopra
IL CASTRA PEREGRINA

6) Edifizii pubblici

Importanti costrazioni e monnmenti pubblici pare che non vi sieno stati sul Cello al tempo della Bepubblica; e anche di quelli delTImpero gli avanzi e le notizie sono scarse.

a) Arcus Dolabellae
Su di csso, che sorge fra la chiesa di s. Maria in Navicella e quella dei ss. Giovanni e Paolo, presso s. Tommaso leggesi l'iscrlzione:
P, Cornelius P. f. Dolabella, C. lunius C, f. Silantu fiamen Martial{is) co{n)s{ules) ex s{enatus) c(onsulto) faciundum curaverunt idemque probaverunt.
Fu dunque eretto nell'anno 10 d.c. Sulla sua originaria destinazione vi è dubbio. Alcuni fondandosi sulla notizia di Frontino, che sul Cello e l'Aventino sino a Traiano non vi era che il solo acquedotto Claudio, negano che esse abbia fatto parte di una costruzione simile; sicchè sarebbe stato an arco onorario. Secondo altri invece esse fece parte d'un acquedotto, forse della Marcia.

b) Arcus Neroniani (Caelimontani)
Frontino riferendosi a Nerone, scrive:
"Partem tamen sui Claudia prius in arcus qui vocantar Neroniani ad Spem vetereni transfert. Hi directi per Caeliam montem iuxta templum divi Olaudii terminantnr. Modam quern acceperunt ant circa ipsum montem aut in Palatium Aventinum ^lae et regionem Transtiberinam dimittant"
Caelemontani son chiamati nella iscrizione, che ricorda il restauro di essi fatto da Settimio Serero e Caracalla. Furono danqne aggiunti da Nerone all'acquedotto Clandio, ed aveano per iscopo di provvedere d'acqua lo Stagnum Neronis dove poi Vespasiano eresse il Colosseo. Tranne una lacuna presso il Laterano, essi si conservano ancora per la Innghezza di 2010 m, e cominciano a mezzogiomo della porta Maggiore, traversano la villa Wolkonsky (Mattei), passano dietro la Scala Santa, lungo la via di s. Stefano e la piazza della Navicella, e finiscono nel giardino del Passionisti. Sei degli archi sono più larghi degli altri, fra essi quelle appunto di Dolabella, e stavano a cavaliere di altrettante vie.

c) Nympheum.
"Flavius Philippus vir clarissimtis praefectus urbi Nymfium sordium squalore foedatum et marmorum nuditate deforme ad cultum pristinum revocavit" .
Sorse molto probabilmente nella stessa occasione che furono costruiti gli archi Neroniani, e fu conservato quando sotto i Flayii le acque condotte da quelli furono distribuite fra il Celio, il Palatine e rAventino, e il tempio di Claudio fa restaurato: esistono tuttora gli avanzi.

d) Castra Peregrina
Dal ritrovamento di varie iscrizioni che li nominano appare certo, che sorgevano nelle vicinanze di s. Maria in Navicella ; Ammiano Marcellino li pone in genere sal Celio; nella Notitia e nel Curiosum del pari son dati
nella regione II Augustea. Eran destinati a quel corpo militare composto di non Italici, probabilmente istituito da Settimio Severo.

e) Quartiere degli Equites siingulares

Sorgeva presso il Laterano, e gli avanzi di celle e corti con molte iscrizioni furono trovati nel punto, ove recentemente è stata costruita la via Tasso.


7) Edifizi privati

ARCUS DOLABELLAE
Del tempo della Repubblica non è ricordata che una sola casa privata, quella di Claudius Centumalus, cosi alta, che per volere degli auguri sarebbe stata diroccata della parte superiore. Dagli avanzi moltissimi, che
son venuti fuori dagli sterri nel lato settentrionale in questi ultimi tempi, si vede che anche in quel periodo il Celio doveva essere molto abitato. A ogni modo, nell'impero esso era abbondante di case appartenenti alla nobiltà e a famiglie molto note (Martiale). le celebri sono le seguenti:

a) Casa del Mamurra, famiglia originaria di Formiae; un Mamurra, partigiano di Cesare, fu il primo che avrebbe usato le incrostazioni marmoree delle pareti.

b) Casa dei Victiliani, dove Commodo abitò negli ultimi anni della sua vita e dove fu trucidato.

c) Casa dei Laterani i cui avanzi si trovano sotto la chiesa di s. Giovanni in Laterano :
egregiae Lateranorum aedes, come la chiama Giovenale. Sotto Nerone apparteneva alia famiglia dei Plautii Laterani, di cui essendo stato allora giustiziato il console designato dello stesso nome, la casa divenne proprietà imperiale (Tac.). Settimio Severe la donò di nuovo a un Lateranus. Costantino ne fece la propria residenza, l'adornò e vi costruì una chiesa.

d) Casa di Annius Verus, avo di Marco Aurelio, ove questi fu allevato; sorgeva iuxta aedes Laterani (Capital. Marc. Ant. 1), e innanzi ad essa si ergeva fine all'anno 583 la statua equestre di lui, ora sul Campidoglio.

Su altri edifizii, come la domus Philippic la mica aurea, Vantrum Cyclopis ricordati nel Curiosum e nella Notitia v. Caelimontiam.


RINVENIMENTI '800


"Continuato lo sterro della stanza rinvenuta nello scorso decembre presso il nuovo ospedale militare al Celio (cf. Notizie 1889 p. 398), si è riconosciuto che la sua totale lunghezza è di m. 11,00. Mentre però la metà anteriore aveva il pavimento a musaico, nell'altra metà sorge una scala, i cui gradini occupano tutta intiera la
larghezza della camera. I gradini sono in numero di 12: i quattro inferiori sono intieramente conservati, degli altri rimane soltanto un piccolo tratto dal lato sinistro. Tutta la parte rimanente, come pure la parete di fondo, si sono trovate quasi totalmente distrutte. I descritti gradini sono in muratura, ed erano rivestiti di lastre di
marmo, delle quali restano ancora al posto alcuni avanzi.
Poggiata sul quinto e sesto gradino, e addossata alla parete sinistira della stanza, è una base costruita in laterizio, che sostiene uno zoccolo sagomato, di travertino. Su questo si veggono due larghi fori, nei quali era impernato qualche oggetto marmoreo. La scala sembra che terminasse in un pianerottolo, cui si accedeva da una porta laterale, a sinistra.
Fra le terre si è raccolto :
- l'antibraccio di una statua marmorea, senza mano, lungo m. 0,22 ;
- un piccolo frammento di panneggio ;
- un pezzo di base marmorea, circolare ;
- un fondo di vaso di vetro, del diam. di m. 0,08 ;
- tre mattoni che portano i sigilli.

In altra parte del terreno adiacente al predetto ospedale militare, e propriamente presso il miuro di cinta incontro la chiesa di s. Stefano Rotondo, è stato scoperto un largo pozzo circolare, scavato a molta profondità nel suolo vergine. Ha il diametro di più d'un metro, e nell'interno si vedono incavate le pedarole per discendervi.
Vicino a questo luogo, fra i materiali di un vecchio muro demolito, si sono trovati due pesi di marmo, uno circolare, l'altro ovale. In ambedue era scritta la cifra ponderale III, ma fu poi cancellata con lo scarpello. Essendo essi intieri ed abbastanza ben conservati, potrebbero forse presentarci un esempio di pondera iniqua di pesi, cioè, che nella verificazione furono riconosciuti non conformi al campione legittimo, e perciò dichiarati non servibili al commercio."




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero