FLAMINE - FLAMEN



FLAMEN CHE GUIDA IL SACRIFICIO IN PROCESSIONE

« Roma era una città di recente fondazione, nata e cresciuta grazie alla forza delle armi: Numa, divenutone re, si prepara a dotarla di un sistema giuridico e di un codice morale di cui fino a quel momento era stata priva. Ma rendendosi conto che chi passa la vita tra una guerra e l'altra non riesce ad abituarsi facilmente a queste cose perché l'atmosfera militare inselvatichisce i caratteri, pensò che fosse opportuno mitigare la ferocia del suo popolo disabituandolo all'uso delle armi. 

Per questo motivo fece costruire ai piedi dell'Argileto un tempio in onore di Giano elevandolo a simbolo della pace e della guerra: da aperto avrebbe indicato che la città era in stato di guerra, da chiuso che la pace regnava presso tutti i popoli dei dintorni...
Così facendo, però, si correva il rischio che animi resi vigili dalla disciplina militare e dalla continua paura del nemico si rammollissero in un ozio pericoloso. Per evitarlo, egli pensò che la prima cosa da fare fosse instillare in essi il timore reverenziale per gli Dei, espediente efficacissimo nei confronti di una massa ignorante e ancora rozza in quei primi anni. Dato che non poteva penetrare nelle loro menti senza far ricorso a qualche racconto prodigioso, si inventò di avere degli incontri notturni con la Dea Egeria e riferì che quest'ultima lo aveva esortato a istituire dei rituali sacri particolarmente graditi agli Dei, nonché a preporre a ciascuno di essi certi officianti specifici....

Pertanto rivolse la sua attenzione ai sacerdoti: bisognava nominarli, nonostante egli stesso fosse preposto a parecchi riti sacri, soprattutto quelli che oggi sono di competenza del flamine Diale. Ma poiché riteneva che in un paese bellicoso i re del futuro sarebbero stati più simili a Romolo che non a Numa e sarebbero andati di persona a combattere, non voleva che passassero in secondo piano le attribuzioni sacerdotali del re. 

Quindi designò un flamine a sacerdote unico e perpetuo di Giove, dotandolo di una veste speciale e della sedia curule, simbolo dell'autorità regale. A lui aggiunse altri due flamini, uno per Marte e uno per Quirino. Inoltre scelse delle vergini da porre al servizio di Vesta, sacerdozio di origine albana e connesso con la famiglia del fondatore...

Subordinò all'autorità del pontefice tutte le altre cerimonie di natura pubblica e privata, in modo tale che la gente comune avesse un qualche punto di riferimento e che nessun elemento della sfera religiosa dovesse subire alterazioni dovute a negligenze dei riti nazionali o all'adozione di culti di importazione. 

Inoltre il pontefice doveva diventare un esperto e attento interprete non solo delle cerimonie legate alle divinità celesti, ma anche delle pratiche funerarie, di quelle di propiziazione dei Mani e dell'interpretazione dei presagi legati ai fulmini o ad altre manifestazioni. »

(Tito Livio - Ab Urbe Condita)




FLAMINE

I Flamini erano sacerdoti che avevano il compito-privilegio di accendere il fuoco sull'Ara dei sacrifici, preposti al culto di una specifica divinità da cui prendeva il nome e di cui celebrava il rito e le festività. Appartenevano all'ordine senatorio. Erano in tutto 15 flamines, 3 maiores e 12 minores. Ma secondo altre fonti i Flamines minori erano di più.


Flamen Maiores
  • Flamen Dialis,
  • Flamen Martialis
  • Flamen Quirinalis.
Flamines minores:
  • Flamen Carmentalis, della Dea Carmenta.
  • Flamen Cerialis, della Dea Cerere.
  • Flamen Falacer, del Dio Falacer
  • Flamen Floralis, della Dea Flora.
  • Flamen Furrinalis, della Dea Furrina.
  • Flamen Palatualis, della Dea Palatua
  • Flamen Pomonalis, della Dea Pomona.
  • Flamen Portunalis, del Dio Portunno.
  • Flamen Salacer, della Dea Salacia.
  • Flamen Volcanalis, del Dio Vulcano.
  • Flamen Volturnalis, del Dio Volturno
FLAMINE DIALE

FLAMINE DIALE

Di ordine senatorio, era il sacerdote preposto al culto di Giove Capitolino, l'unico tra i sacerdoti che poteva presenziare nel Senato con il diritto alla sedia curule ed alla toga pretesta. Presenziava al rito della confarreatio (matrimonio romano arcaico) ed egli stesso doveva essere sposato con questo rito.

Il flamine diale doveva portare sempre un copricapo di cuoio bianco dalla strana foggia, l'apex o albogalerus. In cima all'apex era fissato un ramoscello di ulivo dalla cui base si dipartiva in filo di lana. Solo i Flamen Dialis e le virgines Vestales avevano l'accompagno di un lictor (littore) a testa.

La sua persona, inviolabile e sacra, richiedeva che al suo passaggio doveva cessare ogni attività lavorativa ed essere rispettato il silenzio per non disturbare il suo costante contatto con Giove di cui era l'emissario in terra. Durante le epiclesi (lat. invocatio - invocazione), e ogni qual volta pronunciava il nome di Giove, doveva alzare le braccia al cielo.

Secondo Aulo Gellio il Flamine dialis aveva le seguenti limitazioni:

- non doveva viaggiare a cavallo
- non doveva vedere eserciti in armi
- non poteva prestare giuramento
- poteva portare solo anelli spezzati
- non si poteva prelevare del fuoco dalla casa del flamine diale se non per usi sacri
- se si introduceva in casa del flamine diale qualcuno che era legato, i legami gli dovevano essere tolti, portati sul tetto attraverso l'impluvio e da lì gettati in strada
- non doveva avere nodi sul berretto né alla cintura né in altra parte del corpo
- se qualcuno condannato alla fustigazione si gettava ai pedi del flamine diale, per quel giorno non poteva essere fustigato
- i suoi capelli potevano essere tagliati solo da un uomo libero
- non poteva nominare né toccare capre, carne cruda, fave, edera
- non poteva passare sotto tralci di vite legati (propagines e vitibus altius praetentas non succedit);
- doveva dormire in un letto i cui piedi erano ricoperti di uno strato sottile di fango
- non poteva dormire fuori dal proprio letto per più di tre notti
- nessuno poteva dormire nel suo letto
- doveva tenere presso il letto una cassetta contenente delle focacce sacrificali
- capelli e unghie tagliati del flamine diale dovevano essere sepolti sotto un albero "felice"
- ogni giorno per lui era festivo
- doveva stare sempre a capo coperto, tranne che in casa
- non doveva toccare la farina contenente lievito
- poteva togliersi la tunica intima solo in luoghi coperti per non rimanere nudo all'aperto, come fosse sotto gli occhi di Giove
- a tavola nessuno poteva sedere in posizione più elevata del flamine diale, ad eccezione del rex sacrorum
- Non poteva udire il suono delle tibie usate nei funerali, (quindi non poteva assistere a un funerale)  "locum in quo bustum est nunquam ingreditur" (Aulo Gellio)
- doveva lasciare la carica di flamine se perdeva la moglie
- il suo matrimonio si scioglieva solo con la morte del coniuge
- non poteva entrare nel luogo della pira funebre, né toccare cadaveri, ma poteva assistere ai funerali
- non poteva abbandonare o lasciare l'Italia per qualsiasi motivo

Anche la Flaminica diale aveva divieti simili, oltre ad altri particolari:
- doveva portare una veste colorata
- doveva mettere un germoglio di albero "felice" nello scialle 
- non doveva salire più di tre scalini se non si trattava di una scala "greca" cioè coperta da entrambi i lati
- quando partecipava alla processione degli Argei non si doveva ornare la testa, né pettinare i capelli.



FLAMINE MARZIALE

Il flamine marziale (Flamen Martialis), di ordine senatorio, non aveva tutte le regole del flamine diale né era obbligato a partecipare ad alcuna cerimonia, se non all'Equus october, una corsa di bighe che si teneva alle Idi di ottobre nel Campo Marzio.
Cassio Dione narra di un'esecuzione ordinata da Giulio Cesare dei due capi di un ammutinamento. Tale esecuzione, dice Dione, fu eseguita dai pontefici e dal "sacerdote di Marte" (cioè il flamine Marziale) sul modello di una cerimonia religiosa, in Campo Marzio, e le loro teste furono appese vicino alla Regia. 

Entrambi i particolari (soprattutto l'ultimo) sono identici a quelli dell'Equus october, nel quale è la testa del cavallo vincitore della corsa ad essere appesa vicino alla Regia, e ciò appunto ha fatto pensare a Georges Dumézil che il flamine Marziale dovesse officiare i riti dell'Equus october.

Nel 242 a.c. il flamine Marziale Aulo Postumio Albino fu nominato console e avrebbe voluto partire per l'Africa per svolgere le operazioni di guerra, ma il pontefice massimo Lucio Cecilio Metello gli impedì di partire per non trascurare i suoi impegni religiosi.

Alfred Ernout, grande latinista pensò che il flamine Marziale avesse anche l'ufficio di pronunciare la formula dei Meditrinalia, la festa del vino, forse equivocando un passo di Varrone in cui afferma che il flamine marziale Flacco è la fonte della formula, che enunciava:
"vetus novum vinum bibo
veteri novo morbo medeor" 
(bevo vino vecchio e nuovo
pongo rimedio ad un male vecchio e nuovo)

"Che la famiglia di Ottaviano fosse la più insigne a Velitrae, è reso evidente da molte circostanze. Nella parte più frequentata della città, c'era da tempo, una strada consacrata ad un Ottavio; ed un altare era stato consacrato a un Ottavio, che venne scelto come generale in una guerra con alcune popoli vicini.
Mentre (Ottavio, che era flamine marziale) stava sacrificando a Marte, il nemico facendo un attacco improvviso, egli immediatamente strappò le viscere della vittima togliendola dal fuoco fuoco, offrendole mezze crude sull'altare; dopo di che, in marcia a combattere, ed è tornato vittorioso. Questo incidente dette luogo a una legge, con cui si emanò che in tutti i tempi futuri le viscere dovrebbero essere offerti a Marte nella stessa maniera; e il resto della vittima doveva essere portata agli Ottavi".
(Svetonio - Il Divino Augusto)



FLAMINE QUIRINALE

Il flamine Quirinale (latino Flamen Quirinalis) era preposto al culto di Quirino e celebrava i riti delle festività dei Quirinalia, dei Consualia estivi, dei Robigalia e dei Larentalia.

Nel 189 a.c. il flamine Quirinale Quinto Fabio Pittore fu nominato pretore e gli fu assegnata la provincia di Sardegna, ma il pontefice massimo Publio Licinio gli impedì di raggiungere la provincia per non dover trascurare i suoi impegni religiosi, cosicché il flamine fu costretto a rinunciare all'incarico militare e a rimanere a Roma dove gli fu assegnata la pretura peregrina.

Consualia
La partecipazione ai Consualia del 21 agosto è citata da Tertulliano per cui il sacrificio sull'altare sotterraneo di Conso, nel Circo Massimo, viene celebrato dal flamine Quirinale e dalle Vestali. Secondo Kurt Latte la testimonianza non è attendibile essendosi Tertulliano confuso tra le Consualia e le Opeconsiva del 25 agosto. Georges Dumézil invece conferma Tertulliano.

Robigalia
La presenza del flamine Quirinale ai Robigalia è testimoniata da Ovidio:
"edidit haec flamen verba, Quirine, tuus", "il tuo flamine, o Quirino, pronunciò queste parole".
Anche questo però è contestato dal Latte perché Ovidio chiama la divinità Robigo anziché Robigus, e il luogo della cerimonia sulla via Nomentana, anziché al V miglio della via Claudia (come emerge dai Fasti Prenestini); Dumézil invece conferma Ovidio.

Larentalia
La presenza del flamine Quirinale ai Larentalia è testimoniata da Gellio:
« Ob id meritum a flamine Quirinali sacrificium ei publice fit ... »
« Per questo favore le era offerto un sacrificio dal flamine Quirinale ... »
(Aulo Gellio, Notti attiche)
Secondo Dumézil, la menzione del flamine Quirinale ai riti di Larentalia non può essere un errore di Gellio perché il suo passo sui Larentalia è troppo dettagliato e preciso per non essere considerato attendibile.



FLAMINI MINORI

« Ad haec consultanda procurandaque multitudine omni a vi et armis conversa, et animi aliquid agendo occupati erant, et deorum adsidua insidens cura, cum interesse rebus humanis caeleste numen videretur, ea pietate omnium pectora imbuerat ut fides ac ius iurandum [proximo] legum ac poenarum metu civitatem regerent. »

« L'attenzione per questi fenomeni celesti e la loro continua ricerca avevano distolto il popolo intero dalla violenza delle armi, fornendogli sempre qualcosa con cui tenere occupata la mente: il pensiero incessante della presenza divina e l'impressione che le potenze ultraterrene partecipassero dei casi umani avevano permeato di pietà religiosa gli animi così profondamente che la città era governata più dal rispetto per la solennità della fede che dalla paura suscitata dalle leggi e dalle pene. »
(Tito Livio, Ab urbe condita, I, XXI)

Nacquero così anche i Flamini minori, affinchè si occupassero di ogni fenomeno altrimenti imprevedibile e pericoloso. L'idea che esistessero sacerdoti con riti, sacrifici e formule speciali per garantire il favore degli Dei, dava tranquillità per i raccolti e per la vita del popolo in generale.

I flamini minori (latino Flamines minores) erano dodici, ma solo di dieci si ha certezza dei relativi nomi e divinità attese:
Flamen Carmentalis, preposto al culto della Dea Carmenta -
Flamen Cerealis, preposto al culto della Dea Cerere -
Flamen Falacer, attendeva al culto del Dio Falacer.
Flamen Florealis, preposto al culto della Dea Flora.
Flamen Furrinalis, preposto al culto della Dea Furrina.
Flamen Palatualis, preposto al culto della Dea Palatua.
Flamen Pomonalis, preposto al culto della Dea Pomona.
Flamen Portunalis, preposto al culto del Dio Portuno.
Flamen Salacer, preposto al culto della Dea Salacia
Flamen Volcanalis, preposto al culto del Dio Vulcano.
Flamen Volturnalis, preposto al culto del Dio Volturno.

A questi si devono aggiungere:
Flamen Virbialis, o flamine Virbiale proveniente da Napoli
Flamen Lucularis, o flamine Luculare proveniente da Lavinio

Varronme ci fornisce, a suo dire, l'ordine gerarchico degli ultimi sei:
- Volturnalem,
- Palatualem,
- Furinalem,
- Floralemque,
- Falacem
- Pomonalem

TESTA DI FLAMINE

FlAMINE CARMENTALE

Ne conosciamo l'esistenza da una citazione del Bruto di Cicerone. Erano i sacerdoti addetti al culto di Carmenta, di cui festeggiavano i Carmentalia alla metà di gennaio, festa dedicata oltre che alla Dea, alle madri di famiglia che la Dea proteggeva.

La Dea Carmenta era compresa nel gruppo degli Dei indigetes ("dei indigeni") un gruppo di divinità e spiriti della religione preromana, non adottati da altre religioni, dove il numero delle Dee supera di molto quello degli Dei. Protettrice della gravidanza e della nascita e patrona delle levatrici, ma soprattutto Dea dei Vaticinii.
E' testimoniato da un'epigrafe Tiberio Claudio Pollione flamine Carmentale e, nel 359 a.c., come narra Cicerone del console plebeo Marco Popilio Lenate che, con la sua oratoria, e la sua qualità di flamen carmentale, riuscì a sedare una rivolta della plebe contro i patrizi.

Il ciclo festivo principale di Tellus e Cerere cade ad aprile; attraverso il rito dei Fordicidia (15 aprile), durante il quale ogni curia sacrifica una vacca pregna (forda), Tellus facilita il parto della terra seminata; mentre il 19 aprile, Cerere assicura con l’aiuto di Fortuna il raccolto.

La festa dei Fordicidia, fu istituita da Numa, e Ovidio, narra che vi concorrono Fauno, nelle vesti di un vate, e il Sogno, l’«incubo» rivelatore, durante il quale il sacerdote, che è lo stesso Numa, viene istruito per eseguire correttamente gli atti del rito. Egli, non contaminato da rapporti sessuali e dal contatto con le carni, privo di anelli e libero da costrizioni o legami, si bagna il capo intonso con acqua di fonte e si cinge le tempie con fronde di faggio. Sebbene Ovidio riconosca a Numa la funzione di pontefice, il rituale sembra officiato da un sacerdote flaminico.



FLAMINE CERIALE

Conosciamo il Flamine Ceriale (o Cereale) da Servio che, con tutta probabilità, dovrebbe essere quello che, secondo Fabio Pittore, sacrifica sia Ceres che a Tellus. E' di ordine senatorio ed è addetto al culto di Cerere, figlia di Saturno e di Rea, Dea del frumento e dell'agricoltura, inoltre protettrice dell'annona e della pace. Il culto era inizialmente associato a quello delle antiche divinità rustiche di Liber e Libera e presentava delle similitudini con i riti celebrati a Eleusi in onore di Demetra (alla quale venne presto assimilata), Persefone e Iacco (uno dei nomi di Dioniso).

Tale culto è attestato anche dal santuario dei 13 altari di Lavinio grazie al ritrovamento di una lamina metallica sulla quale vi è l'iscrizione Cerere(m) auliquoquibus, interpretata come offerta alla Dea di interiora dell'animale sacrificato, bollite in pentola

Cerere, che era rappresentata con una corona di spighe e con una fiaccola ed un cesto di frutta nelle mani, si festeggiava con le Cerealia, festività romana, celebrata il 12 aprile per il tempio di Cerere sull'Aventino seguita da giochi che duravano fino al 19 aprile, e dedicati a Cerere. cui presiedeva il flamine cereale.

L’avvio alla festa era dato dal sacrificio, compito dal flamine, di un bue ed un maiale e dalle offerte di miele e frutta. Seguiva la solenne processione cui partecipavano gli ausiliari del flamine, il flamine stesso e la popolazione che recava in mano una spiga di grano.
Alla processione seguivano i Giochi di Cerere, che si distinguevano in Ludi circenses e Ludi scaenici, gestiti dagli edili plebei. La parte più importante si svolgeva il 19 aprile: il grande giorno delle solennità rituali e delle attività ludiche spettacolari, che comprendevano la corsa delle volpi nel Circo Massimo. E' testimoniato da un'epigrafe Sesto Cesio Properziano flamine Ceriale,

Del flamine Ceriale ci è noto l'elenco delle divinità che egli invocava quando celebrava i sacrifici a Cerere e Tellus. Tale elenco si trovava nel perduto De iure pontificio di Quinto Fabio Pittore, copiato da Varrone e da Servio e arrivato a noi tramite Agostino d'Ippona che lo cita in "La città di Dio".



FLAMINE FALACER

Il Flamine Falacio, o Flamen Falacer, di ordine senatorio,  era il penultimo flamine in ordine di importanza. e attendeva al culto del Dio Falacer. In entrambe le citazioni che ne fa Varrone, il Dio viene chiamato con l'appellativo pater, e secondo lo studioso Andrea Carandini sarebbe una divinità arcaica protettrice delle palizzate elevate a difesa del primitivo insediamento sul Palatino.


Il Dio Falacer sarebbe pertanto il patrono del Cermalus (un'altura del Palatino), insieme alla Dea Pales. La coppia divina sarebbe comparsa all'epoca dei primi insediamenti protourbani, nella prima età del ferro (900 a.c.) grosso modo quando Numitore genera Rea Silvia.

Sempre per l'archeologo Carandini, Falacer sarebbe stato il corrispettivo maschile della Dea Pales, difensori del bestiame e degli abitanti dalle minacce esterne. Il nome di Falacer deriverebbe sa falisca, un tipo di asta bellica che forse era un suo attributo.

L'appellativo di pater fu comune ad altre divinità patrone, come Quirinus, Semo, Reatinus, Soranus ecc. ma i Dio avrebbe poi perso d'importanza a causa di Quirino, soprattutto con l'assimilazione di questo a Romolo. Carandini suppone che il santuario di Falacer e la residenza del suo flamine dovessero trovarsi sul Cermalus, in corrispondenza della Curia VII, in cima alle Scalae Caci.

Secondo il filologo e storico Georges Dumézil, le divinità a cui erano preposti i flamini minori (e quindi anche Falacer) appartengono alla cosiddetta "terza funzione", cioè all'ambito produttivo della Roma arcaica, pertanto agro-pastorale.

Si suppone che non esistesse una festa fissa per il Dio cui era dedicata evidentemente una festa mobile esistendo un flamine al Dio preposto.

SACRIFICIO A FLORA

FLAMINE FLOREALE

Il flamine floreale o florale, o Flamen Florealis, di ordine senatorio, era preposto al culto della Dea Flora, di origine sabina, Dea dei fiori e della primavera, e pure delle prostitute. Una processione veniva dedicata alla Dea, con le donne, in particolare le prostitute, ben vestite ma scollate, colme di serti di fiori, preceduta dal Flamine Floreale.

La sua festa, Floralia, si celebrava dal 28 aprile al 3 maggio, e durante la festa i romani si lanciavano delle fave in segno augurale. La festa era particolarmente allegra, gioiosa ed anche licenziosa. Alle floralie partecipavano, fra gli altri, mimi, artiste discinte e prostitute, A lei era dedicato un tempio presso il Circo Massimo.

Le Floralia erano dedicate a propiziare l'annata agricola, avevano quindi connotazioni sessuali e paniche che allegre nelle campagne divenivano licenziose in città. Nei festeggiamenti avevano una parte di rilievo prostitute e mime, e lo storico Valerio Massimo racconta di un'occasione nella quale si trovò a presenziare ai giochi anche il severo Catone Uticense, la cui presenza impediva alle partecipanti di denudarsi, come tradizionalmente accadeva.

Avvertito da un amico di questa fase della rappresentazione, l'Uticense decise allora di ritirarsi discretamente, per non privare il popolo del suo divertimento, e se stesso della propria dignità, e se ne andò accompagnato dall'applauso riconoscente di tutto il circo.

E' testimoniato da un'epigrafe marmorea Marco Numisio Quinziano flamine Florale a Lavinio.



FLAMINE FURRINALE

Il Flamimne Furrinale, o Flamen Furrinalis, di ordine senatorio, era preposto al culto della Dea Furrina. Conosciamo il flamine Furrinale da Varrone, come sacerdotr preposto al culto di Furina.

Furina era una Dea misteriosa corrispondente ad una delle Erinni (Aletto, Tesifone e Megera), ovvero le Furie, a cui venne assimilata solo per assonanza del nome (Furia - Furina).
« ... Quae si deae sunt, quarum et Athenis fanumst et apud nos, ut ego interpretor, lucus Furinae, Furiae deae sunt, speculatrices, credo, et vindices facinorum et sceleris. »
(Cicerone - De natura deorum, Libro III, XLVI)

Le era dedicato un bosco sacro presso Pons Suplicius (Ponte Sublicio). e la sua festa, le Furinalia, o Furrinalia, era celebrata il 25 luglio, ed era una festa pubblica, ma sia la celebrazione che la Dea avevano dei punti oscuri anche ai Romani dell'epoca.

Varrone, che visse nella prima metà del I secolo a.c., riferisce che al suo tempo pochi ne conoscessero anche solo il nome. Le era preposto dallo stato il flamine furrinale, il che indica la sua importanza in epoca arcaica, ed un boschetto sacro, il Lucus Furrinae, posto ai piedi del Gianicolo, dove si dovevano tenere i culti, quel lucus del Gianicolo dove trovò la morte Caio Gracco

Secondo Dumézil la Dea sarebbe stata la patrona delle acque sotterranee e dei pozzi, poi decaduta sostituita da Nettuno, divenuto in età storica il patrono di tutte le acque, sia di superficie che profonde. Dal momento che Furrina era associata con l'acqua e che i Furrinalia seguivano i Lucaria (festa dei boschi), tenuti dal 19 al 21 luglio ed i Neptunalia del 23 luglio, si può ipotizzare che le festività servissero a scongiurare la siccità.



FLAMINE PALATUALE

Il Flamine palatuale, o Flamen Palatualis, di ordine senatoriale, era il sacerdote preposto al culto di Palatua, un'antica Dea che proteggeva il Palatino e pure i palazzi degli Imperatori, e che presiedeva la Palatualia, la sua festa celebrata il 21 aprile. La Dea Palatua aveva uno splendido tempio sul Palatino per il quale si facevano feste alla sua dedica.

Si dice che il nome palatium, palazzo, derivasse dal nome di Palazia. o Palatia, o Palatho, la moglie del re Latino e figlia di Evandro. La leggenda dice che fu lei a dare il nome al monte palatino, o forse era un a Dea locale trasformata in regina.

La cerimonia costituiva, in coincidenza con gli Agonalia dell’11 dicembre, la ritualizzazione dell’ultima semina. Columella (II, 10, 8) parla espressamente di una septimontialis satio. Essa sembra contrapporsi alla prima semina delle ferie sementive di gennaio, e, nelle due azioni rituali, sarebbero idealmente congiunti, in una sorta di contrappunto, i «pagani» del Tevere e i «montani» del Cermalus e del Palatino.
Conosciamo anche l'esistenza del pontefice (anziché flamine) palatuale Lucio Egnatuleio Sabino. Il culto di Palatua andò diminuendo fino a scomparire con l'avvento dell'Impero romano.



FLAMINE POMONALE

Flamen Pomonalis, preposto al culto della Dea Pomona. moglie di Vertumno, Dio delle stagioni di origine etrusca, era di ordine senatoriale, ed è testimoniato in un'epigrafe marmorea Gaio Giulio Silvano Melanione flamine Pomonale. L'antica Dea, esperta nella arte della potatura e degli innesti degli alberi, era protettrice degli alberi da frutto e della loro cura, ma era anche associata ai frutti autunnali e all'abbondanza.

« ... accipe Vertumni signa paterna dei.
Tuscus ego Tuscis orior, nec paenitet 
inter proelia Volsinios deseruisse focos. »
(Properzio - Elegie, Libro 4)

Vertunno, a detta di properzio, non è affatto scontento della distruzione della Volsinii etrusca, la terra che lo venerava, in quanto riedificata ancor più bella dai romani che onorano tanto lui quanto la sua paredra Pomona.
Importante centro politico e religioso, Volsinii venne infatti distrutto dai romani nel 264 a.c. che poi lo riedificarono col nome di Volsinii novi, attuale Bolsena. I romani importarono a Roma entrambi gli Dei etruschi, ma a Pomona dedicarono addirittura un flamine per i riti a lei dedicati.

SACRIFICIO SACERDOTALE DI ENEA

FLAMINE PORTUNALE

Il flamine Portunale (Flamen Portunalis), di ordine senatoriale, era preposto al culto del Dio Portuno (Portumnus), protettore dei porti e del commercio marino.

Di lui sappiamo che in occasione dei Portunalia del 17 agosto svolgeva la funzione di ungere le armi (cioè l'asta di legno) della statua di culto di Quirino nel suo tempio sul Quirinale.
Festo:

"Persillum vocant sacerdotes rudusculum picatum quo unguine flamen Portunalis arma Quirini unguet". 

"Persillum chiamano i sacerdoti il vaso impeciato di terracotta nel quale era conservato l'unguento usato per ungere l'arma di Quirino".

Kurt Latte aveva escluso che potesse trattarsi del flamine Portunale sostenendo trattarsi invece del flamine Quirinale, ma Georges Dumézil si oppone, facendo osservare che l'operazione di mantenere in efficienza delle armi di Quirino, che rispecchia qui il suo carattere di Mars tranquillus, mentre la funzione di Portuno di guardiano delle porte e dei porti si accorda con la cura del suo flamine per le armi di Quirino. In effetti il Dio Portuno viene raffigurato in genere con le chiavi in mano e Quirino viene definito Custos, cioè custode. 


La festa dei Quirinalia del 17 febbraio, e quella dei Portunalia del 17 agosto, erano due feste divise da sei mesi esatti, e servivano a scadenzare il momento in cui il farro, immagazzinato ad agosto, veniva immesso al consumo in febbraio. Quirino/Romolo distribuisce al suo popolo il cibo; Portuno lo conserva e garantisce che gli attrezzi agricoli, le «armi di Quirino» che sono serviti a produrlo non abbiano a soffrire nei mesi invernali. Dunque, quando il flamen, come abbiamo visto, unge le «armi di Quirino» non fa che seguire i precetti dell’economia agricola.

Il Dio Portunno, figlio della Dea Leucotea, aveva una sua festività denominata Portunalia che si celebrava il 17 agosto, che venne in seguito chiamata Tiberinalia, in quanto celebrata al Porto Tiberino, dove si trova il tempio di Portunno.
Sembra che una statua della Dea Leucotea con figlioletto Portunus in braccio fosse stata deposta proprio nel tempio di Portunus, che a Roma venne dedicato proprio il giorno dei Portunalia, secondo quanto riferito da Varrone.

Nella tradizione cattolica, la madre con figlio in braccio divenne poi la Madonna col figlio e le chiavi passarono a San pietro come custode delle porte del paradiso.



FLAMEN SALACER

Non si è affatto certi dell'esistenza di questo flamine, perchè è incerta la lettura tra la parola Falacer e Salacer, come è citata da Varrone. Da un lato esiste il Dio Falacer mentre non si ha notizia alcuna del Dio Salacer. Però alcuni fanno osservare che di solito non si dava lo stesso nome al Dio e al flamine, cosa che avviene esclusivamente per il flamine falacer. I

noltre osservano che il flamine salacer poteva essere dedicato alla Dea Salacia, nome dell'Afitrite greca e pertanto Dea del mare. Il suo flamine, a detta di Varrone, si sarebbe chiamato flamen Salacris, il che rende più difficile confonderlo col flamine falacer. Slacia era d'altronde la moglie di Nettuno e Dea romana del mare. Ma non si può nemmeno escudere la presenza di entrambi i flamini, il falacer e il salacer.



FLAMINE VOLCANALE

Il flamine Volcanale ci viene testimoniato da Varrone, e pure da Macrobio (secondo il quale egli sacrifica a Maia alle calende di maggio) e da un'epigrafe proveniente da Roma.
Macrobio lo cita nel punto in cui Vettio Agorio Pretestato, su invito di Simmaco, sta discettando sul calendario e in particolare sul nome del mese di Maggio (Cingius mensem nominatum putat a Maia, quam Vulcani dicit uxorem, argumentoque utitur quod flamen Vulcanalis kalendis Maiis huic deae rem divinam facit) e da un frammento epigrafico urbano, rotto da tutte le parti, ove tuttavia è conservata chiaramente la menzione della funzione sacerdotale.

Macrob., 1 12, 18: « Cingio ritiene che questo mese (maggio) tragga il suo nome da Maia, da lui detta moglie di Vulcano, e ciò sarebbe la prova nel sacrificio che il flamine di Vulcano celebra ogni primo maggio in onore della Dea ». Macrobio si riferisce qui all’opera "De fastis" del giurista e antiquario Lucio Cincio

Cincio giurista sarebbe vissuto sotto Augusto; il che spiegherebbe l’interesse di un contemporaneo alla riforma religiosa di Augusto, per un sacerdote ed un rito che erano stati probabilmente reintrodotti da poco nella religione ufficiale. Si sa che Augusto rinverdì praticamente tutti gli antichi culti edificandone o restaurandone i templi, e dedicando ad essi i relativi sacerdoti.

Vulcano aveva un’ara di culto nel comizio, il Volcanal, ma anche un tempio nel Campo Marzio, nel luogo dove poi sorse la porticus Minucia, destinata alle distribuzioni frumentarie. Secondo il calendario degli Arvali nel giorno di Vulcano, il 23 agosto, si onoravano con feste e sacrifici a Vulcano e alle Ninfe nel Campo Marzio; a Opi Opifera sul Campidoglio, a Hora, sposa di Quirino, sul Quirinale, e infine a Vulcano e Maia nel santuario del Comizio. Tutti questi dei, compreso Vulcano, appartengono al ciclo produttivo, e pure la presenza di Quirino avvalora la connotazione agraria della festa.

Vulcano, padre di re (Caeculus-Servio Tullio) è anche padre di Caco che nella tradizione etrusca, rappresentata dal famoso specchio di Bolsena, è vate e pronuncia oracoli, per cui nel suo tempio vi doveva essere, almeno all'inizio, un responso oracolare, ma non sappiamo se tenuto dal flamine stesso, perchè il vaticinio era quasi sempre una prerogativa femminile.

Tra l'altro è documentato anche un pontifex Volca[nalis] (AE 1953, 73) analogo al pontifex Palatualis su cui vd. infra. A tal proposito Scheid, Sacerdoces, 1999, p. 82 ritiene che questi pontifices con epiteto aggettivale vadano inseriti tra i flamines, e cioè in sostanza che il termine pontifex in questi casi sostituisca quello di flamen. In realtà, almeno per quanto riguarda Svetonio, è stato autorevolmente affermato (S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, Roma-Bari 1966, 2, 2, p. 150) che il suo pontificato era proprio quello di Vulcano ad Ostia, dove il sacerdozio è documentato nella forma pontifex Volcani.

In una famosa lettera Plinio il Giovane (III 5, 8) parlando di suo zio e del momento in cui iniziava ad elaborare una nuova opera dice che egli " Lucubrare Vulcanalibus incipiebat, non auspicandi causa, sed studendi, statim a nocte multa ". Dunque anche Plinio Il Vcchio iniziava il suo lavoro in agosto, durante le feste in onore di Vulcano, per sfruttare le ore di luce, anche se l'espressione "non auspicandi causa" mostra lo scetticismo verso il detto per cui “dar principio all’arte” nel giorno dedicato al Dio più operoso dell’Olimpo fosse di buon auspicio.



FLAMINE VOLTURNALE

Il flamine volturnale, sempre di rango senatorio, ci è testimoniato da Paolo e da Festo, come sacerdote dedicato al Dio Volturno, che aveva a Roma un tempio
« Volturnalia: Volturno suo deo sacra faciebant, cuius sacerdotem Vulturnalem vocabant. »
« Nei Volturnalia si celebravano cerimonie al Dio Volturno, a cui la festa era dedicata, il cui sacerdote chiamavano Volturnale »

Dunque il Dio Volturno aveva un flamen e una festa il 27 agosto. Non sappiamo se avesse a che fare con Vertumnus o Vortumnus, Dio proteiforme che aveva in mano una falce e che Ovidio associa a Pomona. Secondo alcuni studiosi il Dio sarebbe la riedizione romana del Dio federale degli Etruschi Voltumna. In effetti le due divinità, semanticamente affini (volvere/vertere), erano ambedue connesse alla fertilità agraria. Secondo autorevoli studiosi, Volturnus è il nome etrusco del Tevere, o almeno del tratto etrusco del Tevere.

Il Dio proteiforme con la falce in mano è evidente che rappresenti il figlio-vegetazione della grande Dea che nasce e muore ogni anno, infatti è proteiforme perchè assume qualsiasi forma vegetale, dall'albero, al frutto e al filo d'erba, e inoltre è insignito dalla falce, simbolo della morte annuale  per il raccolto delle piante.



FLAMINE VIRBIALE

Proveniente da Napoli, non  tramandato da fonti classiche ma testimoniato da varie epigrafi e dallo storico e archeologo francese Camille Jullian:

I Epigrafe:

DIANAE SACRUM
M. NUMISIUS
PHILIPPUS FAMEN VIRBIALIS
ET ARICINAE DIANAE VESTAE DICTAE CUSTOS
XVII. CAL. IUNII. EPULUM. VIRBIAL. PUB. DEDIT.
N. SIGNUM DEAE CONLOCAVIT
IMP. M. ANTONINO COMMODO
AUG. V
ET VALERIO AURELIO GALABRIONE COSS.

II Epigrafe:

VESTAE DIANAE DICTAE
P. TURPILIUS POLILAUS
SACERDOS DIVAE DIANAE
ET FLAMEN VIRBIALIS PATR. COLL. CORP.
LUTOR. ARIC...
QUINQUEN INTERUM DD

III Epigrafe:

L. FABIO FLAVIANO
PRAETEXTAO FL. VALER
PROB. AUG. CANDIDATO
..................................
PRAEF. IVVENT
EQUO PUBLICO
ADLECTO IN V DECUR
ORNATO MILITIAE
PRAEF. COHOR I. PROV: AFRIC. PR.
FLAMINI VIRBIALI
AUCURI. AEDILI. CURULI IIIIII. VIRO
AUGUSTALI QQ: IVVENUM

Queste lapidi però vennero copiate dal Ligorio, sulla cui attendibilità vi sono sempre e giustamente molti dubbi. Tuttavia Diana era venerata in Ariccia dove aveva un suo tempio, con dei sacerdoti chiamati flamini virbiali, e dove era istituito il collegio dei Lautori. Un flamen Virbialis è ricordato in una iscrizione di Napoli (Corpus Inscriptionum Latinarum, X, 1493)

Il Dio Virbio, che alcuni pretendono si tratti dell'eroe greco Ippolito, ma per i più fu un'antica e oscura divinità italica, collegata al culto di Diana ad Aricia nel tempio sui Monti Albani, raffigurato, come un uomo anziano e la sua statua non doveva esser toccata da nessuno, nemmeno dai raggi del sole.
E' evidente che il Dio, evidentemente figlio di Diana in veste di Grande Madre, era il figlio vegetazione che nasce e muore ogni anno. Il fatto che sia anziano è l'emblema della sua caducità, che divenne poi un Sacro Mistero, in quanto riguardava pure la caducità dell'uomo. Insomma affrontare il Dio oscuro era pure affrontare la morte di ogni essere umano, da parte proprio dell'essere umano.

DIVINITA' ETRUSCA

FLAMINE LUCULARE

Flamen Lucularis, o flamine Luculare proveniente da Lavinio, non  tramandato da fonti classiche ma testimoniato da un'epigrafe e dallo storico e archeologo francese Camille Jullian:
FLAMEN LUCULARI. LAURENT. LAVINAT.
PATRONO. ET. DECURIONI.
COLONIAE. APPLESIUM.

Qui si allude ad un flamine luculare dei Laurenti lavinati, certo Publio Elio, in cui si alluderebbe a Lauro Lavinio, città italica fondata da Enea, chiamata poi da Servio Laurentum.

Sembra che nella Selva Laurentina esistesse un oracolo e il luco di fauno, di cui era custode, insieme al boschetto dedicato a Pico, un Flamine Luculare. In effetti il culto dei lucus era antichissimo e sentitissimo.

Lista dei santuari federali con boschi sacri collegati ad un’azione comune dei Latini, quindi federale:
- Il santuario di Diana Nemorense nel territorio di Aricia;
- Il lucus Feroniae, presso la via Appia, sotto il Albanus;
- Il lucus di Diana presso Tusculum, attestato da un’unica fonte (Plin., h., XVI, 242), secondo altri ubicata nel sito di Frascati.

Il Lucus di Diana Nemorense, molto antico e famoso, ebbe un carattere “federale” solo per un periodo; il realtà fu connesso soprattutto connesso al nomen Latinum, ed è rimasto tale anche dopo il 338 a.c., quando dopo la vittoria dei Romani sulla lega latina i culti vennero da essi assimilati.
Il lucus di Ferentina, nulla sappiamo di esso dopo la fine della lega latina nel 338 a.c. , se non che servì per lungo tempo come luogo dei raduni politico-militari della lega. Esso appare quindi come un vero e proprio santuario federale con lucus.

Del Lucus di Diana presso Tusculum ne abbiamo un’unica testimonianza, fornitaci da Plinio il Vecchio:(Plin. XVI, 91. 242):

« Est in suburbano Tusculani agri colle, qui Come appellatur, lucus antiqua religione Dianae sacratus a Latio, velut arte tonsili coma fagei nemoris. In hoc arborem eximiam aetate nostra amavit Passienus Crispus bis cos., orator, Agrippinae matrimonio et Nerone privigno clarior postea, osculari complectique earn solitus, non modo cubare sub ea vinumque illi adfundere. »

« Nel territorio di Tuscolo, su di un colle posto nel suburbio, chiamato Corne, vi è un bosco per antica devozione consacrato dal Lazio a Diana; la chioma dei faggi del bosco sembra quasi tagliata ad arte. Un albero magnifico che vi si trovava, che amò ai nostri tempi Passieno Crispo, due volte console, oratore, più famoso in seguito come marito di Agrippinae patrigno di Nerone. Era solito baciarlo ed abbracciarlo, non contento di dormire sotto di esso e di versargli vino. » 
L'innamoramento di Passieno per l'albero no n passò inosservato, ma non fu affatto criticato, in quanto dimostrava il suo impulso religioso verso la Dea Diana.



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