"Basseo Rufo e Macrinio Vindice salutano i magistrati di Sepino.
Vi sottoponiamo copia della lettera che ci è stata scritta da Cosmo, liberto dell'imperatore, ministro a rationibus, insieme alle altre che vi erano allegate e vi ammoniamo di astenervi dal fare violenza agli appaltatori delle greggi delle pecore, atto che porta un grave nocumento alle cassa imperiale, altrimenti sarà inevitabile avviare un'inchiesta e intervenire, se del caso, con gli opportuni provvedimenti.
Lettera di Cosmo, liberto dell'imperatore, ministro a rationibus, scritta a Basseo Rufo e a Macrinio Vindice, eminentissimi prefetti del pretorio. Vi sottopongo copia della lettera scritta a me da Settimiano, liberto imperiale e mio aiutante, e chiedo che vi prendiate la pena di scrivere ai magistrati di Sepino e di Boviano, affinché cessino di far violenza agli appaltatori delle greggi di pecore che dipendono dal mio ufficio, sì che per il vostro benigno intervento le finanze imperiali non siano danneggiate.
Lettera scritta da Settimiano a Cosmo. Gli appaltatori delle greggi di pecore che dipendono attualmente dal tuo ufficio si sono lamentati presso di me perché spesso, durante gli spostamenti lungo i tratturi, hanno subito angherie dalla polizia e dai magistrati di Sepino e di Boviano: costoro infatti, al momento del transito per queste città, affermano che i cavalli e i pastori da essi appaltati sono rispettivamente animali rubati e schiavi fuggiti: nel corso dell'ispezione che viene effettuata con questo pretesto, e della confusione che ne risulta, scompaiono anche pecore di proprietà imperiale.
È quindi necessario che venga loro scritto di comportarsi con più moderazione, affinché la proprietà imperiale non abbia a subire un danno. E poiché sogliono perseverare in tale comportamento ingiustificabile, affermando che non hanno intenzione di tenere in alcun conto né le mie lettere, né quelli che tu eventualmente potessi scrivere loro, ti prego, signore, se ti parrà opportuno, di chiedere a Basseo Rufo e Macrinio Vindice, uomini eminentissimi, di inviare lettere a questi magistrati e poliziotti."
LA STORIA
La città di Sepino (che nel medioevo fu chiamata Altilia) era sorta per la necessità di avere un punto di sosta attrezzato con ristoro e una sorgente all’incrocio con altre direttrici utilizzate per la transumanza, sull’asse di tratturo compreso tra Boiano e Benevento, il più importante della dorsale appenninica.
L'antica Sepino sannita (Terravecchia), situata in alto su di una collina, fu espugnata, come tramanda Tito Livio, nel 293 a.c. dal Console Papiro Cursore. I pochi superstiti, abbandonarono la città ridotta un cumulo di macerie e scesero a valle in località Altilia.
Qui accamparono accanto al tratturo che congiungeva il versante di Bojano con quello di Benevento e fondarono un villaggio rurale, che sopravvisse abbastanza bene sia per la fertilità dei terreni sia per il commercio legato alla economia pastorale.
Con la sconfitta definitiva dei Sanniti ad opera dei Romani, e sotto il domin io romano, da modesto villaggio, la Sepino romana nel 1° sec. d. c. divenne un importante centro rurale nonchè luogo di villeggiatura romana.
Ottenuto poi Sepino il titolo di municipio, Augusto diede incarico a Tiberio e Druso di far cingere la città di mura e fece eseguire la sistemazione delle due arterie stradali principali: il Cardo e il Decumano. In questo periodo sorsero tutti i principali edifici: forum, capitolium, basilica, macellum, terme, teatro, e pure i monumenti funerari fuori dalle mura, per volere o intervento diretto della casa imperiale, come è il caso delle mura, delle porte e delle torri, la cui costruzione risale agli anni 2 a.c. - 4 d.c., pagate con la cassa privata di Tiberio, senz'altro per volere di Augusto.
La Sepino odierna rappresenta l’ultimo strato di interventi sovrapposti dei quali i più antichi risalgono almeno al III secolo a. c.. Il fatto che, nonostante i rigidi canoni urbanistici romani, i due assi maggiori non siano ortogonali tra loro conferma la necessità di conservare il tratturo trasversale, funzionale al sistema dei collegamenti di epoca sannitica. La città restò fiorente fino al V se. d.c.
Di pregio artistico sono le colonne e i capitelli jonici della basilica, il foro, la tomba dei Numisi che sorge isolata tra i campi, il mausoleo di Ennio Marso, le strade lastricate, le mura, il macellum, le terme, la fontana del Grifo e le imponenti porte fortificate di Terravecchia e di Bojano ricordano l'importanza di questo centro per i pastori in marcia tra l'Appennino e il Tavoliere. Il centro storico della città è racchiuso entro una cinta muraria lungo la quale si distribuiscono alte torri cilindriche mostrando intatte le caratteristiche medievali originarie.
LE MURA
La città non ebbe una pianta quadrata molto regolare in quanto l’impianto urbano fu condizionato dalle preesistenze, ed in modo particolare dall’andamento del tratturo; anzi è piuttosto romboidale ed il punto di incontro delle due arterie stradali non è a perfetto angolo retto né perfettamente centrale. A cura di Tiberio e Druso, figli adottivi di Augusto, furono costruite le mura, le porte e le torri, come ricorda l’iscrizione incisa sulle quattro porte, conservata integralmente solo su Porta Bojano. Ancora oggi per accedere all’antico “municipium” occorre superare la cinta muraria attraversando una delle quattro porte poste a cavallo degli assi stradali principali della città.
Le mura e le trenta torri che a distanza regolare (100 piedi romani, pari a 29,60 m) si distribuiscono lungo il percorso erano in opera reticolata. Vi erano incorporate 27 torri, delle quali 25 circolari e due ottagonali, tutte collegate da un cammino di ronda che passava sulla sommità del muro. Nelle mura erano presenti numerose feritoie, per permettere agli arcieri di colpire eventuali nemici.
Nelle mura si aprivano quattro porte, più una secondaria. Le porte principali si aprivano sui tratturi ed erano a carattere monumentale, costruite secondo il modello architettonico dell’arco di trionfo, con statue di divinità e di prigionieri. Nelle porte sui tratturi lo spazio compreso tra porta esterna e la controporta interna nei castelli aveva funzione di sicurezza, come una doppia difesa. Qui invece veniva riscosso il dazio per il passaggio e venivano controllate le greggi che transitavano.
Delle quattro porte: Porta Bojano e Porta Benevento allo sbocco del decumano, Porta Tammaro e Porta Terravecchia allo sbocco del cardo, tre conservano anche l'arco o parte di esso.
Porta Bojano, ne conserva un fornice, due torri circolari ai lati, piedritti di grossi blocchi ben squadrati, iscrizione commemorativa sull’arco che ricorda i due finanziatori della costruzione delle mura e le cariche da essi ricoperte: si tratta di Tiberio e Druso, figli di Augusto. L'iscrizione permette pertanto di datare tale opera tra il 2 a.c. ed il 4 d.c.
Sulla chiave di volta, o cuneo, è raffigurata ad altorilievo una testa barbuta dentificata come Ercole, mentre sulla porta contrapposta una testa, coperta con elmo, viene indicata come Marte. Ai lati del fornice, sopra la cornice dei piedritti, si levano due figure di prigionieri barbari a ricordo delle imprese belliche di Tiberio e Druso. Sul piedritto di destra è inciso un noto rescritto imperiale che diffida i magistrati di Sepino dal continuare a esercitare soprusi e sottrazioni ai danni degli affittuari delle greggi imperiali che transitavano sul tratturo che attraversava la città. (leggi all'inizio)
All’interno della porta c’è una corte che verso l’esterno era chiusa da una saracinesca azionata dall’alto in una camera di manovra posizionata sul fornice, mentre verso l’interno una seconda chiusura doveva essere a doppio battente.
Dalla sommità di Porta Bojano, resa oggi accessibile da una scalinata, è possibile ammirare la maggior parte della città. A ridosso delle mura presso questa porta si trova una delle tre terme rinvenute fino ad ora nella città, per ora scavate solo in parte.
E' ancora visibile la bocca del forno, le suspensurae, cioè le colonnine su cui posava il pavimento al di sotto del quale circolava l’aria calda, i tubuli, cioè i mattoni forati applicati alle pareti per la stessa circolazione. Due delle vasche hanno una parete absidata.
Oltre a queste terme, ne sono state identificate altre due: una, lungo il tratto di mura che va da Porta Terravecchia a Porta Benevento, purtroppo inglobata in un casale rurale, con suspensurae ancora visibiliu, e un’altra posta lungo il decumano, affacciante sulla piazza con un porticato, anch’essa caratterizzata da ambienti a pareti curvilinee.
EDIFICI lungo il decumano da Porta Bojano al foro
Il decumano conserva il lastricato originario in quasi tutta la lunghezza; è fiancheggiato da crepidines (marciapiedi) soprelevate rispetto al piano stradale, di cui alcuni blocchi hanno i sesti delle colonne che sorreggevano un portico. Su questo si affacciavano le botteghe situate sulla strada, mentre le abitazioni erano poste sul retro.
Man mano che ci si avvicina al foro si infittiscono gli edifici monumentali a carattere pubblico: un edificio di culto, a pianta quadrata, preceduto da un atrio con due pilastri, era probabilmente adibito al culto imperiale, seguito dal macellum, una struttura complessa destinata alla vendita di generi alimentari, con pianta trapezoidale e una serie di botteghe lungo i margini, due delle quali affacciano sul decumano, mentre altre aprono sulla parte centrale della struttura, che è a pianta esagonale ed ospita al centro una macina per frantoio che funge da vasca.
LA BASILICA
La basilica, ossia il luogo dove si amministrava la giustizia, è l’edificio pubblico più importante su questo lato del decumano, in posizione angolare in modo da affacciare con il lato corto sul decumano, con quello lungo sul cardo e sul foro. A pianta rettangolare, con un peristilio di venti colonne a fusto liscio, sormontate da capitelli vari; vi si accedeva dalla piazza mediante tre ingressi; un quarto ingresso apriva sul decumano.
Grazie alle iscrizioni, si sa che questo edificio fu costruito a cura di Nevio Pansa verso la fine del I sec. d.c.; danneggiata gravemente dal terremoto che colpì il Sannio nel 346 d.c., fu ristrutturata da Fabio Massimo, governatore della provincia, e dal suo successore Flavio Uranio intorno alla metà del IV secolo d.c.
IL FORO
Di forma trapezoidale, situato all’incrocio tra cardo e decumano non ortogonali tra loro. E' lastricato con grosse lastre di pietra calcarea disposte su 82 filari ed è circondato da un canale, l’euripo, anch’esso in calcare, che convoglia le acque smaltendole nella rete fognaria.
Sul foro affacciano importanti edifici pubblici: la curia, il comizio, e un grande arco onorario, del quale sono sopravvissuti numerosi blocchi dell’alzato e dell’iscrizione che lo coronava: il destinatario era personaggio di origini sepinati, Lucio Nerazio Prisco, illustre giureconsulto, consigliere degli imperatori Traiano ed Adriano. Di altri monumenti e statue onorarie restano solo le basi. Affaccia sul foro anche una delle fontane monumentali che si trovavano in città; è quella cosiddetta del Grifo, per via di un grifo scolpito a bassorilievo sulla lastra della fontana; un'iscrizione incisa ricorda che fu eseguita per volontà ed a spese di due magistrati municipali, Ennio Marso e Ennio Gallo.
EDIFICI lungo il decumano tra il foro e Porta Benevento
Sempre sul fronte della strada, dopo la fontana del Grifo, c'è una fabrica, un mulino con un canale stretto ed allungato in cui confluiva l’acqua necessaria per muovere le mole.
Più avanti, ma arretrata sul decumano, è un altro laboratorio di cui sono visibili i grossi recipienti a cono capovolto, interrati in parte e con pareti ottenute con file di mattoncini. Vi è stata riconosciuta una conceria.
Nell’edilizia privata le case hanno un impianto di tipo pompeiano, con impluvi e atrii.
IL TEATRO
Sul quadrante nord dell’incrocio dei due assi stradali, il teatro è addossato con la sua cavea al tratto di muro di cinta del lato nord-occidentale. La parte superiore della cavea infatti poggia sulla struttura muraria, mentre l’ima cavea è scavata nel terreno. Della parte più bassa della gradinata si conservano nove ordini di gradini e il piano lastricato dell’orchestra.
La cavea era divisa almeno in tre sezioni corrispondenti all’ima, media e summa cavea separate dalle praecinsiones, corridoi semicircolari che facilitavano il raggiungimento dei sedili da parte degli spettatori. Radialmente l’intera cavea è ripartita in 4 settori separati da 5 file di gradini di collegamento (klimates).
Sotto le gradinate correvano due ambulacri semianulari, intercomunicanti attraverso tre porte. L’ambulacro più interno è in gran parte distrutto: alcune strutture di esso sono state utilizzate come base delle costruzioni sovrapposte.
L’ambulacro esterno, invece, è ben conservato. Su di esso, coperto all’origine e sovrastato da una parte della summa cavea, si innestano tre accessi: due corrispondenti ai poderosi tetrapili che consentono di accedere anche al piano dell’ima cavea dell’orchestra, il terzo in corrispondenza di un varco nella cinta muraria, una porta per consentire un facile accesso agli spettacoli teatrali dagli abitanti della campagna. Il teatro poteva contenere 3000 spettatori.
L'ARCO DI INGRESSO
Questo ingresso del teatro, direttamente collegato all’esterno della città, è molto inconsueto nei teatri romani, così c ome la collocazione dello stesso teatro rispetto all’impianto urbano.
I tetrapili sono l’elemento strutturale ed architettonico più rilevante del complesso, costituiti da pietre in calcare locale come del resto tutto l’edificio.
Proseguendo le pareti curve dell’ambulacro, hanno necessariamente pianta trapezoidale, ed i lati si allineano sui raggi del semicerchio per cui i pilastri esterni sono maggiori di quelli interni.
Accanto ad essi non vi è traccia di pavimentazione. I pilastri sono costituiti da blocchi lapidei rettangolari murati a secco.
I blocchi che compongono gli archi sorretti dai pilastri hanno un bugnato rustico sulle facce esterne.
Sull’asse maggiore del secondo ingresso interno c'è un’apertura di cui si vede solo lo spigolo sinistro e che deve ritenersi l’accesso all’orchestra o ad un secondo ambulacro sotto le gradinate.
La parete interna è costruita come il muro perimetrale e il paramento.
Da uno dei pilastri interni del tetrapilo parte una parete verso l’orchestra spessa cm 1,30 su cui si apre una porta il cui spigolo opposto è costituito da un muro spesso cm 2,70 che sembra essere diretto verso l’orchestra. Su di esso, all’altezza della cornice del tetrapilo si osservano le tracce dell’imposta di un arco che doveva limitare una porta.
LA NECROPOLI
Come nel resto delle città romane dell’impero, anche a Sepino le necropoli si distribuiscono lungo le strade immediatamente al di fuori della città. Fuori Porta Bojano si conserva integro uno dei monumenti funerari più importanti, il mausoleo dei Numisi, il cui titolare era Publio Numisio Ligo, di forma parallelepipeda su pianta quadrata, con cornice superiore coronata da palmette agli angoli.
Dalla parte opposta, fuori Porta Benevento, è l’altro grande mausoleo, quello dei Marsi, di proprietà di Ennio Marso (lo stesso personaggio che fece costruire la fontana del Grifo). Ha una zoccolatura a pianta quadrata ornata ai quattro angoli da leoni a tutto tondo, con tamburo cilindrico che si eleva su questa base. L’iscrizione ricorda il proprietario in tutte le sue cariche e mostra le insegne del potere: i fasci e la sella curule.








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